Creatura nova di Gennaro Carrano, sbarca in teatro. Un evento da non perdere!!

locandina.jpg

 

Stamme sul dint’a notte come dint’a morte, sule cu’ noi stessi…Putimme durmì

cu’ n’omme o cu na femmena al fianco oppure cient’uommene e ciente femmene ma

quanne chiudimme l’uocchje…è quanne chiudimme l’uocchje che stamme sule! Sule co

‘e penziere, co ‘e cose belle e meno belle ca stanne ‘nzerrate arinte, ‘nfunne ‘nfunne

dint’all’aneme, nascoste nel profondo ca nun decimme a nisciune e nisciune po’ trasì

comme ‘a n’invasore adderete a ‘sti uocchje chiuse. E ‘a cuscienze, sule chelle ce fa

cumpagnije, ‘a notte, comme dint’a morte.”

 

 

 

La poesia classica di ”Creatura Nova” diventa teatro in ”Creatura Nova – Drama”.
Le vicissitudini dei due fratelli Verginia e Adelfo calcano il palcoscenico in questo dramma tutto napoletano.
Il bene si confonde con il male, l’amore si fonde con l’odio,il perdono diviene una colpa.
Un’eterna lotta tra istinto e ragione…

” Con Rassegnatio Et Assolutio Tollereresti un Riprovevole Atto”?
” Nell’Odiar Vivrei Angustatio”.

 

Creatura Nova-Drama-Cover.jpg

 

Lo Spettacolo andrà in scena il 23-24 Marzo 2019 ad Afragola nel Teatro Sant’Antonio.

Per prenotazione biglietti:

339-8808342

333-3363019

347-6531614

Tutti i personaggi che s’incontrano nello spettacolo sono protagonisti della storia.

Il poeta Felice e lo scrivano Valerio (Felice sta per Gaio, quindi Gaio Valerio è un mio omaggio nel copione a Catullo, il poeta che amo) che raccontano la storia( dettata dall’ispirazione o…dalla pazzia) dei due fratelli Adelfo e Verginia e di quell’atto che sconvolgerà le loro vite.

Incontreremo Don Tonino, una figura paterna. Quanti di noi vogliamo bene ad una persona come fosse nostro parente nonostante non s’abbiano legami di parentela con questi? Ecco, Don Tonino rapresenta questo legame per i due giovani.

Concettina…Concettina è la metafora della società e scoprirete perché!

Poi ancor abbiamo l’anziana Madre di Adelfo e Verginia, una donna la cui storia è tratta dalla lirica “L’Obliata” contenuta nel libro “Creatura Nova”. La povera signora è rinchiusa in un ospizio, non abbandonata seppur sempre sola con se stessa, in lotta coi ricordi del passato, di quella donna che sfiorendo lascia solo una chioma argentea ed il silenzio. Eppure è forte…perché prima d’esser madre, d’esser anziana, è donna!

Il Copione “Creatura Nova-Drama” è in vendita in ebook e cartaceo in tutti gli stores online e fisici su ordinazione

Qui di seguito, nel mio sito tutti i Link dove acqusitarlo:

Creatura Nova-Drama(Copione Teatrale) http://gennarocarrano.wixsite.com/gennarocarrano/blog/link-acquisto-creatura-nova-drama-copione-teatrale

Creatura Nova (Poesia) http://gennarocarrano.wixsite.com/gennarocarrano/creatura-nova-2

Se volete seguirmi

Facebook: https://www.facebook.com/gennarocarranopoeta/

Instagram: https://www.instagram.com/gennaro_carrano/

Twitter: https://twitter.com/gennaro_carrano

Sito: http://gennarocarrano.wixsite.com/gennarocarrano

Blog: https://gennarocarrano.wixsite.com/gattocurioso

 

Blog tour “Le alternative dell’amore” di Lorenzo Licalzi, Rizzoli. Ambientazione e periodo storico.

