“Loro sono Caino” di Flavio Ignelzi, Augh! editore. A cura di Vincenzo de Lillo

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Loro sono caino è un libro strano.

Strano perché non gli si potrebbe assegnare solo un paio di aggettivi che lo identifichino senza rischiare di essere superficiali o poco attenti.
Potrebbe essere thriller, perché suscita tensione, quella per qualcosa che potrebbe accadere o che accadrà.


Una violenza, un evento improvviso o solo l’attesa per una strana e terribile “Perturbazzione”, come la chiamano i semplici, superstiziosi e retrogradi abitanti del paesino meridionale in cui è ambientata la storia.


Oppure noir e folcloristico, per le tinte tenebrose che assume la storia per buona parte.


Storia in cui la protagonista, una donna di circa quarant’anni, tra salti temporali e continui flashback, racconta i suoi giorni di quasi reietta, perché cresciuta con una nonna che faceva la prostituta ma soprattutto perché considerata una “ianara”.


Che secondo l’immaginario popolare meridionale è una donna comune che di giorno si comporta come tale e di notte invece come una strega.


Oppure horror, per le improvvise sparizioni dei personaggi, scomparsi nel nulla come nelle migliori storie di genere; per l’inquietudine che trasmettono i riti, forse pagani, che vengono citati; o per una straordinaria pioggia di ragni, che andrà anche ad evidenziare l’aspetto folcloristico su citato, qui sottoforma di un incantesimo o un sortilegio.


Un romanzo anche cupo, in cui le accurate descrizioni rurali di campagne e colline non fanno altro che creare un’atmosfera ancor più curiosa e intrigante, affascinando il lettore, spingendolo cioè ad andare avanti, pagina dopo pagina.

E gli aggettivi usati dal sottoscritto fin’ora non sono comunque efficaci per spiegare la storia ben scritta di questa donna, della sua fuga da un fidanzato iperpossessivo; o delle sue avventure sessuali; del suo rapporto con la nonna, chiamata “Ma’”; di quello con gli uomini e con tutti gli abitanti del paesino in cui vive, o della violenza sulle donne di cui è pregno tutto il racconto.


Una violenza verbale, ancestrale e aggressiva, tanto attuale di questi tempi bui, e che dà quindi pure lo spunto per una denuncia sociale.

Insomma strano, ve l’ho detto.
Ma da leggere, sicuramente.

 

 

“Unspoken” di Sara Rees Brennan, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Adoro l’urban fantasy.

E’ uno dei generi che a parer mio riescono a trasmettere più emozioni, più significati grazie proprio all’accostamento di mondi apparentemente distanti e alieni.

Il mondo della magia, quello sovrannaturale nelll’urban o nel fantasy contemporaneo non è un territorio esclusivo, riservato a un élite precisa, ma è talmente fuso con il nostro che i veli sono cosi impalpabili che ognuno di noi può scostarli.

Ecco che pezzi del territorio geografico lasciano la loro aurea di materialità per divenire posti di confine, dove è facile passare da una dimensione all’altra.

E spesso gli abitanti del mondo magico vivono e prosperano nel nostro, confondendosi tra le persone cosiddette normali e creando delle comunità particolari, in cui il fantastico e il reale assumono uno i contorni dell’altro.

Questo rende la diversità considerata nel nostro mondo un pernicioso nemico da combattere, cosi reale cosi tangibile da farci quasi abituare, nonostante le resistenze del nostro carattere, all’esistenza di concetti aperti.

Infatti, la nostra anima umana spesso tende a autoconservare il quotidiano quasi cristallizzandolo in un eterna abitudine.

Nessuno spazio per gli atti ribelli se non quelli accettati dalla comunità come piccole innocue trasgressioni.

Ma la trasgressione stessa, in fondo, non è che una costante adesione allo status quo: poiché trasgredire, ossia contestare un idea è applicabile solo se quell’idea la consideri esistente, valida e accettata.

Se io, invece, sono totalmente aliena dalla realtà consueta non trasgredisco, non vado oltre la linea di confine proprio perché non considero la linea né degna di attenzione né reale.

Per me la linea di confine o è illusoria o totalmente spostata in avanti.

O indietro, ma sicuramente non è quella comunemente accettata e che il sistema ci consente di contestare.

Il vero ribelle, l’anticonformista è chi si pone al di fuori delle norme.

Chi non le riconosce come valide, che ha altre percezioni che lo fanno esistere in un piano dimensionale opposto a quello comunemente accettato.

E l’urban fantasy rende il consueto irrisorio, la norma assurda e i livelli dimensionali inesistenti.

O superabili.

Nel libro Unspoken si vive costantemente questa sensazione di alienazione.

Il paese descritto è un polo di attrazione di tutto il weird, di tutto l’assurdo e persino di leggende che diventano storie di ogni giorno.

Tutto perché, in fondo, il paese stesso crede in un universo strutturato diversamente, crede nell’esistenza di streghe e magia e custodisce questa concezione come un qualcosa di sacro che li rende tangibili.

I pensieri in Mestavalle sono azioni e le azioni si fondono con i pensieri. Non c’è confine che separi il mondo animico da quello corporeo, il pleroma dalla creatura, tanto che addirittura il bosco non è solo una radura di alberi con un ecosistema particolare, ma vive respira e “pensa”. Ed è il pensiero che si manifesta in forma, rendendo gli oggetti raccontati appunto dalla nostra fervida mente, qualcosa di tangibile: i mostri leggendari viaggiano tra noi, si siedono sull’autobus, pranzano alla mensa scolastica.

Gli antichi rituali divengono le preghiere costanti e il codice antico, quello che gestiva la relazione tra i soggetti in custodi e leader, è una norma da rispettare.

A tutti i costi, per non incappare in una pena più grande.

Nel momento stesso in cui il patto tra magia e corpo viene meno, o non è tutelato, allora si richiede il sacrificio supremo: quello di forze giovani in grado di nutrire il potere che dà sembianze all’esistenza.

In questo libro, si respira il concetto di Maat egizia: l’ordine del cielo riportato in terra, i luoghi resi vivi e possibili di essere localizzati, fonti sorgenti, alberi o solo edifici con non soltanto una storia da raccontare ma anche con un energia precisa da usare.

Gli abitanti di Mestavalle e sopratutto i custodi del loro patto con il sacro, un sacro che è indefinito, che esce dai canoni etici a cui siamo abituati, senza il rapporto costante con un territorio “consacrato” dall’azione di parole a pensiero sfioriscono, quasi una allegoria dell’uomo di oggi, cosi perso nei meandri della tecnologia, della spavalderia della conquista del progresso (rappresentata dalla città) perdono di vigore sfiorendo come rose d’inverno.

E’ solo tornando all’origine ossia la luogo di confine, alla terra di mezzo, nell’altro mondo, quello creato in terra, trovano di nuovo la loro prosperità.

I due due protagonisti Kami e Jared, come emblemi della nostra psiche quella razionale che ha terrore dell’ignoto e che mal si adatta a concepire emozioni ingigantite dalle potenzialità della mente e l’uomo alienato, incapace di scendere a patti con la propria origine semidivina, quella capace di sottomettere addirittura la natura al loro volere.

E sapete com’è possibile farlo?

Semplicemente usando l’arma dell’empatia.

La magia è infatti una questione di simpatia, intendendo con simpatia non la capacità innata di rendersi graditi agli altri ma:

(sympatheia), parola composta da συν + πάσχω = συμπάσχω, letteralmente “patire insieme”, “provare emozioni con…” La simpatia nasce quando I sentimenti o le emozioni di una persona provocano simili sentimenti anche in un’altra, creando uno stato di “sentimento condiviso”.

La magia è simpatica quindi non quando fa ridere, ma quando è la parte che influisce sul tutto, e lo può fare se comunque prova una sensazione di profonda condivisione e somiglianza con il tutto.

In Unspoken si avverte un costante e lento senso di estraneità. Si entra in un mondo diverso con leggi tutte sue, con una sua etica che è totalmente differente dall’etica corrente, con propri e particolari riti di fondazione.

E’ un mondo oscuro e al tempo stesso luminoso, un mondo sopratutto condiviso dove, le leggende sussurrate mai sbandierate apertamente, creano una sorta di cupola che separa Mestavalle dall’Inghilterra. Ci troviamo nei pressi di Londra ma al tempo stesso si capisce che il mondo in cui si è introdotto, assomiglia più al magico mondo raccontato dai miti celtici.

Avalon o semplicemente il regno dei faerie, dove il mito diviene visivo, diviene reale, dove il ribaltamento delle leggi fisiche è palpabile. Dove persino Artù, Ginevra e il custode della giustizia e dell’equilibrio Bran il Bendetto sono capaci non solo di influenzare ma di incarnarsi nei nostri personaggi.

Mestavalle è un out parts un mondo a parte, fuori dalle discipline scientifiche e storiche, fuori addirittura dalle leggi newtoniane e più visino alla metafisica dei quantistici.

Leggere Unspoken è come immergersi in acque torbide, profonde, sconosciute ma salvifiche, perché senza quel circuito energetico capace di veicolare anche incanti e magia e non solo logica, noi sfioriamo, come ha rischiato di fare il bel tenebroso Jared.

Amore, e destino, vendette e potere, creano uno scenario da favola. Ma attenzione non sono certo le rassicuranti nenie dei racconti disneyani:

Campane silenti, foreste profonde

C’è un segreto che nessuno diffonde

Valle quieta, acque immote

I Lynburn guardano da colline remote

Mele rosse, grano dorato

Quasi ogni uomo alla vecchiaia è destinato

Ma quando l’uomo incarna la fata, o si nutre del mondo numinoso è eterno.

Un libro splendido, incantato e ammaliante come le antiche note del ballo fatato.

“Vera” di Annarita Mangialardo, Bre editore. A cura di Raffaella Carretto.

Perché aver paura di essere noi stessi, del giudizio altrui, perché uniformarsi alla massa, o a un certo tipo di persone, per essere accettati, apprezzati, considerati? Vivere la propria vita, i sentimenti, le passioni e le paure alla luce del sole e senza inibizioni; portare avanti le proprie convinzioni e certezze in modo equilibrato, libero, sciolto da quelli che sono i vincoli della società, e che alcuni si impongono, violentando quasi se stessi, per essere accettati dagli altri…

Ma qual è la chiave per un’esistenza coerente e rispondente con la propria sfera personale, e che consente di essere a proprio agio, con se stessi e con gli altri?

