Darcy Ribeiro e il romanzo utopico: la prefazione di Giancorrado Barozzi del romanzo Utopia selvaggia. Di Giancorrado Barozzi (Fonte http://oubliettemagazine.com/2019/02/09/darcy-ribeiro-e-il-romanzo-utopico-la-prefazione-di-giancorrado-barozzi-del-romanzo-utopia-selvaggia/)

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Terzo dei quattro romanzi pubblicati in vita da Darcy Ribeiro, poliedrico autore (per un 30% antropologo evoluzionista, per un altro 30% politico riformatore, per un 20% intellettuale cosmopolita e per il restante 20% boccaccesco affabulatore), Utopia selvagem, che si presenta qui in una nuova traduzione, fonde assieme, come in una tropicale sarabanda di Carnevale, elementi tra loro eterogenei, in apparenza inconciliabili.

La fabula del romanzo consiste in un’incredibile, quanto involontaria, incursione picaresca nel mondo selvaggio della quale sostiene di essere stato protagonista un patriottico disertore che, nei suoi esilaranti incontri-scontri col potere di ogni sorta (politico, militare, religioso e sessuale), ricorda molto da vicino il buon soldato Švejk di Hašek.

L’intreccio segue, passo per passo, senza ricorrere ad alcun artificio estetico, gli assurdi eventi capitati al protagonista. Eppure, al di là della sua assoluta semplicità compositiva, questo romanzo risulta gravido di riferimenti culturali di notevole interesse e spessore. Innanzi tutto, esso appartiene a quella provocatoria tradizione del nuovo che in Brasile, già a partire dagli anni Venti del Novecento, col Manifesto antropofago di Oswald de Andrade, si autoproclamò «cultura cannibale» e che nel romanzo mitologico Macunaima di Mario de Andrade (1928) trovò una precoce, dirompente affermazione.

Nei tempi moderni l’uomo bianco (portatore di una civiltà urbana e occidentale) doveva finire divorato dalla cultura amazzonica, la quale solo grazie a questo simbolico festino cannibalesco avrebbe potuto rigenerarsi acquisendo per ingestione i germi fecondi delle avanguardie europee senza tuttavia rinunciare alla genuina eredità del mondo aborigeno.

Queste furono le paradossali teorie professate dai due de Andrade e da quel gruppo di artisti brasiliani che allora diedero vita alla Revista de Antropofagia. Mezzo secolo dopo nel medesimo, «cannibalesco» confronto tra tradizione e innovazione venne a trovarsi irretito anche il protagonista di questo romanzo scritto da Ribeiro.

Anch’egli, come Macunaima, è un eroe privo di carattere, ma a differenza del suo mitico antecedente, appartiene alla specie umana e non discende dall’Olimpo delle divinità amazzoniche. Macunaima, il personaggio creato da Mario de Andrade, era un tipico trickster, ossia un dio minore dal carattere beffardo, violento e amorale, mentre l’eroe dal triplice nome (tenente G. Carvalhal/Pitum/Orelhão) ideato da Ribeiro appartiene piuttosto alla schiera degli schlemihl: gli sciocchi e sfortunati protagonisti di tante opere letterarie, dal Woyzeck di Büchner (1837) allo Švejk di Hašek (1923). Tutti «bravi soldati», un po’ tardi di comprendonio, che inconsapevolmente vanno a cacciarsi nelle situazioni più estreme e ingarbugliate.

Senza dubbio Ribeiro, nel concepire Utopia selvagem, si rifece in modo consapevole a una tradizione preesistente e da tempo collaudata: quella composta dai racconti orali sugli sciocchi e da quelle opere letterarie che, per illustrare l’assurdità della realtà di ogni giorno, adottano il punto di vista straniante d’un soggetto ritenuto pazzo o idiota dai comprimari della fiction.

Rispetto ai suoi illustri antecedenti, il protagonista di questo romanzo possiede tuttavia un notevole vantaggio: in ogni circostanza non cessa mai di stare in ascolto degli «altri» (da qui il suo soprannome di Orelão: Orecchione) e di porre domande, sia a se stesso che a chiunque incontri sul suo cammino. A salvarlo dall’annientamento sono appunto la sua insaziabile curiosità e la sua logorroica loquacità, che solo alla fine del romanzo, di fronte all’enormità della situazione vissuta, vengono ad acquietarsi.

