La rubrica a Viaggio attraverso la storia “A pranzo con il Granduca”. A cura di Alfredo Betocchi

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I Medici, la famiglia egemone che governò Firenze dal 1434 al 1737, tranne alcuni anni di interruzione, fu il faro ai quali tutti i principi italiani guardarono con ammirazione e malcelata invidia.

Rispettosa formalmente delle istituzioni repubblicane, la famiglia s’impadronì del potere effettivo con la forza della ricchezza, allontanando gli avversari con l’arma delle tasse.

La svolta autoritaria si ebbe con Cosimo I, detto il Giovane, primo Granduca di Toscana, incoronato dal Papa Pio V con decreto del 24 agosto 1549.

Da quel giorno la Toscana ebbe una Corte degna di quelle europee più prestigiose.

L’organizzazione di una Corte cinquecentesca aveva un che di gigantesco, era come uno Stato nello Stato.

Il Signore, il Palazzo e la famiglia signorile necessitavano di un “ordo familiaris” e di un “officium” che si preoccupassero di coordinare e dirigere tutti gli abitanti del palazzo, liberi e servi. Vi erano vari livelli gerarchici che partivano dall’alto: il Granduca e la sua famiglia per scendere via via ai cortigiani, ai funzionari, ai paggi, ai soldati e, ancora scendendo, fino agli operai stipendiati (giardinieri, cuochi domestici) e ai servi.

Le corti rinascimentali si contraddistinguevano per un gusto spiccato per la carne, cibo dei nobili per eccellenza, tanto da avere delle riserve di caccia per il Signore e i suoi invitati. La carne era la protagonista assoluta dei sontuosi banchetti che venivano allestiti a Firenze, in Palazzo Vecchio prima e in Palazzo Pitti poi.

Oltre alla carne, venivano serviti degli ottimi vini, rossi e bianchi provenienti dalle cantine granducali.

Avveniva talvolta che gli ospiti illustri, invitati alla mensa del Granduca, portassero essi stessi dalle loro città i loro cuochi e gli chef che li dovevano dirigere, in quanto non volevano privarsi dello stile culinario a cui erano abituati nelle loro dimore.

Il Palazzo era il fulcro e il centro del potere delle Signorie rinascimentali e tra le sue mura il Signore comandava le milizie, rendeva giustizia e accordava le grazie ai sudditi, promulgava i decreti e approvava o riconosceva gli statuti alle terre, alle ville e alle città a lui sottoposte.

Una parte del palazzo era considerata “pubblica” e tutti potevano accedervi, sudditi e stranieri. Solo i mendicanti erano tenuti lontano e dirottati verso l’ufficio dell’ ”Helemosiniere”, in una parte remota dell’edificio, per non infastidire i suoi abitanti. Ovviamente, c’erano luoghi privati non accessibili alla gente comune come le stanze del Granduca e quelle della Granduchessa.

Pubblici erano invece i “tinelli” e la cucina in generale.

Per “Famiglia” del Signore non s’intendeva solo i parenti e i congiunti ma tutto l’insieme della popolazione addetta alle funzioni pubbliche e a quelle private del loro servizio, a partire dagli addetti al cerimoniale fino agli sguatteri di cucina. Tutti costoro testimoniavano il loro attaccamento e fedeltà al Signore con il loro lavoro.

Si sono trovati, negli archivi delle corti principesche, testimonianze scritte dell’”Ordo”, cioè dell’insieme delle rigide regole che governavano la “familia”. Erano riportati gli elenchi delle persone stabili, fedeli e di mestiere rispetto al rango, la dignità, il grado e le mansioni a loro attribuite, subordinati al Granduca in quanto vertice dell’”ordo”.