Quanti hanno il coraggio, o la capacità di essere veri a 360 gradi?…

Quante piccole maschere ci creiamo addosso, cucendole in modo così perfetto, tanto da risultare agli altri il nostro “vero io”? ma è realmente così? o sono quelle piccole costruzioni che creano un mondo come gli altri vogliono che sia, che vogliono vedere, e che è lo specchio, il nostro riflesso ormai falsato nel mondo, nella società…tutto per essere accettati, quando la nostra personalità, il nostro modo si essere non è quello che ci si aspetta…la verità in ogni sua forma e manifestazione fa male, e allora cerchiamo di mascherare ciò che siamo…

La verità fa male. Ma è l’unica che abbiamo. Anche la vita: ce n’è forse un’altra? No. E allora perché tormentarsi a cercare risposte laddove forse non esistono neppure le domande? Inganni. Su inganni. Su inganni. In questo siamo bravissimi. A crearci illusioni. A mascherare la realtà. La dipingiamo. Vi presento l’arte moderna: la falsificazione e l’illusione. La pillola magica.

Vera, la protagonista del libro di Annarita Mangialardo è una ragazza come tante, che però non si lascia sopraffare dagli altri, o da come ci vorrebbero vedere gli altri..non si fa omologare neppure negli anni della scuola, quando gli stessi professori cercano di plasmare il nostro io come la società vorrebbe che fosse…

Sei troppo vera” la accusavano più volte, sghignazzando, le sue amiche. A lei non importava. O almeno fingeva di non badarci, cercava di convincersi che le cose sarebbero potute andare meglio, che non si era per forza condannati a vivere secondo i gusti degli altri; che gli altri, in fondo, potevano anche lasciarsi sorprendere dall’unicità delle persone

Vera si auto-presenta sin da subito, con flash di se stessa. E già colpisce perché tutto gira intorno alla sua peculiarità, il coraggio di essere autentici e diversi dagli altri, anche in ciò che si fa…che si ama.

Vera ama l’arte e cerca di rappresentare ciò che vede, ma a modo suo, esprimendosi liberamente, senza costrizioni, senza vincoli, in maniera diversa e nuova.

Per Vera l’arte non poteva essere replica di altri artisti o della realtà. Doveva essere qualcosa di nuovo.

L’amore, un altro punto di forza per Vera, un qualcosa di difficile da conquistare, non era semplice ma richiedeva tanto…a volte costava anche dolore.

si era trovata di fronte una verità diversa, la realtà delle cose per come erano. L’amore anzitutto, non così facile come se l’era immaginato, non un fiore morbido al tatto, ma una rosa spinata pronta a far sanguinare le dita che, ingenue, la toccano per trarne qualche piccola goccia di fortuna

Vera si pone domande, pensa, si lascia trasportare da qualcosa che le smuove dentro flussi di creatività legati anche al momento, al suo esser vera, al suo lasciarsi andare ai sentimenti, ma senza che le pulsioni la spingano verso ciò che lei non ritiene corretto…lei aspira alla verità, perché è stata cresciuta nel vero, nei sentimenti veri, seguendo le proprie aspirazioni… anche se con le difficoltà che una giovane ragazza può incontrare nella sua vita, sin da piccola, quando la perdita della adorata mamma le ha dato modo di dover affrontare una cruda e dura realtà, e la solitudine…

Vera aveva iniziato a immergersi nei ricordi quando aveva tredici anni. E aveva avuto un’ottima ragione per iniziare.

L’uomo, noi esseri umani ci adattiamo creativamente all’ambiente e cerchiamo di trovare una vera e propria corrispondenza con chi ci è accanto, per essere accolti e accettati, stimati e considerati, amati…vogliamo non essere giudicati, ma sentirci liberi interiormente incondizionatamente.

Ed ecco che ci sono dei personaggi che hanno fatto del mancato appagamento di tutto ciò la causa della paura di non valere agli occhi degli altri, di non essere all’altezza, di essere giudicati, e di non essere amati. E nascondono dietro una maschera di superficialità o di condizionamenti questo loro bisogno di “essere”.

Lo è l’amica di Vera, la giovane Federica, che Vera conosce nel profondo e sa accettarne i difetti.

Vera invece non cerca di essere come il “contesto” richiede… Vera cerca sempre di ascoltare se stessa, senza condizionamenti… non si svende e non impersonifica un personaggio.. non indossa una maschera e né la cambia in base alle attese altrui; indossare una maschera impone tante contraddizioni e la menzogna… e Vera odia la menzogna.

La sua autenticità è elemento indispensabile nella storia, perché mette a confronto il contrasto esistente tra chi dissimula e maschera la sua vera indole, con chi è superficiale e al tempo stesso vuoto, e chi invece cerca di dare forza al proprio essere senza perdersi.

Vera sembra nascere e crescere senza la maschera sociale…

Essere vera…come il suo nome…Vera.. ma lo rimarca in modo così veemente che in alcuni momenti pare che cerchi di crederci lei stessa, o no?…

Ecco, me lo sono chiesta spesso durante la lettura, ma allo stesso tempo ho apprezzato molto il modo in cui l’autrice ce l’ha fatta conoscere, senza fronzoli, vera, così com’è… e lo ha fatto con un linguaggio diretto, che arriva al lettore senza artifizi, ed è al contempo ricercato; lo stile dell’autrice è fluido, non banale, e libera le emozioni e la mente della protagonista, Vera, che nel suo affermare la veridicità del suo modo di essere però dà l’impressione di voler calcare la mano sulle coscienze di chi legge; l’autrice ci pone dinanzi a una concezione della sincerità dell’animo, della veridicità dei sentimenti e delle emozioni che la protagonista manifesta in modo forte, e quasi con insistenza di chi vuole rafforzare la propria convinzione; si adatta, ma non si svende … certamente la protagonista non usa giri di parole, esprime ciò che sente senza lesinare in sentimenti e a volte risulta quasi provocatoria, il che nel lettore può creare un diverso senso di apprezzamento a secondo della percezione che ha in un certo momento della lettura.

I dialoghi tra i personaggi e i flashback della stessa protagonista, unita al dialogo diretto, quasi a raccontarsi al lettore, sono fortemente rappresentativi della personalità della protagonista, e di come questa viva i momenti e il tempo che scorre. Le sue pause, le sue immersioni nell’arte, nella sua arte, nelle rappresentazioni o comunque in ciò che lei vede e cerca di rappresentare, e mostrare agli altri… forse non come la realtà ci propone, ma attraverso un’interpretazione che tende a manifestare le emozioni, i sentimenti e le stesse sensazioni che la protagonista percepisce attraverso un tramonto, un gioco di luce, uno stato d’animo…un momento…

Vera si presenta tal quale e così presenta gli altri attori del libro; tutte le persone che la amano e che lei ama…certo non senza problemi, non senza dolore…la cara e romantica e “libertina” Federica, la figura del padre, distrutto nel fisico e nell’animo dalla perdita della moglie e la cui chiusura nei confronti del mondo e della figlia così amata lo hanno indirizzato in una strada senza ritorno, eppure … eppure tutti i personaggi concorrono a dar forza alla storia e alla figura di Vera che si pone tante domande e considerazioni…

 

le persone care le aveva: erano la sua migliore amica Federica; era suo padre Alberto, benché malato; era Sonia, anche se morta, che vegliava su di lei. Erano i suoi genitori biologici, gli Antinori, per quel che il padre era in grado di comprendere e per quel che la madre voleva comprendere. E poi c’era Alessandra, una persona che aveva agito soltanto per farle del bene. E Riccardo!

Vera sente su di sé sopra di sé la sofferenza di tutto il mondo, delle persone a lei care e anche di se stessa…e ne sente il peso

Stanca di vedere le persone che amava immerse nella sofferenza: un tumore, una patologia mentale, una ferita al corpo, una all’anima; per un incidente o per idiozia! Era stanca, stanca, stanca! Non ne poteva più!

Tanti i personaggi che l’autrice ci fa conoscere attraverso gli occhi di Vera, ma non sono per nulla secondari, vengono ben caratterizzati, ciascuno con le proprie debolezze soprattutto, facendoci capire che certo siamo deboli e fallaci, ma che c’è sempre uno spiraglio, una forza che ci porta a emergere, anche dal più profondo e nero pozzo…

E la forza di Vera sta soprattutto nel prendere coscienza di sé e del valore che lei ha per le persone a cui tiene…

Mentre parlava, mentre rivelava a Giulio tutto quello che aveva capito di sé, e di loro due, rivedeva immagini fin troppo nitide di sua madre, e di tutte le persone a cui voleva bene in quel momento della sua vita. Ogni persona aveva un problema enorme! E lei… «E io sento di essere l’unica persona in grado di risolvere questo problema» sbiascicò in lacrime.

Figure mai banali, alcuni delineati in modo più strutturato, sempre rispettando loro peso nella narrazione, tutti gli attori della storia concorrono a rendere Vera un personaggio emergente, e non potrebbe essere diversamente dato che è la protagonista, accompagnata in questo suo viaggio da tutti loro.

Tutti rientrano, se pure ognuno in modo differente, a rappresentare, attraverso l’intreccio della loro storia con quella di Vera, quelle tessere del puzzle che compone l’evoluzione della storia che l’autrice ci dona.

Le scene narrate sono molto coinvolgenti, è tangibile la carica emotiva nell’intera opera, che riesce a dare spunti di riflessione importanti, sia alla stessa protagonista e a chi le è accanto, ma anche al lettore che riesce ad avvicinarsi ai personaggi presentati nel libro, e quasi a compararli con chi vive la sua quotidianità.

Abbiamo tutti la possibilità di vedere …di osservare chi ci è vicino

Tutto il mondo, la sfera emotiva ed emozionale di Vera vengono messi a dura prova…così pure quella del lettore.

Vera non è vittima…ma la sua personalità si fa strada in un mondo che quasi non la accoglie, in un crescendo di situazioni forti ed emotive, sino a un epilogo che lascia aperta la strada a domande..

Il racconto è stato coinvolgente, a tratti commovente. Ho letto senza interruzioni sino alla conclusione della storia, che non ha nulla di leggero, anzi porta a interrogarci sul nostro approccio al mondo…

Questa storia porta il lettore ad ascoltare il viaggio interiore di Vera, non verso la scoperta di sé stessa, ma forse oltre alle sue origini cerca qualcos’altro…

Ultimo pensiero: proviamo a togliere la maschera anche noi, e ad affermare ciò che pensiamo, ascoltiamoci. Ne saremmo capaci?

Proviamo a vivere anche noi questo viaggio introspettivo, e a scoprire cosa ci riserva il finale…

A chi avrà piacere di farlo, buona lettura!

Review Tour. “Un intero attimo di beatitudine” di Chiara Parenti, DeA Planeta editore. A cura di Francesca Giovannetti.

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Intenso e poetico, questo spaccato di adolescenza contemporanea serra il cuore come pochi altri.

Arianna e Daniel, Testa Rossa e Cuore Matto, sono gli indimenticabili protagonisti del romanzo.