Poco importa che, il più delle volte, le sue domande sembrino mal poste o finiscano con l’irritare gli interlocutori. Quel che più conta è la capacità, da lui dimostrata, di non prendere mai per scontati i bizzarri mondi in cui è capitato, il suo istintivo interrogarsi su quel che un domani sarà di lui e sui destini futuri delle comunità che, suo malgrado, lo stanno ospitando. Un po’Amleto e un po’ Socrate, Pitum/Orelhão, grazie a questa sua predisposizione al saper porre (e porsi) domande, si dimostra in fin dei conti assai meno sprovveduto di quanti intorno a lui vivono in modo animalesco, seguendo ciecamente antiche tradizioni (le icamiabas/amazzoni), o di chi appare dominato da una qualsiasi ideologia, sia essa del progresso (le suore missionarie) o dell’atavismo (lo sciamano Cunhãmbebe).

E qui entra in gioco un altro fondamentale ingrediente del romanzo di Ribeiro: la sua straniante ispirazione antropologica. Accanto a un ludico, ma pienamente consapevole, radicamento nel terreno dell’intertestualità letteraria, Utopia selvagem rivisita infatti uno ad uno, con smagata ironia, anche i canoni classici della scrittura degli antropologi. In questo senso l’autore dimostra d’avere fatto tesoro delle sue giovanili esperienze di ricerca sul campo presso varie tribù amazzoniche (Kaidivéu, Kaiowàs, Terenas e Ofaié-Xavantes), da lui stesso compiute, per conto del SPILTN (Serviço de Proteção aos Índios e Localização de Trabalhadores Nacionais, organo governativo sostituito nel 1967 dal FUNAI: Fundação Nacional do Índio), una quarantina d’anni prima della stesura del romanzo, in compagnia della giovane moglie Berta Gleizer (1924 -1997). Di quell’esperienza, divenuta fondante per la sua formazione, Ribeiro ha lasciato testimonianza nei propri Diàrios Índios, che si aprono, in segno d’affettuoso omaggio, col nome della moglie, anch’ella etnologa e antropologa, dalla quale in seguito, nel 1974, egli si separerà.

La dimensione antropologica del romanzo appare evidente non solo per via della generica ambientazione del libro nel «mondo selvaggio» della foresta pluviale, ma prende corpo soprattutto nelle numerose focalizzazioni su usi, costumi e manufatti del mondo indigeno che l’autore inserisce, sempre in modo pertinente, nel tessuto narrativo rendendole parti integranti dell’incredibile vicenda vissuta da Pitum/Orelão.

Da defunzionalizzati reperti custoditi in un museo etnografico o da pedanti informazioni scientifiche racchiuse in un trattato d’antropologia, i dettagli «etnici» sparsi a piene mani da Ribeiro in questo suo romanzo riacquistano così il loro più autentico valore di cose e istituzioni intimamente connesse con la vivente realtà del mondo amazzonico. Una realtà che l’autore rappresenta senza alcun atteggiamento nostalgico, ma anzi con quel pizzico d’ironia e di comicità che s’addice a chi delle sorti di quel mondo è sinceramente partecipe, pur essendo costretto, per provenienza sociale e formazione culturale, a osservarlo da estraneo.

I Tropici di Ribeiro non sono «tristi» come quelli di Lévi-Strauss. Con l’antropologo francese l’autore brasiliano mostra di avere tuttavia più di un punto in comune: anch’egli sa interpretare infatti con scrupolo scientifico il contesto amazzonico riuscendo, attraverso il suo particolare stile giocoso e leggero ma non per questo meno sapiente, a rappresentarlo in forma artistica.

Non a caso il protagonista del suo romanzo, ambientato nella foresta pluviale, proviene anch’egli dall’esterno di quell’ambiente naturale e delle culture amazzoniche, e, forzatamente immesso in quel contesto e in quelle culture, cerca di adattarvisi per sopravvivere, apprendendo, giorno dopo giorno, cose e usanze per lui sempre nuove.