53036316_10213765894441684_54528445228515328_n.jpg

Introduzione

Ci sono romanzi che emozionano par la carica emotiva del loro messaggio. Altri deliziano grazie allo stile perfetto capace di interpretare perfettamente il genere scelto. Altri commuovono perché la trama cattura e rapisce facendo viaggiare in posti esotici o fantastici. E poi ci sono libri che raccontano un pezzo di storia ancora troppo scomoda di fronte ai nostri attoniti occhi, una storia da cui vogliamo liberarci perché troppo pesanti sono i sensi di colpa, troppo a fondo dovranno indagare e ammettere la nostra complicità.

Nonostante siano passati oramai anni dalla fine, tragica, della seconda guerra mondiale, ancora è difficile per noi accettare la sua natura più orrorifica che portò un razzismo, cominciato nel lontano medioevo, al suo culmine, rendendo reali le intenzioni più nascoste, chiude nel nostro io più profondo. L’olocausto. Il progetto abominevole di Htiler che fece da sfondo alle motivazioni più blande e che rese questa guerra, una grossa grassa beffa all’umanità.

E Licalzi riesce, con la sua indubbia bravura, a centrare quel periodo concentrandosi con il declino, quello che acuì la recrudescenza della mistica depravata del nazismo.

Ed è proprio la scelta dell’ambientazione che rende il libro ancor più profondo, ancor più seducente e al tempo stesso perfetto Je t’accuse.

E quindi sarà mio sommo onore guidarvi verso i luoghi del romanzo e concentrarmi nel periodo storico. Ma non temete il viaggio non sarà affatto noioso. Forse difficile da digerire, ma magari, chissà, potrà essere utile per non ripetere errori del passato.

Anche se sembra che abbiamo una sorta di occulto burattinaio da cui non riusciamo a separarci.

L’ambientazione.

Il luogo scelto da Licalzi è un paesino adorabile della Borgogna, Morgy, laddove la serenità sembra la giusta ricompensa per l’orrore subito nel passato. Sappiamo subito che è un paesino ferito, sede di uno dei folli eccidi provocati dai nazisti come risposta all’attività, spesso sconsiderata, della resistenza. Siamo quindi un luogo preciso, che tenta di scollarsi quell’aura di morte, quel sangue che ha nutrito la terra. E che per questo rende l’aria dell’adorabile paesino, dicotomica.

Se da una parte l’inizio ci mostra un luogo di pace, n cui i morti devono riposare sereni e i vivi tornare a patti con la propria umanità, sappiamo che, in fondo, la violenza lascia quasi una marcia occulta, che forse inconsapevolmente il cittadino di Morgy respira.

Vedete la Francia, seppur orgogliosa e fiera di essere stata uno degli avamposti migliori della lotta al nazifascismo, ha da sempre un’anima controversa. Non a caso nella prima decade del secolo, fu complice ospite di tante idee deliranti, e pervasa da una strana e ambigua accettazione del razzismo di stato. E questa sua vena autoritaria e settaria si scontra con la sua evidente ribellione verso lo status quo, portata avanti dai miti della sua storia, come catari e eretici. O addirittura il buon Napoleone, portatore e apoteosi di idee rivoluzionaria che rendevano giustizia a quell’anima rivoluzionaria che mise tanto in difficoltà la Roma imperiale. Tanto che oggi si parla del razzismo in Francia come di un male cronico. Del resto uno stato cosi sicuro di sé, cosi certo della sua superiorità non poteva non esimersi da porsi come modello di sviluppo per le altre società, considerate inferiori, e a cui si elargiva con sussiego il motto libertè egalitè fraternitè, con il conseguente rifiuto dell’identità plurale. Posso citarvi alcuni nomi: Robert Brasillach o il nostro amato Louis-Ferdinand Céline, fino ad arrivare al governo di Vichy. Ma anche Pierre Plantard con la sua Action francaise. E cosa dire dell’affaire Dreyfuss?

Ecco che Morgy rappresenta l’archetipo di queste due anime: una bucolica e soave, fatta di dolci colline, di semplicità e di anima contadina, l’altra più oscura e strisciante.