Lei ribelle e complicata, con una famiglia distrutta alle spalle e un passato problematico, lui intelligente, pacato e responsabile; gli opposti, come si sa, si attraggono e mentre la scintilla è improvvisa, il sentimento che li unisce cresce a poco a poco fino a diventare talmente profondo da allarmare i protagonisti stessi.

Intorno un’adolescenza spregiudicata e noncurante, indolente e pericolosa. Arianna ne viene fagocitata dopo l’abbandono del padre e rendersi conto della vera natura dei quelli che definisce “amici” sarà un processo di presa di consapevolezza dolorosa.

Tanti sono i temi delicati che l’autrice tocca e descrive, senza sentenze affrettate o giudizi immotivati.

I giovani che si uniscono nel branco, macchina che sgretola le personalità e le potenzialità del singolo, a tal punto da arrivare a un comportamento criminoso; il difficile rapporto fra genitori e figli adolescenti, il rebus della vita di tutti noi. I punti di vista non coincidono mai, sale la rabbia sorda che corrode i fili delle relazioni, fino a quando un ottimo artigiano delle emozioni, dall’esterno, non placa e modera gli eccessi.

Il tema dell’abbandono, nell’infanzia o nell’adolescenza, è ciò che lascia le ferite più profonde e difficili da rimarginare. Non esiste balsamo curativo, solo accettazione di ciò che è stato , o forse, che mai è stato ma che si credeva esistesse.

Un viaggio nelle anime tormentate che trovano la loro oasi di pace, questo è il messaggio più forte che l’autrice ci trasmette, accompagnato dalla speranza di poter cambiare, comprendere, accettarsi, realizzarsi secondo i nostri desideri. Perché ne siamo in grado, ma solo quando avremmo imparato ad ascoltarci veramente.

Un romanzo che dà tanto, ma che tanto prende dal lettore, in termini di presa di coscienze e cruda realtà.

Abbandonati i filtri, le scuse e le apparenze rimangono i protagonisti, descritti alla perfezione e la loro lotta con la vita.

Un libro da leggere per capire gli altri e noi stessi, un libro che invita a togliere il superfluo per abbracciare ciò che conta.

Consigliato.

Omaggio al poeta moderno “Ho sognato di vivere. Variazioni sul tema del tempo in Roberto Vecchioni” di Mario Bonanno. A cura di un’indegna Alessandra Micheli

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Come si fa a recensire un mito?

Io non lo so.

E quindi perdonatemi, metto la mia anima ai vostri piedi.

Ma qua si parla di Roberto Vecchioni.

E per voi è solo un nome, forse qualche nota.

Per me rappresenta il mio viaggio di vita.

Dalla delusione per il primo amore, alla lotta per un ideale.

Rappresenta la mia forza e l’intera mission del mio blog.

Non posso essere distaccata con Roberto.

Le sue non sono canzoni.

Sono parti di me che ritrovo alla radio, al festival, in ogni CD.

Lui è me e io sono lui.

Era lui a cantarmi l’ottimismo quando la mia storia più importante cadde a pezzi sopra di me, soffocandomi di detriti.

E mi diceva:

Quando continuerà il tempo dove tu manchi,

senza la nostalgia di strofinare i tuoi fianchi; quando ti fermerò tra i due miracoli di averti amata e perduta,

e li ti schiaccerò e li sarai finita…

Quando di questo amore saranno sparse le foglie,

e morirà l’orgoglio nel mio inventario di stelle;

quando ti avrò battuta,

cacciata sulla luna,

dimenticata per sempre

e avrò cantato il giorno che tu non sei più niente…


Ed è arrivata quella notte.

Assieme a te, con la tua mano che stringeva la mia.

Sei stato tu a consolarmi della perdita di mia nonna, con Ninna nanna

Invecchierai senza cambiare ma

perdonerai a tutti ma non a te

aspetterai come è tuo solito

finché verrà la luna a prenderti

e parlerai di me con tutti quanti

so che parlerai e che ci credo

e che son l’unico dirai

ma sbaglierai, invecchierai

sarà difficile vederti più

quasi impossibile

e non dovrai star con le carte su

non tornerò mai più per ultimo

ricorderai di me le sere

che parlavo insieme a te

un vecchio amore che non è finito mai

e il mio dolore rivedrai

E ascoltandoti il tempo si dilatava ed ero violinista, filosofo, o semplicemente un pastore incantato dalla luna.

Con Roberto il tempo si dilegua, da fattore fisico diventa fattore emotivo, il tempo del sogno degli aborigeni australiani, il tempo sospeso, laddove si ritrova la fame di dio, la voglia di superare i limiti, la volontà di gabbare la morte o di aspettarla quasi rassegnato, quella di prendere il dolore e sottometterlo al bisogno di vita.

E’ il tempo del non tempo, quel luogo incantato che la psicologa Clarissa Pinkola Estes chiamava il rio dabajo il rio, il fiume sotto il fume o più semplicemente l’oscurità junghiana.

E li si ritrova la rabbia e le stelle.

La voglia di spezzare il legame che ci unisce alla tradizione e alla consuetudine dicendo a quel dio dei padri

A furia di tenerci insieme per salvare quel che siamo,

ci mancan, padre, gli altri,

gli altri, quello che noi non siamo;

ci manca,

anche se avessimo soltanto noi ragione,

l’umiltà di non vincere che fa eguali le persone.

E invece li strappiamo via in nome del signore,

come sterpaglia e funghi d’acqua,

nati qui per errore,

dovesse mai succederci,

ad esser troppo buoni di fare,

chissà poi per chi,

la figura dei coglioni.

Arrivederci padre o forse addio: mio nonno, era mio nonno il padre mio!

Cos’è allora il tempo per Roberto?

Bonanno lo indaga e lo fa attraverso la sua arte che è quella delle parole, parole mai finite ma che richiamano altre parole e dentro ci sono altre emozioni altri sentimenti, come se le sue canzoni fossero scatole cinesi. E allora il vero tempo è in un attimo incantato in cui tutto torna a coincidere, ad equilibrarsi a connettersi in un tutto organico e quasi perfetto.

Ed è nella nostra mente, troppo abituata all’immediatezza del reame fisico.

Mentre il cuore, la testa, la mente quella stuzzicata da Roberto non è altro che un eleatico capace di allungarsi cosi tanto da oltrepassare i confini.

E il tempo fisico non è altro che limite e confine esso stesso, cosi come sono le definizioni rigide che in Vecchioni mancano.

Come manca l’altro confine essenziale della sua poetica, (perché Roberto è un poeta) ossia Dio.

E nel rapporto Vecchioni /dio, che Bonanno e la stessa me umile allibita e sedotta dalla musica del suo mito, si ritrova.

Il rapporto con il signore del tempo, ossia colui che decide il nostro finale è estremamente libero, complesso e ribelle.

Ed è espresso dalla magnifica canzone la stazione di Zima.

In questo dialogo arrabbiato con Dio, Roberto e noi stessi non siamo estasiati di fronte alla sua magnificenza.

Anzi forse infastiditi.

Dio si mette sul suo trono adornato di cherubini, con la sua voce tonante e ci elenca tutte le sue formidabili doti: ha creato il cielo e quest’uomo imperfetto, suddito e servo, è degno soltanto di portare lodi riverite e timorate alle sue indegne labbra.

E quindi il tempo è scandito dalla agiografica fede di chi non si fa domande e accetta, probo e umile la sua decisione incomprensibile. Quella che divide in buoni e cattivi, in fortunati e poveracci, in atei e religiosi, in fortunati o sfortunati, quella che ci rende in fondo tutti sottomessi alla signora oscura con la falce, che stermina senza vedere, cieca e arrogante, lei signora morte.

Vecchioni non ci sta.

Non gli frega di cosa ha fatto Dio.

Non per blasfemia ma per l’orgoglio di questo essere che è stato messo per una scommessa o per caso su questo imperfetto universo, cosi innamorato della vita, da voler declinare l’invito di dio a raggiungere le alate schiere dei sui seguaci con un no fiero e pieno d’amore

Continua con me questo viaggio!-

E così sono lieto di apprendere

Che hai fatto il cielo

E milioni di stelle inutili

Come un messaggio,

Per dimostrarmi che esisti,

Che ci sei davvero:

Ma vedi, il problema non è

Che tu sia o non ci sia:

Il problema è la mia vita

Quando non sarà più la mia,

Confusa in un abbraccio

Senza fine,

Persa nella luce tua

Sublime,

Per ringraziarti

Non so di cosa e perché

Lasciami

Questo sogno disperato

Di esser uomo,

Lasciami

Quest’orgoglio smisurato

Di esser solo un uomo:

Perdonami, Signore,

Ma io scendo qua,

Alla stazione di Zima

Perché la vita, nonostante limiti ostacoli imperfezioni, nonostante quel dolore bastardo che ci porta a assistere alla morte insensata di ragazzi, di padri, di nonne, di innocenti, la vita è una grandissima avventura, favolosa e terrificante per la sua meraviglia.

Questo venire al mondo è stato

Un gran colpo di culo,

Pensa se non nascevi,

E se non potrai correre

E nemmeno camminare

Ti insegnerò a volare,

E non è il dolore che ci arresta, quell’ombra che noi coraggiosi affrontiamo e annichiliamo con la sete di vita

Ho conosciuto il dolore

(di persona, s’intende)

e lui mi ha conosciuto:

siamo amici da sempre,

io non l’ho mai perduto;

lui tanto meno,

che anzi si sente come finito

se, per un giorno solo,

non mi vede o non mi sente.

Ho conosciuto il dolore

e mi è sembrato ridicolo,

quando gli dò di gomito,

quando gli dico in faccia:

“Ma a chi vuoi far paura?”

Ho conosciuto il dolore:

ed era il figlio malato,

la ragazza perduta all’orizzonte,

il sogno strozzato,

l’indifferenza del mondo alla fame,

alla povertà, alla vita…

il brigante nell’angolo

nascosto vigliacco battuto tumore

Dio, che non c’era

e giurava di esserci, ah se giurava, di esserci….e non c’era

ho conosciuto il dolore

e l’ho preso a colpi di canzoni e parole

per farlo tremare,

per farlo impallidire,

per farlo tornare all’angolo,

cosi pieno di botte,

cosi massacrato stordito imballato…

cosi sputtanato che al segnale del gong

saltò fuori dal ring e non si fece mai più

mai più vedere

Poi l’ho fermato in un bar,

che neanche lo conosceva la gente;

l’ho fermato per dirgli:

“Con me non puoi niente!”

Ho conosciuto il dolore

e ho avuto pietà di lui,

della sua solitudine,

delle sue dita da ragno

di essere condannato al suo mestiere

condannato al suo dolore;

l’ho guardato negli occhi,

che sono voragini e strappi

di sogni infranti: respiri interrotti

ultime stelle di disperati amanti

-Ti vuoi fermare un momento?- gli ho chiesto –

insomma vuoi smetterla di nasconderti? Ti vuoi sedere?

