Oggi il blog consiglia “per ogni tuo bacio”di Paola De Pizzol. Imperdibile!

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Sinossi:

“Sai Cora, non importa ciò che sarà di noi in futuro. Importa ciò che siamo ora. Quello che stiamo vivendo adesso. I sentimenti che ci legano resteranno sempre nei nostri cuori. Ce li ricorderemo ogni giorno, perché li abbiamo vissuti con passione.”

Londra. Notting Hill. Oggi.

Cora Hamilton cerca da sempre la scintilla del “vero amore”.

A vent’otto anni la trova in Samuel, un uomo d’affari di cui s’innamora perdutamente, ricambiata.

Finché lui non decide di tradirla. Cora, ferita, accetta l’invito di Zia Gertrude a trascorrere un mese da lei ad Inverness, in Scozia.

Ha deciso che non vuole più saperne degli uomini. Ma l’incontro con l’affascinante storiografo William la condurrà, lentamente e inevitabilmente, a cedere di nuovo all’amore e alla passione sfrenata.

 

L’autrice:

Dopo la fortunata saga Regency “Deathless” (scritta con lo pseudonimo di M.P. Black e giunta tra le primissime posizioni in classifica generale Amazon l’anno scorso), Paola De Pizzol scrive per noi questa volta un romance contemporaneo. Tra i verdi paesaggi della Scozia e i suoi antichi castelli, ci regala un romanzo carico di buoni sentimenti e di grandi emozioni, dove l’amore è il filo conduttore che lega i protagonisti e le loro storie. Pensiamo che questa sia la cifra nella quale meglio si colloca la brava scrittrice veneta. La parola ai lettori!

 

Dati libro 

Titolo: “Per Ogni Tuo Bacio”

Autore: Paola De Pizzol

Editore: Dri Editore

Genere: Romance Contemporaneo

Formati disponibili: ebook 2.99/ cartaceo 13

Lancio: pre-order 22 marzo/ufficiale 25 marzo

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Anteprima. “Storia di un amicizia coraggiosa” di Laura Fogliati, Panesi editore. A cura di Alessandra Micheli

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Uno dei miei brani preferiti di Roberto Vecchioni (già vi vedo sbuffare eh miei lettori) è senza dubbio comici spaventati guerrieri. Credo che mai brano sia più adatto per descrivere non solo lo spaesamento dei nostri ragazzi, ma sopratutto la società che li ospita.

E mi spiace dirlo, sarà ultra tecnologica, sarà una società che è stata capace di grandi conquiste sociali e politiche, ma per eseguire il balzo in avanti nel progresso scientifico, ha sacrificato sull’altare del successo tanti, troppi valori.

Anche i libri oggi non fanno altro che celebrare effimeri concetti, che hanno come punto focale l’essere strepitosi, eroi, punte di diamante di una società che ci appare brillante e seducente. Essere perfetti, almeno sulla forma.

Quanto alla sostanza, beh dubito che si sappia davvero cosa sia.

Questo inneggiare al consumo precoce, questo reiterare un assenso silenzioso alla venerazione tacita del potere, lo ravvisiamo in tutti i media che sono i primi enti socializzatori dei giovani.

Programmi, serie TV, reality, in cui è tutto a portata di mano, in cui conta apparire, in cui il possesso striscia furtivo nei solchi di quelle menti paragonabili a bianchi fogli luminosi.

E basta una distrazione perché si riempiano di ghirigori senza senso, piuttosto che di storie incredibili che inneggino alla forza della quotidianità.

Oggi il vivere comune, quello dotato di semplicità e al tempo stesso di uno spessore difficile da rendere pubblico ( è più facile postare la foto di un evento, di una festa piuttosto che della sensazione di pura serenità che ci dà l’essenzialità di un tramonto) è abbastanza svalutato; si rischia cioè di scambiare la tranquilla routine senza terreni scoscesi, e impervie, ripide discese perigliose, con la banalità. E questo ci rende decisi e orrendi , mi si lascia dire, modelli per quei giovani che si sentono oggi persi, spaesati, immersi in un mondo tutto da scoprire.

Ecco perché ritengo indispensabili porre alternative ai modelli di oggi, quelli che prospettano il successo come unico idolo da venerare, quelli che raccontano che è il potere, la capacità di sottomettere l’altro ai nostri desideri, l’unica vera strada per essere felici.

Quella della Folgiati è una storia intensa e al tempo stesso semplice (che meravigliosa parola la semplicità, cosi carica di significati profondi e cosi poco attenta alla forma) può dare ai ragazzi più spunti di riflessione di quanto potrebbe fare una lunga sterile lezione.