Morgy all’inizio del testo ci appare cosi:

Arrivai a scorgere le case di Morgy quando il sole dell’ultimo giorno di aprile stava calando dietro ai filari di vite distesi lungo la collina sulla quale sorgeva il paese. Il quattro tempi della mia moto, finalmente libero dai condizionamenti del traffico, rimandava un rumore basso, regolare, quasi ipnotico. Da qualche minuto avevo abbandonato la provinciale. La strada era deserta, non fossi stato così stanco me la sarei goduta, con tutte quelle curve che si insinuavano, come una biscia d’asfalto, nella Côte d’Or, il cuore della Borgogna. Invece sembravano non finire mai, come i vigneti dovunque si volgesse lo sguardo, in tutte le esposizioni possibili. Li divideva soltanto la strada stretta, tra poderi scoscesi a valle e piccoli muri a secco che delimitavano quelli a monte. Muri di pietra color ocra, della stessa sostanza delle rocce madri che spuntavano a chiazze nella parte alta della collina.

Ecco che l’atmofera ci appare ricca di sensazioni positive, un borgo perso nei tempi e deciso a vivere di nature e elementi naturali. Un posto perduto nei meandri del tempo quasi ritroso a mostrarsi

Lessi il cartello MORGY quando il sole era già tramontato. Percorsi tutta la strada che fiancheggiava il paese fino a un grande spiazzo con qualche macchina posteggiata e delimitato dal solito muro in pietra dietro il quale salivano, da un lato, altri filari di vite, dall’altro, un sentiero che si inerpicava sull’ultimo tratto della collina attraversando un boschetto. In mezzo, un lungo sterrato di polvere bianca che arrivava fino a una casa che sorgeva, solitaria e imponente, sulla sua cima

Ma è una ritrosia di chi rifiuta la modernità o esiste altro?

Morgy è davvero ciò che sembra?

È davvero solo un avamposto che tenace decide di omaggiare un passato che gli è stato strappato da una mano invisibile e crudele?

Era un pezzo di storia di Francia, arredata come in certi film quando ricostruiscono i bistrot degli anni Cinquanta, ma qui ogni cosa era genuina, a partire dall’odore di soffritto e di formaggi stagionati e di vino e di pietanze che cuocevano sui fornelli, il tutto mirabilmente fuso in un profumo che sollecitava l’appetito, anche se io non avrei avuto bisogno di alcuna sollecitazione. Le pareti della sala erano intonacate di giallo, in parte scrostate, e una, davanti alla quale erano posizionate due botti, rivestita di pietra locale, la solita color ocra sbiadito, con mattoncini rettangolari, molti dei quali sbeccati, che davano l’idea di essere lì da sempre, come i quadri alle pareti, per lo più fotografie in bianco e nero del pae- se, di filari di vite, e di persone che a giudicare dall’età e dall’epoca in cui erano state ritratte, ormai dovevano essere morte da un pezzo.

Ma che Morgy nasconda altro, lo si scopre piano piano e l’ambientazione smette di colorarsi di candore per tinteggiarsi di elementi crepuscolari:

Insomma è una presenza inquietante, un peso per il paese, che la posizione della casa, così dominante, non alleggerisce, basta alzare lo sguardo e tutti i ricordi che abbiamo cercato di dimenticare tornano a galla, anche se, ormai, di gente che ha vissuto quegli avvenimenti non ce n’è quasi più

una colpa, una sorta di memento che ricorda come dietro la perfezione esista qualcosa di meno bello, di meno pacifico. Ecco che iniziano a scoprirsi i lati compromettenti, gli scambi di favori e sopratutto quell’anima compiacente dei piccoli paesi in cui tutto esista purché non rovini l’apparente tranquillità del borgo:

neppure i segreti del confessionale erano tali a Morgy.

E ancora il vero mantra di Morgy non è la volontà di cancellare la violenza del passato

La reputazione, Baumann, a Morgy conta più di ogni cosa.

Allora non è cosi idilliaco e Morgy: in fondo non è che la ripetizione di mille cittadine, di mille borghi in cui l’omertà e un sostanziale individualismo sfumano i confini del bene e del male.

