“Inferno dentro” di Claudio Marcaccini, Haiku editore. A cura di Alessandra Micheli

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Il primo aggettivo che mi viene in mente, pensando a inferno dentro, è disturbante.

Nella mefistofelica intenzione del nostro geniale Marcaccini c’è quello, appunto, di sconvolgere il lettore facendogli letteralmente crollare ogni certezza.

Vedete, in generale, ma non è una regola fissa.

Chi si approccia al thriller, al noir e al giallo lo fa perché ha bisogno di “sicurezze”.

E, in fondo, la scienza applicata al più oscuro degli elementi umani, la mente, dona una certa convinzione logica che a un azione corrisponde una reazione, che è in fondo possibile isolare il male e renderlo più materialista.

Così, i veri intenti dei criminali saranno sempre oggettivi: potere, denaro, vendette, passioni frustrate, e sistemi educativi distorti.

E su questi dati raccolti, dalle scienze forensi, che si amalgamano in uno strano connubio tra scienze fisiche (medicina legale, balistica, genetica) e psicologiche e psichiatrie (profiler, criminologia, e scienze del comportamento) si può raccontare una storia che dagli abusi, da una perdita di contatto con la realtà, da una distorsione mentale ci porta alla conoscenza non solo dell’identità dell’assassino ma, sopratutto, alla causa scatenante della sua attività criminosa.

E’ per questo che amo fortemente il giallo, stuzzica e seduce il mio lato logico, quello da me più amato nascondendo quindi la mia paura per l’imprevisto e l’ignoto sotto l’azione della pura scienza.

Ma, come ho sempre raccontato nelle mie recensioni, esiste e si sviluppa nella coerente attività umana causata da motivazioni spesso grette, una sorta di lato oscuro, di motivazioni per nulla logiche, quelle che Vilfredo Pareto chiama i residui non logici delle azioni.
Ed è quello l’altro lato del male che non è scientificamente provabile chiamando in causa una tara nel DNA o una sfaticata non azione dei neuroni e delle sinapsi, ma si rivolge a quell’ammasso di eventi inspiegabili che stiamo tentando disperatamente di negare.

E cosi il male, sdoganato dalle superstizioni diviene quasi controllabile, gestibile e identificabile.

Non era questo lo spasmodico intento del buon Cesare Lombroso?

Non era la sua volontà di identificare la mela marcia onde evitarne il contagio nella società del suo tempo e in quelle future?

Il sogno di isolare come se fosse un elemento fisico il male, porta sicuramente a un avanzamento della tecnologia e delle teorie (indispensabili) ma anche a una sorta di silenzio sulle componenti esoteriche di questo lato non conosciuto dell’umana debolezza.

Il male esiste.

Ma spesso non è soltanto incentivato dalle condizioni storiche ambientali, ma per molti rappresenta una forza oscura, una parte della nostra coscienza che se non adeguatamente raccontata e nominata, diventa quasi una forza a se stante.

Ecco perché ho usato il termine esoterico, significa non teorie traballanti di magie e evocazioni varie, ma qualcosa di misterioso, di nascosto e di segreto. Ed è nella buia zona della psiche che può prosperare, svilupparsi incontrollato, divenendo alla fine una sorta di doppio che può essere quasi “toccato”.

E, infatti, la scritture sacre parlano proprio di un’energia trattenuta che diviene viva e materiale.

Non a caso lo gnosticismo parla di eggregora.

E cosa sarà mai?

Ve lo spiego perché è il vero fulcro del libro di Marcaccini: un eggregore o eggregora è una forma del pensiero emanata da più persone in grado di influenzare i loro stessi pensieri e attitudini. E se si unisce a questa strana capacità dell’uomo, la presenza di riti, di invocazioni, di esperienze estatiche di meditazione collettiva, essa diviene quasi tangibile.

Non perché il “rituale” in se abbia poteri, ma perché capace di incanalare una forza come il pensiero, cosi potente da essere stata troppo spesso sottovalutata.

Ecco la genesi di idee deliranti o di quel collante che tiene unite in uno scellerato patto uomini a formare le sette.

Si tratta di pensieri ossessivi, quasi elementari che se negativi, possono nuocere alla società comportandosi come parassiti, o larve, sottraendo energia vitale.

Vi siete mai chiesti perché a contatto con certe persone il cui pensiero è ripetitivo e quasi sempre distruttivo e caotico, vi sentite stanchi e spossati?

Nel testo inferno dentro viene perfettamente descritta questa pratica, che ha intenti e fini materiali (soldi, denaro, potere, apparenza) ma che nasconde anche un più profondo impulso distruttivo e “caotico”, con l’intento di distruggere l’originaria armonia del cosmo.