Per una volta ascoltami!! Ascoltami

. e non fiatare

Hai fatto di tutto

per disarmarmi la vita

e non sai, non puoi sapere

che mi passi come un’ombra sottile sfiorente,

appena-appena toccante,

e non hai vie d’uscita

perché, nel cuore appreso,

in questo attendere

anche in un solo attimo,

l’emozione di amici che partono,

figli che nascono,

sogni che corrono nel mio presente,

io sono vivo

e tu, mio dolore,

non conti un cazzo di niente

Ti ho conosciuto dolore in una notte di inverno

una di quelle notti che assomigliano a un giorno

Ma in mezzo alle stelle invisibili e spente

io sono un uomo….e tu non sei un cazzo di niente

E quante volte ho urlato al cielo “Io sono un uomo e tu un cazzo di niente!”

E allora la meraviglia della vita si mostra nella semplicità schietta e genuina delle cose espressa mirabilmente in Rotary Club of malindi

Chi l’ha detto che siam nati per soffrire?

Pagare prima, poi vedere.

Chi l’ha detto che noi non ci abbiamo niente

è una falsa lingua di serpente.

Qui da noi c’è sempre roba da buttare,

mica siamo un mondo occidentale.

E abbiamo in mente un’organizzazione

per tutti i bianchi in depressione.,,,

E ancora grazie al primo esploratore

e all’inglese che era un gran signore,

l’italiano che non ci vuol mai truffare

e lo svizzero dal grande cuore!

Ci hanno cancellato fame e malattia,

e in attesa di sapere cosa sia

abbiamo la democrazia.

Ma quando all’ora del gabbiano tutto se ne va

e nel silenzio si addormenta il sole,

ti prende in fondo una tristezza che non sai,

che non sai da dove viene:

sta nell’odore della sera

nel colore così basso del cielo

inventato dal vento,

e tutto passa e tutto è vivo e niente può tornare,

neanche Dio

da qualche stella d’argento.

E siamo noi occidentali, cosi pieni di storia e filosofia ad essere carenti.

Siamo noi a non salire orgogliosi sul tetto fottendocene dei successi e dei paludi sociali e suonare solo alle stelle perché è bello esprimersi e lasciare che musica e parole escano dal noi stessi per irrorare di luce l’altro:

Mi dicevo quando sarò grande

Sceglierò tra vivere e capire,

Se dovrò cambiare le mutande

Se dovrò restare, se dovrò partire:

Mamma sono diventato uomo,

E mi hai dato centomila lire,

Ma non sò né frate, né pompiere

Nianca sò poeta, nianca bersagliere.

Sai dov’è finito il tuo bambino?

Solo sopra il tetto a sonà il violino,

A sonà il violino sopra il tetto

Con un muro bianco proprio dirimpetto.

Figlio, figlio, se nessuno ascolta,

La tua mamma ti farà una torta,

Sona,sona figlio tutta notte,

Non ti disperare, tanto che ce fotte?

Mamma, mamma, forse il mio destino

Era lì sul tetto a sonà il violino,

Che mme frega se nessuno sente,

Tanto non lo suono mica per la gente

Sona, sona, figlio, figlio bello

Mamma tua ti porta il limoncello,

E ti porta pane e pecorino

Se ti viene fame prima del mattino.

Mamma, mamma, questo è il mio destino

Stare sopra il tetto a sonà il violino,

Dillo a babbo, dillo alle sorelle

Se nessuno sente, sòno per le stelle;

Dillo a babbo, dillo alle sorelle

La vita in Vecchioni in ogni sua sfumatura, nell’amore e nella sciocca esigenza di noi poveri sognatori a scrivere poesie, vale ogni istante e ogni cicatrice.

La vita è l’unico motivo per cui viviamo.

L’emozione di un incontro, di un ricordo, di un eterno cercare, la scoperta di quanto è bello camminare fino ad avere le scarpe rotte, vale ogni respiro mozzato.

Ed è la fede più profonda di Vecchioni per l’altro Dio, quello incarnato, quello che ha tolto a noi poveri stolti le catene che ci ancoravano a una visione distorta del mondo, bastato sulla sudditanza e sul sacrificio.

Ed è quella che Vecchioni in un momento atroce e di piena sofferenza offre alla vera divinità, cosi innamorato e cosi disperato:

Non a caso, in Le rose blu, al Dio delle distanze siderali Vecchioni sacrifica – per un solo miracoloquanto di più caro, intimo, caratterizzante, ha posseduto sin lì: l’intero corollario degli attimi vissuti. Le piccole/grandi stanze di vita quotidiana (gucciniane ma – di nuovo anche pascoliane) che affiorano alla memoria come ricordi.

Perché ecco che torna il suo concetto più amato, in fondo la morte non è che un risveglio cosi come ci narra in la leggenda di Olaf

sogno sognò sogno

e poi come tutti si risveglio

Allora la nostra esperienza umana è dicotomica. Da un alto c’è tutto quello di corrotto che ci distanzia dall’essenza del nostro esistere, denunciato in la gallina Maddalena:

Era una gallina vecchia,

ma sembrava sempre nuova,

e ingrassò per quarant’anni,

senza fare mai le uova;

ma un bel giorno venne il giorno

di ridare tutto indietro:

è rimasta Maddalena

senza penne sul di dietro.

E si dispera mattina e sera:

“Papà rubbava ma io sso bbrava!”

Tutta colpa dei tacchini,

delle papere e dei polli,

se da grandi i miei pulcini

non diventeranno uccelli;

Maddalena dei lamenti

che stà lì, che aspetta e spera,

Maddalena senza denti,

vittimista di carriera;

Maddalena dei padroni

che van bene tutti quanti,

gli stan tutti sui coglioni:

però manda gli altri avanti….

Cambia bandiera e si dispera,

la cambia ancora e dura un’ora...

e signor giudice,

Signor giudice

Lei venga quando vuole

Più ci farà aspettare

Più sarà bello uscire

Signor giudice

Si compri il costumino si mangi l’arancino

col suo pomodorino

Noi siamo tanti siam qua, già la chiamiamo papà

Di quei papà

Che non si conoscono

Quel giorno quando verrà giudichi senza pietà

Ci vergognano tanto d’essere uomini

Così così

Sogniamo poco sogniamo sogni così così

Abbiamo nonne abbiamo mamme così così

E quasi sempre sposiamo mogli così così

Se ci riusciamo facciamo figli così così

Abbiamo tutti le stesse facce così così

Viaggiamo poco, vediamo posti così così

Ed ogni sera ci ritroviamo così così

Signor giudice noi siamo quel che siamo

Ma l’ala di un gabbiano può far volar lontano

Signor giudice qui il tempo scorre piano

Ma noi che l’adoriamo col tempo ci giochiamo

L’ombra sul muro non è una ragazza

Però ci fai l’amore per abitudine

Lei certamente farà quello che è giusto

Per noi che ci fidiamo e continuiamo

A vivere così così così

Sappiamo poco sappiamo cose così così

Ci accontentiamo perché noi siamo così così

A casa nostra ci sono quadri così così

E se c’è sole è sempre sole così così

E nelle foto veniamo sempre così così

Sogniamo poco sogniamo sogni così così

Ed ogni sera ci ritroviamo così così

e quel vivere in modo profondo ogni esperienza rifiutando il compromesso, e credendo in un mondo diverso dove i poeti sono capaci di sputtanarvi

Sanno treni fermi e una stazione

persa tra il cielo e il mare

hanno la prima metà di una canzone

l’altra metà da ritrovare

Hanno le vostre fandonie nelle orecchie

conoscono le vostre facce di culo

madri piene di tranquillanti

padri che vanno sul sicuro

I ragazzi nascondono lacrime sospese

come gatte gelose dei figli

hanno un bagaglio di speranze deluse

come onde che s’infrangono sugli scogli

Hanno un mondo che avete storpiato ingannato tradito massacrato

hanno un piccolo fiore dentro

che c’è da chiedersi com’è nato

e cercano di amare

domani come ieri

questi miei piccoli comici spaventati guerrieri

e cercano di amare come uomini veri

questi miei piccoli comici

spaventati guerrieri

non azzardatevi a toccarli mai

non azzardatevi a giudicarli

tirate via le vostre sporche mani

non confondetevi coi loro sogni continuate a costruire un mondo perfetto

dove potete specchiarvi

i poeti non saranno anche nessuno

ma hanno il potere di sputtanarvi

e vorrebbero amare

domani come ieri

questi miei piccoli comici spaventati guerrieri

e vorrebbero amare

come uomini veri

questi miei piccoli comici spaventati guerrieri

e vorrebbero amare

volare sui loro pensieri

questi miei piccoli comici

questi miei piccoli comici

questi miei piccoli comici

spaventati guerrieri

E allora tutta la magia, tutto il mio amore per Roberto, nasce dalla sua capacità di comprendere e di mostrarmi un mondo diverso, un mondo meno stantio, meno rigido e meno strutturato.

Un tempo in cui forse la follia diviene creatività. Il tempo che mi resta per vivere appieno questa strabiliante immensa avventura

Ci sono foglie che si aggrappano ai rami

perchè non vogliono cadere mai,

ci sono stelle che si aggrappano al cielo

perchè si accorgono di finire, sai,

ci sono ubriachi che stringono il bicchiere

perchè è sempre l’ultimo che fa paura,

ci sono uccelli che sentono lo sparo

e contano quanto gli resta ancora.

Ed è soltanto una questione di tempo:

quello che serve a salvare un uomo,

il cielo quando è in attesa di un lampo,

una chitarra che aspetta un suono,

una ragazza col cuore in gola

perchè il suo amore non può finire,

il tempo prima della parola che non avresti mai voluto dire.

E tu, quanto tempo hai?

tu, quanto amore hai?

io, non ti perdo mai ti aspetto al fondo di questa strada, sai;

tu, quanto tempo hai,

quanto tempo hai,

quanto amore hai?

Ci sono ragazzi che chiudono gli occhi

e si distruggono in un altro tempo,

ma d’altra parte ci sono vecchi

che darebbero tutto per un momento,

ci sono lettere che non arrivano,

baci che restano immaginari,

ci sono treni che si stanno chiedendo

quando finiscono i binari.

E ci sono poeti che chiedono a Dio

un altro giorno per dire qualcosa

e giardinieri sdraiati di notte col naso sul gambo di una rosa,

ci sono bambini che aspettano

quando verranno per spegnergli la luce,

e uomini che hanno sfidato il tempo

perchè qualcuno fosse felice.

E tu, quanto tempo hai?

tu, quanto amore hai?

basta solo sapere questo, sai; conta solo questo, sai.