Il periodo storico

della seconda guerra mondiale e sopratutto del periodo caotico tra il 1944 e il 1945, con la conseguente sconfitta del nazifascismo, si sono scritte pagine e pagine. E si elaborano gli eventi, si tenta di risalire al dato che ha portato al crollo del colosso di Hitler che sembrava cosi imbattibile, cosi indistruttibile. Tanto da par propendere per l’avvento reale del mito dell’anticristo. Del resto come poteva un omuncolo dotato di un intelligenza media aver coinvolto milioni e milioni di tedeschi e sopratutto aver permesso quell’abominio dell’olocausto?

Solo un patto diabolico poteva renderlo capace di irretire i sensi. E la domanda importantissima per comprendere quel disastro che ancora oggi ci portiamo dietro è: com’è stato possibile?

Sappiamo che uno dei colpi maggiori inflitti alla sua avanzata fu la campagna russa. La stessa che distrusse il sogno di Napoleone. Come a dire non è mai possibile imparare dal passato?

Ringraziamo Dio, in questo caso, della sua cecità.

La tattica tedesca era quella di appropriarsi di punti strategici da cui combattere l’avanzata degli alleati. E per mantenere l’ordine, con una popolazione che risultava dissidente e spesso capace di sostenere la resistenza, (molto spesso essi erano figli, padri, e nonni degli stessi cittadini) spesso si ricorreva a metodi estremi, tra cui i famosi eccidi, passati alla storia come atti di vera brutalità. Ricordo a tal proposito quello delle Fosse Ardeatine: per scovare l’attentatore si proponeva la ritorsione, che contemplava l’uccisione di almeno dieci o più persone del luogo in cui il fatto avveniva. Era una sorta di metodo per spaventare e atterrire le ansie ribelli non solo dei partigiani, ma sopratutto della popolazione: divide et impera, dividere per governare.

Ma la storia raccontata da Licalzi ci rivela una verità scomoda: non più gesti di puro eroismo, ma una sorta di strana morale in cui ci si abbandonava a atti giustificati con la necessità di combattere il vero nemico. Fu cosi che i russi, prima protagonisti di una vera persecuzione degli ebrei (i pogrom) si presentarono come i veri salvatori dello stesso popolo odiato per secoli. O si presentarono come i buoni e si nascosero sotto un tappeto di immagini edulcorate, atti di bestialità compiuti dagli eserciti, legittimati a annichilire il nemico con i suoi stessi mezzi:

Sono nato in un piccolo villaggio della Prussia orientale, non lontano da Königsberg, che subito dopo la guerra prese il nome di Kaliningrad e fu annessa all’Unione Sovietica. Lì viveva la mia famiglia: mio padre, titolare della cattedra di metafisica e logica che fu di Immanuel Kant, mia madre, bibliotecaria nella stessa università, un fratello di poco maggiore, in guerra anche lui e del quale non avevo più notizie da mesi e una sorella di dodici anni più grande di me, musicista, una pianista di grande talento. Non trovai più nessuno. I russi avevano raso al suolo il paese, dato fuoco alle case, ammazzato gli uomini e violentato le donne, di qualsiasi età. Non fummo soltanto noi a macchiarci di orrendi crimini di guerra.

La violenza era ormai sotto controllo. Ed è per questo che Licalzi analizza il periodo storico non tanto dal punto di vista di date o di accadimenti, quanto lo analizza proponendo, finalmente, una sorta di sociologia della storia, in grado di tiare fuori che tipo di ethos infervorò gli animi di quei tempi bui e disperati.

Il primo concetto esposto è la diversa morale che accompagna gli uomini costretti da giovani a assistere a comportamenti amorali:

Sai che devi uccidere per non essere ucciso, e lo vuoi fare, perché hai di fronte il nemico, che odi perché è davvero tale, un nemico come di più non lo potrebbe essere, perché anche lui vuole ucciderti.

