Omaggio al mondo segreto. A cura di Alessandra Micheli


 

 

C’era una volta, è la frase magica per eccellenza che ci proietta in una dimensione fatata, quella che attrasse secoli or sono un abate scozzese un certo Robert Kirk autore del mio libro preferito Il regno segreto.

In queste pagine dal profumo strano quasi di bosco, egli sosteneva, nonostante la sua fede protestante, l’esistenza di un regno segreto popolato da esseri strani e misteriosi, dotati di leggi, di etica e di moralità che a noi sembravano alieni.

Era un mondo di regole distorte, quasi uno specchio deformato e i folletti, le fatine rese bonaria dall’opera di un certo disney qua apparivano meno luminose, meno solari con tinte oserei dire crepuscolari e rarefatte.

Le fiabe stesse, partorite dalle menti in contatto con questa strana dimensione, non erano certo quelle gioiosa che ci raccontiamo oggi.

Erano…crudeli, sanguinarie, gotiche e oscure, come se scaturissero da quella regione animica che più tardi, l’opera del buon vecchio Jung sdoganò dal tabù di non nominarla mai.

Le fiabe e il c’era una volta, sono dunque il lasciapassare per il mondo altro, il regno incantato dei Fearie.

Nascono in un substrato vespertino, in quell’orario che rende, per un istante sospeso il mondo, in bilico tra sogno e realtà.

La stessa fiaba di Peter Pan ha quest’inquietante oscurità.

Per non parlare di Alice immersa in un mondo di non sense, che ammira estasiata il ghigno inquietante del gatto del Cheshire.

Eppure quanto ho amato quel gatto!

Quanto ho sognato di sedere a quel tè bizzarro, quanto ho amato il cappellaio che nei disegni di quel libro che tanto amavo da bambina, risultava,,,spaventoso ai più…

Le mie fantasticherie erano cosi avvolte da una nebbia, dallo strano effluvio di lillà, di glicine ma anche di terra bagnata con un sentore di muffa che alle mie narici appariva come il più esaltante dei profumi.

Io trovavo in quegli strani racconti, una bellezza selvaggia, un canto antico che faceva vibrare corde segrete del mio essere.

E mi sentivo abbracciata da strane ombre, seguita da personaggi bizzarri, come se l’altro regno avesse trovato un varco o uno squarcio tra i veli che separano i mondi, per portare scompiglio e caos nella nostra stantia quotidianità.

Perchè è quello che fanno le fiabe, che creano i racconti che mi hanno nutrito come madri premurose.

E’ quell’atmosfera di terrificante, terribile magia che il libro certi racconti, gallesi e irlandesi sprigionano.

Vi siete mai chiesti il vero senso del termine terribile?

Ve lo svelo.

Nonostante noi preferiamo la dicitura classica ossia di un qualcosa che incute terrore, che atterrisce, esiste un altra strana definizione, quasi nascosta che mi attrae come calamita:grande, fortissimo, eccessivo, e indicare qualità straordinaria, formidabile.

Perchè il mondo numinoso è cosi, spaventoso perché rompe ogni logica regola, ma anche seduttivo, ammaliante, incantato, che avvince come una melodia, come il ritmo di una filastrocca, e che ci trasporta in un altra dimensione.

Non vi svelerò la strada per il Regno, che dovete scoprire da soli, ma vi svelerò il suo segreto più importante: le storie hanno tutte una fonte comune e divengono vere, importanti solo se qualcuno le racconta.

Noi stessi siamo storie che non smettono mai di provare a modificare finali, a inventare alternative e a tentare di staccarci da quella divinità che non fa altro che produrle, pensarle e renderle vive.

Di quel mondo raccontato da tanti autori, abbiamo un disperato bisogno.

Per tendere la nostra vita creativa, per provare perché no il sano orrore quando abbracciamo lo straordinario, cercando di far si che il weird ossia il bizzarro, il meraviglioso irrompano nella nostra vita rendendoci più simili a quella materia fatta di sogno, intessuta di illusioni di cui è fatta la nostra anima.

Siamo storie da raccontare o storia già raccontate, e apparteniamo a un mondo delle idee in cui tutto esiste e in cui tutto torna.

Abbiamo bisogno di credere che l’impossibile accada e possa accadere.

Abbiamo un disperato bisogno di fantasia.

E cosi leggere quelle storie, quegli autori che hanno osato sollevare il velo, mi ha portato indietro a quel passato lontano della me bimba che credeva come credeva Kirk, che il regno segreto fosse reale, tanto che bastava un piede in fallo per esserne per sempre rapito.

Forse meno luminoso dei sogni di oggi, scintillanti e pieni di luci colorate, forse

è ombra e nero ma un nero lucente, è fatto di vita e di magia.