Storia di un amicizia coraggiosa è proprio questo: il coraggio di sperimentare e di provare a cambiare interpretazione al nostro oggi. Di provare un qualcosa che non si vende su Ebay ma ci è stato dato in dotazione da quel dio sconosciuto: compassione e empatia. Michele è il simbolo di tanti nostri ragazzi.

Si sente diverso, e forse terribilmente solo in quel difficile e spaventoso viaggio che è l’adolescenza.

E’ un piccolo ibrido, né uomo né bambino, è pronto a spiccare il volo ma ha pochi sicuri, e certi riferimenti.

La sua scelta è tra il conformismo e l’esclusione.

O almeno è quello che sembra emanare in ogni pagina.

Michele è un vulcano di energie, una mente acuta e curiosa, che però non sa quali strade intraprendere per sviluppare quegli straordinari talenti.

Ecco i ragazzi di oggi.

Pieni di possibilità, dotati dall’evoluzione di una mente agile e piena di risorse, ma senza una mappa con cui imparare a scoprire il proprio territorio.

Michele si isola, buttandosi a capofitto nella sua passione, costruendosi un mondo incantato tutto suo, però, poco aderente alla realtà.

Immagina, sogna e progetta.

Vuole conoscere ma non sa COME conoscere.

E non è un caso che questo splendido archetipo di giovane sia appassionato di…volatili.

Eh si, in questo libro straordinario non ci sono gattini né canidi, ma ci sono loro, gli uccelli.

E perché è rilevante questo dettaglio?

Perché il simbolo che essi potano con se è fondamentale non solo per l’esistenza dei ragazzi, ma per la nostra.

Ricordate l’agghiacciante film di Hitchcock uccelli?

In una normalità quasi sonnacchiosa, improvvisamente i volatili paciosi divengono armi assassine, pronte a ferire a morte l’uomo. L’uomo dominatore, l’uomo costruttore di mondi e significati diviene lui la vittima e il bersaglio.

E sapete cosa significa?

Gli uccelli nel simbolismo rappresentano….i pensieri. Rappresentano l’anima e le energie che la nutrono.

E per dirla con la teoria celtica, l’anima sapete dove è collocata?

Nella testa.

Mente, pensiero e anima.

Sono le basi su cui si sviluppa la vita umana.

E qualora il pensiero stesso, le energie che lo animano e che formano quel qualcosa che ci rende i custodi della creazione, non sono perfettamente integrate, non sono conosciute, o sono represse come nel film del grande maestro, divengono armi capaci di distruggersi. E cosi il nostro Eroe curioso, deciso a conoscere proprio i volatili dai mille colori, dalle mille forme e dalle diverse abitudini, decide di rinchiuderli in una grande voliere.

Le emozioni, i sentimenti, insomma le Energie che ci rendono speciali, spesso sono rinchiuse in gabbie dorate, e noi siamo li a osservarle, in un ambiente protetto, quasi ovattato.

Decisi a divenirne amici.

Peccato che privare della libertà un qualcosa, seppur con ottime intenzioni, significa snaturarla.

Porre un vivente o anche un pensiero, dentro il circuito chiuso di una costruzione, che sia gabbia o concetto non ce lo fa conoscere. Ma lo rende ancora più distante.

E nemico.

E perciò ostile.

Gli uccelli che Michele rinchiude nella voliera sono si riveriti e curati, ma non riescono a esprimere la loro vera natura, perché inseriti in un contesto artificioso.

Ed è in quel momento di chiusura, di frustrazione, grazie alla magia che contraddistingue la nostra capacità di imparare, Michele riesce a sentire la voce dei suoi prediletti.

Riesce a comunicare con loro.

E sapete perché?

Perché la sua intenzione positiva, seppur espressa in modo poco proficuo, lo rende idoneo a sperimentare uno dei più begli eventi del ciclo vitale: imparare.

Michele apprende.

E apprendendo cambia.

Dal possesso passa alla meraviglia e all’amore, la basa essenziale per creare ogni rapporto sano.

Ed è in quel magico momento che Michele si arricchisce di valori, di una diversa interpretazione della vita, della sua esistenza e di quella del mondo in cui vive.

E si apre all’esterno.

La sua passione non diviene più un rifugio, diviene lo strumento di conoscenza per continuare a imparare, e re-imparare in un costante flusso vitale.

Michele non assimila solo a vivere nel macrocosmo (ambiente) non impara solo a lasciare che l’amore scorra.