E questo è mirabilmente espresso anche da De André nella guerra di Piero

Sparagli Piero, sparagli ora
E dopo un colpo sparagli ancora
Fino a che tu non lo vedrai esangue
Cadere in terra a coprire il suo sangue

E se gli spari in fronte o nel cuore
Soltanto il tempo avrà per morire
Ma il tempo a me resterà per vedere
Vedere gli occhi di un uomo che muore

E mentre gli usi questa premura
Quello si volta, ti vede e ha paura
Ed imbracciata l’artiglieria
Non ti ricambia la cortesia

La guerra di Piero.Fabrizio De Andre 

E c’è un altro dato interessante. In quelle condizioni estreme, avvolte dalle tenebre sanguigne, l’unico tuo riferimento è il commilitone:

Combatti e non pensi a nessun’altra cosa tranne che a quello, combattere, senza per forza essere eroi; poi, se salvi la pelle, tutto ciò che hai provato non avendone quasi consapevolezza, compresa la paura, si trasforma in esaltazione pura e senso di fratellanza verso gli uomini che erano con te, il più grande umanamente possibile perché nasce dalla condivisione suprema, la vita, quella che hai rischiato di perdere, e magari qualche compagno ti ha salvato. Nessuno lo può comprendere se non è stato in mezzo alla battaglia, per davvero, con nessuno puoi essere così in sintonia come con chi l’ha vissuto. La guerra, questa è la guerra, per questo chi l’ha combattuta non la potrà mai dimenticare e… mi costa dirlo, temo in qualche modo rimpiangere. Non rimpiangi la guerra, ma quel senso di fratellanza e quel turbinio di emozioni che hai provato e che proprio perché eri così a contatto con la morte ti facevano sentire vivo, che così tanto non lo eri mai stato, perché quando è tutto finito lo sei, vivo, e ti sembra un miracolo.

Questo senso di fratellanza è certamente effimero ed è forse il modo con cui, nella seconda guerra mondiale, con quelle condizioni di perpetua paura, sia verso il nemico che verso la tua stessa patria, si innesca una sorta di autodifesa: la mente per non soccombere, cambia prospettiva.

Ed è questo il motivo della particolare crudeltà di quegli anni lontani. E Licalzi ce lo spiega meglio di tanti libri di storia, che ho letto e divorato in cerca di risposte e lo fa usando la bellezza di un saggio da me molto amato “La banalità del male” di Hanna Arendet

Immagino conosciate Hannah Arendet… ebbene lei, proprio riferendosi a quegli anni, affermava che, per compiere azioni malvagie, non occorre essere crudeli, basta essere messi nelle condizioni di non pensare. Il male, allora, diventa quasi un’incombenza burocratica, un compito da assolvere, un lavoro da svolgere con scrupolosa coscienza all’interno di un ingranaggio che fa del male una prassi, e di cui tu sei una semplice rotella. Se tutti uccidono, se i miei capi mi dicono di uccidere perché è la cosa giusta da fare, e questa “abitudine”, chiamiamola così, dura da tanto tempo, e il mio “lavoro” è quello di uccidere, a poco a poco non penso più che sto uccidendo, e a poco a poco uccidere diventa una cosa normale, una cosa banale. Allora prima uccido e poi faccio altro, mangio bevo dormo, provo una struggente nostalgia quando penso alla mia famiglia, ai miei figli, alla persona amata, addirittura rido e scherzo con i compagni, e non ho rimorsi, perché il male è diventato un effetto collaterale di un famigerato meccanismo che non lo fa vivere come tale. È terribile, ma è vero. Tolstoj diceva che la pietà è forse l’unica legge dell’esistenza umana, ebbene noi non la provavamo, perché la banalità del male, ancora più dell’odio, ti consente di infrangerla, impedendoti perfino di pensare che stai infrangendo una legge. Lo stesso vale per la cosiddetta legge morale.

In sostanza, l’intero periodo storico della seconda guerra mondiale e delle sue devastazione è racchiuso in questa frase. Perché quello che rese orribile questo conflitto non furono le strategie di combattimento, le alleanze o le linee maginot. Fu l’apparente e profonda amoralità di ciascuno schieramento che oggi, impedisce a noi studiosi di decidere se davvero si possa parlare di ragion di stato o di fine che giustifica i mezzi.

