Torna Winston Graham con la saga di Poldark ” I quattro cigni”. In libreria dal 28 marzo 2019. Imperdibile!

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Prosegue la saga storica di Winston Graham ambientata in Cornovaglia tra il 1783 e il 1820, con 40 edizioni internazionali e milioni di copie vendute. Due gli adattamenti televisivi di straordinario successo, entrambi prodotti dalla BBC: nel 1975 e nel 2015, con una serie tv trasmessa anche in Italia e in onda su laF (canale 135 Sky). Il cigno nero è il sesto capitolo della saga.

 

 

Sinossi

Cornovaglia, 1795-1797. Mentre i venti della Rivoluzione francese continuano a soffiare in Europa, dove comincia a brillare la stella del generale Bonaparte, Ross Poldark – riacquistati finalmente la prosperità economica e il rispetto dei suoi concittadini – si trova a dover combattere una nuova battaglia, che vede coinvolte le donne della sua vita. Tutte e quattro – i quattro cigni – sono scosse da crisi profonde: Demelza, la moglie amata e tradita, per la prima volta si sente attratta da un altro uomo, un giovane ufficiale di Marina salvato in Francia dallo stesso Ross; Elizabeth, l’antica fiamma andata in sposa a Warleggan, deve tenere a bada la distruttiva gelosia del marito; Caroline vede messo a dura prova il suo matrimonio con Dwight, così diverso da lei per carattere; e l’infelice Morwenna, ora incinta, non sa più come sopportare le violenze dello sposo, il reverendo Osborne Whitworth. La passione, la lealtà, la vendetta: sono questi i sentimenti che muovono le azioni dei personaggi, costretti ad affrontare le conseguenze delle loro scelte passate e presenti. Con questo nuovo episodio, che ancora una volta tiene il lettore con il fiato sospeso, continua la saga di Poldark.

 

L’autore

Winston Graham (1908-2003), nato a Manchester e trasferitosi a dicssette anni a Perranporth in Cornovaglia, è stato un noto e prolifico romanziere inglese, famoso principalmente per la saga di Poldark, la grande opera della sua vita in dodici volumi, e per il thriller Marnie, portato sul grande schermo da Alfred Hitchcock. I quattro cigni è il sesto dei romanzi della fortunata serie storica ambientata tra il 1783 e il 1820, pubblicata per la prima volta in Inghilterra nel 1945, e di cui Sonzogno ha già tradotto Ross Poldark (2016), Demelza (2017), Jeremy Poldark (2017), Warleggan (2018) e La luna nera(2018).

Dati libro 

traduzione di Maura Parolini e Matteo Curtoni

pp. 544,

euro 18,00

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“Sognando Bologna” di Riccardo Bassi, Gilgamesh edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Il primo elemento che ha attirato la mia attenzione è stata una frase dell’introduzione del libro di Bassi, scritta da uno degli autori che ritengo mio maestro, ossia Luca Bonaffini.

Spero tutti conosciate la sua mirabile arte, essendo stato paroliere di musicisti del calibro di Pierangolo Bertoli

E il grande sommo ha scritto:

Anche quando scrivere non è un’urgenza, un bisogno fisico, può diventare una droga. Ebbene sì, “farsi di letteratura” dona un piacere immenso, estasiante, talmente forte da indurre lettori e scrivani a diventare un’unica entità, un Universo Cosmologico, nel quale le frasi vagano come satelliti intorno al Pianeta delle Parole. Bassi è un tossico. Un narrativo-dipendente che, da qualche

E  questo fa del nostro autore un vero “tossico” della parola, rendendolo capace di intrecciare racconti, trame personaggi e sogni.

In Sognando Bologna il tema principale non è quindi il fatto di per sé, non sono le miriadi di azioni più o meno lecite, gli sbalzi di orgoglio, gli afflati universali del mal d’amore a fare da sfondo, ma una città che è qualcosa di più di un agglomerato di case, vie e strade, è una vecchia signora che canta, mentre la vita scorrere, più o meno pacata, più o meno diritta.

Ed è la bella Bologna, con la sua maestà quasi velata a raccontarci la storia, la Bologna come l’ho vista io un giorno di marzo soffusa dall’aria di pioggia, quasi nascosta dalla nubi, ma fiera e vetusta.