Ecco un esempio riportato da un certo Susech, antico cortigiano alla corte urbinate:

dopo il Duca e i nobili, l’”Ordo” di Susech riportava i “conti”, i “cavalieri a speron d’oro”, i “gentil’ huomeni”, gli “huditori”, i “maestri di grammatica, logica et filosofia del Duca”, “li secretari et oratori de fora” (cioè stranieri o di altre città), i “secretari di casa, i “cancellieri”, gli “scalchi” (addetti al controllo del personale del Duca), i “camarieri”, gli “scalchi de forestieri” (addetti ai servitori degli ospiti) e così via elencando fino ai cuochi, ai garzoni, le “donzelle” (ragazze addette a vari servizi domestici) e “altre donne di casa” (forse di grado inferiore alle precedenti).

Grande importanza veniva data ai “massari” e generalmente a tutti gli addetti all’allevamento degli animali o al supporto nelle battute di caccia del Duca, oltre a coloro che avevano la responsabilità di lavorare e cucinare le carni e le altre vivande. Erano previsti “offici” per assaggiatori che si accertassero sulla bontà e innocuità del cibo servito sulla mensa del Granduca e per i dispensieri e i servitori alla tavola.

A differenza di quanto si crede, la mercede di tutto il personale era stabilita nella forma mista di denaro e generi, quindi comprensiva di vitto, alloggio e talvolta di vestiario. I collaboratori esterni al palazzo detti “habitanti fora de la casa” lucravano in vitto, in un’unica soluzione, o con assegnazioni annuali di grano, vino e carne.

Insostituibile figura era lo “spetiale” il cui compito era di rifornire il palazzo di materie prime che, sotto il controllo del “maestro di casa”, o acquistava o riceveva i prodotti della proprietà del Granduca, cui sovraintendeva il “factore generale”.

Originale era la convinzione rinascimentale che la Corte fosse lo strumento di governo del Granduca a cui tutti dovevano «studiare de essere amati. Tucti questi officij vogliono essere cum ordine, cerimonia et reverentia.» Non mero lavoro di routine, quindi, ma omaggio continuo d’amore verso il Signore e il suo Stato.

Quello che contava maggiormente era la “voluntà del Signore” e chi non la rispettava era sottoposto a gravi sanzioni. Recitava infatti l’Ordo:

 

«L’Ordo è stabilito dal Signore, ad esso il familiare deve attenersi. Colui che non adempie è assimilato al renitente che oppone resistenza all’autorità. Ne consegue che esso debba essere castigato aspramente perché cusì è necessario.»

 

Alla fine della trafila dei lavori di tanta gente c’era il banchetto che si teneva in occasioni ufficiali o in presenza di ospiti illustri. Non si deve credere che ogni giorno il Granduca facesse dei pranzi luculliani, anzi sappiamo dalle testimonianze dell’epoca che Cosimo I era piuttosto contenuto nel consumo dei cibi.

Un suo biografo, Giovan Battista Cini scriveva di lui:

«Vive come un grandissimo padre di famiglia e mangia sempre unitamente con la moglie e con i suoi figliuoli, con una tavola moderatamente ornata» e ancora « in bere, in mangiare et in vestire et in tutta la cultura del corpo fu modestissimo.»

Il comportamento di Cosimo I non fu purtroppo seguito dai suoi discendenti e specialmente dall’ultimo Granduca, Gian Gastone. Costui contrasse un matrimonio infelice con la tedesca Anna Maria Francesca, duchessa di Sassonia-Lauemburg. Per consolarsi, si dette perciò al mangiare, al bere e al dormire. Pessima abitudine che minarono prima del tempo la sua salute. Mangiava grasso, beveva grosso, sorbiva cioccolato e rosolio e pipava tabacco. Era partito per Düsseldorf vispo e fiorente, tornò a Firenze appesantito, tardo ed afflosciato.

A 26 anni, le eccessive libagioni lo avevano reso quasi cieco. Prese a chiudersi in camera da letto per non dover camminare, dolorante dalla gotta presa a causa degli eccessi dei pranzi a base di carne, impigrito e sonnolento, fumava smodatamente e beveva sempre di più.

Com’era logico questa “dieta” lo portò a soli 66 anni alla tomba, misera fine di un’illustre dinastia.

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