Oggi il blog presenta “Ritrovarsi a New York” di Delfina Ducci, BookRoad. Il riscatto sentimentale e professionale di una 45enne per cui la vita è solo all’inizio. Imperdibile!

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“…a chi vai a raccontare che hai raggiunto la pace dei sensi se divori con lo sguardo gli amici di tua figlia? E le tue paternali sulla fedeltà coniugale per poi rivestire di colla la mano che si attacca a quella di Vincenzo ogni volta lo saluti? La fedeltà: quale? A chi? Al marito che finalmente vive una sessualità libera e sembra apprezzare ora con più interesse e attrazione la moglie? In nome dell’intelligenza femminile stai lontana da questi stereotipi, da invenzioni di stampo bigotto e distorto della realtà. Tuo marito guarda le ragazze, non la moglie in menopausa.”

 

Nina sta vivendo un momento particolare della sua vita: alle soglie della menopausa, sta per diventare nonna. Si trova così a riflettere sul passato e sugli anni che passano. Ripensa a quando ha adottato Sara, figlia adolescente che oggi ha trent’anni. Ripensa al suo matrimonio fallito con Pino, bambinone mai cresciuto, ora fidanzato con una gelosissima Ofelia. Ormai quarantacinquenne e senza una relazione da parecchio tempo, Nina si porta tutte queste preoccupazioni a New York, dove vola per lavoro con il collega e amico Santini. Qui riscopre il suo corpo, si rende conto di essere ancora bella, attraente. Il suo lavoro in una casa di moda le permette di vestire abiti particolari, di costruirsi uno stile, una femminilità, e così conosce Max, sorridente manager decisamente più giovane di lei…

Ritrovarsi a New York offre uno sguardo acuto sulle difficoltà delle donne nei diversi momenti della vita: il lavoro, la gravidanza, la menopausa, i tradimenti. La protagonista affronta i cambiamenti che il destino le propone come una sfida, un’opportunità per ricominciare una seconda giovinezza. Un romanzo simpatico e piacevole, capace di trattare temi delicati e importanti in maniera brillante.

“Una donna a quarantacinque anni porta con sé l’essenza straordinaria della femminilità, è forse il momento più colossale per mostrare di essere un vero dono d’amore e di viverlo alla grande.”

 

L’autrice
Delfina Ducci, di origini umbre, vive e lavora a Roma, dove è ricercatrice storico-letteraria e autrice di saggi di carattere storico, letterario e artistico. Impegnata in una variegata attività giornalistica anche radiofonica, scrive inoltre per il teatro. Ha promosso diversi incontri di studio sull’universo femminile. Ritrovarsi a New York è il suo secondo romanzo.

 

Dati libro

Data di pubblicazione: 28 febbraio 2019

Editore: BookRoad

Numero pagine: 266

Prezzo: € 12,90 (cartaceo)

– € 6,99 (ebook)

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“Il mistero di Virginia Hayley” di Alessio Filisdeo, Npsedizioni. A cura di Alessandra Micheli

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La buona musa Calliope mi vuole bene.

Me ne sono resa conto dai libri che pone sulla mia strada, alcuni di una bellezza tetra ma al tempo stesso abbagliante.

Eh si miei adorati lettori.

Oscuro e fulgente, per me nata e cresciuta sotto l’ombra dei racconti celtici non sono aggettivi dicotomici anzi.

Sono parti di un concetto di bellezza antico, che fa del nero fonte di estrema chiarore.

Poiché è il nero che sublima e accoglie in se ogni colore e persino quella luminosità che noi bramiamo continuamente.

E, così, il nero è simbolo di beltà, simbolo di interiorità e mai di maligni demoni. E’ l’antro da cui si rinasce, da cui emergono fiammeggianti stille di fulgore a cui noi, sognatori ci abbeveriamo.

Calliope ha ispirato il buon Flisdeo, rendendolo capace di imprimere su carta (o meno poeticamente su pc) una storia dal sapore gotico, ambientata nell’antro vittoriano, ma irrorata da un certo spirito polemico tipico dei grandi autori di narrativa sociale.

Qua, in questo libro, convivono tutti in un armonico mosaico il buon Dickens, una certa ironia alla Austen, la tetraggine del buon Walpole e una certa dose di irriverenza di Le Fanu più che di Stoker.

I personaggi che troverete, infatti, sono totalmente diversi dallo stereotipo che aleggia attorno alla figura del soprannaturale, e risultano, al pari della buona Carmilla, molto umani imprigionati nella loro rimembranza triste di una vita oramai perduta.

E cosi viaggiano non morti, vampiri, licantropi, sensitivi e streghe che animano i retrocessi della benevola società londinese.

Ed è un contrasto degno di un vero riformatore sociale, poiché i veri demoni non sono scaturiti dai peggiori racconti orrorifici ma rappresentano i protagonisti che la vera vita e la vera umanità celano dietro lo stantio e immobile sistema sociale dell’epoca.