Michele impara a parlare con i suoi pensieri.

E a farci amicizia.

Perché senza fare pace con l’inconscio, senza volerci bene, senza rispettare noi e la nostra complessità, non potremmo mai rispettare l’esterno.

Come come dentro cosi come è fuori,

diceva la bellissima filosofia ermetica.

Ed è questa che la bravissima Laura Fogliati con una semplicità ricca e feconda, ci ricorda.

Ecco che il suo libro non è solo per i ragazzi, ma per tutti noi che abbiamo scordato chi siamo, troppo impegnati alla ricerca inammissibile.

Dell’irraggiungibile.

E magari questo momento di riflessione, di incanto, ci porterà a conoscerci e capire che spesso il nostro tentativo di amare non è altro che possesso.

E il possesso ci preclude un intero mondo di bellezza.

Semplicemente, non avevi mai provato a metterti nei loro panni. Assecondavi solo l’egoismo che ti spingeva a possederli. Ma non abbiamo a che fare con dei trofei… sono esseri viventi,

Ecco.

Noi non viviamo in un eterno reality, fatto di vinti e vincitori.

Di voti da casa per giudicare la nostra fruibilità sociale, la nostra avvenenza esteriore, il nostro indice di gradimento.

Viviamo in un cosmo con le sue regole, i suoi legami.

E noi ci siamo immersi, ne facciamo parte.

Allora non ingabbiate i vostri pensieri, lasciateli volare.

Magari vi parleranno e diventeranno non più dei mezzi per ottenere qualcosa, ma i vostri migliori amici.

“L’ultima luna” di Camillo Carrea, Lettere animate editore. A cura di Alessandra Micheli

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Luna non mostri solamente la tua parte migliore

Stai benissimo da sola sai cos’è l’amore

E credi solo nelle stelle

Mangi troppe caramelle, Luna

Luna ti ho vista dappertutto anche in fondo al mare

Ma io lo so che dopo un po’ ti stanchi di girare

Restiamo insieme questa notte

Mi hai detto no per troppe volte, Luna

E guardo il mondo da un oblò

Mi annoio un po’

Se sono triste mi travesto

Come Pierrot

Poi salgo sopra i tetti e grido

Al vento

Guarda che anch’io ho fatto a pugni con Dio

Ho mille libri sotto il letto

Non leggo più

Ho mille sogni in un cassetto

Non lo apro più

Parlo da solo e mi confondo

E penso

Che in fondo sì sto bene così

Luna

Luna tu parli solamente a chi è innamorato

Chissà quante canzoni ti hanno già dedicato

Ma io non sono come gli altri

Per te ho progetti più importanti, Luna

Luna non essere arrabbiata dai non fare la scema

Il mondo è piccolo se visto da un’altalena

Sei troppo bella per sbagliare

Solo tu mi sai capire, Luna

E’ inutile.

Durante la lettura del libro di Camillo questa canzone, apparentemente sciocca, non lasciava la mia mente.

Accompagnava i discorsi squinternati di un vecchio anziano, che preso dalla brama o dall’ossessione di raccontare, si lasciava invadere dai ricordi

E questi, spesso, non seguivano una linea logica e temporale, ma una sorta di ordine superiore, quello che appartiene, in fondo, all’ordine cosmico.

Fatti e avventure immerse nel mistero e nella tradizione occulta, eventi che si intrecciavano alle leggende.

E una sola protagonista assoluta: lei la luna.

L’ultima luna, quella che tentiamo di stringere in un abbraccio infinito, anche se sappiamo che, in fondo non è mai l’ultima, ma tornerà sempre incantando i nostri cieli.

La luna segue il nostro io più profondo, le sue evoluzioni e la sua lotta costante contro l’omologazione.

E il quartiere descritto da Camillo è l’ultimo baluardo contro la pazzia di questi tempi stonati, troppo presi dall’intellettuale affanno alla ricerca di risposte.

E chiamiamo in causa la scienza, la storia, la ragione, la volontà di non essere muti davanti alle leggende, cercare di svelarle e di riportare tutto al nostro ordine.

Ma vedete, il libro di Carrea dimostra e persegue una sola grande verità: non possiamo più restare fermi a vedere come la creatività venga imbrigliata dalla razionalità.

Non possiamo vergognarci di appartenere a un quartiere che fa del mistero il suo padrone.

Non possiamo cedere sotto le pressioni di un male travestito da prete, o da libertador.

Non possiamo lasciare i nostri valori, la vera ribellione in mano ai finti rivoluzionari e ai finti poeti.