Non furono le singole battaglie, fu il fatto che entrambi si lasciarono andare alle peggiori impensabili violenze. O pensiamo che Hiroshima fu un male necessario?

Quello che molti storici però, non sottolineano, nella ricostruzione di quegli anni convulsi e disperati, fu una singola immensa scintilla divina che alimentò tanti protagonisti, passati quasi in modo invisibile nella storia e che furono di grado di compiere il miracolo:

Ma sappiate che io ero l’eccezione, e non nel senso di essere un mostro, eppure è forse proprio questa la mia colpa più grave, io sono sempre stato consapevole del male, e che non fosse una banalità. Per questo motivo ho cercato, nei limiti del possibile, di fare qualcosa, di ribellarmi al famigerato meccanismo.

Ecco che Schindler, Albert Battel, lo stesso Roncalli, Paul Grueninger,Karl de Bavier, Hans Georg Calmeyer ,Maria Helena Francoise Isabel von Maltzan, Raoul Wallenberg ,Berthold Beitz, Dietrich Bonhoeffer

sono coloro che lasciarono un insegnamento fondamentale

non ero in cerca di gratitudine, e neppure di alleviare i miei sensi di colpa, forse volevo soltanto dimostrare a me stesso di non essere come gli altri, che nonostante tutto ero riuscito a mantenere una mia autonomia di pensiero e che almeno un briciolo della mia morale non era stata contaminata dalla guerra.

Ecco imparare a raccontare un periodo storico non soltanto attraverso date, fatti, strategie e luoghi, forse può davvero aiutarci perché la banalità del male non ci invada più l’anima.

E ringrazio Licalzi perché lo ha fatto suo e regalato a noi oggi sperduti in mezzo a tanti stimoli e a tante rivisitazioni e negazioni.

Difendetevi leggendo un libro del genere.

1

 

A cura di Alessandra Micheli

Review party “Amore e altri Bagordi” di Gianluca Purgatorio, Garzanti editore. A cura di Alessandra Micheli

53083481_10213785935142689_3839890024652865536_n.jpg

 

 

Recensione. A cura di Alessandra Micheli

È molto difficile per me scrivere questa recensione.

Perché io con l’amore ho un rapporto strano. Non che sia la solita radical chic emo che considera l’amore una perdita di tempo, o una cultrice delle solite frasi da baci perugina (viva quelle della Majonchi) ma perché ho una sorta di pudore verso un sentimento che ha animato e anima la parte migliore di noi stessi. Vedete l’amore è non soltanto eros, ma è anche una sorta di beata estasi in cui si possono toccare le più alte vette dello spirito abbracciando tanti significati. Si può amare un uomo o una donna, un genitore, un’arte o addirittura un valore. Si può amare in modo piccolo e si può amare in modo immenso contemplando in un emozione l’intero universo fino a sentirsene parte.

L’amore descritto qua è quello più speciale, quello che costrinse Paolo e Francesca all’inferno dantesco, quello che supera i limiti della ragione e si fa trasportare altrove:

Che cos’è una poesia, se non la maestosa bugia di un visionario che vede baci negli intrecci di lingue, capolavori di cubismo sui corpi frantumati, rime e sineddochi tra emozioni ed erezioni?

Altrove di Purgatorio, non è un Paradiso irraggiungibile, ma è il volto dell’amata che si stampa a fuoco dentro l’animo, fino a far si che l’unica valvola di sfogo sia un foglio in attesa di grondare sensazioni, immagini e emozioni:

La notte dei poeti è un foglio bianco di solitudine consumato nel mezzo dal giuramento di una parola equidistante dai bordi e mai vicina a nulla, firmata da una lacrima,

e forse è questo il bello dell’incontro, rendere magico ogni istante, ogni banalità, persino quell’addio che è spesso l’inizio della fine, che è quel punto porpora che spacca il cuore e al tempo stesso che ti rende cosciente di vivere, di sussultare e di essere ancora capace di soffrire e al tempo stesso di brillare.

Perché in fondo la perdita, la mancanza e ogni ferita sono l’unico sistema redentivo per noi eterni peccatori.