Alla fine loro sono i frutti di un apparente normalità che di banale non ha proprio nulla.

La società vittoriana di allora si nutriva di energie.

Era il vero borghese il prototipo del vampiro, con la sua ansia di dividere il giorno e la notte, il buono e il cattivo, facendo si che lo stesso cittadino probo divenisse fulgido esempio anche a discapito della massa popolare a cui veniva riservato l’onore di rappresentare l’abbrutimento di chi non si atteneva a ligie regole morali.

Londra appare cosi profondamente adombrata da netti contrasti: sfavillio, cultura e innovazione tecnologica a osannare la grandeur del regno britannico. Orrore devastazione, vizio e degrado a raccontare come il progresso ha una facciata meno nobile e meno civile quella che gorgoglia nei bassifondi chiamati WhiteChapel o i Docxs, con quell’umanità che stenta a riconoscersi come tale, cercando di sopravvivere rinunciando alla sua straordinarietà, ai talenti e alle potenzialità.

E già si delinea un “sotto testo” che riesce a carpire i segreti del periodo scelto e utilizza appunto l’elemento sovrannaturale per sottolineare la denuncia.

I mostri quelli scaturiti dai peggiori sogni non sono i carnefici del testo.

Il vero carnefice è l’interesse economico, la stabilità il buon nome che tenta di celare le contraddizioni e tenta di occultare il marcio sotto il tappeto.

Per gli scrittori vittoriani White Chapel e i suoi orrori non esistono.

Whitechapel: la tomba della rettitudine, il simbolo stesso della depravazione e della corruzione di Londra, patria di puttane, tagliagole ed ebrei.

Li raccontano semmai in modo allegorico utilizzando demoni che esorcizzano il vero male in un rito apotropaico che sa tanto di tentativo di redenzione.

Ma una società che non ammette i propri sbagli e le proprie imperfezioni come può essere salvata?

La società vittoriana non era che una bella facciata.

Esaltava i propri successi, il buon nome acquisito con il duro lavoro, salvo poi riversare i propri vizi nelle fumerie di oppio e nei sobborghi in cerca di un piacere effimero e senza regole.

Ecco la perfetta descrizione di quella Londra che tanto angosciava Charles Dickens e che non aveva il sapore del progresso ma del fumo delle industrie che anneriva i polmoni e rendeva gli uomini dei veri e propri condannati

Miracoli, orrori oltre ogni immaginazione, tradimenti, cospirazioni. Ed è solo la punta della piramide, di quell’infido e sdrucciolevole mausoleo che voi chiamate “Londra”

E Londra appare cosi offuscata, quasi uno specchio distorto in cui la sua bellezza, quella che tanti libri celebrano, appare già brulicante di marcio e vermi striscianti

Se quella notte fosse stata simile alle altre, per i suoi sudici vicoli vi si sarebbe potuta ammirare la più rivoltante assemblea di scarti sociali. Bestie, non uomini. Animali consumati dalla febbre della lussuria, dall’ebrezza dell’alcol, desiderosi di dimenticare pure per un solo attimo quella miserabile vita fatta di stenti e di violenza.

E gli eventi e la ricerca della verità, del colpevole non fanno altro che da sfondo al vero protagonista del libro, quella rottura della percezione cosi soave e comoda che lo stesso protagonista e che noi tutti abbiamo del mondo in cui ci tocca vivere:

In tali occasioni, tutto ci pare sbagliato. Noi stesse, le nostre idee, il nostro apparire, i nostri desideri. Ciò che avevamo giudicato nobile a una prima occhiata appassisce nella superficialità a una seconda. Ciò che avevamo reputato brillante si rivela opaco, e ciò che ci aveva colpito nella sua favolosa concezione si dimostra null’altro che un’illusione dei nostri sensi.

Le note riecheggiano sgraziate. Il ciarlare convulso serpeggia guastando l’umore. La triviale condiscendenza del sesso opposto insulta apertamente quel briciolo di amor proprio che la società, coi suoi ipocriti insegnamenti, ancora non è riuscita a estirparci. Così, questa cupola che sino a non molto tempo fa ci era sembrata dorata e idilliaca, si rivela finalmente ai nostri occhi per quello che realmente è»

E qual’è quindi il nostro peccato, quello che permette ai “mostri” di accompagnarci in questo sfrenata commedia dell’arte senza senso?

Un delirante spettacolo di marionette, i cui fili invisibili sono mossi dal conformismo e dalla doppiezza, poiché la menzogna è la più sopportabile, e confortevole, delle realtà»

Il vero contatto con il reale, quello disturbante nel testo non è la scoperta che l’altro mondo viaggia assieme a noi.

L’Inghilterra e l’intero regno unito, in fondo c’è abitato. Tante le leggende che fondano e colorano l’autentico spirito anglosassone a partire dal mito della testa di Bran sepolta sotto la torre di Londra.

No.

