“Diario di un radiofante” di Matteo Russo, Eretica edizioni. A cura di Alessandra Micheli.

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Noi immaginiamo il viaggio nel modo più anonimo e banale del mondo.

Un arrivo e una partenza, da A a B, in linea retta o sinusoidale ma sempre seguendo un progetto concreto e e ben strutturato.

E ci scordiamo che in realtà, il viaggio, è sopratutto un fatto mentale. Non è il cambiare direzione che ci interessa, quanto il cambiare prospettiva, e cercare nuovi orizzonti cosi come la nostra creatività sogna.
Siamo tutti soldatini lungo la strada, burattini legati a un filo che un giorno scelgono di essere fanti.

E cos’è un fante?

Per molti è un soldato di fanteria, per altri un personaggio delle carte.

Ma l’archeologia della parola ci restituisce un senso profondo che è alla base della raccolta poetica di Matteo Russo: dal latino fans, fantis significa parlare, e come aggettivo indica “essere dotato di anima razionale”.

E un anima razionale, ossia corredata della facoltà platoniana di rendere corporee le idee, che porta alla conoscenza.

E per conoscere ci si deve muovere.

La persona che desidera esercitare la sua facoltà ontologica, deve poter esercitare la sua competenza, identificare gli oggetti e nominarli, ma sopratutto identificare dentro di se emozioni, istinti e impulsi:

Sono un fante che si è perso.

Siamo tutte anime perduta lungo la via che porta al conformismo. Siamo tutti in cerca di un lampo di luce che squarci il buio.

Siamo tutti in cerca di quel punto da cui non tornare.

Perché l’essenza del viaggio è come la identifica Irene Grandi:

prima di partire per un lungo viaggio porta con te la voglia di non tornare più.

Ecco che solo quando si dedica di combattere la stasi, inizia il cambiamento:

Mi sono ritrovato così, l’ha scelto la vita.

Ed ecco che Marco diviene l’umo, colui che:

In costante Guerra con me stesso, con i miei pensieri. Io ho deciso poco di tutto questo.

E l’unica strada perché la guerra si trasformi in pace è:

Ho deciso solo di ascoltarmi.

Ho deciso di ascoltarli.

Ma quanto l’orecchio capta dei suoni, non sempre la parola, il nostro unico limite, è capace di raccontarli davvero quei moti dell’animo. Perché la parola limita, rinchiude dentro un significato e cerca di limare le sfumature e gli angoli, perché nel quadrato preciso del significato tutto rientri.

Altrimenti la parole divengono evanescenti, piene di doppi bauli e non sappiamo come aprirli perché privi della chiave interpretativa:

Ma non potevo dire tutto.

Perché è proprio vero, “non tutto si dice”.

E allora ci aiutano i versi, e la sublima forza della poesia che con la rima e il suono, quello che addirittura spezzo le mura di Gerico, riesce a raccontarci più di quello che ci aspettiamo.

Assonanze, similitudini, ossimori, o solo la forza di una creatività senza limiti che si riversa tutta nel ritmo.

Più che vere e proprie parole, occhi che parlano, dicono, spengono, danno.

E allora che il verso compia la magia, ricordi, parli di amore, di luoghi nascosti e onirici, di illusioni, sogni e perché no dei nostri difetti:

Ho amato ipotesi,

vissuto in sintesi,

chiudendo gli occhi

arricchendomi,

E con parole quasi in contrasto con loro, il demiurgo crea la magia e il senso apparentemente confuso trova la sua concretezza dentro di noi.

Non serve dare forma quando ciò che conta è l’emozione della sostanza:

un narcisista spaventoso,

questo è il mio ego.

Ama ascoltando,

le voci del branco

sono un coro che si assottiglia,

E se questo suo modo di interpretare la vita è un coro dissonante, per noi che leggiamo è un canto che costruisce il nostro io, liberandoci dalle convenzioni poetiche, dagli orpelli dell’estetica per restare puramente, unicamente quell’antico sogno che diede origine al mondo.

Colpa del suo sguardo

che mi rende nudo,

fracassa le mie ossa,

una scossa di quinta magnitudo.

Sono perso volentieri,

in piccole fasi,

sono perso già da ieri,

nei suoi occhi,

In fondo il viaggio finisce sempre nello stesso punto: tra le braccia della nostra personale Beatrice. 

Che sia un ideale, un volto, un pensiero, un illusione, è quella la vera meta: trovare il proprio centro. E solo dal centro poi, possono partire mille raggi colorati.

Simili alle onde della nostra radio interiore, che suonerà sempre la nostra canzone preferita. 

Il nostro inno di libertà.