Tu, quanto tempo hai tu, quanto amore hai:

non è niente, non è successo niente, sai,

dimmi solo se ti ho perso

o non ti ho perso mai;

tu, quanto tempo hai,

quanto amore hai?

Capisco Bonanno quando scrive

Vecchioni riesce sempre a farmi piangere. Puntualmente. A ogni disco. Anche adesso, che di musica e parole ne ho digerite quanto basta e ne scrivo più o meno per mestiere. Quando credo di averla fatta franca, di essermi assuefatto al pathos dello scrivere/cantare vecchioniano, il colpo di coda, in chiusura di scaletta: la traccia tipica da lacrima in punta di ciglio.

E lui accade ogni volta che ascolta Viola d’inverno

Arriverà che fumo

o che do l’acqua ai fiori,

o che ti ho appena detto:

“scendo, porto il cane fuori”,

che avrò una mezza fetta

di torta in bocca,

o la saliva di un bacio

appena dato,

arriverà, lo farà così in fretta

che non sarò neanche emozionato …

Arriverà che dormo o sogno, o piscio

o mentre sto guidando,

la sentirò benissimo

suonare mentre sbando,

e non potrò confonderla con niente,

perché ha un suono maledettamente eterno:

e poi si sente quella volta sola

la viola d’inverno.

Bello è che non sei mai preparato,

che tanto capita sempre agli altri,

vivere in fondo è così scontato

che non t’immagini mai che basti

e resta indietro sempre un discorso

e resta indietro sempre un rimorso…

E non potrò parlarti, strizzarti l’occhio,

non potrò farti segni,

tutto questo è vietato

da inscrutabili disegni,

e tu ti chiederai

che cosa vuole dire

tutto quell’improvviso starti intorno

perché tu non potrai, non la potrai sentire

la mia viola d’inverno.

E allora penserò

che niente ha avuto senso

a parte questo averti amata,

amata in così poco tempo;

e che il mondo non vale

un tuo sorriso,

e nessuna canzone

è più grande di un tuo giorno

e che si tenga il resto, me compreso,

la viola d’inverno

E dopo aver diviso tutto

la rabbia, i figli, lo schifo e il volo,

questa è davvero l’unica cosa

che devo proprio fare da solo

e dopo aver diviso tutto

neanche ti avverto che vado via,

ma non mi dire pure stavolta

che faccio sempre di testa mia:

tienila stretta la testa mia.

O con le Rose blu

Io ti darò

il mio primo giorno a scuola

l’aquilone che volava

il suo bacio che iniziava

il suo bacio che moriva

io ti darò

e ancora sai

le vigilie di Natale

quando bigi e ti va male

le risate degli amici

gli anni, quelli più felici

io ti darò…

A me accade ogni volta che ascolto Chiamami ancora amore.

E per la barca che è volata in cielo

Che i bimbi ancora stavano a giocare

Che gli avrei regalato il mare intero

Pur di vedermeli arrivare

Per il poeta che non può cantare

Per l’operaio che ha perso il suo lavoro

Per chi ha vent’anni e se ne sta a morire

In un deserto come in un porcile

E per tutti i ragazzi e le ragazze

Che difendono un libro, un libro vero

Così belli a gridare nelle piazze

Perché stanno uccidendo il pensiero

Per il bastardo che sta sempre al sole

Per il vigliacco che nasconde il cuore

Per la nostra memoria gettata al vento

Da questi signori del dolore

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

Che questa maledetta notte

Dovrà pur finire

Perché la riempiremo noi da qui

Di musica e parole

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

In questo disperato sogno

Tra il silenzio e il tuono

Difendi questa umanità

Anche restasse un solo uomo

Chiamami ancora amore

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

Perché le idee sono come farfalle

Che non puoi togliergli le ali

Perché le idee sono come le stelle

Che non le spengono i temporali

Perché le idee sono voci di madre

Che credevano di avere perso

E sono come il sorriso di dio

In questo sputo di universo

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

Che questa maledetta notte

Dovrà ben finire

Perché la riempiremo noi da qui
Di musica e parole

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

Continua a scrivere la vita

Tra il silenzio e il tuono

Difendi questa umanità

Che è così vera in ogni uomo

Chiamami ancora amore

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

Che questa maledetta notte

Dovrà pur finire

Perché la riempiremo noi da qui

Di musica e parole

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

In questo disperato sogno

Tra il silenzio e il tuono

Difendi questa umanità

Anche restasse un solo uomo

E anche ora le lacrime scendono, rendendomi felice, rendendomi più umana di quanto ero prima di iniziare a scrivere.

E per ogni lacrima per quella notte maledetta che finirà prima o poi.

E difenderò quest’umanità

Anche se restasse un solo uomo

Io e Mario abbiamo lo stesso difetto, bellissimo e impossibile da togliere, quello di far suonare fino allo sfinimento le sue melodie e considerarlo un amico, un mentore, un maestro, un padre o un fratello,

E di non stancarci mai di applaudirlo, prima con il cuore e poi per ultimo con le mani.

So che non sarà la solita recensione, che apparirò quasi pazza o esagitata.

Ma capitemi.

Non si può chiedere a Micheli Alessandra di recensire un libro su Roberto Vecchioni.

e se ha tentato di fregarle

il tempo,

hanno fottuto il tempo

con l’amore.

Passano via così come aquiloni,

corrono dietro un vento che non c’è:

vincono a sogni, perdono a emozioni

le mie ragazze,

proprio come me

“C’era una volta un clandestino” di Eltjon Bida, Policromia. A cura di Alessandra Micheli

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Voi non lo sapete, ma ora farete una scoperta epocale: la sottoscritta non è nata come “blogger” ma come mediatore culturale.

E per tutti coloro che non conosco questa figura, ve la spiego in due parole: il mediatore culturale è colui che aiuta l’immigrato a integrarsi.

Ovviamente per riuscirci, deve imparare a conoscere in modo il più possibile perfetto, i meccanismi delle leggi italiane, i suoi diritti e i doveri, la costituzione,tutto questo per potersi inserire a livello lavorativo senza il rischio di divenire “illegale”.

E non solo.

Affinché l’impatto con il nuovo risulti meno traumatico, il mediatore sarà anche il ponte in grado di mettere a confronto e in condizioni di dialogo due parti: il paese ospitante e la persona che da ospite si dovrà sentire parte di quella comunità.

E dato ancor più importante, l’integrazione non dovrà mai far perdere del tutto la sua cultura ma semplicemente adattandola all’esistente. E magari creando una terza via, impedendo cosi alla società di marcire e di fossilizzarsi su un ridondante passato.

Sembra difficile ma vi garantisco che è uno dei lavori più semplici e più intensi che ho mai avuto l’onore di praticare, perché oltre all’esaltazione delle diversità provoca anche una vera e propria crescita interiore. Infatti, come mediatore ho dovuto rendermi conto dei miei personali razzismi e conviverci e addirittura farli scomparire.

Perché per essere ponte, devi diventarlo un ponte.

E per congiungere due estremi, devi fare piazza pulita di ogni tua limitazione, di ogni pregiudizio e devi devastare i tuoi stereotipi. Questo rende la mente aperta e cosi flessibile. Ma attenzione, non significa affatto capace di trasformarsi in una bizzarra creatura senza briglie, ma semplicemente riuscire a domare le stesse non con una mano rigida ma capace di adattarsi al movimento dell’equino.

Siete mai andati a cavallo?

Chi ha avuto questa fortuna ha compreso il segreto della vita.

Spesso noi abbiamo un atteggiamento granitico e statuario nei confronti dell’esistenza.

Ma l’esistenza non procede con passo felpato e tranquillo, ma sgroppa, galoppa, trotta a seconda, addirittura, del terreno che incontra.

E chi ama l’equitazione sa che, il miglior modo per non sfracellarsi al suolo, è quello di assecondare i movimenti divenendo tutt’uno con l’adorabile destriero.

E questo assecondare i suoi movimenti significa anche cambiare prospettiva, visuale e interpretazione del reale: condottiero e purosangue non sono dominante e dominato, ma due esseri viventi capaci di dialogare e di danzare assieme.

E cosi è la vita, e sopratutto cosi è l’immigrazione.

Nonostante le evidenti problematiche del vivere moderno, influenzate dal colonialismo, dai periodi storici e dall’etnocentrismo, irrorare un terreno seminato con nuove colture non è mai un difetto.

Sempre che l’agricoltore sia in grado di interpretare la terra e di trovare un compromesso tra i nutrienti della stessa e la coltura da innestare. Trovando accorgimenti, sistemando le differenze, livellando e preparando il terreno all’accoglienza.

E la coltura suddetta può addirittura fecondare il nostro campo, donando a esso nuova vita e una rigogliosità inaspettata.

La base è il rispetto.

Ma anche la gioia, il piacere di lavorarci, le soddisfazioni e la curiosità. Mi piace paragonare il lavoro di integrazione a quello dell’agricoltore; entrambi sono frutto di una conoscenza dei cicli vitali e di MERAVIGLIA.

Senza quest’emozione, ogni racconto di adattamento, ogni incontro con l’altro, risulterebbe statico, elogiativo e propagandistico.

Insomma, la lusinga non produce mai un buon raccolto.

E questo difetto l’ho ritrovato in molti racconti, in molti saggi che lungi dal prospettare l’immigrazione come un evento sano, caratteristico delle società umane, lo fa diventare più penoso delle avventure dello sfortunato David Copperfield.

Immigrare è difficile.

Ma non rappresenta un problema.

Non più di tante interazioni umane comunque.

Perché in ogni e sottolineo ogni incontro con l’altro, troveremo diversità.

Altrimenti non si sarebbe chiamato altro ma uguale a me.

Quando si sottolinea SOLO, la difficoltà, il dolore, il disagio senza usare l’ironia, senza parlare anche della meraviglia dell’interazione, si rappresenta una situazione eccezionale, una situazione fuori dal comune quando invece, immigrare e creare culture è fatto di sempre.

Dice infatti Franco Cardini:

Io ritengo che le identità siano necessarie e la ricerca delle radici legittime: a patto tuttavia che ci si renda ben conto del fatto che non esistono, se non nel mito o nell’utopia, culture prive di contaminazioni. Grazie a dio nessuno può vantare alcuna primigenia purezza.

E mano male che lo dice Cardini, quando lo sostengo io tutti mi guardano storto.

Questo significa che l’identità formata dall’esperienza, dall’educazione, dalle difficoltà e opportunità contingenti è importante ma che non rappresenta il tutto dell’individuo.

Ogni società, ogni cittadinanza nasce da un lavoro esterno che tenta di livellare se non omologare, le singolarità di ognuno in vista del bene comune.

E il bene comune, il bene superiore, la volontà generale, insomma chiamatela come diamine vi pare, è la collettività.