Dalla mancata presa di coscienza della separazione del mondo «civile» da quello «selvaggio» scaturiscono qui le gags meglio riuscite. I personaggi che si prefiggono d’integrare tra loro queste inconciliabili realtà, le figure ansiose di portare tra i «selvaggi» un lume di «civiltà» rivelano ben presto il lato comico, o meglio tragicomico, del loro carattere. Le due suore (appartenenti, per giunta, a due distinte religioni) che, malgrado le loro pie intenzioni, provocano con le innovazioni da esse introdotte (tra le quali l’alfabetizzazione degli adulti) il più caotico scompiglio tra i nativi, agiscono nel romanzo come una buffa coppia di clowns.

Simpatiche e pasticcione, le due missionarie si muovono tra le genti della foresta amazzonica con lo stesso garbo di un paio d’elefanti che hanno fatto irruzione in una cristalleria. Esse trovano nel malcapitato Orelhão il loro interlocutore prediletto, lo subissano di prediche che lo mandano in confusione e gli impongono, ovviamente per il bene della sua anima, rigidi divieti. Primo fra tutti quello di non accasarsi con Rixca, la giovane e bella indigena che Calibã, il capo tribù, gli aveva offerto in moglie.

Se nei suoi approcci con le amazzoni Pitum non poteva esercitare altro mezzo di conoscenza che quello carnale, con le due suore missionarie le frequentazioni di Orelhão si sviluppano invece sotto il segno della repressione sessuale. Il che dimostra, sembra ammiccare Ribeiro mandando una strizzata d’occhi al lettore, che, in ogni società, nei rapporti col gentil sesso al maschio non sono consentite che due soluzioni: l’eccesso erotico o la forzata astinenza, essendo di fatto impossibile – per le costrizioni imposte dall’ambiente – vivere una sessualità «normale».

Al fine di convincere Orelão a non sposare l’adolescente indigena, la suorina più giovane non si limita tuttavia a fare appello, con finalità repressive, ai principi della morale cristiana, ma gli sciorina in sovrappiù una colloquiale descrizione, scientificamente fondata, dell’organizzazione sociale dualistica della tribù amazzonica, scissa al proprio interno in due fratrie complementari.

Udita l’illuminante lezioncina della missionaria, il malcapitato si dichiara finalmente convinto a non prendere in moglie la fanciulla predestinatagli dal capotribù, temendo di trovarsi invischiato nell’inestricabile rete di relazioni e divieti che regolano la vita sociale e affettiva dei nativi. Il passo citato costituisce una delle migliori dimostrazioni dell’insinuante capacità di Ribeiro d’infarcire il proprio romanzo politico d’approfondimenti antropologici perfettamente funzionali ai meccanismi del racconto.

Dopo la narrazione dell’involontario peregrinare del protagonista da una tribù amazzonica all’altra, nella terza e ultima parte del romanzo verrà a compiersi un epilogo orgiastico e visionario, alieno ai parametri della logica euclidea e in netto contrasto con la burocratica perfezione di quell’oppressiva, tentacolare distopia cibernetica (la cosiddetta Utopia Borghese Multinazionale) che Ribeiro, in un capitolo che parrebbe interpolato quasi a viva forza nel libro, si è divertito ad anticipare (e, col senno di poi, occorre constatare che egli andò molto vicino al vero in questa sua parossistica previsione). In tale capitolo, a prima vista spurio, ma in realtà assolutamente necessario per la piena comprensione dell’intreccio, l’autore illustra le innumerevoli, subdole articolazioni funzionali al controllo globale della società del «mondo civile», tramite la cablatura digitale di ciascun cittadino con la mente di Prospero: un oppressivo cervello artificiale dal curioso nome shakespeariano.

Giunto il momento di scoprire, poco prima del gran finale, le carte in tavola, l’autore rivela alcune delle proprie simpatie in campo politico e in ambito artistico: egli dichiara, ad esempio, di fare il «tifo» per Fidel (Castro), che negli anni ’80 era ancora saldamente al potere nell’isola di Cuba, e invia un rauco saluto musicale con flauti indigeni alla memoria dell’amico Glauber (Rocha), il grande regista cinematografico brasiliano scomparso, a soli 42 anni d’età, nel 1981.

