Una nuova uscita di progetto parole, piccante e al tempo stesso emozionante, stiamo parlando di “Le stanze di Christine” di Christine Wheeler, Da non perdere!

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Sinossi

Una donna, una scrittrice si mette a nudo raccontando le proprie intime esperienze di vita vera e vissuta.

Un cammino non sempre facile caratterizzato da un’introspezione profonda, a tratti dolorosa e destabilizzante eppure al contempo inquietante ed eccitante, in un percorso lungo il quale, attraverso le più disparate esperienze erotiche, tra eventi presenti e ricordi del passato, come in una sorta di passaggio attraverso molteplici stanze esistenziali che riaffiorano alla memoria, pian piano troverà la più vera se stessa.

 

L’autrice.

Christine Wheeler, italo-americana di origine ma bolognese d’adozione, nasce a Vancouver nel dicembre del 1975.

Il padre, avvocato americano, conosce la madre, giovane oncologa italiana, durante il suo dottorato di ricerca in chimica di Seattle.

Decidono poi di tornare in Italia per un’importante offerta di lavoro alla madre.

Christine cresce tra libri di medicina e tribunale.

È forse grazie a questo retaggio che decide di diventare medico, laureandosi alla facoltà di medicina e chirurgia dell’Università statale di Milano ma specializzandosi in psicanalisi e psicoterapia a Torino.

Affascinata dalla lettura di ogni genere letterario, diventa una divoratrice di thriller psicologici, gialli e romanzi erotici.

Da qui la sua voglia di cimentarsi come scrittrice. Esordisce con Le stanze di Christine, un raccontoerotico autobiograficocon l’inserimento di spunti fantastici, pubblicato da Progetto Parole.

 

LE STANZE DI CHRISTINE
di Christine Wheeler – Progetto Parole
DISPONIBILE in ebook e cartaceo su Amazon
http://l2l.it/lestanzedichristine_amazon

 

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Intervista di Alessia Mocci ad Andrea Parravicini: vi presentiamo La mente di Darwin. (Fonte http://oubliettemagazine.com/2019/03/14/intervista-di-alessia-mocci-ad-andrea-parravicini-vi-presentiamo-la-mente-di-darwin/)

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[…] ritengo che un dialogo serio e produttivo tra scienza e filosofia sia oggi quanto mai prezioso. Perché da un lato la filosofia non può fare a meno di confrontarsi con la scienza, altrimenti rischia di divenire una pratica autoreferenziale che non ha più alcun contatto con le problematiche concrete degli esseri umani. Andrea Parravicini

 

Andrea Parravicini è assegnista di ricerca al Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Milano, e collabora con l’Unità di Ricerca in Filosofia e Storia delle Scienze Biologiche presso il Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Padova.

Ha conseguito il Dottorato di ricerca in Filosofia all’Università degli Studi di Milano (2011), durante il quale ha condotto le sue ricerche sul pensiero di Charles Darwin e del filosofo americano Chauncey Wright, sulla storia dell’evoluzionismo e del darwinismo e sulle sue relazioni con l’origine e lo sviluppo della corrente filosofica del Pragmatismo americano.

Dopo una collaborazione con il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Milano, ha successivamente ottenuto un assegno di ricerca post-doc di 27 mesi al Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Padova (2014-2016) per coordinare le attività e condurre ricerche per il progetto internazionale dal titolo “The Hierarchy Group: Approaching Complex Systems in Evolutionary Biology”, co-diretto dall’eminente paleontologo americano Niles Eldredge e dal filosofo della biologia Telmo Pievani.

Ha tenuto diverse conferenze di profilo internazionale sia in Italia che all’estero, tra cui in Brasile, negli Stati Uniti, in Canada e in diversi Paesi europei. I suoi interessi di ricerca spaziano dalla filosofia della biologia alla filosofia americana, dalla storia del pensiero biologico all’evoluzione umana.

È autore di diversi libri, capitoli in volumi collettanei e articoli per riviste italiane e internazionali. L’intervista sottostante verterà sul volume edito dalla casa editrice mantovana Negretto Editore “La mente di Darwin” (2009).

