“I matti” di Franser. A cura di Alessandra Micheli

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Da piccola amavo parlare con le fate.

Esseri per il resto del mondo immaginari, ma per me profondamente vicine.

Erano dispettose e al tempo stesso sagge, per la loro voglia di incitarmi a andare oltre i limiti dell’umana ragione.

Tutto era un segno che racconta, una foglia caduta, il volo degli uccelli, qualcosa su cui inciampavi per strada.

E infatti, spesso, la me ragazzina trovava stranamente carte da gioco francesi per strada.

Picche, cuori, quadri, ognuna con un messaggio o un avvertimento.

Per il resto delle persone perbene erano solo cartacce, immondizia da ignorare schifati. E trovavano strana quella ragazzina che si chinava incantata a osservarle e sorrideva misteriosa, come se un segreto aleggiasse attorno a lei.

E sicuramente, per il quartiere io ero “una matta”, per quella capacità di incantarmi davanti a una rosa sfiorita, o a un gabbiano che gracchiava, apparentemente rivolto verso di me.

Era strano che io preferissi comunicare con degli animali, specie i gatti e cercare di carpirne il linguaggio occulto. Ero quella rapita dal volo di uno scarabeo e passavo ore a osservarne il disegno sulla corazza.

Guai a ucciderlo!

Perché il simbolo riportato su di esso, era un messaggio di una divinità per nulla perduta tra i meandri di un cielo troppo grande, ma profondamente terrena. Quasi ctonia e sorridente accanto a me, pronta per prendermi per mano.

E leggere il libro di Serone, mi ha riportato in mente questi episodi lontani, ma ancora presenti in questa vecchia cariatide che oggi scrive non recensioni ( scusa amica mia se ti rubo la frase).

Vedete per molto tempo io sono stata relegata al ruolo di strana.

Una ragazzina di 15 anni che preferiva leggere Marx o Rosa Luxemberg, o la vita di Luciano Lama, invece di gossippare su ragazzi, vestiti o problemi tipicamente adolescenziali.

Una ragazza che sognava la rivoluzione e portava il basco nero con la stella rossa, invece di seguire la moda del momento. Insomma, ero una mosca bianca una strana, un’alternativa.

Io mi consideravo normale.

Ma vedete, la società per poter esistere (e lo capii anni dopo) ha bisogno di identificare l’altro da sé per potersi riconoscere.

Io sono ciò che l’altro non è.

Io sono, perché l’altro è qualcosa di diverso.

Io sono e forse resto come sono, e relego qualcuno a impersonare il mio alter ego, il mio doppio il famoso doppelganger, quello impersonato da Bertha Mason in Jane Eyre.

Senza quell’immagine distorta o forse più vera, la società, gli uomini che la formano, morirebbero asfissiati da impulsi che non sanno accettare e conoscere.

Ecco che i matti, gli strani, i dissidenti, formano semplicemente un agglomerato di impulsi considerati scomodi per la società. Impersonificazione il nemico, il male, o semplicemente quel weird che se lasciato libero di scorrere, minerebbe alle basi gli assunti della società “Borghese”.

Vedete.

Il termine borghese non è una questione politica, o come direbbe il Berlusca, un fatto comunista.

La società borghese è l’evoluzione da una compagine elitaria di stampo nobiliare a una apparentemente parte, dominata dai valori come lavoro, moralità e serietà.

Per poter avere il loro posto tra coloro che contano, i borghesi, i mercanti, i commercianti, coloro che i soldi li producevano e non gli ereditavano, dovevano dimostrare di essere migliori della nobiltà, spesso funestata da scandali e dalla trasgressione di chi è sicuro del suo diritto a possedere la vita.

Il borghese no.

Non aveva la scusante dell’elezione divina.

E quindi doveva dimostrare di essere migliore.

E quale perfetto esempio se non del buon padre di famiglia senza grilli per la testa, concreto e dedito alla virtù dell’ordine e della rettitudine?

Peccato che l’ordine, significhi assenza di disordine e di caos, quindi di fantasie e poesia.

Ecco che però elementi psicologici cosi importanti, vengono delegati a personaggi scelti, il cui carattere è cosi complesso, cosi resilente, da non poter rinunciare alla fantasia.

E nascono i matti, gli emarginati di ogni società.

Quelli che parlano con il proprio io personalizzandolo, coloro che amano e mangiano poesia, coloro che si scordano i dolori in favore di un mondo lontano e evanescente.

O quelli troppo intelligenti, cosi tanto che la matematica non diviene affatto mero strumento per far quadrare i conti di un bilancio, ma diviene mondo fantastico e quasi magico.

I matti nel libro di Serone servono.

Servono a chi ha bisogno di vedere i sogni portati avanti da qualcuno. Servono per ricordarci la poesia, o che l’uomo è un tessuto fatto di sottili fili di illusione e fantasia.

Servono anche per sfogare frustrazioni, perché il dolore, la fatica di una vita senza sogni, sia colpa di qualcuno.

Il capro espiatorio che in un sacrificio catartico epura la società da tutto ciò che è scomodo.

Allora chi sono davvero i matti?

Chi vive al limite tra due mondi, o chi si scorda di vivere richiuso in un mondo virtuale?

Chi ha bisogno del branco per esistere?

Chi ha bisogno di inventare terribili verità per giustificare la sua paura di crescere?

Chi usa la violenza per giustificare il suo vuoto interiore?

Allora leggendo il libro, ci rendiamo conto che i matti, sono molto meno matti di cosa pensiamo. E forse, i veri pazzi sono quelli che riempiono il vuoto con l’odio, la mancanza di certezze con la sicurezza dell’accettazione.

E’ chi scorda la compassione in questo viaggio disperato in cerca di una meta, di un senso, di un significato.

Senza scordare che il vero unico senso della vita…è vivere la vita stessa. Accorgersi del paesaggio, magari parlare con i fantasmi, meno evanescenti degli uomini che dimenticano se stessi e la loro perfettibilità. Instaurare un dialogo con delle papere, capaci di insegnarci la semplicità e la bellezza del quotidiano, cosi troppo spesso ammantato con sciocche fisime di banalità.

Dobbiamo vivere e concepire un mondo meno standardizzato, meno logico e forse, lasciare che un po’ di sana follia ci pervada…e leggere un libro cosi intenso, cosi bello, cosi strappacuore, può ricordarci l’importanza di quell’essere:

Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli,
di gloria e di onore lo hai coronato:

Salmo 8

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