Io non sono niente. Laura Radiconcini. A cura di Vincenzo De Lillo

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Bello, non c’è che dire.
Ma non per una mera questione estetica, per quanto lo stile della Radiconcini sia pure armoniosamente ineccepibile, ma bello per altre questioni.
-Primo, per la forma.
Il racconto in prima persona è sempre difficile da scrivere, ma l’autrice ci riesce egregiamente, dando vita ad un personaggio le cui emozioni sono evidenti e palpabili, pure se non spiegate letteralmente, come si fa di solito nei testi in forma diversa.
Grazie al saggio uso della parola, infatti, sentirai le paure, i tormenti e i pensieri di Matthew, il protagonista, come fossero tuoi, riuscendo quasi a carpirne anche il dolore fisico.
-Secondo, per l’aspetto storico/sociale.
Uno dei periodi più tristi e controversi della storia italiana, quello tra il 1943 e il 1945, di cui sembra sia stato detto tutto e invece, tra partigiani, povera gente e soldati, di uno schieramento e dell’altro, ci sarebbe ancora tanto da dire e o analizzare.
Affrontarlo poi, ricamandoci su una storia appassionante, non è da tutti.
-Terzo, per tutto il resto.
Con fare naturale e senza alcuna forzatura, l’autrice riesce a imbandire una tavola letteraria per lettori dei generi più diversi, dallo storico al fantasy, dall’horror al romance, intrecciando la storia dei personaggi chiave con quella italiana di quel periodo.
La Resistenza partigiana, la fame, la Repubblica di Salò, le deportazioni, il fascismo, fanno da scena alla storia di un uomo, un soldato americano, che, in missione in Italia, viene trasformato in vampiro durante il ritorno alla base dopo un difficile incarico.
Prima però c’è il racconto di quei giorni difficili, in cui ci sono i cattivi: i tedeschi e i fascisti, e i buoni: alleati e partigiani, le cui peripezie e battaglie sono note a tutti.
Poi l’amore per una giovane ebrea, con cui il protagonista scoprirà l’ardore della passione, e, dopo, la trasformazione in “Nonmorto”, situazione in cui Matthew si calerà con estrema difficoltà, in bilico tra la nuova natura da predatore assassino e quella natia di quasi preda, della propria vita.
E poi ancora l’intreccio tra le brutture della guerra e la bellezza dell’amore per la sua bella, per il prossimo, per l’Italia tutta, che cerca di tirarsi fuori a fatica dalle terribili sofferenze belliche.

Insomma bello, che vi devo dire più.
La Radiconcini è una scrittrice con la “S” maiuscola e un’ottima penna, che le permette di spaziare tra i generi senza annoiarti, anzi.

Brava, davvero.

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Oggi il blog presenta “Ancora noi” di Diana D.P. edito da una strepitosa Triskell editore.

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Sinossi:
Dopo cinque anni a Dublino, Daniele decide di tornare a Roma per riflettere su una proposta di lavoro che cambierebbe la sua vita: stabilirsi in Irlanda per sempre. In Italia, però, oltre a sua sorella e ai suoi amici, lo aspetta anche Stefano, il passato dal quale è fuggito e a causa del quale non è mai più tornato. Sa di aver lottato per ricostruirsi un equilibrio ma sa anche che, per andare avanti, deve dimostrare a se stesso di essere in grado di affrontare tutti i demoni del suo passato, compreso l’uomo che lo ha costretto a cambiare completamente la sua vita.

Stefano è un infermiere specializzato e trascorre la sua vita fra il lavoro che ama, i suoi amici, suo fratello e un compagno di letto. Non ha mai avuto problemi con la propria sessualità ed è cresciuto in una famiglia che lo ha sempre sostenuto e accettato. Intelligente, estroverso e a suo agio con se stesso, ha vissuto un unico grande trauma nella vita che lo ha portato a essere cinico nei confronti dell’amore, nonostante la sua natura romantica e sensibile: la rabbia nei confronti della partenza di Daniele non è mai scemata, anche se è convinto di essere andato avanti e di aver dimenticato quel ragazzo complicato e bellissimo, con il quale ha avuto un’intensa e travagliata relazione che lui stesso aveva scelto di troncare.

Quando Daniele torna a casa, i ricordi, soffocati e repressi per tanto tempo, riemergono con prepotenza, riaprendo ferite, rimettendo in discussione le scelte e la vita di entrambi.
Una storia tanto importante, finita male e che ha cambiato i percorsi di due persone all’apparenza così diverse, merita di cadere nell’oblio o di avere una seconda chance?
A volte nella vita non si ha scelta e spesso è il cuore a scegliere per noi.

 

Dati libro

Data di pubblicazione: 14 Marzo

COLLANA: RAINBOW

Titolo: Ancora noi
Serie: Time #1
Autrice: Diana D.P.

ISBN EBOOK: 978-88-9312-493-5
ISBN CARTACEO:

Genere: Contemporaneo
Lunghezza: 528 pagine 

Prezzo Ebook: € 5,99

 

 

Il blog è lieto di partecipare al party di Aurora stella con un articolo che speriamo intrigherà i più “Le influenze artistiche nelle opere di Aurora Stella” a cura di Alessandra Micheli

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Cosa spinge un autore a scrivere?