A.M.: Gentile Andrea sono lieta di potere dialogare con lei riguardo “La mente di Darwin”, libro edito dalla casa editrice Negretto Editore esattamente dieci anni fa. Come nasce l’interesse per Charles Darwin e la teoria dell’evoluzione?

Andrea Parravicini: Gentile Alessia, lietissimo di questo dialogo. I miei interessi verso Charles Darwin e la teoria dell’evoluzione, e in generale per le tematiche biologiche, sono nati molto tempo fa, già dal periodo degli studi liceali. Avevo, già a quel tempo, forti interessi verso la filosofia, ma ritenevo che le domande più interessanti, in quell’ambito, fossero in fondo quelle che concernevano il vivente, le sue origini, il suo rapporto con l’ambiente e con gli altri viventi, e poi ciò che ci rende umani, la genealogia del nostro corpo e del nostro comportamento moderno, e così via. Per questo motivo, quando mi iscrissi al Corso di laurea in Filosofia, lo feci soprattutto con quel tipo di domande in testa. E così dedicai la mia tesi, sotto la supervisione di Rossella Fabbrichesi, proprio alla figura e al pensiero di Darwin, le cui opere lessi con estremo interesse, attraverso uno sguardo filosofico-genealogico, come mi aveva insegnato Carlo Sini nei suoi indimenticabili corsi tenuti all’Università Statale di Milano. La tesi fu molto apprezzata e mi fu proposto di ricavarne un libro, che fu poi pubblicato dall’editore Negretto, con il titolo “La mente di Darwin”. Dopo la pubblicazione del libro ho continuato a occuparmi di filosofia della biologia e di temi evoluzionisti, tant’è che ho fatto ricerca in quest’ambito per alcuni anni al Dipartimento di Biologia dell’Università di Padova, presso la prima cattedra italiana di Filosofia delle Scienze Biologiche in un dipartimento scientifico. Attualmente ho un assegno di ricerca all’Università degli Studi di Milano dove cerco di intrecciare questi temi “biologici” con ricerche nell’ambito di quella corrente filosofica chiamata “Pragmatismo americano”.

A.M.: “Ogni scienza ha la sua filosofia”. Perché è fondamentale far dialogare la filosofia con la biologia e le altre scienze?

Andrea Parravicini: Il pensiero filosofico è stato il terreno di coltura, potremmo dire, dal quale la scienza moderna è nata e si è sviluppata. I metodi utilizzati dallo scienziato, la definizione delle aree di ricerca, i limiti epistemologici che separano i diversi territori scientifici sono il frutto di uno sviluppo storico che prende avvio dalle riflessioni del pensiero filosofico, da cui l’impresa scientifica si è resa sempre più autonoma, prendendo infine una propria traiettoria indipendente. Ma nonostante questa indipendenza, è importante rilevare che ogni scienza poggia inevitabilmente su una propria serie di decisioni filosofiche implicite, che spesso non vengono messe adeguatamente a fuoco e che costituiscono la sua peculiare prospettiva, la lente a partire da cui osserva i propri fenomeni. Perciò, come scrive uno dei padri della Sintesi Moderna, Ernst Mayr, riguardo al pensiero biologico,

A seconda che un autore aderisca all’essenzialismo o al pensiero popolazionale, che creda nel riduzionismo o nell’emergentismo, che stabilisca o meno una chiara differenza tra cause prossime o cause ultime, tutte queste fondamentali differenze ideologiche saranno quelle che determineranno le teorie biologiche per lui accettabili. Per questa ragione il cambiamento e la sostituzione di singole teorie scientifiche sono molto meno importanti nella storia della scienza di quanto non lo siano la nascita e il declino delle principali ideologie che possono influenzare il modo di pensare degli scienziati. Studiare le principali filosofie degli scienziati è compito molto arduo poiché raramente si tratta di posizioni articolate. Sono in gran parte assunzioni tacite, e accolte in modo così incondizionato da non essere neanche mai espresse. Lo storico della biologia incontra alcune delle sue difficoltà più grandi quando tenta di svelare queste tacite assunzioni e chiunque tenti di mettere in discussione tali “eterne verità” si scontra con fortissime resistenze.”

