Oggi il blog è lieto di consigliarvi un altro grande libro scritto da due mani, indimenticabile e intenso “Dio e il cinema” di Antonio G. D’Errico (candidato al premio nobel per la letteratura) e Donato Placido (scrittore sceneggiatore e drammaturgo,fratello d’arte),Ferrari editore. E stavolta, davvero, non potete perdervi questa piccola perla letteraria.

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Sta per uscire a fine mese, per Ferrari Editore, DIO E IL CINEMA. UNA VITA MALEDETTA TRA CIELO E TERRAun libro nato dal sodalizio umano e creativo tra  Antonio G. D’Errico (scrittore, poeta, vincitore, per ben due volte, del Premio Pavese, candidato al Nobel per la letteratura) e Donato Placido (poeta, drammaturgo, interprete di film di successo, fratello del noto attore Michele). La loro amicizia, che li ha visti firmare insieme molti progetti editoriali, ha dato vita a  un sorprendente autoritratto di Donato Placido che, per la prima volta, racconta la sua parabola esistenziale.

In una recente intervista, in cui i due autori anticipano l’uscita del volume, è stato chiesto a entrambi di rispondere a due domande strutturate specularmente.

Antonio G. D’Errico, che cosa significa raccontare?

 

 “La mia scrittura è metafora e rappresentazione dell’esistenza come riflesso del mondo circostante”.

 

Donato Placido, che cosa significa raccontarsi?

 

 “Raccontarmi rappresenta l’eterna apertura verso verità intime che raggiungono il cuore e la mente di tutti”.

 

Ed è questo il traguardo emozionale verso cui ci proiettano, attraverso un libro intimistico e profondo come un memoir, lucido come un saggio di denuncia e decisamente sincero come un romanzo. Il volume è accompagnato dai testi introduttivi di Michela Zanarella e Antonio Pascotto. In copertina Donato Placido (dx) sul set di Io, Caligola, di Tinto Brass, con Malcolm McDowell.

 

(Fonte http://www.ferrarieditorenews.it/dio-e-il-cinema/)

 

Gli autori

ANTONIO G. D’ERRICO
Antonio G. D’Errico, scrittore, poeta e sceneggiatore, nasce a Monteverde e vive a Milano. Autore di romanzi, come “Montalto. Fino all’ultimo respiro” (G. Laterza) e “Morte a Milano” (Macchione Editore), ha vinto, tra gli altri, il Premio Pavese per ben due volte. Nel 2011 lavora, con Eugenio Finardi, al libro “Spostare l’orizzonte” (Rizzoli), seguito nel 2012 da “Segnali di distensione, incontri con Marco Pannella” (A nordest). Nel 2015 scrive “Je sto vicino a te”, biografia di Pino Daniele, scritta con Nello Daniele, fratello del cantautore partenopeo (Mondadori). Nel 2019, insieme all’amico Donato Placido pubblica “Dio e il cinema” (Ferrari Editore). È candidato al Premio Nobel per la letteratura.
DONATO PLACIDO
Donato Placido, attore, scrittore e drammaturgo. Fratello del noto Michele, ha lavorato in fiction televisive di successo come Il “fauno di marmo”, “L’ultimo padrino”, “Romanzo criminale”. Nel mondo del cinema ha recitato in diversi film, tra cui “Io, Caligola” di Tinto Brass, “L’ora di religione” di Marco Bellocchio, “Il mattino ha l’oro in bocca” di Francesco Patierno, “Tre giorni dopo” di Daniele Grassetti, “Ovunque sei” diretto dal fratello Michele. Ha scritto e interpretato raccolte di poesie, romanzi e testi per il teatro

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“Cuore di lupo” di Chiara Casalini, Astro edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Non tutti gli autori sono in grado di usare la tecnica letteraria capace di utilizzare la prima persona.

E’ molto difficile comporre un libro evidenziando, tramite questo escamotage sia gli eventi e i dettagli più nascosti ( quelli che la bravissima poetessa Simona Accarpio chiama la vita negli angoli) sia l’introspezione degli altri protagonisti. Tutto avviene attraverso l’occhio importante ma spesso limitato della protagonista. Diventa, quindi un libro che non indaga la realtà oggettiva, i fatti, gli accadimenti, gli eventi quanto pone l’attenzione sulla prospettiva strettamente personale della prescelta o del prescelto, e ci racconta la modalità con cui la sua percezione unica e speciale, plasma quegli stessi accadimenti.