Quale sacro fuoco della passione lo anima?

Da cosa inizia il procedimento della creazione letteraria?

Tutti noi ci siamo fatti da sempre questa domanda. Alcuni hanno evitato la risposta per non avere la magia della lettura rovinata dalla conoscenza. Tutto il procedimento diviene quindi una sorta di atto da demiurgo, si plasma la materia originaria (parola) per creare emozioni e storie. E al tempo stesso le storie intercettano le emotività, le esigenze e le ossessioni dei lettori instaurando il fantomatico patto interpretativo che da voce al libro, rendendolo da oggetto inanimato carne viva e pulsante.

Per altri, me medesima, il conoscere il percorso che porta alla composizione del libro non inficia la meraviglia e l’incanto del prodotto finito. Anzi ne evidenzia la favolosa capacità dell’uomo e della sua mente di usare le fascinazioni che la vita e il nostro cammino per creare arte.

E l’arte parte dalla vita di ogni giorno: sono esperienze raccontate con un codice diverso usando strumenti apparentemente banali, colori o penna o pc, per dare vita a universi e significati.

La mia curiosità su Aurora è immensa.

Conosco un po’ la sua vita e so che il contatto giornaliero con l’altro la porta a ampliare la sua mente creando a volte parodie del nostro quotidiano, a volte proponendo scenari alternativi. O rispondendo in modo tutto personale alle nostre ansie moderne. In ogni libro, quindi l’influenza maggiore la rappresenta la vita stessa, con i suoi dolori, con le sue gioie, le vittorie e le sconfitte, ma anche i difetti e le cesure di una società allo sbando ma ancora strenuamente capace di sognare.

Ma non è solo l’esistenza stessa la fonte del suo atto demiurgo. All’interno di ogni libro possiamo ritrovare una miriade di influenze letterarie e cinematografiche e sarà mio pregio accompagnarmi alla scoperta di libri dimenticati e di film vetusti ma sempre attuali.

La prima influenza che si ravvisa nei suoi scritti in particolare Tiger indomabilis e Furens è senza dubbio l’intramontabile Platone. E non un racconto qualsiasi ma quello racchiuso nel libro settimo della Repubblica e che conosciamo tutti (spero per voi) come il mito della caverna.

Si tratta di uno dei testi fondamentali per la storia del pensiero e della cultura occidentale, un trattato di alta filosofia incentrato sul tema eterno della liberazione dell’uomo dalle pastoie societarie che ne limitano la percezione del reale.

Si immaginano in questa narrazione personaggi incatenati fin dalla nascita nelle profondità oscure di una caverna. Bloccati in modo che i loro occhi possano soltanto fissare il muro di fronte a sé. Alle spalle degli sventurati è acceso un enorme fuoco e che tra esso e i prigionieri esiste una strada rialzata. E su questa strada è eretto un muretto in cui uomini poggiano oggetti vari, animali piante, utensili. Le forme di questi proietterebbero la propria ombra sul muro attirando l’attenzione degli sfortunati. Non avendo esperienza del mondo esterno e non conoscendo la situazione reale (il muretto posa oggetti) essi interpreterebbero le ombre come esseri reali, ossia come le vere piante, i veri animali e i veri utensili. Se in un caso straordinario un prigioniero fosse cosi fortunato da rompere le catene e potesse rivolgere il volto verso l’entrata della caverna, egli sarebbe abbagliato dalla luce e proverebbe un acuto dolore. Inoltre, le forme situate sul muretto gli sembrerebbero meno reali delle ombre a cui esso è abituato, e rimarrebbe dubbioso, incerto e sopratutto disorientato.

E probabilmente l’abitudine, la comodità all’abitudine lo porterebbe verso il conosciuto ossia le ombre. Lo stesso prigioniero se costretto a uscire dalla caverna rimarrebbe accecato, a disagio nel mondo esterno, soffrendo uno shock acuto che lo costringerebbe a rivedere tutte le sue certezze. E proverebbe rabbia per essere costretto ad abbandonare la sua tranquillità. Ci vorrebbe tempo per re-imparare a osservare il paesaggio, tempo per abituarsi ai nuovi concetti, alle nove forme, e tempo per distruggere le precedenti conoscenze e rimpiazzarle con le nuove. Se riuscisse ad apprendere, probabilmente vorrebbe tornare nella caverna al liberare gli altri prigionieri, pervaso dall’euforia di chi scopre la realtà. Ma si ritroverebbe di fronte alla ritrosia dei prigionieri restii ad abituarsi al nuovo, e decisi a credere soltanto alla veridicità delle ombre. Ai loro occhi apparirebbe un pazzo, un folle, un pericoloso agitatore, un ribelle o un disadattato.

Ed è questo che racconta perfettamente il nostro moderno dramma di persone convinte che il solo reale sia la pallida imitazione che vediamo oggi, che il vero reale siano le ombre e siano le concezioni a cui siamo stati abituati da piccoli.