Il rilievo del grande biologo, nonché fine storico delle discipline biologiche, trova numerose conferme lungo tutto l’arco della storia del pensiero sul vivente, e risulta a tutt’oggi valido, considerando i dibattiti e le differenti correnti e impostazioni che attualmente si affrontano e si confrontano nel variegato panorama della biologia contemporanea. Si pensi poi al ruolo che le convinzioni filosofiche più profonde e radicate negli uomini di scienza e nel senso comune hanno giocato (e ancora giocano) nel produrre resistenze, fraintendimenti, travisamenti nei confronti della stessa teoria darwiniana. Questa opposizione, si badi, non giungeva solamente dai difensori di un’ideologia “fissista” o “creazionista”, ma anche da quegli stessi evoluzionisti che, sostenitori di teorie progressioniste, ortogenetiche, o cosmico-teologiche (che tanto proliferarono a partire dall’epoca di Darwin e Spencer), univano all’idea di evoluzione la convinzione tenace di una sua tendenza finalistica verso una meta ultima, magari guidata dalla provvidenzialità di un disegno divino. Non è affatto un caso che il nucleo teorico centrale della teoria darwiniana, quel principio di selezione naturale che così efficacemente aveva contribuito all’accettazione quasi immediata del “fatto” dell’evoluzione all’interno della comunità scientifica, paradossalmente sia stata per un lungo periodo rifiutata e fraintesa quasi da tutti, compresi quegli scienziati e filosofi che si dichiaravano seguaci di Darwin. E non riuscì ad imporsi in modo convincente fino alla grande Sintesi Moderna degli anni trenta-quaranta del Novecento. I motivi più importanti di questa opposizione generalizzata possono senz’altro essere ritrovati nell’ambito di quelle profonde e radicate convinzioni filosofico-ideologiche cui si riferisce Mayr, che, nel caso qui menzionato, mettevano in scena un’idea, di matrice finalista ed essenzialista, del mondo e dell’uomo, che la teoria di Darwin e la filosofia che sottostava a quella teoria, erano seriamente intenzionate a rovesciare dalle fondamenta. La logica e la filosofia di fondo che Darwin con la sua teoria proponeva (una visione basata su un divenire evolutivo non finalistico, che può procedere in tutte le direzioni, come un albero o un corallo, in cui gli eventi contingenti hanno un ruolo cruciale e l’essere umano non è affatto il prodotto finale di un disegno divino ma non è altro che uno dei ramoscelli non necessari dello stesso albero dell’evoluzione) si scontrava cioè direttamente con la filosofia di stampo finalista e antropocentrico dominante ancora nella seconda metà dell’800.

Per tutto questo, dunque, ritengo che un dialogo serio e produttivo tra scienza e filosofia sia oggi quanto mai prezioso. Perché da un lato la filosofia non può fare a meno di confrontarsi con la scienza, altrimenti rischia di divenire una pratica autoreferenziale che non ha più alcun contatto con le problematiche concrete degli esseri umani. Come scrive John Dewey, “La filosofia riconquista se stessa quando cessa di essere un mezzo di trattare i problemi dei filosofi e diventa un metodo, coltivato da filosofi per trattare i problemi degli uomini”. D’altro lato, però, neppure la scienza dovrebbe fare a meno della filosofia, del suo contributo alla formulazione, al chiarimento o alla critica di interpretazioni, ipotesi o teorie, e all’analisi rigorosa dei concetti e delle idee a esse associate, per non parlare delle analisi e della presa di coscienza dei presupposti ideologici taciti a cui si riferiva Mayr. Ma soprattutto non dovrebbe fare a meno del contributo della filosofia riguardo alle riflessioni concernenti la dimensione propriamente etica, sociale, politica, che costituisce, potremmo dire, l’orizzonte di senso in cui anche la prassi scientifica, con le sue verità, si inscrive. La filosofia, potremmo dire in breve, ha il compito etico di formare una visione consapevole, di mostrare cioè che dietro ai concetti e alle teorie, che spesso il senso comune e gli scienziati stessi prendono come verità date e indiscutibili, c’è il frutto di un lavoro, di un percorso storico, di una sedimentazione di sensi e di significati, di verità che mutano, di pratiche che si susseguono.

