“Venere ericina” di Concetta Amato, Albatros editore. A cura di Alessandra Micheli

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Prologo.

So che questa recensione indignerà a creerà scompigli.

So che causerà molti colpi apoplettici ai tanti, probi e pii lettori e recensori, impegnati nell’ardua lotta contro la democratizzazione della letteratura.

E ahimè sarà per me un dolore indicibile (scherzo chissenefrega) perdermi i tanti validi supporter ma sicuramente troverò consolazione nei vostri utili e illuminanti commenti.

Sono sicura che ce ne saranno a iosa.

E ovviamente il libro sarà demonizzato, tacciato di blasfemia verso l’arte perché frutto di una produzione che i più ritengono abominevole.

Eh si miei veri lettori.

Oramai il libro non conta più.

Contano tanti altri fattori ( a mio parere inutili) contano i pregiudizi, contano le convinzioni dei guru di turno, contano i canoni del nuovo perduto millennio!

Peccato che io sono vintage, come mi definiscono, e ancora giudico un libro dopo averlo letto.

Eh lo so, sono antica e sorpassata, ma ancora mi disinteresso delle modalità di pubblicazione.

Mi interessa il contenuto, il messaggio, e sopratutto so leggere.

Peccato per voi, quindi, che Concetta Amato abbia scritto un libro suadente, forse imperfetto, ma stranamente perfetto, divertente a tratti, grazie a una sua ironia molto delicata e di classe dal sapore nostalgico che non fa che accarezzare le mie memorie da vecchia signora.

E sorseggiando il mio tè mi accingo a raccontarvelo, avvertendovi che dietro la dolcezza si nasconde il dramma, che dietro la rosa fulgente esistono spine, vermi, e parassiti.

E solo i coraggiosi, i veri amanti del libro, se ne fregheranno delle trite stronzate e guarderanno il libro e soltanto il libro.

Io ci spero.

Ma se osi non fosse, prendo in prestito le parole del mio amato Montalbano: non rompete i gabbasisi.

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La bellezza salva.

E’ vero.

Ma a volte può essere la strada che ci porta dritto all’abisso.

E questo avviene quando l’estetica non è considerata unita all’anteriorità ma solo un involucro divenuto via per la soddisfazione di bisogni primari.

Allora è solo apparenza che poco ha da spartire con la sostanza.

Venere Ericina ci racconta la vita, semplice, genuina e piena di calore umano di una giovane siciliana Annachiara. E’ una ragazza dalla sensibilità spiccata, da una bellezza interiore che abbaglia che rapisce e conquista. Vive con una spontaneità i rapporti umani, colora la sua esistenza di felicità minime, quotidiana, tra arte e amicizia, quella vera, capace di fare delle differenze un arricchimento. Ed ecco che questa bellissima rosa, una divinità a prescindere dai canoni estetici viene premiata dall’olimpo di un’apparenza strabiliante: lei è l’incarnazione della Venera, la dea che maggiormente simboleggia ciò che di perfetto ha il creato.

E la perfezione non è soltanto nei colori, ma in quell’anima che si riversa nei tratti, negli occhi che brillano, nei modi aggraziati, insomma è l’interno che balugina all’esterno.

Ma il mondo spesso insoddisfatto, alla continua ricerca di strani stimoli,alla continua corsa vero l’acme di ogni emozione, senza accontentarsi della semplicità ma rincorrendo le luci stroboscopiche del palcoscenico chiamato vita, la rinchiude in un’etichetta che non le appartiene: la bella del paese. E questa “meraviglia” incarnata diviene oggetto di desiderio.

Diviene quasi un lasciapassare per una sorta di vanesio piacere, di ornamento per il proprio status sociale.

Fino a interessare una casta, ambigua poco pulita rispetto alle sensazioni che comunica la comitiva sana, dissacrante ma pura dei suoi amici, presi dai timori adolescenziali, dai loro voli pindarici, da quelle filosofie che forse a voi giovani risuoneranno strane ma che alla mia ahimè perduta generazione erano familiari.

La fame di dio, la società, i sogni rivoluzionari, quella voglia di esprimere e capire il proprio potenziale anche al di fuori delle grette convenzioni sociali, dei limitanti schemi educativi, quegli afflati di immenso che la scuola ci forniva con i libri, con la musica, con quegli ideali cosi accennati, cosi soffusi e cosi acerbi, che però ci rendevano “speranza” per un mondo ingobbito e assuefatto alla banalità, risuonano nei racconti della brava Concetta amato.

E mi ricordano i nostri discorsi filosofici, riuniti e estasiati dalle mille opportunità della vita, davanti a un fuoco, una chitarra, un sogno e un’amore appena sbocciato. E i poeti che ci facevano da contorno, il nostro non era Catullo ma Baudelaire, Pasolini con il sui pianto della scavatrice, Hikmet l’eterno esiliato, o Machedo con la sua passione rivoluzionaria.

Ma li riconosco quei ragazzi nei volti oramai lontani dei miei compagni di illusioni…

Ma il contrasto con un mondo dedito ai vizi, alla convinzione che essere maturi equivale a godere dei beni terreni e non nutrirsi di sogni, si fa stridente.

E Annachiara diviene il mezzo per un riscatto bagnato di sangue. A contatto con un male che inquina la nostra eroina cambia.

E cambia con una sofferenza intensa, perdendo quel ovattato mondo di purezza e di semplicità e scontrandosi con le perversioni umane, che anche in quel paesino bagnato da mare, soffuso di odori di erbe mediterranee si affaccia.

Ed è sempre quello scellerato patto con l’oscuro signore a rovinare scenari idilliaci, decidere di fagocitare le anime belle, e immaginare un mondo improntato al caso e alla distruzione.

Un libro di emozioni, ma anche di profondi moniti: per crescere bisogna restare integri anche di fronte alla tangibilità della violenza, di fronte alla realtà del peccato e di fronte alla brutalità umana.

Possiamo vacillare, sentirci sporcati, ma bisogna tenere strette le proprie potenzialità che odorano di salsedine, di sole e di vento, cosi come fa la nostra Annachiara.

 

 

 

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