Il vero male che si tenta di occultate è molto più semplice, più banale e pertanto più infido e i mostri stessi, i vampiri, le streghe non sono altro che i coprotagonisti di quel marcio che rese fallace e friabile la società del tardo ottocento: il perbenismo.

Quella volontà di rendere tutti uguali, tutti addormentati, privi di slancio vitale, privi di poesia, privi di immaginazione. Scelti non dal destino ma dal compromesso sociale e inserirsi volenti e nolenti in ruoli prestabiliti da cui uscire era…impossibile.

Condanna?

La morte sociale.

Allora era meglio non vedere, fingere di non conoscere l’occulta motivazione alla base di scelte politiche, sociali e emotive cosi disastrose per la psiche come quella della pruderie.

Ecco che in fondo in ogni vittoriano o neo vittoriano in cui l’oscuro altro mondo inizia a viaggiare, ci si sente più attratti da queste figure mitologiche da cui dovremmo rifuggire spaventati, le uniche in fondo, in aperto e spontaneo contatto con le loro naturali inclinazioni: il vampiro deve bere sangue, il licantropo ululare alla luna, la strega beffare e ingannare.

Ma l’uomo… ah lui no.

Potrebbe essere libero e invece è condannato…da se stesso.

Nelle storie di fantasmi è sempre notte, e l’ambiente lugubre trasuda malvagità da ogni parete, lasciando solo intravedere l’orrore. Nella realtà, ben più inquietante, i misfatti e le colpe sono illuminati dalla luce del sole, esposti allo sguardo e alla vergogna di tutti.

Amo e ho amato profondamente questo libro.

E non solo per la capacità dell’autore di farmi viaggiare attraverso la cortina del tempi.

Ma perché, in fondo, descrivendo la Londra vittoriana sta descrivendo la mia, la nostra società.

Quella di oggi.

E finalmente posso vedere di quanti fili è imbrigliato il mio corpo e forse…toglierli.

E tornare a essere me stessa.

“Coràio!” Di Andrea Gasparini edito Augh Edizioni. A cura di Ilaria Grossi

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Sapete qual è il filo che tiene uniti i protagonisti di una favola moderna e agrodolce? Dove gli ingredienti principali sono l’ottimismo, anche quando la società non è sempre in grado di fornire i presupposti, la perseveranza, la tenacia, il mettersi in gioco quando si è persa non una ma molte partite, la non arrendevolezza nei momenti no, il ritrovare una forma di riscatto in una combinazione perfetta e originale di ingredienti che rendano unico un piatto chiamato”vita”.

Quel filo che tiene uniti, nonostante gli strappi quotidiani e le delusioni, è il coraggio. Vi spiego perché ho respirato coraggio nelle pagine del libro, il coraggio di vivere, di rischiare, di osare.

Durante è un ragazzo di 25 anni, vive a Bologna con la sua famiglia, pur con una laurea in tasca, gira con la sua bicicletta tra le stradine e i porticati bolognesi, facendo il portapizza per il ristorante Namastè.

Il padre disoccupato insegue il sogno di una vita, partecipare a MasterChef ed è sempre alla ricerca della ricetta perfetta. La mamma a causa di una infondata denuncia è costretta a lasciare la scuola, dopo anni di sacrifici e trasferimenti, per seguire come educatrice un ragazzo davvero speciale, affetto dalla sindrome di Asperger, un personaggio che non vi lascerà indifferenti per la sua lucida e precisa “sincerità” di vedere la società.

Libera è la sorella maggiore di Durante, è impegnata con tutta se stessa, sia pure in veste di stagista, in una struttura d’accoglienza per migranti e ben presto si scoprirà innamorata di un ragazzo ivoriano e insieme iniziano una lunga trafila per ottenere l’asilo in Italia.

E gli amici di Durante?

Quelli li scoprirete leggendo..ciascun personaggio è capace di dare al lettore motivi di riflessione, sorrisi, rabbia, lacrime, ciò che apprezzerete è la loro parola d’ordine “non arrendersi mai”anche in una società che non sempre infonde fiducia.

Un messaggio positivo e che profuma di speranza, perché oggi la nostra società è così satura di brutte notizie, tragedie, crisi politica, disoccupazione e una pseudo compassione nei confronti dei migranti, che scappano dalla guerra con la speranza di una vita migliore. Preferisco non svelare troppi dettagli, lasciando a te lettore la curiosità di scoprire tutto il mondo che racchiude, che grida e che vuole un posto in Coràio.

Lo stile di Andrea Gasparini è ironico, diretto, uno sguardo caleidoscopico sulla società odierna, agrodolce, amara e a volte dolcissima.

Alla fine, a quel filo si aggrappano tutti, per non affogare nel mare della precarietà e disillusione, e quel filo si chiama coraggio, coraggio di rischiare, coraggio di osare, coraggio di andare avanti nonostante tutto.

Buona Lettura.

 

Ilaria Grossi per Les fleurs du mal blog letterario