E’ intessuto da rami che hanno una brillantezza diversa dalla nostra, quasi pallida come è pallida la luna.

Tutto brunito, tutto opalescente e al tempo stesso vivido.

Rapiti da questi antichi echi ci si sente sprofondare con una strana gioia e bramosità in un reame fatto di intricati legami con il nostro fatto di incomprensibilità, eppure cosi seduttivo.

E’ il luogo da cui la tradizione e i racconti, le leggende, i nostri archetipi prendono forma e si riversano nella mente elastica e fragile dei narratori di storie.

E il racconto diviene carne tanto che, chi è toccato da questo miracolo, viaggia assieme a loro.

Si siedono con te sull’autobus, prendono un tè e capisci che sono loro perché lasciano un profumo di bosco sui tuoi vestiti.

Sfuggenti flebili, sono il mondo vicino a noi, il passaggio da un regno all’altro, in cui far transitare istinti primordiali e una strana soffusa sete di magia.

E ora scusate, mi aspetta un tè con il mio amato Cappellaio, una grattatina al gatto ghignante e una bella corsa con tetri personaggi in una pazza, folle caccia selvaggia.

E magari una passeggiata al chiar di luna, con uno strano Re dalle lunghe corna e dagli occhi neri, capaci di ingoiare ogni luce, ma che brillano ancora una volta solo per me.

Il gran ballo mi attende.

“Cosa farebbe Frida Kahlo” di Elizabeth Foley e Beth Coates, Sonzogno. A cura di Sabrina Giorgiani.

Viviamo in un’epoca strana e particolare.

Apparentemente ognuno di noi pare sicuro di se stesso e del ruolo che si è dato in questa società.

Con un semplice “click” riusciamo ad arrivare ovunque, commentare ogni cosa, dibattere e ribattere su ogni argomento. Persino gli adolescenti mascherano la loro immaturità con presunzione e supponenza.

Ci sentiamo liberi di dire, di fare, di vestire, liberi nel pensiero e, soprattutto, liberi di giudicare.

Non ci accorgiamo che parliamo per slogan imposti, che vestiamo perché così dice la moda; che ci atteggiamo perché, oggi, apparire è ciò che conta; che discutiamo senza conoscenza perché non importa tanto ciò che si esprime, ma quanto si riesce ad urlarlo con arroganza.

Viviamo in un’epoca povera di ideali, sterile nella conoscenza, distruttiva in tolleranza.

Siamo dei “revisionati” per poi essere “omologati” a nostra insaputa.

Manca la volontà di capire quanto la conoscenza porti alla bellezza; manca l’entusiasmo individuale del voler apprendere, la forza di rischiare per andare contro gli schemi e, soprattutto, mancano i modelli cui prendere ispirazione.

Il libro di E. Foley e B. Coates apre l’introduzione con queste parole:

noi ci siamo trovate a guardare ansiosamente al passato in cerca di rassicurazione e ispirazione: rassicurazione circa il fatto che il mondo continui a diventare sempre più a misura di donna; e ispirazione dalle donne straordinarie che in passato hanno sconfitto il sistema”

Con un pizzico di ironia e leggerezza, le autrici ci descrivono la vita di 50 donne, ognuna vissuta in un’epoca diversa, che può diventare “esempio profondamente ispiratore a nostra disposizione”.

A volerlo leggere, il passato insegna sempre perché, nonostante le epoche storiche e le circostanze siano diverse, si possono trovare esperienze in comune.

Diventa così interessante e formativo riuscire ad individuare come, “dall’antico Egitto all’età d’oro dell’Impero Russo, nel vecchio West come nella Parigi in tempi di guerra” le donne siano riuscite nell’affermazione di sé stesse.

Alcune di loro sono conosciute altre sono quasi anonime, tutte sono state imperfette ma perfette nella loro imperfezione.

Sono tutte figuri femminili che hanno lavorato duramente per avere un peso all’interno della società in cui hanno vissuto. Donne che hanno remato controcorrente per emergere, chi attraverso lo studio, chi attraverso l’ingegno.

Le autrici concludono il loro libro con una poesia che voglio riportare in questa recensione, di Maya Angelou:

Ci estasiamo per la bellezza della farfalla, ma raramente riusciamo ad ammettere i cambiamenti che ha dovuto attraversare per conquistare tale bellezza”.

Questo libro può essere da sprone nell’individuazione del cambiamento che porta alla bellezza, da stimolo a perseguirlo, da incoraggiamento a non mollare mai nella crescita personale.

Questo è ciò che questa narrazione vuole trasmettere ed è per questo motivo che, nonostante siano prese ad esempio figure femminili, mi sento di incoraggiare la lettura sia alle donne che agli uomini.

Un libro formativo, persino motivazionale, scritto con una “leggerezza” che rende ancor più piacevole la lettura.