“End of the road bar” di Daniele Batella, Dark Zone editore. A cura di Alessandra Micheli

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Scrivo questa recensione ascoltando gli Eagles, con Hotel California.

Ecco questa melodia, tanto contestata ( molti esorcicci…ops esorcisti che la considerano un inno satanico) è secondo il mio misero, assurdo parere, la base giusta per leggere The Road of end bar.

E, infatti, l’ho letto di un fiato mentre in testa risuonavano le parole ossessive “benvenuto all’hotel California”.

Lei stava sulla soglia della porta
io sentì le campane della missione
e pensavo tra me e me
“questo potrebbe essere il paradiso o potrebbe essere l’inferno”

poi lei accese una candela e mi mostrò la strada
si udivano delle voci nei corridoi
ho creduto di averle sentite dire

Benvenuto all’Hotel California
un posto così amabile (un posto così amabile)
un volto così amabile
ci sono tante camere all’Hotel California
in ogni momento dell’anno (in ogni momento dell’anno)

puoi trovarne una qui

Eagles

E al pari dell’end of the road bar, entrambi sono posti di confine tanto immaginari quanto reali, posti in cui chi ha perduto tutto, chi è sull’orlo dell’abisso o al capolinea, deve per forza visitare.

E’ il momento della confessione, quando le stelle sembrano meno luminose e il nero manto copre la nostra, anzi la vergogna della società.

Ed è quella la vera protagonista dei racconti, abile Burattinaio Societario che muove i fili, fino a scegliere le persone speciali, quelle dotate di una sensibilità straordinaria, facendoli divorare dal vuoto, dalla negazione del sé, dalla convenzioni, da ciò che è giusto.

E’ questo mostro che costringe alcuni a andare a bere qualcosa all’end of the road bar, per poi farsi ospitare da un oscuro portiere all’Hotel California.

E lì racconti o rivivi tutto il tuo percorso, chiedendoti se lo ha scelto tu o se qualcuno di beffardo ti ha spinto.

E’ il male?

E’ Satana o il destino?

Sono coincidenze?

No,

E’ la società distrutta che cerca di spezzettare e annichilire le anime forti, quelle brillanti, fatte e intessute di magici unici fili.

E se l’atto violento sembra il filo conduttore, e il road the end bar sembra il purgatorio necessario all’espiazione, io credo che la barista Penny sia qualcos’altro, qualcosa di più oscuro e seducente: è la voce della nostra coscienza che ci mostra la società l’educazione che ci affanniamo a sostenere.

E cosa vediamo?

Persone a cui l’innocenza e i sogni vengono strappati dalla brutalità di una finta conquista e di una sopraffazione che ha il sapore amaro della sconfitta perché possiamo berciare quanto ci pare, ma un paese che per essere e per esistere deve distruggerne un altro, deve trovare il nemico o uscire dal confronto non cambiato ma vincente e spavaldo è un paese che ha perso.

In partenza.

Uno stato che nella distruzione emerge è uno stato fantasma, che trascina tutti con se in questa atroce morte.

E non è il posto dell’opportunità, ma l’inferno che chiede il pagamento del prezzo peggiore che ci sia: la tua anima. E se hai fortuna, quella di guardare il passato e distruggerlo, forse l’amore lo trovi davvero.

Ma dentro di te.

E poi nell’altro.

E che dire della nostra perfetta concezione di giusto e sbagliato?

Siamo qua tronfi e certi che la divisione tra lecito e illecito sia netta, ma sopratutto supportata dalla dicotomia normalità/ anormalità. Tanto da costringere dei ragazzi a sentirsi sporchi solo perché per loro l’amore ha un altro volto e un altro odore.

E credetemi chi nega se stesso per essere accettato o peggio per non essere bullizzato, ucciso, deriso, è già mezzo morto.

In questo caso Penny sorride e ci mostra il baratto: la nostra anima.

Baratta il tuo potenziale con la normalità.

E’ un ottimo affare non te ne pentirai mai.

Certo a volte violentare se stessi magari crea un po’ di rabbia, ma alla fine se la manifesti è meglio: il potere finalmente può controllarti e ti ha preso.

E cosa dire di una società che rende materiale anche il sacro?

Basta vendere la conoscenza del futuro, usare antichi mezzi di divinazione, ricchi di saggezza millenaria per poter estorcere i soldi ai poveri coglioni spesi in questa valle di lacrime.

Dai cosa ti costa?

Un assegno e tutto il mondo numinoso ti schiude le porte: siamo eletti è giusto prendersi ciò che ci spetta: il baratto?

La magia.

Quella che davvero rendeva incantato IL MONDO.

Cosa te ne fai?

Un po’ di euro e puoi comprarti un capo di marca.

E sostituisce immaginazione.

Continuo?

Penny non rinuncia a farci male.

E ecco il suo numero migliore.

Decidere la tua identità e non parlo solo di quella morale, etica ma anche sessuale.

Mica vorrai essere un invertito?