Quelli veri, quelli che mettono l’anima dentro ogni parola, e ogni gesto, si incantano di fronte al vero volto di una luna eterea e sempre presente. Ed ecco che un murales, una maledizione/benedizione abbraccia i suoi discepoli.

Un volto di donna quasi incantato, avvolto dalla luce bianca, cosi luminosa e al tempo stesso evanescente, il volto di una Dea che regala non solo conoscenza ma il senso profondo di un legame che sfida il perbenismo.

Il quartiere descritto in questo libro è l’ultima fortezza del sogno.

Di quella volontà di trovare in ogni evento, persino in una medicina, un eterno miracolo distruggendo una volta per tutte la complicità con quel mondo senza poesia.

E cosi lo Gliostro con quella sua autentica volontà ribelle, si erge fiero contro il mondo che cede alla lusinga del perbenismo.

Ci sono querce come sentinelle di un sapere antico.

Ci sono donne che per conservare la loro alterità, la loro volontà di essere Dea rinunciando all’effimero passare del tempo, ai loro doveri sociali, divenendo squarci di luce lunare.

Finché quella Dea bianca in un susseguirsi di musica celestiale non le richiamerà a se.

E cosi nel libro di Carrea ogni femmina rinuncia al suo status di genere e diviene parte di una apparente banale satellite, che brilla coraggioso sul mondo che cambia.

Che esalta quel serpente tanto odiato dai pavidi, che lo ritiengono simbolo non solo di rinascita, di guarigione ma anche di una sana rivolta contro una divinità gelosa e rigida.

Una divinità che tenta di dividere la solidarietà di un paese che vuole restare un eccezione.

Fregandosene dei commenti sussurrati, delle chiacchiere da bar, dagli epiteti delle mente limitate.

Lo Gliostro è un concentrato di sogni e poesie.

Di tradizioni e di innovazione.

E’ il custode di un sapere antico che fa della luna il suo guardiano, la sua musa, la sua guida.

E il vecchio centenario continua a tenere vivo quel luogo simbolo della vera anima umana: quella che cerca, quella che si meraviglia, quella che ama e continua a stupirsi e a ascoltare quella musica ultraterrene ogni volta che essa si riveste di nuovo.

Lo Gliostro, baluardo contro una modernità senza rispetto, contro la vera pazzia, quella che riduce sogni e visioni a mere sciocchezza degne dei matti.

Si siamo matti, fieri di esserlo.

Dormiamo sulle lapidi di un cimitero che non è spaventoso, ma custode di memorie.

Che è luogo di riposo e di continuità con il passato.

Chi ama l’ultima luna, diventerà straniero in terra, quello cantato dal bravissimo Georges Moustaki:

Con questa faccia da straniero

sono soltanto un uomo vero

anche se a voi non sembrerà.

Ho gli occhi chiari come il mare

capaci solo di sognare

mentre ormai non sogno più.

Metà pirata metà artista

un vagabondo un musicista

che ruba quasi quanto dà

con questa bocca che berrà

a ogni fontana che vedrà

e forse mai si fermerà.

Con questa faccia da straniero

ho attraversato la mia vita senza sapere dove andar

e’ stato il sole dell’estate e mille donne innamorate

a maturare la mia età.

Ho fatto male a viso aperto

e qualche volta ho anche sofferto

senza però piangere mai

e la mia anima si sa in purgatorio finirà

Forse non ci meritiamo il vostro paradiso.

Siamo imperfetti.

Sbagliamo, amiamo erriamo, proprio perché viviamo.

Ma siamo fieri di essere cittadini dello Gliostro.

Contro di voi, contro il conformismo che destruttura la nostra anima.

Contro l’aridità di chi quelle illusioni non le ha mai bevute fino in fondo.

Lasciatevi guidare dalla Dea luna.

Note 

Georges Moustaki è cantante, greco di nascita e francese di adozione,morto il 16 dicembre 2018 a 77 anni. Soffriva da tempo di problemi respiratori che gli impedivano di cantare. Nato ad Alessandria d’Egitto il 3 maggio 1936 – il suo vero nome era Giuseppe Mustacchi; lo aveva mutuato nel nome d’arte con cui è conosciuto in omaggio a Georges Brassens, conosciuto a Parigi negli anni Cinquanta – aveva scritto tante canzoni popolari, tra le quali la celebre Milord, uno dei successi della divina Edith Piaf. In Italia lo si ricorda soprattutto per la sua interpretazione di Lo straniero.

Riposa in pace Straniero.