A parte questi espliciti richiami all’attualità del momento in cui fu composto il romanzo, Utopia selvagem sembra astrarsi del tutto dalle vicende storiche. Con la grazia fuori dal tempo e la corrosiva ironia d’un apologo di Voltaire, il testo di Ribeiro introduce i lettori in una dimensione a parte, dove – a diretto contatto con la natura – si va svolgendo il primitivo rito d’iniziazione di un riluttante, inconsapevole protagonista. Una dimensione in cui, come ha dichiarato l’autore stesso a Daniela Ferioli, la prima traduttrice in lingua italiana del romanzo:

 

“L’utopia indigena è di una bellezza indescrivibile in contrasto con il Prospero dell’antiutopia capitalistica, con la descrizione del mondo attuale, con la brutalità del mondo attuale.”

 

Eppure, a ben vedere, la morale politica di questa fiaba tropicale rimane aperta. A rivelarlo è ancora una volta la voce dell’autore in un passo, forse il più esplicito e pregnante contenuto nel romanzo, che gioverà qui sottolineare come valida indicazione per una corretta interpretazione di quest’opera:

 

“Ma, caro lettore, non pensare che perori il ritorno alla Barbarie. Lungi da me un tale sproposito. Quel che ho è un’incurabile nostalgia di un mondo che avrebbe ben potuto essere, ma che non fu, e che nemmeno so come sarebbe e che, se anche lo sapessi, non lo direi.”

 

Saudade di Ribeiro che, precorrendo di alcuni decenni il pensiero del sociologo Zygmunt Bauman, rifiuta la tentazione di cercare conforto in una consolatoria, idillica retrotopia, esprimendo, al contempo, il bisogno assoluto e l’assoluta indicibilità di ogni autentica utopia.

Utopia selvaggia Saudade dell’innocenza perduta. Una fiaba” di Darcy Ribeiro (Montes Claros – Minas Gerais 26-10-1922/ Brasilia 17-2-1997) sarà pubblicato nel mese di maggio 2019 dalla casa editrice mantovana Negretto Editore con la traduzione di Katia Zornetta.

Written by Giancorrado Barozzi

 

 

 

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Darcy Ribeiro e il romanzo utopico: la prefazione di Giancorrado Barozzi del romanzo “Utopia selvaggia”

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Oggi il blog consiglia “Il diario delle verità perdute” di Giacomo Fratini, Efesto editore. Una di quelle lettura capaci di trasportarvi in un altro luogo, in un altro tempo, alla ricerca di arcani e perduti segreti. Imperdibile!

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È il 1895 quando Bernard Valois, un giovane ed erudito prete di Marsiglia, viene trasferito ad Emile, un paese sperduto nella campagna provenzale. Superstizioni e leggende dominano le menti degli abitanti del posto che si dicono convinti dell’esistenza delle così dette”creature”, esseri demoniaci che si aggirano tra i boschi attorno al paese. Sin dal suo arrivo l’abate viene sconvolto dal susseguirsi di fatti macabri e sconcertanti che sembrano avvalorare le terrificanti storie degli abitanti. Il verificarsi di omicidi rituali, apparizioni di strane figure nell’oscurità e altri avvenimenti di presunta natura paranormale, di cui il suo diario sarà schietto testimone, portano Bernard ad investigare sui segreti di Emile. Personaggi enigmatici lo sosterranno nella ricerca della verità che proseguirà, tra imprevisti e incredibili rivelazioni, in un viaggio verso le remote sponde della Nuova Scozia. Lì sembra essere sepolta una conoscenza antica ed inestimabile che potrebbe stravolgere il passato e il futuro dell’umanità.

 

L’AUTORE

Nato a Jesi nel 1995, sin da bambino mostra una spiccata passione per la poesia risultando tra i finalisti in diversi concorsi letterari. Ottenuto il diploma scientifico comincia a scrivere come articolista per vari portali web e sul suo sito personale, pubblicando nel tempo decine di articoli su tematiche di attualità, politica e analisi sociale. Nel 2016 conclude la sua prima raccolta di poesie inedite intitolata “scorci fuggenti”. L’anno successivo si laurea in Economia e Commercio alla Politecnica delle Marche con una tesi sui legami tra esoterismo e potere politico. Attualmente frequenta il secondo anno di specialistica in Economia e Management. “Il diario della verità perduta” è il suo romanzo d’esordio.