Quando tutto sarà finito e le maschere cadranno, quando il bene e il male si fonderanno e i peccati verranno riassorbiti,

e sapete qual è l’unico vero abominio che l’uomo compie?

Quello di scordare la sua natura creativa, quella che una nuvola la rende un letto ideale per fare l’amore:

quando non saremo che anime libere di scopare su una nuvola

Quello di esseri speciali che solo nell’arte e nella poesia ritrovano un senso profondo di una vita beffarda che sembra scappare veloce.

E le parole non leniranno oltre e l’arte non servirà più a nessuno,

E sono le parole intinte di concretezza e al tempo stesso di una sorta di viaggio attraverso il numinoso che in Purgatorio omaggiano la sua musa, quella donna immaginaria e reale che riesce con dita artigliate e far sanguinare il cuore e con gocce vermiglie scrivere la sua vita, con colori per nulla opachi ma brillanti e caldi.

Le onde del tempo ci cancelleranno come castelli d’amore e sabbia asciutta, le lacrime cotte dal sole sfrigoleranno sul ferro di una scialuppa, nessuno parlerà di noi e i pesci resteranno muti, immobile l’orizzonte, priva di uomini la riva, le nuvole andranno a morire in altri cieli. Sarà un giorno sereno quando ce ne andremo.

Forse l’amore ha senso davvero quando lo si conosce e lo si perde, perché forse è allora che riusciamo a capire qual è la nostra vera casa e lo racconteremo in un verso, capace di contenere tutto l’immenso di quel mondo che ci sfugge:

Ti lascio andare, perché sei morbida come il ricciolo d’aria che genera il battito d’ali di una farfalla e io il bozzolo che non ti sa abbracciare, ti lascio andare, perché sei leggera come il dolore di un fiore quando perde un petalo o un sogno e io lo stelo secco da abbandonare, ti lascio andare, perché hai la freschezza di un’alba che accompagna la rugiada e io la foglia su cui scivolare. Ti lascio andare, perché hai la volubilità di una nuvola che va via sul più bello, e io l’angolo di cielo a cui non ti vuoi appigliare.

Ed è solo lasciando andare il dono dell’amore che Purgatorio sa di essere cielo. E torna a essere cielo.

L’amore è quello che non solo ci completa, ma che racconta la meta che tutti noi raggiungeremo, a volte piangendo a volte godendoci il viaggio:

Sopportare questo mondo insieme a te, sarà dividere il peso della felicità e della sua ricerca indefessa, nella logica grammatica degli uomini sei mezzo e compagnia, non scopo o destinazione, sagoma di principessa di un altro mondo, sei donna spessa e rotonda con un bagaglio di carne e tenebre, non sarà più facile la vita, sarà meno ardua la morte.

Allora smettiamo di combattere.

Deponiamo le armi e lasciamo che quel sentimento antico e sempre nuovo, inondi la nostra anima

Deposte le armi, ci armeremo di sguardi e di sorrisi, come fratelli dal fronte divisi, e saremo amanti sfrenati in mezzo ai campi io il reduce e tu la vedova dai fianchi ampi, di una sporca guerra senza armatura sotto i cui colpi il sentimento non perdura.

Una poesia per me. Approfondimento. A cura di Alessandra Micheli

La fiducia è un concetto importante per ogni essere umano e al tempo stesso cosi sfuggente, difficile da inquadrare in un significato preciso, poiché ricco di sfumature e di piccoli dettagli. La fiducia è sicurezza, è confidenza, è buona fede. È la capacità di essere abbracciati a un sentimento, a una persona, a un ideale senza aver terrore dei temporali, dei fulmini. Anzi quasi a volerli sfidare, cosi certi che si possa inglobare la forza del disastro dentro di sé, dirigendo una forza distruttiva al di fuori di quella cerchia di sicurezza che ci avvolge, quando doniamo una parte di noi stessi all’altro. La fiducia è come una quercia, che si innalza maestosa, che ospita altri piccoli organismi e fa nascere meraviglie in un connubio favoloso e incantato. Fiducia è chi resta fermo mentre il mondo gira come una trottola. E chi è robusto non teme il passare del tempo, il dolore che ci sfreccia accanto con un ghigno beffardo cercando di dividere ciò che con fatica abbiamo unito. Fiducia è anche un accordo strano, un impegno di due anime che decidono di aprire le porta di quella gabbia in cui ci chiudiamo, spesso, per paura dell’esterno. Perché il mondo a volte è cosi ignaro delle nostre fragilità da calpestarci e da lasciarci stremati, feriti, sconfitti in una strada, mentre tutti corrono per arrivare chissà dove. Allora la fiducia abbatte i muri e ci fa stringere in un abbraccio senza fine, senza tempo, senza dimensione materiale.

