Con immenso orgoglio oggi vi presentiamo un articolo in collaborazione con il fantasmagorico sito di Frasi celebri! ecco a voi “ESSERE SCRITTORE O FARE LO SCRITTORE? Quando “scrivere” fa rima con “vivere”” (fonte : https://www.frasicelebri.it/argomento/scrivere/

 

https://www.frasicelebri.it/argomento/scrivere/

 

Ehi, tu! Sì, proprio tu! Tu che stai leggendo adesso, che in questo preciso momento stai leggendo la parola “momento”! No, no, non distrarti, continua a leggere! Guarda che lo so che hai appena fatto una smorfia come per dire “Ma chi è che sta scrivendo?!”. Insomma, ti invito a proseguire nella lettura… se sei qui è perché questo post parla anche un po’ di te.

Già, oggi affrontiamo la spinosa questione se lo scrittore ci è, o ci fa. Più seriamente, proviamo a capire se lo scrittore è un modus vivendi o, più semplicemente, una qualifica professionale. Oggi, in questo post, ci porremo delle domande. Forse ad alcune troveremo le risposte, ma per altre… beh, forse scrivere è anche lasciare aperti degli interrogativi alla continua ricerca di una risposta che possa soddisfare, almeno momentaneamente, chi scrive e chi legge.

#Perché si scrive?

So grosso modo, come sono diventato scrittore. Non so esattamente perché. Avevo davvero bisogno, per esistere, di allineare parole e frasi? Mi bastava, per essere, essere l’autore di alcuni libri?”

(Georges Perec)

Le ragioni che muovono lo scrittore, che lo sostengono nel difficile compito di mettere su carta (o su schermo) quello che ha in testa, possono essere numerose e davvero diverse. Forse, però, quello che accomuna ciascuno è la sensazione di avere qualcosa da dire, e di volerlo fare a modo proprio.

Bene, se avete individuato cosa vi spinge a scrivere, siete già a buon punto. Adesso dovete chiedervi verso cosa scrivete, verso chi, e perché.

#A cosa serve scrivere?

Serve a qualcosa scrivere delle storie?”

(Jonathan Coe, dal libro “La banda dei brocchi”)

Quante volte ve lo siete chiesto? E’ comprensibile… a noi tutti, per fare quello che facciamo, serve un orizzonte di senso nel quale poter collocare ciò per cui ci spendiamo, ci battiamo, ci emozioniamo. La sfida per ciascuno è quella di trovare il proprio senso, il proprio obiettivo verso il quale dirigersi e, inevitabilmente, muoversi.

#Come si fa a scrivere?

Domanda solo apparentemente scontata. Pare serva una penna e un foglio bianco. Sembra che siano sufficienti un pc e un editor di testo.

Ma certo che non stiamo parlando di come si faccia “empiricamente”! Vogliamo solo chiederci come possiamo mettere per iscritto qualcosa che abbiamo in testa, che ci è accaduto, che abbiamo immaginato o sognato. Forse questa domanda darebbe adito a consigli e suggerimenti vari, ma tra tutti solo pochi ci aiuterebbero nella nostra riflessione. Abbiamo scelto una frase emblematica, che ci può aiutare a fare luce su cosa ci serva per scrivere:

L’arte di scriver storie sta nel saper tirar fuori da quel nulla che si è capito della vita tutto il resto; ma finita la pagina si riprende la vita e ci s’accorge che quel che si sapeva è proprio un nulla.”

(Italo Calvino, dal libro “Il cavaliere inesistente”)

#Qual è il mio stile?

Qualsiasi lavoro tu faccia, se trasformi in arte ciò che stai facendo, con ogni probabilità scoprirai di essere divenuto per gli altri una persona interessante e non un oggetto.”

(Robert M. Pirsig, dal libro “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”)

La risposta a questa domanda si trova solo “facendo”. Ciascuno di noi ha le proprie preferenze, attitudini e inclinazioni, ma solo scrivendo si capisce quali sono le nostre affinità. L’importante è scrivere con passione, non tirarsi indietro quando i nostri scritti parlano anche di noi e toccano qualche corda che risuona, che ci spaventa, che ci fa male. Il peggior difetto di uno scrittore, così come nella vita, è probabilmente l’autocensura.