E come ho già spiegato precedentemente, se la collettività è minacciata dai cambiamenti epocali, si inventa il nemico.

Oggi il nemico è l’immigrato, considerato quasi un alieno invasore e non più una risorsa.

E reiterare questo pensiero, tramite una sorta di panegirico del soggetto disperato, sottolineandone non le familiarità ma le differenze non agevola il processo di accettazione.

Perché questo pippardone, vi chiederete voi?

Perché il libro C’era una volta un clandestino, racconta un esperienza diversa, meno tragica dell’immigrazione. Seppur si accenna alle problematiche di un Albania che stenta a lasciarsi indietro l’arretratezza causata dal sistema totalitario, e dal suo lassismo ( noi assomigliamo a quella terra che accetta la pecunia come unico dio) il punto di merito nel racconto dolce, ironico e anche “piccante” di Brida è quello di mostrare un ragazzo normale, che della sua identità non ne fa vanto, né barriera, ne scudo, ma ne fa opportunità.

E’ il suo essere “albanese” che lo rende curioso dell’altro, di quell’Italia favoleggiata, sognata ma anche idealizzata.

E al contatto con il mondo gulliveriano, si rende tragicamente ma anche comicamente conto che, in fondo, è vero il proverbio: tutto il mondo è paese.

E pur avendo maggiori opportunità, maggiori risorse, restiamo ancorati a un retaggio antico, chiuso e a volte esilarante.

Incontra uomini illuminati, cosi come spaventati dall’avanzare del tempo e della tecnologia.

Si cimenta con i drammi dell’italiano: lei a chi?

Lei donna, ma anche lei per rispetto…oddio qualcuno faccia ordine.

Si imbatte nei pregiudizi di una società che resta autoritaria e maschilista, forse redimendo un po’ la sua.

Si incontra con il malessere ma anche con la non voglia di darsi da fare dei suoi connazionali.

E si imbatte nel pregiudizio, scavalcandolo però, con la legge. Bellissimo e emblematico è l’episodio del suo incontro con la polizia, abituata alla parola clandestino ma disabituata ai regolamenti legislativi.

Clandestino è colui che entra di soppiatto nel nostro paese.

Non esiste, non è manifesto, appartiene alla schiera utile per la nostra coscienza caritatevole, degli invisibili.

Quando viene scoperto senza il possesso del permesso di soggiorno diviene Illegale.

Piccole ma importanti sottigliezze, perfettamente spiegate nel testo unico dell’immigrazione, quasi più mitologico del Necronomicon.

Ma soprattutto l’autore, dall’ironia graffiante e dallo stile apparentemente semplice, ci parla del vero unico ponte tra i popoli: amore e passione.

Perché davanti alla voglia di sentirsi e di sentire l’altro nella sua nudità (non fate i maiali, parlo di nudità emotive) ogni differenza cade perché la danza eterna dell’amore non ha bisogno di orpelli

L’amore basta all’amore

Amore che nullo amato amor perdona

Ed è quello il messaggio meraviglioso di Brida: siamo tutti esseri fatti di spirito, carne, emozioni e sentimenti.

Non esiste né razza, ne nazione.

Non esistono confini, se non quelli mentali.

Forse ci serve uno stato o una definizione, ma quando ci prende dell’altrui piacere cosi forte come un vento che non ci abbandona, tutti questi meccanismi usmani crollano miseramente.

E non lo dico io ma Dante.

E se lo dice il sommo, beh credeteci.

Io vi consiglio di ridere, emozionarvi, divertirvi e ammirare il coraggio di un uomo.

Lasciate da parte il suo passaporto, ascoltate solo cosa ha da dirvi, da narrare e uscite da questo viaggio cambiati.

E magari meno fissati con queste orrende definizioni.

Conosco una sola razza, quella umana

Albert Einstein

La rubrica Viaggio attraverso la storia presenta: “Feste di primavera”. A cura di Alfredo Betocchi.

Primavera

 

 

Ah, la primavera con la sua allegria, la sua vitalità, la sua dolcezza…

Quando arriva la primavera sembra che tutta la terra si tolga di dosso il freddo e cupo mantello invernale per indossare una bella veste ricca di mille colori.

E chi meglio di Fantasia 2000 ha potuto meglio rappresentare questa meravigliosa stagione? Il secondo “episodio” delle “4 Stagioni Disney” mostra la storia della dolce, allegra e, soprattutto, vitale protagonista sulle note del brano più famoso di Vivaldi, appunto “La Primavera”.

In questo capolavoro della produzione disneyana, la Ninfa dell’acqua, Spirito della Primavera, sorge da un lago e vola per la Terra a risvegliare la Natura, ma l’Uccello di fuoco, comparso dalle viscere di un vulcano col suo fiato incandescente, distrugge e secca il terreno. Quando sembra che nessuna speranza rimanga alla Ninfa, tre gocce delle sue umide lacrime cadono giù sulla causta terra bagnandola e facendo rinascere teneri virgulti che si trasformano in possenti tronchi, trasformando l’arido panorama in un rigoglioso bosco.

La Primavera è sicuramente la più nota delle composizioni di Antonio Vivaldi che fa parte del concerto “Le quattro stagioni”. In realtà si tratta di quattro concerti distinti, scritti e pubblicati nel 1725 sulla scorta di altrettanti sonetti di autore ignoto e ispirati ciascuno a una stagione dell’anno.

1 – Giunt’è la Primavera e festosetti
La salutan gl’augei con lieto canto,
E i fonti allo spirar de’ zeffiretti
2 – Con dolce mormorìo scorrono intanto;
Vengon coprendo l’aer di nero manto
E lampi, e tuoni ad annuntiarla eletti
Indi tacendo questi, gl’augelletti
3-Tornan di nuovo al lor canoro incanto:
E quindi sul fiorito ameno prato
Al caro mormorìo di fronde e piante
Dorme ‘l caprar col fido can’ a lato.
4 – Di pastoral zampogna al suon festante
Danzan ninfe e pastor nel tetto amato
Di Primavera all’apparir brillante.

Il concerto in Mi maggiore per violino, archi e cembalo, fa parte dell’opera 8, “Il cimento dell’armonia e dell’invenzione” e costituisce uno dei primissimi esempi di musica descrittiva. La melodia infatti descrive, passo dopo passo, i singoli eventi del sonetto dedicato alla Primavera: il canto degli uccelli, il temporale e, nella danza finale, il violino solista rappresenta un pastore addormentato, le viole il latrato del fedele cane, mentre le foglie fruscianti sono interpretate da altri violini.

Questa stagione di risveglio e rinascita della fauna e della flora ha sempre affascinato tutti i popoli in ogni angolo del mondo, ma soprattutto era grandemente considerata dai Celti e dai Romani. La parola stessa “primavera” sottolinea l’inizio di qualcosa di nuovo, “prima”, mentre la stagione medesima, “vera”, avendo un’origine germanica, “wer”, denuncia l’importanza che questo concetto aveva presso i popoli nordici.

Alla fine d’aprile o nei primi giorni di maggio i Celti o Galli, come li chiamavamo i romani, festeggiavano la rinascita della Madre Terra dopo il lungo gelido inverno nordico. Appena dopo l’equinozio di primavera, i celti celebravano la festa di Beltain o Beltane. In ogni regione abitata dai celti, dall’Europa occidentale al mar Nero fino all’Anatolia, questa era l’occasione per il popolo, guidato dai druidi, di festeggiare il risveglio della Vita, la fertilità, il ritorno dei fiori colorati nei prati e sugli alberi, l’apparizione del sole caldo che allunga piacevolmente le ore di luce, scacciando il buio dell’inverno. Questa festa aveva carattere purificatorio, si accendevano dei falò, vi si facevano passare un mezzo il bestiame per preservarlo da eventuali pericoli futuri e si sacrificava un uomo, di solito un prigioniero, che rappresentava il Re della Quercia. I celti praticavano il sacrificio umano e l’uccisione rituale avveniva per ogni occasione di feste, sia a Beltane che in altre occasioni.

Il mito della luce che prevale sull’oscurità assumeva connotazioni sanguinarie presso tutti i popoli del nord Europa: celtici, germanici e scandinavi. Si facevano sacrifici umani almeno finché il cristianesimo non riuscì a diffondersi in quelle terre, stemperando le manifestazioni più crudeli.

I metodi di uccisione rituale dovevano essere soprattutto tre: impiccagione, arsione e annegamento. Da questi sacrifici si traevano auspici per il futuro raccolto e per altre occasioni come la guerra. In quel giorno, giovani più prestanti saltavano i falò per predire l’altezza del raccolto dai salti effettuati.

Nella notte, uomini e donne si scatenavano un orgia di sesso sfrenato che ricordava i satiri e le ninfe dei miti greci. Si perpetuava così la razza e si dava sfogo all’amore; molto presto i guerrieri sarebbero partiti per la guerra e sarebbero stati lontani dalle loro donne per molto tempo.

Il mondo celtico e i suoi miti hanno ispirato generazioni di scrittori stranieri e italiani, affascinati dai racconti fantastici popolati da elfi, fate, troll e draghi originati dalle divinità di quelle genti così creative. Essi erano immersi nella natura da cui traevano ogni sostentamento, seguendo i cicli delle stagioni e festeggiando nel loro modo primitivo e truculento ogni cambiamento.

Tra gli autori e le opere più significative ispirate alle saghe del mondo celtico, segnalerei “La saga di Prydain” di Lloyd Alexander, autore statunitense. Si parla di un’arpa magica, di spade di luce ma soprattutto di una pentola magica ispirata principalmente al “Calderone di Gundestrup”, così caro alle leggende irlandesi e gallesi. Il calderone è infatti un simbolo di morte e di rinascita che riporta alla mente i riti legati alla primavera. Da questo romanzo fu tratto un famoso cartone animato del 1985, dal titolo: “Taron e la pentola magica”, nel quale lo scheletrico cattivo di turno, Re Cornelius, getta i cadaveri dei guerrieri caduti in battaglia in un calderone magico, facendoli rivivere come zombi allo scopo di conquistare il mondo. Taron, intraprendente Assistente guardiano di maiali, con l’aiuto dei suoi amici, riesce a sconfiggerlo e ad assicurare alla storia il lieto fine.

Non proprio una favola per bambini ma che, tuttavia, alla fine degli anni ottanta ebbe un clamoroso successo tra i ragazzi di tutto il mondo.

Un altro autore ispirato a questo genere è David, creatore del ciclo di Belgariad, formato da cinque romanzi in cui la lotta dei Guardiani della Luce contro la Profezia delle tenebre rimanda idealmente ai riti celtici per contrastare e allontanare il buio delle lunghe notti invernali.

Molti altri scrittori anglosassoni hanno fatto riferimento alle affascinanti saghe collegate al mito della Primavera. Come non citare il gigantesco J.R.R.Tolkien che ci ha dato pagine di una sublime bellezza nel suo “Il Signore degli anelli”?