Questo brano ricorda quello gnostico della pistis sohpia, laddove la conoscenza (gnosi) della vera natura di Dio e di conseguenza del mondo creato dal demiurgo, non può non avvenire se non in presenza di un’esperienza di tipo traumatico: rendersi conto di aver creduto da sempre alla menzogna.

E il coraggio di mordere con orgoglio la mela proibita. Questi concetti profondi sulla natura del mondo, delle cose e persino di Dio sono alla base del libro di Aurora e indagano un tema a lei e a me caro: è davvero tutto oro quel che luccica?

La società a cui siamo abituati è davvero quella che ci descrivono?

Dietro a comportamenti apparentemente eroici, umanitari, pregni di buoni sentimenti non si cela forse una sorte di illogicità folle che una volta esternata, li renderebbe meno nobili?

Altre influenze si ravvisano nei capisaldi della fantascienza tra cui il reo confesso è sicuramente Star Trek. E in particolare tre episodi chiave nell’arena dei gladiatori ( qua l’enterprise giunge in un pianeta strano, distopico e una società apparentemente databile al XX secolo, ma dominata da un anacronistico impero romano). Le parole sacre ( geniale rivisitazione della guerra tra pionieri e tribù americane) e un inquietante il ritorno degli arconti. In questa onirica puntata si assiste a una sorta di terapia junghiana al contrario; in questo caso le persone vivono in un modo quasi perfetto idilliaco, sfogando però il loro lato oscuro nel funesto giorno di un misterioso festival, quasi un catartico inno alla violenza sfrenata.

Un film che racconta un evento simile è quello della notte del giudizio scritto da James De Monaco. In questo delirante ma spettacolare film del 2013 si immaginano gli Stati Uniti del 2022 come una nazione rinnovata e governata dai nuovi padri fondatori. Questi per mantenere tassi di criminalità e disoccupazione bassi hanno istituito un periodo annuale di dodici ore, lo sfogo durante il quella tutte le attività criminali, incluso l’omicidio, divengono legali. Unico limite è l’aggressione ai funzionari governativi di livello 10 e il divieto di uso delle armi di guerra di grande calibro. È questo un rito capace, secondo la mente dei governanti, di essere una sorta di catarsi per i cittadini consentendogli di esternare in un rito apotropaico tutte le frustrazioni e i sentimenti negativi purificandosi da esse.

Altro film che influenza l’opera è The Truman show compimento perfetto del mito della caverna di Platone.

Altro omaggio presente nelle pagine è senza dubbio ad Asimov specialmente del testo La fine dell’eternità del 1955 chiave di volta dei romanzi successivi. In questo perfetto libro troviamo l’ossessione del controllo del tempo e l’umana, ma illusoria aspirazione a voler eliminare dalla realtà le sue imperfezioni modificando la storia.

Altro pilatro della narrativa fantascientifica che Aurora cita è senza dubbio Bradbury e le sue Cronache marziane, soprattutto nell’episodio il mattatoio. Proprio come in avviene in Tiger, un inquietante potere mentale, proprietà dei marziani è capace di creare la perfetta illusione. Ogni terrestre vive il suo momento perfetto e quando abbandona la diffidenza, verrà ucciso.

Altra icona della distopia è senza dubbio 1984 di Orwell e la stessa Aurora ci racconta:

L’onnipresente occhio del grande fratello in furens e tiger è rappresentato non solo dal gruppo dei cervelloni (anomalie create dalla natura alla quale si sono ribellati) ma dalla connessione di tutti gli esseri umani che non solo non respingono l’appendice neurale (il biochip) ma amano e riconoscono come propria quella realtà.

Immortale riferimento a un classico della letteratura amato dalla mia generazione è Quo Vadis? Con la toccante storia di Licia e Vinicio, la purezza cristiana contro l’arroganza pagana annullate di fronte alla magia del vero amore.

Lucio e Silyen non esiteranno a sacrificare la propria vita in un eterno ritorno dell’uguale.

Una coppia di giovani martiri creati ad hoc che con il loro amore, pagherà per riscattare l’umanità da sé stessa. Un’umanità che, dopo poco tempo, dimentica per cosa sta lottando e torna sempre sui suoi passi incerti.

Altre influenze le ravvisiamo nelle opere di Verne. È sul sistema presente nell‘isola misteriosa che la genialità di Aurora ha ricostruito Oceania.

O anche Sinuhe l’egiziano di Mika Waltari.

Ma è senza dubbio lo gnostico Matrix ad aver educato la mente di Aurora:

nella visione leggermente gnostica che ho del mondo, noi non viviamo una realtà, ma siamo semplicemente proiezioni e interazioni di un immane videogioco.

Ed è forse questo richiamo occulto, ma neanche troppo agli antichi bogomili, catari e cainiti che rende l’opera di Aurora qualcosa di unico e complesso, ma profondamente vicino alla vera anima occidentale

«Matrix è ovunque. È intorno a noi. Anche adesso, nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore. L’avverti quando vai al lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità.»

(Morpheus a Neo)