Ed ecco che accanto alla classica stesura del noir, una banale azione di smantellamento di un cartello romano della droga, si accompagna una ricerca del perché scegliere quella specifica via di ricchezza. Soldi facili intinti di morte, umiliazione dell’altro tramite l’umiliazione del femminile ( che in ogni teoria esoterica è salvifico) sottomissione della logica a istinti bassi e degradanti.

Perché?

E Marcaccini risponde introducendo in questa “normalità” un elemento che definirei non religioso ma filosofico: il diavolo.

E il diavolo qua è chiamato Satana.

E fidatevi il nome cambia tutto.

Vedete se identificate il separatore (l’etimologia diavolo significa questo) come Satana e non come Lucifero, state parlando di una precisa tendenza umana.

Il diavolo è un separatore ossia frappone una barriera tra due elementi, due modi di pensiero, due comportamenti.

Quindi bisogna capire cosa sta frammentando.

Se lo chiami Lucifero ossia portatore di luce, non fai altro che decidere cosa è giusto per l’anima umana e cosa è obsoleto. In quel caso è il ribelle colui che devasta lo status quo.

E non è un caso che molti eretici (coloro che scelgono) o anime innovatrici lo scelgano come simbolo. La luce illumina l’ignoranza e spesso le nostre certezze sono frutto di questa manipolazione.

Ma non è il nostro caso.

Qua colui che divide, il calunniatore è chiamato SATANA.

E Satan ha il significato di Nemico, di colui che si oppone a qualcosa, osteggiatore, colui che complotta contro l’altro.

E su cosa complotta?

Sull’integrità e sull’armonica formazione di un anima, perfettamente equilibrata in ogni suo lato. Persino capace di comprendere e abbracciare il dolore.

Al dolore il nostro Satan si oppone, rifiutandolo come un dolo e non come ricchezza. Definendolo erroneamente ingiustizia e mai porta. Ma oramai sappiamo che il dolore macina il nostro io, lo frantuma e lo trasforma in altro.

Il dolore ci fa affacciare su un mondo diverso da cui possiamo aspirare il paradiso.

Il dolore ci fa apprezzare la vita.

E, infatti, tutta la vicenda si svolge di fronte alla morte, considerata la fine di tutto, una perdita da non poter accettare, la distruzione dell’uomo stesso.

Perché chi ha il terrore della morte in fondo, teme la vita.

E allora tutta la vicenda si ribalta, disturba e ci mette di fronte al vero padrone del male: la nostra incapacità ad accettare l’altro lato del nostro io, quello su cui lo stesso Jung meditava.

Ed è un lato che può diventare costruttivo perché ci mette di fronte ai nostri limiti invitandoci a superarli, o distruttivo perché restiamo ingabbiati nei nostri limiti.

E in questo caso è la fede in un dio più completo, più reale di quello propinatoci dalla esegesi religiosa: Dio è solo amore.

E solo accettazione, è solo comprensione che, nonostante siamo fatti di bene e male, quel male non dobbiamo temerlo, ucciderlo, ma soltanto integrarlo dentro di noi, abbracciandolo.

Ecco che dal noir si passa alla filosofia più complessa e al tempo stesso necessaria: conoscere noi stessi per essere davvero liberi.

Io vi invito a leggere questo piccolo capolavoro, lasciare che vi sconvolga, vi infastidisca, ma al tempo stesso vi seduca.

Perché quando vi troverete davanti al nostro doppio, siate capaci di integrarlo di nuovo dentro di voi.

E ritornare ad ottenere quell’armonia di un tempo, prima del nostro peccato di presunzione.

ho conosciuto il dolore
e l’ho preso a colpi di canzoni e parole
per farlo tremare,
per farlo impallidire,
per farlo tornare all’angolo,
cosi pieno di botte,
cosi massacrato stordito imballato…
cosi sputtanato che al segnale del gong
saltò fuori dal ring e non si fece mai più
mai più vedere
Poi l’ho fermato in un bar,
che neanche lo conosceva la gente;
l’ho fermato per dirgli:
“Con me non puoi niente!”
Ho conosciuto il dolore
e ho avuto pietà di lui,
della sua solitudine,
delle sue dita da ragno
di essere condannato al suo mestiere
condannato al suo dolore;
l’ho guardato negli occhi,
che sono voragini e strappi
di sogni infranti: respiri interrotti..

Hai fatto di tutto
per disarmarmi la vita
e non sai, non puoi sapere
che mi passi come un’ombra sottile sfiorente,
appena-appena toccante,
e non hai vie d’uscita
perché, nel cuore appreso,
in questo attendere
anche in un solo attimo,
l’emozione di amici che partono,
figli che nascono,
sogni che corrono nel mio presente,
io sono vivo
e tu, mio dolore,
non conti un cazzo di niente

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