#E se ho il blocco dello scrittore?

Scrivere del blocco dello scrittore è sempre meglio che non scrivere affatto.”

(Charles Bukowski)

Non abbiate timore del blocco dello scrittore, uno dei fantasmi più temuti da chi sceglie di fare dello scrivere la sua vocazione. Anche fermarsi, di tanto in tanto, aiuta a ripartire da una nuova prospettiva.

Dove mi sono fermato? Perché mi sono infilato in un vicolo cieco? Come ne esco? Ricordatevi che il blocco dello scrittore non arriva mai dal niente. Rileggete la storia ma fatelo a testa in giù. Portate il vostro scritto a spasso, in un parco o al mare. Rileggetelo… Che cosa cambiereste? Il blocco dello scrittore non è mai definitivo, basta sapersi porre le domande giuste per affrontarlo.

Il nostro mestiere è, innanzitutto, un fatto di passione, cieca, maleducata, aggressiva e vergognosa. Posa su una autostima delirante, e su un’incondizionata prevalenza del talento sulla ragionevolezza e sulle belle maniere. Se perdi quella prossimità al nocciolo sporco del tuo gesto, hai perso tutto.”

(Alessandro Baricco)

Scrivete, se questo vi appassiona. Scrivete se pensate che questa sia la sola cosa che vi rende vivi. Ma non smettete mai di farvi domande.

Fonte 

https://www.frasicelebri.it/argomento/scrivere/

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La rubrica a Viaggio attraverso la storia “A pranzo con il Granduca”. A cura di Alfredo Betocchi

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I Medici, la famiglia egemone che governò Firenze dal 1434 al 1737, tranne alcuni anni di interruzione, fu il faro ai quali tutti i principi italiani guardarono con ammirazione e malcelata invidia.

Rispettosa formalmente delle istituzioni repubblicane, la famiglia s’impadronì del potere effettivo con la forza della ricchezza, allontanando gli avversari con l’arma delle tasse.

La svolta autoritaria si ebbe con Cosimo I, detto il Giovane, primo Granduca di Toscana, incoronato dal Papa Pio V con decreto del 24 agosto 1549.

Da quel giorno la Toscana ebbe una Corte degna di quelle europee più prestigiose.

L’organizzazione di una Corte cinquecentesca aveva un che di gigantesco, era come uno Stato nello Stato.

Il Signore, il Palazzo e la famiglia signorile necessitavano di un “ordo familiaris” e di un “officium” che si preoccupassero di coordinare e dirigere tutti gli abitanti del palazzo, liberi e servi. Vi erano vari livelli gerarchici che partivano dall’alto: il Granduca e la sua famiglia per scendere via via ai cortigiani, ai funzionari, ai paggi, ai soldati e, ancora scendendo, fino agli operai stipendiati (giardinieri, cuochi domestici) e ai servi.

Le corti rinascimentali si contraddistinguevano per un gusto spiccato per la carne, cibo dei nobili per eccellenza, tanto da avere delle riserve di caccia per il Signore e i suoi invitati. La carne era la protagonista assoluta dei sontuosi banchetti che venivano allestiti a Firenze, in Palazzo Vecchio prima e in Palazzo Pitti poi.

Oltre alla carne, venivano serviti degli ottimi vini, rossi e bianchi provenienti dalle cantine granducali.

Avveniva talvolta che gli ospiti illustri, invitati alla mensa del Granduca, portassero essi stessi dalle loro città i loro cuochi e gli chef che li dovevano dirigere, in quanto non volevano privarsi dello stile culinario a cui erano abituati nelle loro dimore.

Il Palazzo era il fulcro e il centro del potere delle Signorie rinascimentali e tra le sue mura il Signore comandava le milizie, rendeva giustizia e accordava le grazie ai sudditi, promulgava i decreti e approvava o riconosceva gli statuti alle terre, alle ville e alle città a lui sottoposte.

Una parte del palazzo era considerata “pubblica” e tutti potevano accedervi, sudditi e stranieri. Solo i mendicanti erano tenuti lontano e dirottati verso l’ufficio dell’ ”Helemosiniere”, in una parte remota dell’edificio, per non infastidire i suoi abitanti. Ovviamente, c’erano luoghi privati non accessibili alla gente comune come le stanze del Granduca e quelle della Granduchessa.