A.M.: Il caso Wallace è considerato “una coincidenza a dir poco sorprendente”. In dieci anni di studio ha rintracciato altre coincidenze di questo tipo?

Andrea Parravicini: Darwin sviluppò la sua teoria negli anni compresi tra il 1839 e il 1844 e ne scrisse due abbozzi, rispettivamente nel 1842 (un breve abbozzo della sua teoria della selezione) e uno nel 1844 (un ampliamento di quel primo abbozzo, molto simile a quella che sarà l’organizzazione, lo scopo, e gli elementi essenziali dell’argomentazione presenti ne L’origine delle specie). Darwin però decise di non pubblicare i due scritti, occupandosi di altro, in particolare allo studio dei cirripedi. Solo nel settembre del 1854 tornò a occuparsi del problema delle specie, rileggendo e selezionando per ben venti mesi le sue note. Nel maggio del 1856, su suggerimento del famoso geologo e amico Charles Lyell, iniziò a scrivere un abbozzo delle idee maturate dopo tanto lavoro, col risultato che lo scritto tra le mani di Darwin divenne sempre più ampio fino ad assumere un tono quasi enciclopedico. Arrivò a scrivere dieci capitoli del libro che avrebbe dovuto chiamarsi Natural Selection, finché il 18 giugno 1858 giunse inaspettatamente il saggio di Alfred Russell Wallace (1823-1913), che diede luogo a uno dei casi più famosi della storia della scienza.

Wallace, un botanico suo corrispondente che stava conducendo le sue ricerche nell’arcipelago malese, gli aveva inviato uno scritto, con preghiera di pubblicarlo, in cui sorprendentemente veniva esposta, pressoché identica, la teoria dell’origine delle specie per selezione naturale cui Darwin stava lavorando ormai da circa un ventennio. “Se Wallace avesse avuto il mio abbozzo manoscritto redatto nel 1842, non avrebbe potuto farne un riassunto migliore!”, scrisse Darwin sconsolato a Lyell. In effetti colpisce questa coincidenza (persino negli esempi scelti!), tanto che, come ha scritto Telmo Pievani, questo rimane “uno dei casi più eclatanti di congiunzione di due processi di scoperta paralleli e indipendenti”.

Questa situazione imbarazzante venne risolta con reciproca soddisfazione mediante la pubblicazione, negli atti della Società Linneana, dello scritto di Wallace insieme a un breve riassunto delle idee di Darwin. Tuttavia, la prima enunciazione pubblica della teoria dell’evoluzione per selezione naturale, quasi incredibilmente, fu pressoché ignorata. A quel punto Darwin accelerò la pubblicazione della sua opera, riducendone drasticamente l’entità e tagliando molti dei riferimenti all’ampia bibliografia consultata, che egli si riprometteva di riportare in una successiva edizione in più volumi (ma che non finì mai). Questo abstract, come lo chiamava Darwin, fu pronto nel giro di poco più di un anno e apparve il 24 novembre 1859 col titolo On the origin of species by means of natural selection or the preservation of favored races in the struggle for life. Le 1250 copie di quella prima edizione si esaurì lo stesso giorno.

Si può dire che spesso le scoperte scientifiche “sono nell’aria” e dunque certe coincidenze nelle formulazioni di ipotesi o nel raggiungimento contemporaneo di determinati risultati scientifici sono anche il frutto di un particolare contesto, di un certo clima culturale e sociale, che spinge verso determinate direzioni le attività umane di cui la scienza è una pratica tra le più importanti e significative. Perciò non sono mancati altri casi, nel mondo scientifico, dove due studiosi siano arrivati alla medesima scoperta o a formulare la stessa teoria più o meno contemporaneamente. Si pensi ad esempio alla celebre controversia per la paternità del telefono, o ad altri casi, anche recenti, di studiosi che giungono alla medesima scoperta simultaneamente, come quella che riguarda il virus del HIV. A volte, inoltre, tali episodi rivelano ingiustizie palesi, spesso contro le donne, come nel caso eclatante (e amaro) della scoperta della doppia elica del DNA che vide protagonisti i lavori di Rosalind Franklin, che furono determinanti ai fini della scoperta da parte di Watson e Crick, che si sono guadagnati, a spese della collega morta quattro anni prima, il Nobel per la medicina nel 1962 senza uno straccio di riconoscimento. O come nel caso della scoperta dei cromosomi sessuali, con un’altra grande scienziata, Nettie Stevens, giunta alla scoperta nello stesso anno di Edmund Beecher Wilson, ma a lungo ignorata o osteggiata.