Un po’ come fece il bravissimo Italo Svevo con la Coscienza di Zeno, perfetto e intenso soliloquio di un anima tormenta non dalle grandi tematiche filosofiche, ma dalle ossessioni che lo rendono incapace di vivere con serenità il suo oggi.

Cuore di lupo appartiene a questo tipo di narrativa, psicologica, personale e soggettiva che evidenzia, attraverso l’ambientazione dell’urban fantasy un argomento controverso e spesso oggetto di dibattito: la femminilità e i suoi atroci ostacoli.

Ecco che Cleo attraverso il suo pensiero assiste essa stessa alla sua crescita e alla conseguente caduta nell’abisso che provoca la stessa. E tutto seguendo un dialogo interiore che tocca temi importanti ma non visti dal punto di osservazione, privilegiato forse, ma strettamente arido dell’osservatore partecipante, ma arricchendolo dei consueti drammi di chi di fronte alla morte dell’io si trova davvero.

Possiamo descrivere l’annientamento della dignità con tutte le tecniche che vogliamo, con miriadi di aggettivi e descrizioni, ma il pathos speciale che può scaturire dal racconto in prima persona, ci è precluso. Solo cosi, inserendo la peculiare riflessione di chi quell’esperienza traumatica la sperimenta, possiamo avere un quadro non oggettivo ma strettamente centrato sulla disperazione e sulla distruzione pieno di quelle sfaccettature di dolore che spesso mancano in tanti libri di denuncia.

L’esperienza di Cleo è claustrofobica.

Talmente tanto che all’inizio leggerla ti fa mancare l’aria. Ed è quello che la nostra provetta autrice vuole comunicare: perdere la propria specificità, la dignità, l’amore per se stessi equivale a rinchiudersi in una gabbia senza uscite.

E’ una sorta di Mrs Dalloway molto più sofferente, mancante della frivolezza e del pensiero quasi pigro che la favolosa Woolf vuole narrarci, Cleo ha una sequela di pensieri a volte apparentemente sconnessi, ma meno equilibrati, perché se la Dalloway non fa altro che, seguire un flusso mentale in grado di dirle quale traguardo è arrivata e delineare il suo futuro percorso, Cleo ha solo una serie di prese di coscienze atroci: lei non è arrivata, lei è statica fissa su un pensiero ossessivo comune, purtroppo a molte donne: siamo solo “Buchi”. Strumenti di piacere, e mai persone.

Il suo non è quindi, un flusso di riflessioni e emozionalità scaturite da un banale evento, ma è un discorso articolato, orrorifico per la sua crudezza, le cui trappe sono scandite dalla ripetizione mentale ossessiva di un evento preciso, disturbante, osceno, degradante per l’umanità ma purtroppo reale, chiamato violenza familiare.

E per violenza intendo dire quella più bieca e vigliacca. E quest’evento è un qualcosa non di immaginario, ma il perno attorno a cui ruota tutta la vicenda, un perno reale, un perno che possiamo toccare con mano ogni sacrosanto giorno e che contesta la teoria evolutiva, restituendoci l’immagine di demoni che banchettano con l’innocenza altrui.
Ma da quest’abisso di schifo, inizia il difficile percorso di rinascita: è proprio quella carica di normale e sana ( ci tengo a sottolinearlo) carica erotica femminile e non erotica nel senso di sessuale ma di eros, ossia un energia che ci circonda dell’aura di fecondità, di creazione, di accoglienza, avvicinandoci a un modello di donna primigenio, in cui il corpo non era un contenitore, ma la modalità con cui l’anima traspariva al di fuori.

Ed è quell’eros, quell’energia chiamata Shakti che rende la femmina Donna.

E’ un’energia positiva, demonizzata, spesso oggetto di conquista e di contesa perché spaventosa, capace di coniugare in una terribile e al tempo stesso degno di riverenza, immagine femminile: Aracne, la divoratrice,  è anche Brigit la pura.

Morrigan è Anche Danu la madre.

Venere la luminosa è anche Ecate l’oscura.

La donna è dicotomica e per questo splendida e meravigliosa.

E sapete l’emozione che muove questa presa di coscienza?

La rabbia.

Non c’è donna che non si sia scaldata a questo fuoco, a volte bruciandosi e a volte riscaldando un anima fredda e ghiacciata. Un cuore imprigionato dalla neve e perciò immobile, una vita statica che solo con la fiamma inizia a creare.

Cleo sperimenta la rabbia.

E la utilizza non contro per sessa ma per se stessa.

L’immagine scelta per questa rinascita non è Medusa.

