“L’eremo del deserto” di Francesco Grimandi. A cura di Alessandra Micheli

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Il sogno di cambiare la storia, quell’illusione di poter incidere su uno solo dei meccanismi di quel marchingegno preciso che è il nostro cosmo, è qualcosa che da sempre ha stuzzicato la fantasia degli uomini.

Perché molto spesso la partita tra vincitori e vinti è giocata davvero all’ultimo momento: un piccolo atto incomprensibile che rivela i suoi frutti nel nostro presente, una piccola bugia che in realtà fonda e mantiene intatti imperi e egemonie, ideali e religioni.

Quel granitico conglomerato che oggi chiamiamo cristianesimo di stampo romano, non è altro che, per molti, un semplice errore di traduzione: messia in quanto redentore, come i mille dei salvifici di un umanità perduta che solcarono il fecondo suolo dell’oriente.

Religioni misteriche adombrate e incoronate dal segreto iniziatico, dall’incanto e dall’azione divina energie che si materializzavano in un mondo abituato, ma per questo mai dissuaso, che esistesse la magia.

Tempo fa, ebbi l’onore di presentare un libro che sconvolse e agghiacciò gli astanti, rendendo le loro certezze friabili come una roccia calcarea: “La Maddalena, storia di una religione inventata”.

Per me i concetti espressi dal testo, non erano una novità.

Da tempo mi confrontavo con le teorie degli studiosi che raccontavano una diversa versione della vincita del cristianesimo, meno agiografica ma sicuramente più interessante. Il cristianesimo non fu che un insieme di opportunità, una commistione di idee diverse, una volontà di rinnovare e di scuotere un mondo sull’orlo del disastro che portò alcuni a recidere i legami tra la nascente fede e l’antico ebraismo.

Storia di ieri quella della non volontà dello stato di Israele di chinare il capo verso i loro oppressori.

Entrambi portatori di due visioni della vita cosi opposte da essere inconciliabili, incapaci di trovare un vero compromesso un vero punto di incontro ma destinate e inglobarsi a vicenda, una sopraffacendo l’altra.

Pragmatismo e fede cieca dimostrarono, già nei tempi lontani, la loro naturale inconciliabilità, decidendo cosi le sorti dei secoli a venire, dove il dominante raramente, se non in alcuni casi, riuscì a prendere nozioni e a rispettare il dominato.

Tranne forse nell’esperimento della Linguadoca, laddove sembra, secondo un libro interessante la Leggenda aurea, ebbero riparo e ristoro gli esuli della disfatta del sogno ebraico, quello di tornare agli antichi fasti narrati dal vecchi testamento.

Gesù, nella loro concezione non fu quindi un redentore nel senso orientale del termine.

Non si dedicava a redimere un’umanità caduta nell’errore, cosi come sosteneva il mitraismo e la religione di Zoroastro, era piuttosto un vero Messiah erede al sacro trono di Israele erede del lascito dei grandi re della casata di Davide destinato a portare non pace ma spada, capace di abbeverarsi al sangue del nemico e da quell’olocausto, per far nascere un vero impero, possente ed eterno.

Il sogno si avverò con protagonisti diversi che presentarono l’idea del re sacerdote, per dominare coscienze, società e menti dei loro seguaci, dei loro “sottoposti” dei loro sudditi.

E fu un errore, un uomo deciso a mantenere intatta la nuova setta, cosi fu definita dai romani il nascente cristianesimo, liberandolo dalla pesante eredità giudaica, fatta di sanguinarie ribellioni, una scia di morti agghiaccianti e di una serie di elitarie promesse.

Il popolo eletto era ora quello battezzato e avvinto all’esempio della croce, non più strumento di tortura ma riparazione di torti non materiali ma spirituali.

Capite bene che un idea del genere aveva conseguenze straordinarie.

Una era quella di far partecipare, per la prima volta ai sacri riti di stampo davidico, anche i gentili e impiantare su essi un concetto mutuato dalle religioni misteriche d’oriente, meno pragmatiche e più esoteriche.

Il secondo fu che staccare la religione e quindi il legame tra politica e spiritualità, rendeva gli uomini più malleabili e poteva aprire nuovi scenari di conquista, di potere e di privilegi.

Ed è qua che si apre il libro eccelso e perfettamente documentato di Grimaldi L’eremo del deserto, raccogliendo in se tutte le conseguenze della “religione inventata”.

Essa, ce lo racconta l’autore, fu anche e sopratutto strumento di comando; i sacerdoti si dedicarono a atti di conquistare politica più che alla cura dell’anima, usando la concezione di popolo eletto del passato impero ebraico e aggiungendo la loro sacralità di vicari di cristo in terra.

Gesù che con il suo sacrifico non più considerato anatema e abominio, innalzò l’uomo da semplice mortale a una sorta di semidio, partecipe tramite la transustanziazione, della divinità materiale di dio incarnatosi nel suo figlio.