 

Link d’acquisto: https://www.ibs.it/diario-della-verita-perduta-ricerca-libro-giacomo-fratini/e/9788833810362

Data di uscita: 10/11/2018

“Darcy Ribeiro e la Saudade ” di Alessia Mocci (Fonte http://oubliettemagazine.com/2019/02/16/le-metier-de-la-critique-darcy-ribeiro-e-la-saudade/)

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Se nossos governantes não fizerem escolas, em 20 anos faltará dinheiro para construírem presídios.”

(“Se i nostri governatori non faranno scuole, in 20 anni saranno necessari soldi per costruire le prigioni.”) ‒ Darcy Ribeiro

 

Figlio del farmacista Reginaldo Ribeiro dos Santos e dell’insegnante Josefina Augusta da Silveira, lo scrittore, antropologo, educatore ed uomo politico Darcy Ribeiro nasce il 26 ottobre del 1922 a Monte Claros (Minas Gerais in Brasile). Frequentò gli studi nella sua città natale, entrò nella facoltà di Medicina ma la abbandonò ben presto decidendo di lavorare in ambito di scienze politiche.

Si laurea nel 1946 in Sociologia con una specializzazione in etnologia presso l’Universidade de São Paulo e l’anno successivo iniziò una decennale peregrinazione nella regione del Pantanal, nelle foreste del Brasile centrale e in Amazzonia, che lo portò a convivere con alcuni popoli indigeni: i Kadiwéu, cui dedicò la sua prima monografia (Kadiwéu, 1950), ed i Kaapor. L’antropologo è tra i fondatori dell’Universidade de Brasília, di cui divenne il primo rettore, fu ministro dell’Educazione ed ebbe altri incarichi durante la presidenza di João Goulart (1961-64).

In seguito al golpe militare fu costretto all’esilio: soggiornò in America Latina (Uruguay, Venezuela, Cile e Perù), in Europa ed in Algeria. Rientrò in Brasile nel 1976, dove venne eletto vicegovernatore dello Stato di Rio de Janeiro; nel 1991 fu eletto senatore e l’anno seguente divenne membro dell’Academia brasileira de letras.

Durante il lungo periodo dell’esilio si dedicò alla progettazione di programmi di riforma ed alla composizione dei cinque volumi dei suoi Estudos de antropologia da civilização. Pubblicò il primo romanzo, “Maíra” (1976), al suo rientro in Brasile. Seguirono “O mulo” (1981), la fiaba “Utopia selvagem” (1982) ed il romanzo “Migo” (1988).

Nel 1991 seguì l’opera memorialistica “Testemunho”, nel 1995 il saggio di antropologia culturale “O povo brasileiro”, la raccolta di saggi e discorsi “Noções de coisas” (1995) ed i Diarios índios (1996). Oltre ad una ricchissima produzione saggistica si ricorda il libro autobiografico pubblicato lo stesso anno della morte “Confissões” ed il libro di poesie pubblicato postumo nel 1998 “Eros e Tanatos”.

Personalità poliedrica e indipendente, ha dato un contributo rilevante, culturale e progettuale, in ciascuno dei settori in cui ha operato. È morto il 17 febbraio 1997 all’età di 74 anni, vittima di cancro.

Nell’autobiografia scrive:

“Termino esta minha vida já exausto de viver, mas querendo mais vida, mais amor, mais saber, mais travessuras” (“Termino questa vita già sfinita dal vivere, ma voglio più vita, più amore, più conoscenza, più scherzetti”).

 

Il libro “Utopia selvaggia ‒ Saudade dell’innocenza perduta. Una fiaba” di Darcy Ribeiro sarà pubblicato nel mese di maggio 2019 dalla casa editrice mantovana Negretto Editore con la traduzione di Katia Zornetta e con prefazione di Giancorrado Barozzi.