Tornando al caso Wallace-Darwin, possiamo dire che esso non solo è stato uno dei casi dei più eclatanti della storia della scienza e un bellissimo esempio di grande lealtà tra due gentlemen britannici di fronte a un’imprevedibile coincidenza, ma esso ci mostra anche come spesso un misto di contingenza storica e convergenza direzionata governi non solo il mondo vivente, ma anche l’evoluzione delle idee.

A.M.: Quale lettura consiglierebbe ad un neofita per iniziare questo affascinante studio?

Andrea Parravicini: È una scelta molto difficile, ma forse, tra i tanti che mi vengono in mente, consiglierei il bellissimo libro di Stephen J. Gould, La vita meravigliosa. I fossili di Burgess e la natura della storia, Feltrinelli, Milano 2008.

A.M.: Ha in programma per questo 2019 una nuova pubblicazione?

Andrea Parravicini: Sì, il prossimo giugno uscirà per i tipi di Rosenberg & Sellier un volume da me curato insieme ad altri colleghi, Guido Baggio, Fausto Caruana e Marco Viola, dal titolo Emozioni. Da Darwin al pragmatismo. Si tratta di un’antologia di testi selezionati da opere di Darwin e di autori pragmatisti classici (William James, John Dewey, George Herbert Mead) sul tema oggi molto attuale e discusso delle emozioni. Questi autori studiarono tale questione da una particolare prospettiva naturalistica ed interdisciplinare che ha permesso loro di elaborare una serie di profondissime intuizioni che si sono mostrate capaci di resistere nel corso del tempo. Ancora oggi, infatti, i principali aspetti che caratterizzano le loro indagini – l’universalità delle emozioni, la dimensione corporea, la funzione sociale e comunicativa – risultano essere al centro dei dibattiti in filosofia, psicologia e neuroscienze cognitive.

A.M.: Reputa positiva la sua esperienza con la casa editrice Negretto Editore? La consiglierebbe?

Andrea Parravicini: La mia esperienza con Negretto è stata senz’altro molto positiva, anche per via della competenza, umanità e alta professionalità dell’editore, Silvano Negretto, una persona che stimo molto e che ha fatto del suo lavoro una vera e propria missione. Per questo motivo, lavorare per Negretto è un’esperienza che senza dubbio consiglio a tutti coloro che considerano i libri e la cultura come beni preziosi, da rispettare e salvaguardare. Con Negretto si troveranno a casa.

A.M.: Concludiamo con una citazione…

Andrea Parravicini: Mi piace concludere con la frase citata come esergo ne La mente di Darwin, un motto di un incisore botanico i cui lavori impressionarono molto Goethe, e che rispecchia bene, ritengo, il metodo genealogico che impronta la filosofia evoluzionista:

Veder venire le cose è il miglior mezzo per spiegarle” (Pierre-Jean-François Turpin).

A.M.: Andrea, augurandoci che il lettore attento possa usufruire delle sue preziose riflessioni sull’uomo, la ringrazio per il tempo che ha dedicato all’esplicazione del suo pensiero e la saluto con le parole dello scrittore, poeta e drammaturgo tedesco che ha poc’anzi citato: “Il bello è una manifestazione di arcane leggi della natura, che senza l’apparizione di esso ci sarebbero rimaste eternamente celate.”

Written by Alessia Mocci

Responsabile dell’Ufficio Stampa di Negretto Editore

 

 

Info

Sito Negretto Editore – https://www.negrettoeditore.it/

Facebook Negretto Editore – https://www.facebook.com/negrettoeditoremantova/

Acquista La mente di Darwin – https://www.ibs.it/mente-di-darwin…/e/9788895967127?