Tramite la complicata cerimonia della comunione, ogni servitore di dio divenne al tempo stesso capo del gregge.

E di quel gregge, ovviamente, poteva farne ciò che voleva.

Ecco che il sogno di uno sparuto manipolo di arditi uomini, alimentati sia dalla mistica islamica sia alle idee più radicali ossia quelle dei bogomili e degli gnostici, cercarono tramite lo svelamento dell’inganno di Saulo di Tarso, di creare un mondo diverso, in cui la regalità fosse emblema non di potere terreno ma immagine del cielo.

Il regnante doveva garantire la giustizia, l’armonia, la comunione di ogni uomo, concetto che richiama l’amore di Grimandi e mio dei concetti regali egizi, ossia quella Maat che era garanzia di un potere controllato e non esclusivo del regnante.

Qualora un re, un imperatore o un rappresentante politico, tenti di violare o violi i codici fondamentali, mutuati dal cielo, allora il popolo sarebbe stato libero di ribellarsi contro il sovrano.

Che si chiami imperatore o semplicemente papa.

In questo testo ci sono riferimenti precisi, quindi, a delle correnti eretiche con cui il cattolicesimo e il cristianesimo tutto ha dovuto fare i conti: lo gnosticismo che contrastava apertamente i canoni della neonata religione, e quella corrente che faceva capo ai veri depositari della missione di Cristo o come preferisco chiamarlo io Yoshua: i desposyni, eredi forse delle tradizioni essene.

Ecco che vengono citati i loro oggetti più sacri, rotoli veramente esistenti che raccontano una strana storia, diversa da quella conosciuta chiamati i rotoli di Qumran.

Ovviamente, nel testo essi sono diversi dalla loro reale natura, sono più romanzati, ma sicuramente entrambi raccontano una figura del messia molto diversa, più autentica, mano irreale e evanescente, profondamente imbevuta e formata dalle reali condizioni socio economiche e politiche dell’epoca.

Questi si intrecciano e si intersecano con altri documenti essenziali che sono i vangeli gnostici anch’essi fonte interessante a fondamentale per capire l’evoluzione della religione più venerata. Questi documenti, reali, divengono nel testo, spunto di una acuta riflessione sul potere e sulla capacità della storia scritta dai vincitori di occultate la realtà materiale di ogni accadimento. Cosi i vangeli sono considerati l’unica fonte diretta dell’esperienza crtistica, anche se oramai sappiamo che non sono stati scritti dagli apostoli. E diviene quasi oscurata l’esistenza di una tradizione antecedente a tali documenti, tra l’altro rimaneggiati che fa capo, secondo alcuni, a una vera tradizione orale, quindi difficile da analizzare per ritrovare la sua origine, e per altri risalente a un documento unico, fondamentale e originale, forse scritto direttamente da uno dei testimoni degli accadimenti chiamato vangelo Q.

Ecco che la scoperta della “bugia” di San Paolo, potrebbe avere ancoraggi una valenza distruttiva epocale, lacerando non solo i privilegi di molti ma sopratutto distruggendo la nostra percezione del passato, del futuro e del presente. Il libro controverso di Dan Brown lo ha dimostrato: basta un solo sospetto per minacciare l’impalcatura di potere dietro la quale si nasconde la chiesa cattolica.

Ma la mia domanda alla fine di un libro cosi coinvolgente e accattivante, capace di fungere da porta coeli e portarmi direttamente in quell’eremo, funestato da atti indicibili e da uomini coraggiosi e con una fede pura e salda, è : serve davvero distruggere le credenze del popolo?

Serve davvero raccontare la realtà, quando questi racconti, veritieri o non, hanno stimolato uomini straordinari a portare una luce nel mondo?

Forse senza i vangeli non avremmo avuto Don Bosco, San Francesco, San Vincenzo da Paoli, Don Milani, il grande papa Giovanni XXIII e tanti giovani audaci sacerdoti capaci di raccogliere i lamenti dei tanti esclusi del mondo.

Non avremmo avuto la bellezza della teologia della liberazione, o piccoli grandi gesti nati da una fede semplice, autentica e sentita.

No.

Credo che per battere il potere tentacolare che tutto sporca e inquina, la fede serva.

Non importa se cristo è esistito o no.

Se è morto in croce e davvero risorto.

Importa che questo abbia suscitato atti di estremo coraggio.

Perché a volte la ricerca della verità, la voglia di distruggere un nemico, non fa altro che servirsi di atti contro la vita e contro il bene supremo.

E il libro ce lo dimostra, vincente non è chi conosce il segreto dei rotoli a chi davanti la disastro e alla morte non si tira indietro e scava a mani nude per salvare una vita nata e donata da un dio che si è sacrificato per noi.

Ed è questo, l’esempio che può rinnovare, oggi, la chiesa e il mondo.

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