Il termine “saudade” richiama l’epoca medioevale delle liriche dei Canzonieri galego-portoghesi scritte fra il XII d il XV secolo nelle quali ritroviamo “soydade” e “suydade” con successiva evoluzione del dittongo oi in au. Il fenomeno è insolito e ha diverse ipotesi, ha derivazione dal latino sōlĭtās, solitātis, (“solitudine”, “isolamento”) ma è da considerare la presenza di influssi da altri termini, per esempio dal verbo latino saudar (“salutare”) o da espressioni arabe suad, saudá e suaidá (“profonda tristezza”).

La Saudade va collegata esclusivamente al Portogallo e successivamente alle colonie, una parola intraducibile in altre lingue come similmente accade per spleen, flâneur e sehnsucht. Potremo definirla come una nostalgia, quasi un’aspirazione metafisica di qualcosa di intimo che conosciamo nel campo dell’intuito e che quindi esiste prima ancora di conoscerne l’esistenza. La saudade è collegata alla tradizione marinara del Portogallo che geograficamente è aperto all’oceano Atlantico.

Un senso di malinconia e solitudine che nasceva sia nei marinai che lasciavano la propria terra sia da coloro che invece restavano in patria ad attendere il ritorno. Dei canti simultanei di uomini che attraversavano il grande mare per la bramosia di scoperta e successivamente di commercio e di donne che davanti a scogliere e spiagge s’interrogavano sul possibile rimpatrio. Dunque non possiamo semplicemente tradurre saudade in nostalgia (in portoghese “nostalgia”, “falta”) o solitudine (in portoghese “solidão”) perché è una parola collegata al viaggio, al mare ed alla distanza, a quel sentimento di chi parte e di chi resta congiunto dall’aspettativa di incontro e di riapparizione.

Durante i secoli poeti e scrittori hanno cercato di dar voce a questo sentimento, di narrarlo ed esplicarlo. Giungiamo sino ai nostri giorni con Darcy Ribeiro e quel suo “Saudade dell’innocenza perduta come se questo sentire non conosciuto temporalmente fosse accreditato nella realtà grazie all’intuito. In questo modo abbiamo un duplice significato del sottotitolo della fiaba “Utopia selvaggia”, la saudade può esser riferita sia alle popolazioni indios ancora viventi nella grande Amazzonia, percependo in loro un’innocenza perduta a causa della violenta invasione dell’europeo; sia alla Penisola Iberica nel sentimento legato al ricordo di quei coloni che lasciarono la patria per trasferirsi in Brasile e di quelle generazioni successive che non hanno mai visitato la terra d’origine ma alla quale hanno sempre sentito in appartenere nel profondo.

 

“Chi siamo noi, se non siamo europei, e nemmeno siamo indios, se non una specie intermedia, tra aborigeni e spagnoli? Siamo coloro che furono disfatti in quel che eravamo, senza mai arrivare ad essere quel che saremmo stati o avremmo voluto essere. Non sapendo chi eravamo quando permanevamo innocenti in loro, inconsapevoli di noi, ancor meno sapremo chi saremo. […] Stanchi e nauseati dallo sforzo di fingere di essere chi non siamo, imparammo finalmente ad aprire gli occhi e a creare specchi per guardarci.” “Utopia selvaggia”

 

Written by Alessia Mocci

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Le métier de la critique: Darcy Ribeiro e la Saudade

“Inferno dentro” di Claudio Marcaccini, Haiku editore. A cura di Alessandra Micheli

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Il primo aggettivo che mi viene in mente, pensando a inferno dentro, è disturbante.

Nella mefistofelica intenzione del nostro geniale Marcaccini c’è quello, appunto, di sconvolgere il lettore facendogli letteralmente crollare ogni certezza.

Vedete, in generale, ma non è una regola fissa.

Chi si approccia al thriller, al noir e al giallo lo fa perché ha bisogno di “sicurezze”.

E, in fondo, la scienza applicata al più oscuro degli elementi umani, la mente, dona una certa convinzione logica che a un azione corrisponde una reazione, che è in fondo possibile isolare il male e renderlo più materialista.

Così, i veri intenti dei criminali saranno sempre oggettivi: potere, denaro, vendette, passioni frustrate, e sistemi educativi distorti.