Pubblici erano invece i “tinelli” e la cucina in generale.

Per “Famiglia” del Signore non s’intendeva solo i parenti e i congiunti ma tutto l’insieme della popolazione addetta alle funzioni pubbliche e a quelle private del loro servizio, a partire dagli addetti al cerimoniale fino agli sguatteri di cucina. Tutti costoro testimoniavano il loro attaccamento e fedeltà al Signore con il loro lavoro.

Si sono trovati, negli archivi delle corti principesche, testimonianze scritte dell’”Ordo”, cioè dell’insieme delle rigide regole che governavano la “familia”. Erano riportati gli elenchi delle persone stabili, fedeli e di mestiere rispetto al rango, la dignità, il grado e le mansioni a loro attribuite, subordinati al Granduca in quanto vertice dell’”ordo”.

Ecco un esempio riportato da un certo Susech, antico cortigiano alla corte urbinate:

dopo il Duca e i nobili, l’”Ordo” di Susech riportava i “conti”, i “cavalieri a speron d’oro”, i “gentil’ huomeni”, gli “huditori”, i “maestri di grammatica, logica et filosofia del Duca”, “li secretari et oratori de fora” (cioè stranieri o di altre città), i “secretari di casa, i “cancellieri”, gli “scalchi” (addetti al controllo del personale del Duca), i “camarieri”, gli “scalchi de forestieri” (addetti ai servitori degli ospiti) e così via elencando fino ai cuochi, ai garzoni, le “donzelle” (ragazze addette a vari servizi domestici) e “altre donne di casa” (forse di grado inferiore alle precedenti).

Grande importanza veniva data ai “massari” e generalmente a tutti gli addetti all’allevamento degli animali o al supporto nelle battute di caccia del Duca, oltre a coloro che avevano la responsabilità di lavorare e cucinare le carni e le altre vivande. Erano previsti “offici” per assaggiatori che si accertassero sulla bontà e innocuità del cibo servito sulla mensa del Granduca e per i dispensieri e i servitori alla tavola.

A differenza di quanto si crede, la mercede di tutto il personale era stabilita nella forma mista di denaro e generi, quindi comprensiva di vitto, alloggio e talvolta di vestiario. I collaboratori esterni al palazzo detti “habitanti fora de la casa” lucravano in vitto, in un’unica soluzione, o con assegnazioni annuali di grano, vino e carne.

Insostituibile figura era lo “spetiale” il cui compito era di rifornire il palazzo di materie prime che, sotto il controllo del “maestro di casa”, o acquistava o riceveva i prodotti della proprietà del Granduca, cui sovraintendeva il “factore generale”.

Originale era la convinzione rinascimentale che la Corte fosse lo strumento di governo del Granduca a cui tutti dovevano «studiare de essere amati. Tucti questi officij vogliono essere cum ordine, cerimonia et reverentia.» Non mero lavoro di routine, quindi, ma omaggio continuo d’amore verso il Signore e il suo Stato.

Quello che contava maggiormente era la “voluntà del Signore” e chi non la rispettava era sottoposto a gravi sanzioni. Recitava infatti l’Ordo:

 

«L’Ordo è stabilito dal Signore, ad esso il familiare deve attenersi. Colui che non adempie è assimilato al renitente che oppone resistenza all’autorità. Ne consegue che esso debba essere castigato aspramente perché cusì è necessario.»

 

Alla fine della trafila dei lavori di tanta gente c’era il banchetto che si teneva in occasioni ufficiali o in presenza di ospiti illustri. Non si deve credere che ogni giorno il Granduca facesse dei pranzi luculliani, anzi sappiamo dalle testimonianze dell’epoca che Cosimo I era piuttosto contenuto nel consumo dei cibi.

Un suo biografo, Giovan Battista Cini scriveva di lui:

«Vive come un grandissimo padre di famiglia e mangia sempre unitamente con la moglie e con i suoi figliuoli, con una tavola moderatamente ornata» e ancora « in bere, in mangiare et in vestire et in tutta la cultura del corpo fu modestissimo.»

