piatto_Tramontano.jpg

 


Ci sono parole e storie che colpiscono più di altre, che più di altre ti ipnotizzano, ti coinvolgono, ti danno la possibilità di sbirciare il tuo io, facendoti porre delle domande a cui farai fatica a rispondere sinceramente, forse perché non te le sei mai volute porre, perché metteranno in gioco il tuo concetto di giusto o sbagliato, di bianco o nero, di bene e male.
Ecco, La Banda degli sconfitti di Giacomo Tramontano, è uno di questi.


Con un linguaggio semplice, basilare, scarno, in alcuni momenti, il Tramontano ti farà vivere i giorni, le poche gioie, le ambizioni e soprattutto i dolori e le frustrazioni di un ragazzino romano, impegnato a sopravvivere alla rabbia, ai soprusi e alle violenze di cui sono pregne alcune periferie italiane.


Luoghi e strade in cui vige ancora la legge del più forte come nella jungla, come, ahinoi, purtroppo avviene ancora in troppi posti, dal nord al sud, tra la noncuranza e la strafottenza di quelli che avrebbero la possibilità di cambiare le cose.

Se mai qualcuno volesse davvero cambiarle.
Perché forse fa comodo a tutti così, anche se accorgersene fa sempre male, come succede al protagonista, alla fine di una disamina tanto semplice quanto cinica:

 

… semplicemente esistevano dei posti abbandonati a loro stessi. Forse perché non ci viveva nessuno di importante, o perché non erano abbastanza vicini al centro della città dove andavano i turisti, o perché semplicemente erano considerati dei recinti per i poveri disgraziati.”

 

Per tutto il tempo del libro sarai proprio uno di questi disgraziati, Tommaso, un ragazzino a cui hanno ammazzato il padre davanti agli occhi, e a cui successivamente, hanno portato via un oggetto assai caro, proprio perché lo legava all’adorato padre: un pallone con l’autografo e la dedica di Francesco Totti.

 

Nel mio quartiere ti portano sempre via tutto…”

 

Guarderai con i suoi occhi questo mondo fatto di poca scuola, tanto pallone e tanta violenza, con gli occhi impotenti e delusi di chi cerca, in altri disperati come lui, un appiglio, un appoggio, quasi, per affrontare le giornate e la vita o solo una partita di calcio sul cemento armato, dove il giovane si troverà a spartire la propria disperazione con altri coetanei altrettanto sfortunati e delusi, ognuno a suo modo impegnato a lottare con i propri demoni e le proprie esistenze, ma tutti costretti dalla vita e dal luogo a:

 

“superare quella staccionata che divide il mondo dei bambini da quello dei grandi”

 

troppo presto e troppo in fretta.

La banda degli sconfitti è un libro forte e drammatico, di denuncia sociale e con un finale che mi ha strappato più di una lacrima triste e sincera, toccando stomaco, cervello e cuore.

Come fanno tutte le storie scritte bene.

Applausi all’autore.


Annunci