E su questi dati raccolti, dalle scienze forensi, che si amalgamano in uno strano connubio tra scienze fisiche (medicina legale, balistica, genetica) e psicologiche e psichiatrie (profiler, criminologia, e scienze del comportamento) si può raccontare una storia che dagli abusi, da una perdita di contatto con la realtà, da una distorsione mentale ci porta alla conoscenza non solo dell’identità dell’assassino ma, sopratutto, alla causa scatenante della sua attività criminosa.

E’ per questo che amo fortemente il giallo, stuzzica e seduce il mio lato logico, quello da me più amato nascondendo quindi la mia paura per l’imprevisto e l’ignoto sotto l’azione della pura scienza.

Ma, come ho sempre raccontato nelle mie recensioni, esiste e si sviluppa nella coerente attività umana causata da motivazioni spesso grette, una sorta di lato oscuro, di motivazioni per nulla logiche, quelle che Vilfredo Pareto chiama i residui non logici delle azioni.
Ed è quello l’altro lato del male che non è scientificamente provabile chiamando in causa una tara nel DNA o una sfaticata non azione dei neuroni e delle sinapsi, ma si rivolge a quell’ammasso di eventi inspiegabili che stiamo tentando disperatamente di negare.

E cosi il male, sdoganato dalle superstizioni diviene quasi controllabile, gestibile e identificabile.

Non era questo lo spasmodico intento del buon Cesare Lombroso?

Non era la sua volontà di identificare la mela marcia onde evitarne il contagio nella società del suo tempo e in quelle future?

Il sogno di isolare come se fosse un elemento fisico il male, porta sicuramente a un avanzamento della tecnologia e delle teorie (indispensabili) ma anche a una sorta di silenzio sulle componenti esoteriche di questo lato non conosciuto dell’umana debolezza.

Il male esiste.

Ma spesso non è soltanto incentivato dalle condizioni storiche ambientali, ma per molti rappresenta una forza oscura, una parte della nostra coscienza che se non adeguatamente raccontata e nominata, diventa quasi una forza a se stante.

Ecco perché ho usato il termine esoterico, significa non teorie traballanti di magie e evocazioni varie, ma qualcosa di misterioso, di nascosto e di segreto. Ed è nella buia zona della psiche che può prosperare, svilupparsi incontrollato, divenendo alla fine una sorta di doppio che può essere quasi “toccato”.

E, infatti, la scritture sacre parlano proprio di un’energia trattenuta che diviene viva e materiale.

Non a caso lo gnosticismo parla di eggregora.

E cosa sarà mai?

Ve lo spiego perché è il vero fulcro del libro di Marcaccini: un eggregore o eggregora è una forma del pensiero emanata da più persone in grado di influenzare i loro stessi pensieri e attitudini. E se si unisce a questa strana capacità dell’uomo, la presenza di riti, di invocazioni, di esperienze estatiche di meditazione collettiva, essa diviene quasi tangibile.

Non perché il “rituale” in se abbia poteri, ma perché capace di incanalare una forza come il pensiero, cosi potente da essere stata troppo spesso sottovalutata.

Ecco la genesi di idee deliranti o di quel collante che tiene unite in uno scellerato patto uomini a formare le sette.

Si tratta di pensieri ossessivi, quasi elementari che se negativi, possono nuocere alla società comportandosi come parassiti, o larve, sottraendo energia vitale.

Vi siete mai chiesti perché a contatto con certe persone il cui pensiero è ripetitivo e quasi sempre distruttivo e caotico, vi sentite stanchi e spossati?

Nel testo inferno dentro viene perfettamente descritta questa pratica, che ha intenti e fini materiali (soldi, denaro, potere, apparenza) ma che nasconde anche un più profondo impulso distruttivo e “caotico”, con l’intento di distruggere l’originaria armonia del cosmo.

Ed ecco che accanto alla classica stesura del noir, una banale azione di smantellamento di un cartello romano della droga, si accompagna una ricerca del perché scegliere quella specifica via di ricchezza. Soldi facili intinti di morte, umiliazione dell’altro tramite l’umiliazione del femminile ( che in ogni teoria esoterica è salvifico) sottomissione della logica a istinti bassi e degradanti.

Perché?

E Marcaccini risponde introducendo in questa “normalità” un elemento che definirei non religioso ma filosofico: il diavolo.

E il diavolo qua è chiamato Satana.

E fidatevi il nome cambia tutto.