Leggi l’intervista completa – http://oubliettemagazine.com/2019/03/14/intervista-di-alessia-mocci-ad-andrea-parravicini-vi-presentiamo-la-mente-di-darwin/

“Dal kitsh al neo kitsh. Nuovi scenari della comunicazione contemporanea” di Giulio Padoan, Eretica editore. A cura di Alessandra Micheli

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La prima volta che ho sentito parlare di kitsh è stato durante una piacevole passeggiata in montagna.

Una mia amica, futuro architetto, ascoltò allibita i miei allucinati progetti per la costruzione una villa da star.

Ammettendo che, il massimo dello star a me consentito, è il dado da brodo.

Rimembro che abbondai di descrizioni assurde: rubinetti in oro e diamanti, statue di putti ghignanti sparsi per casa, e una sobria vasca intarsiata di mosaici finto pompeiani.

E, ovviamente, una semplice ninfa che da una giara, avrebbe buttato acqua e sapone profumato all’orchidea.

E ovviamente tende di damasco intessute di smeraldi e oro.

Tanto per non farci mancare nulla in un opulenta e disgustosa manifestazione di potenza.

Perché in fondo, il kitsh, tradotto con cattivo gusto, non è altro che il tentativo di stabilire un confine tra i normali e coloro che hanno raggiunto le vette dell’arrivismo.

E che gridano a tutti coloro a cui si manifestano “ a poracci”.

Logicamente, il mio sogno era prettamente ironico, tendente a ironizzare su questa tendenza tipica dei nostri tempi, in cui la supremazia si trasmette non con discorsi intelligenti, intrisi di logica e grondanti cultura, ma con manifestazioni esacerbate di grandezza. E non è un caso che il nostro saggista abbia identificato una data precisa per la nascita del kitsh ossia l’ancien regime.

Il punto più alto della grandeur.

Una manifestazione di potere creata ad hoc con immagini visive e architettoniche nate con lo scopo di intimorire il suddito e persino il cortigiano, di creare una sensazione di spaesamento e di alienazione su cui impiantare una sorda venerazione verso il dominante.

Il sovrano stesso era protagonista di questa scenografia spesso assurda, ma capace di assuefare con la sua ricchezza di decori pesanti, lo spettatore attonito.

E in mezzo a una cacofonia di stili e di elementi si poteva portare talmente tanto “rumore” nella comunicazione, da rendere impossibile esprimere il libero pensiero.

Comprensibilmente, la presenza dell’eccesso, significò una riflessione acuta sulla bellezza e sul buon gusto portata avanti dai migliori filosofi.

Questo perché soltanto una corretta identificazione più che definizione del concetto, potevano acuire o controllare i fenomeni a esso connessi: quelli dell’omologazione.

E l’omologazione parte proprio dai tempi lontani, quando per acquisire i favori del sovrano e della corte, ci si adattava a leggi non scritte: la cosiddetta consuetudine. Queste crebbero durante l’ottocento, quando si ebbe un ribaltamento dei dominanti che vollero a tutti i costi divenite dominatori: la borghesia.

E così, il buon gusto tipico di una strana nobiltà, venne preso a copia e guarnito di elementi caratteristici dei tempi passati: accanto alla moralità proba del borghese “arricchito”, si manifestarono copie del cosiddetto gusto raffinato.

Opere d’arte, libri di un certo peso, custoditi in biblioteche immense, ma polverose. Erano libri da mostrare non da assorbire con la lettura, visto che i testi stessi servivano da lasciapassare per assurgere al ruolo che fu della nobiltà antica.

Mostrarli significava adempiere al ruolo di modello superficiale, chimera lontana, irraggiungibile, perfetta per le popolazione lasciate nei bassifondi.

Leggere avrebbe, invece, portato a una sorta di riflessione sullo scenario da commedia dell’arte che si stava recitando; nessuno poteva permettersi un vero ribaltamento societario:

Cambiano i suonatori

ma la musica è sempre quella

Ecco che il kitsch il cattivo gusto:

lo stracarico di orpelli”, “l’affettato”; quindi tutto ciò si profila come puro manierismo, il ridondante e il già visto, l’eccessivo o il superfluo;il cattivo gusto si rivela essere artificio estetico fine a se stesso.

Voltaire.

E quali sono i rischi di questa manifestazione di puro dominio sull’immaginario dell’altro?