“L’orco” di Marco Trogi, Eclypsed World edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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La comunicazione di oggi è inesorabilmente cambiata.

La globalizzazione, l’avanzamento della tecnologia ha consentito una minore limitazione dello spazio sociale.

Ognuno può messaggiare con persone distanti km e km azzerando con un click le stesse.

E’ tutto a portata di mano: libri, teorie, notizie, conoscenze e nuove scopette.

Ma, ahimè, siamo allo stesso tempo più soli poiché privati dell’autentico contatto visivo e corporeo e al tempo stesso più indifesi.

Lo schermo del pc, del tablet e del telefonino ci rende sicuri di una sorta di protezione e invita a scoprirci a livello emotivo molto di più che nel contatto originario.

Possiamo mentire, costruendoci nuove identità ma possiamo anche raccontarci in modo più profondo grazie all’illusione della distanza, alla protezione di un vetro, alla sicurezza della nostra camera.

Eppure la distanza non è più una dimensione valida.

Almeno non quella emotiva.

Lo schermo non ci difende, quindi, dalle persone capaci di penetrare nel profondo delle nostre imperfezioni, ossessioni o problematiche e cosi il web diviene al tempo stesso opportunità e trappola.

E’ storia di oggi il becero tentativo di dominare e manipolare l’altrui pensiero attraverso il cyber bullismo che ha sostituto il lontano controllo sociale ad opera della disapprovazione della maggioranza.

Oggi la riprovazione non è relativa al sorpasso di un tabù, che aveva comunque un suo preciso fine ( spesso il cosiddetto tabù era solo il modo con cui una collettività fondava la propria esistenza e il proprio legame sociale ed emotivo divenendo da agglomerato urbano comunità) oggi il biasimo può vertere su ogni minimo e infinitesimale dettaglio, sacrificando l’alterità sull’ara sacra dell’omologazione.

Dobbiamo essere tutti uguali e quindi controllabili.

Dobbiamo creare un mondo strutturato in cui nessuno può andare fuori dagli stretti confini, pena la distruzione della sua identità come essere sociale.

E distruggere la psiche di una persona significa cancellarla non solo dal web, ma dalla vita.

Orco fa paura.

Racconta in modo romanzato una vicenda che, purtroppo, ha come fulcro le storie di oggi.

Ragazzine e ragazzini irretiti dall’anonimato e dal senso di appartenenza che si prova quando, l’interesse di qualcuno, ci invade e ci regala una sorta di calore.

Ragazzini e ragazzine bisognosi di attenzione, perché particolari, originali e forse “diversi” rispetto alla massa, costretti a vergognarsi delle differenze, come se esse rappresentassero non un arricchimento ma un ostacolo.

Ragazzini violati nella propria anima cosi profondamente e cosi intimamente, da non potersi più sentire integri e interi, tanto da essere costretti ad annullarsi.

A accettare quella damnatio memoriae capace di cancellarli per sempre come esseri viventi dal circuito virtuale.

E’ quello che accade alla protagonista.

Quando i sogni, le esigenze profonde, vengono “torturate” o messe addirittura alla berlina dagli idioti, davvero non si hanno più appigli per reagire e per essere.

Si collega la propria identità all’accettazione sociale, al like, all’esistenza tramite la comunicazione virtuale.

Si lega profondamente la propria vita all’amore da favola, depurato da tutti gli orpelli della vita reale, del lato meno bello, di quello quotidiano e forse brutalmente onesto che rende anche la storia più “romantica” una storia fatta di piccole, quasi banali semplicità.

Edulcorata dal suo “quotidiano”, ogni amore diviene cosi irreale da essere eterno, perché non soggetto alla vita considerata l’elemento che sporca la bellezza pura di un sentimento.

Questo perché ci hanno “insegnato” che la bellezza non è carnale ma evanescente, mistica e pura e non va inquinata con la quotidianità, con la routine e con la spontaneità, con la essenzialità.

E la protagonista, presa dalle responsabilità, quasi anonima se paragonata alla disinvoltura colorata dei suoi coetanei, trova nelle attenzioni cavalleresche del suo corteggiatore, un dimensione quasi onirica, completamente staccata dal reale di tutti i giorni e pertanto suadente, emozionate ma pericolosa.

Perché dietro il sogno si cela, quasi sempre, un incubo atroce, fatto di sentimenti tutt’altro che puri.

L’orco esiste.

Oggi non si introduce più nei pozzi, negli anfratti.

Non è il pagliaccio demoniaco di IT che tenta di afferrare la sua vittima predestinata portandola nei luoghi umidi e oscuri del sottoterra.

Non è più il babau acquattato nel buio, in attesa che il sonno sfaldi ogni muro e ogni difesa.

Oggi è più che mai il babablu perfetto della favola, quello che si mostra in tutto il suo splendore, nella sua ricchezza, con le carrozze, con il biglietto da visita per un parco giochi pieno di luci sfavillanti.

E’ cosi bravo a giocare che non ci rendiamo conto che la sua suadente e seducente voce, è un sibilo di serpente e che quel pelo blu nella barba è l’elemento che stona con la magnificenza della sua apparente perfezione. I nostri ragazzi e le nostre ragazze diventano prede di un mostro che si maschera da principe azzurro, cortese, elegante, intelligente, a volte colto, ma più pericoloso e terribile dei mostri di una volta.

E si sentono sicuri perché il vetro di un monitor li protegge.

Ma quel vetro non ferma chi si insinua dentro la nostra mente, prima corteggiandola, aggirando le sue naturali difese e poi distruggendola. Perché la vera violenza inizia dalla circuizione del nostro pensiero.

Della nostra intimità, della nostra anima.

E come scrive la nostra Jo Rwoling:è immenso il potere di un anima integra.

Spezzandola, distruggendola, ferendola l’orco avrà la sua vittoria.

Il sacrificio supremo di un giovane puro, come nei brutali tempi antichi. E’ il figlio Isacco sull’altra per mostrare la propria lealtà al dio della forma.

E’ il sacrificio al nuovo dio dell’apparenza, del dominio.

E’ l’agnello immolato per propiziarsi il dio del potere. Sono quelle divinità oscura, molto più oscure dei ctoni idoli di un tempo, quelli che ha perfettamente descritto Neil Gaiman in Gods of america.

Ma la ricerca di Trogi non finisce qua.

Va oltre e individua nella violenza familiare, nell’indifferenza di una struttura che ha perso se stessa e la sua funzione primaria di custode, il vero nucleo del disfacimento sociale di cui il bullismo è l’ultima conseguenza.

L’istituzione famiglia che è stata aspramente criticata durante gli anni a partire dal sessantotto.

Sfaldata, decostruita, aspramente smembrata, vivisezionata al microscopio dei ribelli e degli innovatori sociali.

Il concetto di famiglia è, dunque, stato aperto e fatto uscire dai rigidi confini di una definizione senza alternative.

Il problema è, però, in quell’apertura.

Una volta esaminato, confutato il concetto di famiglia e al tempo stesso di educazione, non si sono proposte alternative valide e nuovi concetti, magari più flessibili e più possibilistici.

Ed ecco che il termine famiglia è stato lasciato aperto.

Ed in quell’apertura, pericolosa, è stato riversato di tutto.

Ecco che così la prima istituzione, quella che ci da i fondamenti dell’apprendimento diviene anche il suo contrario: non più come diceva Gibran la forza che scaglia la freccia figlio, verso il suo destino, ma un fuoco pernicioso che lo polverizza fino a renderlo cenere.

Una cenere fatta di rabbia e rancore.

E credetemi, non rinasce come la fenice ma non fa altro che inquinare l’aria, creando a sua volta nuova violenza nuovo odio.

Ritengo Orco uno dei quegli libri importanti su cui, forse, possiamo davvero incrementare una riflessione proficua sui problemi di oggi.

E forse provare a trovare una cura per questa atroce malattia che sta procurando soltanto dolori, morti e menomazioni.

A noi stessi e a questa società che è sempre più caotica, anarchica e distruttiva.

 

 

“Sognando Bologna” di Riccardo Bassi, Gilgamesh edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Il primo elemento che ha attirato la mia attenzione è stata una frase dell’introduzione del libro di Bassi, scritta da uno degli autori che ritengo mio maestro, ossia Luca Bonaffini.

Spero tutti conosciate la sua mirabile arte, essendo stato paroliere di musicisti del calibro di Pierangolo Bertoli

E il grande sommo ha scritto:

Anche quando scrivere non è un’urgenza, un bisogno fisico, può diventare una droga. Ebbene sì, “farsi di letteratura” dona un piacere immenso, estasiante, talmente forte da indurre lettori e scrivani a diventare un’unica entità, un Universo Cosmologico, nel quale le frasi vagano come satelliti intorno al Pianeta delle Parole. Bassi è un tossico. Un narrativo-dipendente che, da qualche

E  questo fa del nostro autore un vero “tossico” della parola, rendendolo capace di intrecciare racconti, trame personaggi e sogni.

In Sognando Bologna il tema principale non è quindi il fatto di per sé, non sono le miriadi di azioni più o meno lecite, gli sbalzi di orgoglio, gli afflati universali del mal d’amore a fare da sfondo, ma una città che è qualcosa di più di un agglomerato di case, vie e strade, è una vecchia signora che canta, mentre la vita scorrere, più o meno pacata, più o meno diritta.

Ed è la bella Bologna, con la sua maestà quasi velata a raccontarci la storia, la Bologna come l’ho vista io un giorno di marzo soffusa dall’aria di pioggia, quasi nascosta dalla nubi, ma fiera e vetusta.

È la Bologna della saggezza e degli emarginati in cerca di riscatto che racconta la vita di esseri che da banali divengono straordinari, capaci di grandi sacrifici, ma anche capaci di sbrogliare quelle matassa che alla signora elegante non piacciono. Bologna non è la città per brillare di luci della ribalta.

Non è il giusto sfondo per furti o ladrocini, non è il mondo chiuso che respinge l’altro e la novità.

È,  Bassi lo racconta, il cantastorie che attraversa gli archi e la narra, creandola giorno per giorno con la parola.

Dalla sua Milano nebbiosa e affumicata, dobbiamo immaginarci un Bassi giallista, diventato sposo e papà nel giro di pochi libri, che scrive questa storia a tratti commovente, ma spesso divertente, sognando le colline e le piazze della Grassa e Materna Bologna. E dopo qualche riga, eccoci lì, in Piazza Maggiore dove, tra i rumori di fondo e la multi-etnia dei nuovi residenti, pare di sentire ancora le voci di Dalla e di Carboni cantare insieme.