Vedete se identificate il separatore (l’etimologia diavolo significa questo) come Satana e non come Lucifero, state parlando di una precisa tendenza umana.

Il diavolo è un separatore ossia frappone una barriera tra due elementi, due modi di pensiero, due comportamenti.

Quindi bisogna capire cosa sta frammentando.

Se lo chiami Lucifero ossia portatore di luce, non fai altro che decidere cosa è giusto per l’anima umana e cosa è obsoleto. In quel caso è il ribelle colui che devasta lo status quo.

E non è un caso che molti eretici (coloro che scelgono) o anime innovatrici lo scelgano come simbolo. La luce illumina l’ignoranza e spesso le nostre certezze sono frutto di questa manipolazione.

Ma non è il nostro caso.

Qua colui che divide, il calunniatore è chiamato SATANA.

E Satan ha il significato di Nemico, di colui che si oppone a qualcosa, osteggiatore, colui che complotta contro l’altro.

E su cosa complotta?

Sull’integrità e sull’armonica formazione di un anima, perfettamente equilibrata in ogni suo lato. Persino capace di comprendere e abbracciare il dolore.

Al dolore il nostro Satan si oppone, rifiutandolo come un dolo e non come ricchezza. Definendolo erroneamente ingiustizia e mai porta. Ma oramai sappiamo che il dolore macina il nostro io, lo frantuma e lo trasforma in altro.

Il dolore ci fa affacciare su un mondo diverso da cui possiamo aspirare il paradiso.

Il dolore ci fa apprezzare la vita.

E, infatti, tutta la vicenda si svolge di fronte alla morte, considerata la fine di tutto, una perdita da non poter accettare, la distruzione dell’uomo stesso.

Perché chi ha il terrore della morte in fondo, teme la vita.

E allora tutta la vicenda si ribalta, disturba e ci mette di fronte al vero padrone del male: la nostra incapacità ad accettare l’altro lato del nostro io, quello su cui lo stesso Jung meditava.

Ed è un lato che può diventare costruttivo perché ci mette di fronte ai nostri limiti invitandoci a superarli, o distruttivo perché restiamo ingabbiati nei nostri limiti.

E in questo caso è la fede in un dio più completo, più reale di quello propinatoci dalla esegesi religiosa: Dio è solo amore.

E solo accettazione, è solo comprensione che, nonostante siamo fatti di bene e male, quel male non dobbiamo temerlo, ucciderlo, ma soltanto integrarlo dentro di noi, abbracciandolo.

Ecco che dal noir si passa alla filosofia più complessa e al tempo stesso necessaria: conoscere noi stessi per essere davvero liberi.

Io vi invito a leggere questo piccolo capolavoro, lasciare che vi sconvolga, vi infastidisca, ma al tempo stesso vi seduca.

Perché quando vi troverete davanti al nostro doppio, siate capaci di integrarlo di nuovo dentro di voi.

E ritornare ad ottenere quell’armonia di un tempo, prima del nostro peccato di presunzione.

ho conosciuto il dolore
e l’ho preso a colpi di canzoni e parole
per farlo tremare,
per farlo impallidire,
per farlo tornare all’angolo,
cosi pieno di botte,
cosi massacrato stordito imballato…
cosi sputtanato che al segnale del gong
saltò fuori dal ring e non si fece mai più
mai più vedere
Poi l’ho fermato in un bar,
che neanche lo conosceva la gente;
l’ho fermato per dirgli:
“Con me non puoi niente!”
Ho conosciuto il dolore
e ho avuto pietà di lui,
della sua solitudine,
delle sue dita da ragno
di essere condannato al suo mestiere
condannato al suo dolore;
l’ho guardato negli occhi,
che sono voragini e strappi
di sogni infranti: respiri interrotti..

Hai fatto di tutto
per disarmarmi la vita
e non sai, non puoi sapere
che mi passi come un’ombra sottile sfiorente,
appena-appena toccante,
e non hai vie d’uscita
perché, nel cuore appreso,
in questo attendere
anche in un solo attimo,
l’emozione di amici che partono,
figli che nascono,
sogni che corrono nel mio presente,
io sono vivo
e tu, mio dolore,
non conti un cazzo di niente