Il cattivo gusto una forza inconscia, la quale però provoca all’immaginazione «una sorta di paralisi spirituale, che rende indegni e incapaci di apprezzare ciò che realmente è bello». Quindi il cattivo gusto è ancora una volta un processo falsificante, artificiale.

Pertanto:

L’immaginazione risulta bloccata e limitata a quell’immaginario temporale “precostituito”

In pratica, si intende far scendere l’arte, la cultura, dalle vette alte di quella montagna che si deve scalare per poter crescere attraverso la bellezza, e adeguarla alla portata limitante del “popolo” che non la conquista, dunque, con un processo complesso di origine cognitiva, ma la acquisisce per imitazione.

Manca, quindi, la riflessione e la scoperta di chi impegna il pensiero per arrivare alla cima del percorso in salita della conoscenza e durante quel percorso difficoltoso, cresce e si evolve.

Seguire e copiare, invece, una tendenza in modo appercettivo, ci toglie la meraviglia della ricerca e quindi toglie l’elemento crescita. Ecco che la bellezza non diviene esperienza estatica ma puro sentimento.

E sappiamo per esperienza diretta che il sentimentalismo di puro istinto diviene pericoloso e sopratutto asettico. Infatti, è un circolo chiuso, una mera esperienza corporea che non coinvolge l’intero sistema uomo e quindi, risulta ostruito senza aprirsi al nuovo. E’ un solo momento di acme e di esaltazione senza che si possa arrivare all’apprendimento di tipo tre, ossia proporre idee diverse causate dallo scontro tra conosciuto e sconosciuto.

In capitoli sempre più coinvolgenti e dotati di una notevole forza comunicativa, Padoan ci porta alla scoperta non solo dei significati etimologici del kitsch, ma anche alle conseguenze e all’impatto che esso ha sulla società moderna.

Se il cattivo gusto è nato da “lontano”, arriva a noi caricato di significati ben precisi, difficili da scardinare e si impianta su una società che delle immagini, specificamente virtuali, fa il suo focus privilegiato.

Capiamoci.

Se già l’architettura, l’arte del settecento e dell’ottocento era profondamente ipnotica, pensate all’immissione di questo concetto distorto del bello nella società odierna, improntata sull’immaginario veloce e fruibile da tutti e sulla globalizzazione di tali immagini.

Il kistch adesso è alla portata di tutti e diventa potente grazie proprio alla cacofonia di immagini al secondo, alla possibilità di farle arrivare ovunque e quindi alla possibilità di assuefare e ipnotizzare più fruitori.

Il crescente fenomeno consumistico comporta l’enfatizzazione delle altre due cause che, secondo Abraham Moles, sono all’origine del Kitsch: la fascinazione feticistica per gli oggetti e l’esasperata preminenza dei valori formali. Dal sentimento disinteressato, emblema della purezza ideale, si passa cioè all’autoreferenzialità del sentimento, al sentimentalismo.

In sostanza, il libro di Falubert Emma Bovary diviene il simbolo della nostra modernità:

La moderna Madame Bovary perfezionerebbe questo processo di “distorsione” della propria identità attraverso una presenza ossessiva sui social network legati all’immagine, quali Facebook e Instagram, ostentando il proprio interesse quasi maniacale – e feticistico – per le mode e gli oggetti del momento e pubblicando selfie e foto dei migliori capi del proprio guardaroba, cercando di emulare le attrici e le modelle famose o i consigli di life style delle riviste di moda. Paradossalmente, proprio nella rete, l’eccesso di comunicazione del mondo contemporaneo produce un cortocircuito nella comunicazione stessa e nei rapporti tra le persone, che si conoscono tramite uno schermo freddo, senza mettere in gioco i propri corpi, i propri sguardi. Così ognuno può presentarsi come vuole tranne che come se stesso.

E cosi catastrofica la situazione?

Il rifiuto del kitsch usato dai mass media e dalle tecnologica informatica va stoppato per un utopico ritorno al passato?

No.

Ed è qua che si trova la genialità del saggio di Padoan.