Mica vorrai sovvertire il giusto ordine della natura?

Ma tu tronfio sapientone la natura la conosci davvero?

Sai quando figliano le camozze?

E conti tu il parto delle cerve?

No.

Hai solo bisogno di distruggere gli altri, perché ti accompagnino nella discesa. Un uomo diverso, felice, realizzato, che possa spandere in questo mondo stantio creatività, meraviglia non va tollerato.

Siamo servi non padroni.

Siamo comparse non protagonisti, siamo oggetti non persone.

Vieni da noi.

Il tuo baratto?

La dignità.

E insozzare le anime che si coniugano a dio è il lazzo migliore di questi zombie cosi spaventati dalla realtà da costruirsene una pret a porter, dividendo tutto i caste, in razze, in generi sessuali, in schieramenti.

O con noi o senza di noi.

Perché se ti unisci al cielo e al vero volto di dio, sei libero.

E qua la libertà non è accettata, fa paura, danneggia il sistema di privilegi.

Se tu sei libero, felice, soddisfatto, creativo, in pace con te stesso, vicino al cielo come posso io prometterti in cambio della tua obbedienza, la vera salvezza?

Tu sei esempio.

E l’esempio è troppo lontano per essere raggiunto, è la strada verso il paradiso. Cosi il suono triste, cupo quasi angoscioso, il grido di rabbia di Hotel California, sfuma nella bellissima Starway to heaven.

E mi chiedo se nonostante l’angoscia di chi entra guidato da chissà quale angelo in the end of road bar, non sia perché cerca la salvezza.

Perché raccontare, liberarsi del passato ingombrante non sia l’unico mezzo per perdonare se stessi.

Anche se non siamo stati noi a scrivere la storia, anche se la violenza ci è caduta dall’alto, forse per metterci alla prova, forse per dirci che solo chi conosce l’abisso il capolinea sarà davvero salvo.

Sapete io non credo che i redenti siano perfetti.

Io credo che il santo sia quello che è caduto, che ha ferito, ucciso, urlato contro il cielo e bestemmiato dio, ma che ne è uscito forse più puro di prima.

Sia quello che in quel baratro ha scoperto di avere ali per volare.

Sono certa che gli angeli non siano quei putti irreali, incontaminati, idillici dei biglietti di natale.

Io credo che gli angeli bevano whisky, siano abbracciati alla chitarra e servano da bere all’end of the road bar.

Siamo persone che quella strada per il paradiso, la percorrono pieni di cicatrici mai del tutto rimarginate.

E per questo dolore mai sopito riconoscono nell’uomo un loro simile.

Io al capolinea mi ci sono trovata tante volte.

Sono entrata nei posti peggiori, piena di rabbia urlando al cielo.

Sono stata nelle notti più cupe a sanguinare in un angolo.

A raccontare le mie storie di dolore.

E a volte questo dolore mi ha fatto quasi impazzire.

Ma fidatevi.

Ho avuto la mia Penny accanto.

Non diceva nulla, lasciava che il cuore spurgasse il suo veleno.

E io brillavo, brillavo come un pazzo diamante.

Leggere Batella non è solo emozione.

E’ musica, quella che ha accompagnato me lungo la strada, in cerca di quell’orizzonte illuminato dal sole, magari con una chitarra immaginaria a urlare le sue note.

Le sue canzoni.

E un capolavoro è cosi, un racconto pieno di magia, inframmezzato da note che risuonano alle orecchie e che tu canti a squarciagola, perché in fondo non ti arrendi mai.

Perché una volta entrati in the end of the road bar, capisci che sei bello nonostante l’orrore.

Ricordi quando eri giovane,

brillavi come il sole

continua a risplendere pazzo diamante.

ora c’è uno sguardo nei tuoi occhi,

come buchi neri nel cielo

Continua a risplendere pazzo diamante.

Sei stato preso nel fuoco incrociato

dell’infanzia e della fama

soffiato dalla brezza d’acciaio.

Vieni, oggetto di risate lontane

  vieni, straniero, leggenda,

martire e risplendi!

Pink Floid

Post scrittum.

Prima di concludere, per tutti coloro che si chiederanno della tecnica di Davide, vi illumino.

Il libro è una sorta di viaggio verso l’interiorità, di un io ingabbiato nei propri errori. E deve comunicare l’angoscia di chi non affrontando il suo junghiano lato oscuro e si trova al capolinea della sua vita e del suo percorso.

E per decidere la strada da percorrere, deve poter liberare il nero in lui.

Beh Daniele ce lo fa capire usando una figura retorica, l’anafora.

Se non sapete che è, per la divinità, cercatela su wikipedia.

E quindi voi che lo leggerete non dovrete solo emozionarvi come me.

Ma anche imparare dalla pregiata arte di un ragazzo favoloso.

Perché questo libro supererà i secoli.

E per questo merita riveriti inchini.

Prima di giudicare, imparate a conoscere.

 Se non la letteratura, almeno l’italiano.

 

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