Il comportamento di Cosimo I non fu purtroppo seguito dai suoi discendenti e specialmente dall’ultimo Granduca, Gian Gastone. Costui contrasse un matrimonio infelice con la tedesca Anna Maria Francesca, duchessa di Sassonia-Lauemburg. Per consolarsi, si dette perciò al mangiare, al bere e al dormire. Pessima abitudine che minarono prima del tempo la sua salute. Mangiava grasso, beveva grosso, sorbiva cioccolato e rosolio e pipava tabacco. Era partito per Düsseldorf vispo e fiorente, tornò a Firenze appesantito, tardo ed afflosciato.

A 26 anni, le eccessive libagioni lo avevano reso quasi cieco. Prese a chiudersi in camera da letto per non dover camminare, dolorante dalla gotta presa a causa degli eccessi dei pranzi a base di carne, impigrito e sonnolento, fumava smodatamente e beveva sempre di più.

Com’era logico questa “dieta” lo portò a soli 66 anni alla tomba, misera fine di un’illustre dinastia.

Review party “Il party” di Robyn Harding, Casa editrice Nord. A cura di Francesca Giovannetti

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La famiglia Sanders conduce un’esistenza apparentemente perfetta: il padre ha un ottimo lavoro, la madre un impiego come freelance che le consente di seguire i figli, Hannah e Aidan.

Ma dietro a tanta apparenza si nascondono i segreti di ognuno di loro: Jeff non è il padre perfetto, Kim non è la madre realizzata e felice e Hannah, la figlia maggiore, non è l’irreprensibile adolescente con ottimi voti.

Il velo si squarcerà dopo la festa dei sedici anni di Hannah, quando, dopo un terribile incidente subìto da una delle invitate, l’intera famiglia precipiterà in un incubo.

Il tema dell’apparenza perfetta che nasconde troppi lati oscuri è uno scenario ricorrente in più di un romanzo, ma in questo caso l’autrice è una vera maestra nel far salire il livello di inquietudine nel lettore.

Scavare dentro gli animi dei personaggi è una prova difficile, scavare dentro quelli di personaggi particolarmente complessi e sfaccettati è ancora più duro. La caratterizzazione rasenta quasi la perfezione.

Pochi e precisi tratti fisici e una moltitudine di sfumature interiori.

Impariamo a conoscere la famiglia Sanders pagina dopo pagina, a tal punto che ci diventano familiari anche gli aspetti contraddittori dei loro caratteri.

Jeff, padre di famiglia e uomo di successo, ribelle ma nello stesso tempo succube di una moglie che pretende la perfezione da chiunque la circondi; la tanto odiata Kim, madre severa e intransigente, accecata dal bisogno di mantenere una facciata che si sgretola lasciandola impotente e costretta all’accettazione e infine Hannah, adolescente complicata, combattuta fra l’essere e l’apparire, decisamente consapevole del giusto e dello sbagliato: ma riconoscere ciò che giusto non significa automaticamente essere in grado di seguirlo.

Sul fronte opposto Lisa e Ronnie, madre single con una figlia ribelle e fuori dagli schemi. Le due realtà si scontreranno e sarà guerra aperta, su tutti i fronti.

E dalle case perfette nei quartieri alti di San Francisco si passa all’ambiente delle scuole esclusive, popolate da ragazzi viziati e noncuranti delle regole, pronti a bullizzare e a infierire sul più debole.

Uno spaccato della classe agiata americana e dei loro figli, un quadro impietoso che fa paura, perché non distante da alcune realtà che entrano nelle nostre case sotto forma di notizie del telegiornale.

Rimane attaccata addosso, dopo aver terminato la lettura, la sensazione di profonda impotenza davanti all’imprevedibile.

Una festa, un incidente, un eccesso di ribellione adolescenziale buttano per aria progetti, sacrifici e aspirazioni. Può essere così fragile ciò che faticosamente si è costruito?

La risposta è sì, un sì pronunciato a denti stretti e spaventosamente amaro. E non ci sono ricette, arrivati a quel punto, che possano rimediare.

Un romanzo con una trama interessante e piena, con una portante vena psicologica.

Un libro che si legge di un fiato, nonostante tematiche attuali molto difficili da comprendere e gestire.

Una costante attenzione all’animo di tutti i personaggi, principali e secondari, che pone l’accento sull’abilità della scrittrice.

Consigliato.