Dopo un analisi lucida, cruda dei di-svalori del fenomeno acutizzati appunto dall’uso smodato dei social network, il nostro autore propone un alternativa “creativa”, passare ciò dal kitsch a una sua forma evoluta, basata sull’etica della comunicazione, capace di sfruttare in modo positivo le nuove tendenze e le immagini copiate che, da semplici simulacri, divengono veri e propri archetipi rinnovati e caricati dei significati di cui oggi abbiamo bisogno.

Ed è l’archetipo più che la ripetizione insensata di modelli svuotati di contenuto, che stuzzica il pensiero e l’immaginazione, rendendo il circuito chiuso del kitsch un circuito aperto.

In sostanza, si propone il passaggio dal kitsch al neo kitsch.

In questa nuova forma comunicativa non c’è traccia del cattivo gusto usato per addomesticare le persone e le personalità.

E la differenza la fa l’etica, ossia l’uso responsabile delle immagini.

E’ questo a fare la differenza tra le due posizioni, una “primitiva” e l’altra in linea con i tempi capace non di criticare blandamente le tendenze moderne proponendo un illusorio ritorno al passato. Perché il vero comunicatore, il vero fruitore dell’evoluzione tecnologia è conscio delle potenzialità dei nuovi mezzi e delle loro positive capacità cosi come dei limiti e dei rischi che possono portare a un ribaltamento valori. Ed è qua che il comunicatore neokitsh fa un balzo qualitativo, ossia si rende conto e aziona una vera responsabilizzazione DELL’USO delle immagini.

E’ sui fini ultimi che va instaurata la riflessione, non sui mezzi.

Il fruitore di un sano neokitsh non si fa dominare dalla violenza, dall’immediatezza delle immagini, dalla nuova dimensione spazio tempo, restandone irrimediabilmente inglobato, ma le USA.

E’ quà la differenza che ho spesso auspicato.

Non è internet il malvagio demone.

E’ la nostra complice acquiescenza a essere dormienti esecutori della volontà del web.

Non solo le immagini postate con forza come per esistere, è la motivazione del postare le immagini, non solo come strumenti della dimostrazione che io ci sono, penso quindi esisto, ma la volontà di comunicare qualcosa con la suddetta, un principio, un valore, una motivazione.

Tramite una foto scattata, ad esempio, in un museo, io posso stimolare l’altro, il beneficiario immediato, alla riflessione.

Tramite la mia decodificazione (ed è un atto di estrema creatività) di un immagine, di un fenomeno, di un libro, io propongo il vitale patto interpretativo tra me e l’altro.

Così nessuno diviene un assonnato contenitori di immagini senza senso, veloci immediate e ipnotizzanti, io divengo il protagonista attivo capace di dominare il wide world.

La meraviglia di questo saggio è nella sua capacità di porre una critica costruttiva al nostro sistema, partendo proprio da uno dei nostri assunti culturali, ma proponendo anche e sopratutto, una nuova costruzione, senza immaginare scenari distopici a ogni costo. Ecco che la nuova comunicazione ha bisogno di un esperto concreto, creativo, capace di cavalcare i tempi e collaborare con essi in un reciproco scambio di energie.

Non più dominarli, ma proporre una diversa dimensione della società: una che è capace di dialogare persino con le nuove tecnologie, avanzare alternative valide e mettere in primo piano non la vendita, l’influenza, ma la creazione di nuovi assunti culturali.

Una capacità di apprendere ad apprendere.

Quello che da sempre Gregory Bateson aveva proposto come terza via.

i creatori di Neokitsch risultano invece, a tutti gli effetti, dei creativi; è chiaro allora che il nuovo comunicatore è in grado di sfruttare al meglio anche il Kitsch, trasformandolo, da copia autoreferenziale a comunicazione innovativa e creativa….Grazie all’etica, al rispetto dell’alterità e alla relazione di luogo e di tempo, è possibile attivare l’empatia nei confronti dell’altro geografico. In questo modo, sfruttando eticamente – oltre all’immaginario collettivo di quel presente – anche l’immaginario dell’altro geografico, il nuovo comunicatore riesce a catturarne all’istante l’attenzione, attraverso l’emozione; riesce quindi a stimolarlo verso nuove suggestioni, giungendo a indurre in lui anche la riflessione. In sostanza il nuovo comunicatore è in grado di produrre una comunicazione che colpisce contemporaneamente lo sguardo e il pensiero.