Colei che vittima di uno stupro diviene pericolo per l’umanità, immortalata in un urlo senza speranza.

Stavolta è il simbolo del lupo a guidare questa “riscossa”.

E non posso non rimembrare le parole di Clarissa Pinkola Estes che nel suo donne che corrono con i lupi, auspica una ribellione diversa, meno violenza delle donne, che inizia con un baluginare di occhi gialli, un sorriso sornione e una coda nascosta sotto strati e strati di crinolina.

Cuore di lupo è il cuore dell’istinto selvaggio ma non irascibile, non senza controllo. Da secoli il lupo è insegnante, è colui che guida il branco e che ne branco ( società) si sente libero. E’ colui che ama una sola compagna e che vive in armonia con i cicli naturali.

Dare alla donne, alle ragazze a alle bambine quel simbolo è restituire alla sua donna il potere di curare, di cantare sulle ossa e di tornare a essere la Dea suprema.

Brava Chiara e grazie da parte di ogni lupa.

I lupi sani e le donne sane hanno in comune talune caratteristiche psichiche: sensibilità acuta, spirito giocoso, e grande devozione. Lupi e donne sono affini per natura, sono curiosi di sapere e possiedono grande forza e resistenza. Sono profondamente intuitivi e si occupano intensamente dei loro piccoli, del compagno, del gruppo. Sono esperti nell’arte di adattarsi a circostanze sempre mutevoli; sono fieramente gagliardi e molto coraggiosi. Eppure le due specie sono state entrambe perseguitate”

Clarissa Pinkola Estes

“La banda degli sconfitti” di Giacomo Tramontano, Scatole parlanti editore. A cura di Vincenzo de Lillo

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Ci sono parole e storie che colpiscono più di altre, che più di altre ti ipnotizzano, ti coinvolgono, ti danno la possibilità di sbirciare il tuo io, facendoti porre delle domande a cui farai fatica a rispondere sinceramente, forse perché non te le sei mai volute porre, perché metteranno in gioco il tuo concetto di giusto o sbagliato, di bianco o nero, di bene e male.
Ecco, La Banda degli sconfitti di Giacomo Tramontano, è uno di questi.


Con un linguaggio semplice, basilare, scarno, in alcuni momenti, il Tramontano ti farà vivere i giorni, le poche gioie, le ambizioni e soprattutto i dolori e le frustrazioni di un ragazzino romano, impegnato a sopravvivere alla rabbia, ai soprusi e alle violenze di cui sono pregne alcune periferie italiane.


Luoghi e strade in cui vige ancora la legge del più forte come nella jungla, come, ahinoi, purtroppo avviene ancora in troppi posti, dal nord al sud, tra la noncuranza e la strafottenza di quelli che avrebbero la possibilità di cambiare le cose.

Se mai qualcuno volesse davvero cambiarle.
Perché forse fa comodo a tutti così, anche se accorgersene fa sempre male, come succede al protagonista, alla fine di una disamina tanto semplice quanto cinica:

 

… semplicemente esistevano dei posti abbandonati a loro stessi. Forse perché non ci viveva nessuno di importante, o perché non erano abbastanza vicini al centro della città dove andavano i turisti, o perché semplicemente erano considerati dei recinti per i poveri disgraziati.”

 

Per tutto il tempo del libro sarai proprio uno di questi disgraziati, Tommaso, un ragazzino a cui hanno ammazzato il padre davanti agli occhi, e a cui successivamente, hanno portato via un oggetto assai caro, proprio perché lo legava all’adorato padre: un pallone con l’autografo e la dedica di Francesco Totti.

 

Nel mio quartiere ti portano sempre via tutto…”

 

Guarderai con i suoi occhi questo mondo fatto di poca scuola, tanto pallone e tanta violenza, con gli occhi impotenti e delusi di chi cerca, in altri disperati come lui, un appiglio, un appoggio, quasi, per affrontare le giornate e la vita o solo una partita di calcio sul cemento armato, dove il giovane si troverà a spartire la propria disperazione con altri coetanei altrettanto sfortunati e delusi, ognuno a suo modo impegnato a lottare con i propri demoni e le proprie esistenze, ma tutti costretti dalla vita e dal luogo a:

 

“superare quella staccionata che divide il mondo dei bambini da quello dei grandi”

 

troppo presto e troppo in fretta.

La banda degli sconfitti è un libro forte e drammatico, di denuncia sociale e con un finale che mi ha strappato più di una lacrima triste e sincera, toccando stomaco, cervello e cuore.

Come fanno tutte le storie scritte bene.

Applausi all’autore.