E Bologna appare e narra, la poesia quella che spesso durante la moderna scrittura si perde. E non posso restare inerme di fronte a quel cielo tinto di rosso, alle strade che sorridono mentre i personaggi si incontrano si inchinano e si scambiano. Mentre si tenta il furto del secolo, mentre il dovere lascia il posto all’amore, perchè credetemi, Bologna fa innamorare.

Non posso non sorridere vedendo il genio di Bassi percorrere la sua strada e portare con se un lettore attonito, che assiste stranito a quel ballo, a quella commedia dell’arte senza vinti né vincitori, perché la profondità non divide ma unisce, in un canto eterno di splendore.

Quando arrivai a Bologna capii che quello era il mio inizio. E che la signora mi avrebbe dato qualcosa per cui continuare a sognare, e sognando definendola di volta in volta, evitando che la città si rannicchiasse su se stessa, affranta. Perduta, quasi vinta dalle forse esterne che volevano dettare legge.

E in ogni azione noi troveremo sempre quegli spicchi di cielo e allora gli eventi appariranno meno importanti del fatto che:

Quella mattina di febbraio, nella gelida Bologna baciata dal sole

Alice prese la bici per andare in palestra per la consueta lezione di difesa personale

E l’importanza non sarà nella vita e nel movimento di Alice, o Kevin o la contessa, ma sarà che comunque, anche nelle notti senza speranza, quelle ferite, disperate perdute nelle proprie ossessioni Bologna è baciata dal sole.

Ed è in quell’immagine di impatto piena di luce, che noi troviamo la fiducia.

Ed è in quel sole che bacia e abbraccia la bella città, ogni nodo sarà sciolto.

Fino a che il sogno non diventerà visivo e corporeo:

Era una Bologna diversa, irreale, quasi paradisiaca. Le immagini scorrevano come in un videoclip, veloci e fantastiche, inquadrando di spalle Giulia mentre gli teneva la mano. E poi un primo piano su di lei, prima circondata dalle due torri, poi in Piazza Maggiore

E sulle note finali di questo canto d’amore, si sente una lontana roca voce che ci racconta, cosi come ha voluto fare Bassi il segreto del saper vivere:

Santi che pagano il mio pranzo non ce n’è

Sulle panchine in Piazza Grande

Ma quando ho fame di mercanti come me qui non ce n’è

Dormo sull’erba e ho molti amici intorno a me

Gli innamorati in Piazza Grande

Dei loro guai dei loro amori tutto so, sbagliati e no

A modo mio avrei bisogno di carezze anch’io

A modo mio avrei bisogno di sognare anch’io

Una famiglia vera e propria non ce l’ho

E la mia casa è Piazza Grande

A chi mi crede prendo amore e amore do, quanto ne ho

Con me di donne generose non ce n’è

Rubo l’amore in Piazza Grande

E meno male che briganti come me qui non ce n’è

A modo mio avrei bisogno di carezze anch’io

Avrei bisogno di pregare Dio

Ma la mia vita non la cambierò mai mai

A modo mio quel che sono l’ho voluto io

Lenzuola bianche per coprirci non ne ho

Sotto le stelle in Piazza Grande

E se la vita non ha sogni io li ho e te li do

E se non ci sarà più gente come me

Voglio morire in Piazza Grande

Tra i gatti che non han padrone come me attorno a me

Ti abbraccio Bologna e grazie a te Bassi per avermi fatto volare.

Vorrei che ogni autore come te ascoltasse quella candida voce che sola è la vera ispirazione, che è il solo vero padrone a cui tutti noi dovremmo rispondere.

Anteprima. “Cuore di foglia e radici di pietra” di Giuditta Ross, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Giuditta Ross è a parer mio una delle migliori penne in circolazione. Capace di creare mondi da sogno popolati da creature mitologiche, quelle che spesso arricchiscono le nostre visioni notturne.

Ecco danzare in un caleidoscopico girotondo fatine, licantropi, streghe, e persino un burbero e inacidito vampiro.

Ma se apparentemente i suoi urban sembrano seguire la scia letteraria moderna, vi informo subito che Giuditta è molto vintage. E’ talmente imbevuta di mito che le sue creature sono molto diverse da quelle a cui ci hanno abituato edulcorati libri fantasy.

Le sue fate “ le fae” sono come la vera tradizione vuole: volubili, capricciose, di una bellezza surreale la stessa che colora le nostre fantasticherei quelle notti lontane di mezz’estate, nel meriggio dorato, come sussurrerebbe la voce soave di Carrol.

E magari vezzeggiati dai latti e dai vezzi dell’adorabile Puck.

Sono l’essenza stessa dell’ecosistema, da lei traggono vigore e a loro donano fecondità, e nuova linfa vitale.

State pur sicuri che laddove tocca il suolo il piede di fata, la natura gorgoglia rigogliosa, e accarezza grata quelle regali appendici.

E proprio perché partecipi di quel ciclo ecologico, esse sono e devono essere suddivise in due coorti distinte e al tempo stesso gemelle: la corte dell’inverno, denominata unseelie e la corte dall’estate, la seelie.

Questi aggettivi non hanno nulla da spartire con la concezione orientale del mondo, ossia divisa in bene e male. Semplicemente sono due colori che partecipano essi stessi a creare il favoloso mosaico composito che noi chiamiamo madre natura.

O i cibernetici chiamano sistema interconnesso di legami, azioni e retroazioni.

Ma sempre quello è

Ecco che scrivere questa recensione, in questo radioso giorno di primavera, con il vento che sussurra complice, diviene un vero atto estatico.

Sono ancora rapita dall’incanto forse un po’ crepuscolare di pietra buia, avvinta dalla bellezza triste del suo Principe Mo, e divertita dallo sprezzante cipiglio ombroso della sua fata, il suo amore l’enigmatico Nair cuordifoglia.

E che dire della effervescente Alice, il collante tra due razze, luminosa e al tempo stesso oscura, promessa di pace tra, non solo le fazioni fatate in lotta nel magico regno, ma anche tra le razze protagoniste di tante leggende che ancoraggi popolano la nostra immaginazione.

E poi c’è lui il burbero Alistair, forse troppo vecchio per questo mondo, ma capace di partecipare al rinnovamento grazie alla magia più grande, quella dell’amore, del sacrifico del se e di ogni parte nascosta del nostro io.

Il mondo dei Fe era in declino.

Non prosperava più.

Forse perché nessuno umano, loro servo (servo nell’accezione etimologica di custode) non donava più le sue energie e i suoi sogni per far crescere l’albero antico, deposito segreto di ogni creazione.

Da sempre, infatti è l’albero a sostenere l’impalcatura dei mondi, unisce il sopra con il sotto, il regno delle idee o della magia con quello della realtà.

Sostiene le dimensioni e con un vento divino le fa oscillare cosi tanto da farle incontrare, cosicché ognuna può donare all’altra la sua specificità. Abbiamo noi umani un disperato bisogno di fae, e al tempo stesso i fae hanno un disperato bisogno di umanità per poter esistere.

Non solo pensiero labile ma idea concreta.

Perché non possono sussistere forse, idee senza forma, né forma senza idee, ma devono passare su questo piano d’azione e diventare forma. Ma la forma non è altro dalla sostanza, ma è il modo con cui quest’ultima si trasmuta in un vero e proprio atto alchemico.

I fae sono la nostra sostanza, sono il materiale di cui sono fatti sogni, fantasticherie illusioni e emozioni, e devono colorare la vita di ogni umano.

Ecco che l’albero, asse dei mondi va nutrito con la più sacra delle energie, simboleggiata dal sangue versato, ed è qua l’idea favolosa della Ross, per amore.

Nient’altro che amore, intinto di mille sfumature domina questo meraviglioso, incantato, ammaliante urban fantasy.

E’ l’amore che unisce ciò che è diviso, l’amore che cura le ferite causate da un’accusa, da un pregiudizio, l’amore che restituisce l’innocenza alla piccola bimba fatata, l’amore che allieta e deterge il terribile senso di colpa.

L’amore uccide la solitudine ma sopratutto l’amore spezza l’incanto demoniaco della reliquia che lo rappresenta per eccellenza: il vetro nero.

Esso è nero di colore e di anima, corrompe, rosicchia l’essenza stessa del mondo magico, e forse, mi viene da pensare che proviene come scarto proprio dal nostro mondo in cui il benevolo, il sogno, l’armonia è corrotta da questa sfrenata ricerca del successo a ogni costo.

Nel regno incantato dei fae tutto è equilibrio, oscuro e luminoso danzano per creare le vita.

Noi stessi siamo frutto di questa dicotomia che diventa, in fondo, un unicum importante: il lato oscuro è depositario degli impulsi più nascosti che vengono di volta in volta illuminati dalla luce.

C’è bisogno delle due corti vicine, unite dal patto più importante: fondare una comunità basta sulla variegata composizione di ogni colore, dal più brillante al più grigio.

E questo è lo stesso concetto di bellezza celtica, la cui tradizione cullò i primi racconti di fate, laddove l’oscuro è anche e sopratutto fonte di luce, poiché è il nero che racchiude ogni lucentezza, l’assorbe e la contiene proteggendola, dentro di se.

Al contrario il bianco respinge ogni altro colore, divenendo purissimo, ma quasi algido, lontano immerso nelle sue missioni tanto da non distinguere più il lecito dall’illecito.

Per ironia della sorte il principe dei fae unselie ( l’oscuro o il grigio) diviene quasi più umano, più dotato di sfumature complesse del suo grande amore, troppo impegnato nel suo ruolo di guerriero per concepire una passione non fine a se stesa, ma capace di fargli provare empatia. Nair è già cambiato, qualora vedendo gli occhi di Mo, prova compassione e senso di colpa, per averlo torturato, perché cosi gli avevano ordinato i suoi superiori.

Senza domandarsi se lui fosse il vero colpevole.

Ecco che nonostante gli intrighi delle due corti per una supremazia del potere, forse estranee al mondo incantato, ma probabilmente frutto di una contaminazione con il nostro perduto universo sociale, il mondo dei Fae è salvo.

E’ salvo perché ha dimostrato la capacità di quel sentimento eterno tanto cantato dai nostri poeti, di annullare le distanza, di annullare le differenze e di vivere in un solo respiro appassionato.

Forse la vera magia della Ross è di dare a quell’emozione cosi bistrattata da tanti romanzi, la sua dimensione sacrale, piena di una sensualità elegante e mai fuori posto.

Perché non c’è bisogno di trasgressione, di acrobatico sesso per celebrarlo, perché l’amore basta all’amore.

E davvero è capace di curare ogni ferita:

Vedi questa donna?

Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli.

Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato,

non ha cessato di baciarmi i piedi.

Tu non hai unto con olio il mio capo;

lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo.

Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati,

perché ha molto amato.

Invece colui al quale si perdona poco, ama poco». 

Luca 7,36- 50