E come si può pensare di essere cosi indifesi e farsi guardare dall’altro?

Perchè se ti dono la mia fiducia, tu devi guardarmi. E non solo le mille linee del mio volto, ma dentro, in quel mondo oscuro ingarbugliato e cosi poco avvenente. E per conoscermi devi non solo sapere il mio nome comune, ma anche quello segreto, quello che neanche io racconto all’altro, perché significherebbe donargli le chiavi di quel mondo incantato che ognuno di noi custodisce

E allora la fiducia diventa un accadimento estremamente importante e se regalata con poca attenzione, crea crepe insanabili in quel mondo, costringendolo a perdere energia, fino ad avvizzire e scomparire. E una persona senza quel fiume segreto, quel mondo altro, non è più persona ma automa.

 

E chi si fida

di chi non capisce la poesia,

Allora per fidarmi io devo trovare un anam cara, un anima affine capace di vedere come me attraverso la materia, quell’essenza fatta di mille intricati e radiosi fili, che tutto uniscono pur garantendo loro la sua peculiare brillantezza. E sono quei fili tutti diversi e al tempo stesso tutti fratelli che colorano una realtà in modo diverso da quella che la consuetudine vorrebbe, una stella non è solo un agglomerato di materia, è sogno e impulso creativo. Brilla e parla alla nostra fantasia. E solo la poesia, come ci raccontava Shelley può donarci la seconda vista, perché le lucciole non siano solo insetti, ma fate. Perché il vento non sia un fenomeno atmosferico, ma sia un sussurro. E il temporale sia la forza di Dio, tonante che rimprovera Giobbe per la sua stoltezza.

di chi non ha il cuore infranto,

di chi non l’ha mai avuto,

E come fidarsi di chi il dolore non lo ha mai subito, di chi non ci ha mai dialogato davvero chiedendogli “perchè mi perseguiti”? Perchè rendi la mia vita un inferno? E senza il dolore che spezza in mille parti quel cuore tanto decantato dai poeti come puoi conoscere l’abisso della distruzione e la meraviglia della ricostruzione?

Non puoi capire noi pazzi, folli, che piangono riempendo le crepe di quel cuore lacero e cantando su di esso, affinché nuova carne lo ricopra.

di chi non ha mai pianto,

almeno una volta

per tutta una vita.

Come puoi fidarti di chi le lacrime non ne ha mai versate, di chi non ne ha mai bevuto una e sentito quel sapore salino fatto di emozioni, di urla e di rassegnazione. Di chi non si è mai dissetato da quella goccia perduta dall’anima, cosi triste eppure cosi forte, di chi da una lacrima alla fine è rinato, dalla storia di questa lieve magia che dagli occhi scende nutrendo la terra.

Non puoi sapere tu cosa noi sognatori nascondiamo dietro un verso, o una canzone cantata quasi di nascosto. Di chi la notte inonda il suo cuscino, di chi rivolto alla luna, offre il suo tributo. E nessuno sa, la bellezza di quel dolore che crea la parola, crea la poesia e crea la narrativa. Non lo sai e non lo può sapere, che solo chi è rannicchiato su se stesso, ignaro dei vincitori che si vantano, alla fine sorride. Perché è questo che fa dell’uomo…un uomo.

Pecche solo il poeta, trasformerà una notte di inverno, in un regno di magia.

solo bruma e fantasia,

e quando una stella si rivela

alto in cielo si leva

un grido di poesia.