È la Bologna della saggezza e degli emarginati in cerca di riscatto che racconta la vita di esseri che da banali divengono straordinari, capaci di grandi sacrifici, ma anche capaci di sbrogliare quelle matassa che alla signora elegante non piacciono. Bologna non è la città per brillare di luci della ribalta.

Non è il giusto sfondo per furti o ladrocini, non è il mondo chiuso che respinge l’altro e la novità.

È,  Bassi lo racconta, il cantastorie che attraversa gli archi e la narra, creandola giorno per giorno con la parola.

Dalla sua Milano nebbiosa e affumicata, dobbiamo immaginarci un Bassi giallista, diventato sposo e papà nel giro di pochi libri, che scrive questa storia a tratti commovente, ma spesso divertente, sognando le colline e le piazze della Grassa e Materna Bologna. E dopo qualche riga, eccoci lì, in Piazza Maggiore dove, tra i rumori di fondo e la multi-etnia dei nuovi residenti, pare di sentire ancora le voci di Dalla e di Carboni cantare insieme.

E Bologna appare e narra, la poesia quella che spesso durante la moderna scrittura si perde. E non posso restare inerme di fronte a quel cielo tinto di rosso, alle strade che sorridono mentre i personaggi si incontrano si inchinano e si scambiano. Mentre si tenta il furto del secolo, mentre il dovere lascia il posto all’amore, perchè credetemi, Bologna fa innamorare.

Non posso non sorridere vedendo il genio di Bassi percorrere la sua strada e portare con se un lettore attonito, che assiste stranito a quel ballo, a quella commedia dell’arte senza vinti né vincitori, perché la profondità non divide ma unisce, in un canto eterno di splendore.

Quando arrivai a Bologna capii che quello era il mio inizio. E che la signora mi avrebbe dato qualcosa per cui continuare a sognare, e sognando definendola di volta in volta, evitando che la città si rannicchiasse su se stessa, affranta. Perduta, quasi vinta dalle forse esterne che volevano dettare legge.

E in ogni azione noi troveremo sempre quegli spicchi di cielo e allora gli eventi appariranno meno importanti del fatto che:

Quella mattina di febbraio, nella gelida Bologna baciata dal sole

Alice prese la bici per andare in palestra per la consueta lezione di difesa personale

E l’importanza non sarà nella vita e nel movimento di Alice, o Kevin o la contessa, ma sarà che comunque, anche nelle notti senza speranza, quelle ferite, disperate perdute nelle proprie ossessioni Bologna è baciata dal sole.

Ed è in quell’immagine di impatto piena di luce, che noi troviamo la fiducia.

Ed è in quel sole che bacia e abbraccia la bella città, ogni nodo sarà sciolto.

Fino a che il sogno non diventerà visivo e corporeo:

Era una Bologna diversa, irreale, quasi paradisiaca. Le immagini scorrevano come in un videoclip, veloci e fantastiche, inquadrando di spalle Giulia mentre gli teneva la mano. E poi un primo piano su di lei, prima circondata dalle due torri, poi in Piazza Maggiore

E sulle note finali di questo canto d’amore, si sente una lontana roca voce che ci racconta, cosi come ha voluto fare Bassi il segreto del saper vivere:

Santi che pagano il mio pranzo non ce n’è

Sulle panchine in Piazza Grande

Ma quando ho fame di mercanti come me qui non ce n’è

Dormo sull’erba e ho molti amici intorno a me

Gli innamorati in Piazza Grande

Dei loro guai dei loro amori tutto so, sbagliati e no

A modo mio avrei bisogno di carezze anch’io

A modo mio avrei bisogno di sognare anch’io

Una famiglia vera e propria non ce l’ho

E la mia casa è Piazza Grande

A chi mi crede prendo amore e amore do, quanto ne ho

Con me di donne generose non ce n’è

Rubo l’amore in Piazza Grande

E meno male che briganti come me qui non ce n’è

A modo mio avrei bisogno di carezze anch’io

Avrei bisogno di pregare Dio

Ma la mia vita non la cambierò mai mai

A modo mio quel che sono l’ho voluto io

Lenzuola bianche per coprirci non ne ho

Sotto le stelle in Piazza Grande

E se la vita non ha sogni io li ho e te li do

E se non ci sarà più gente come me

Voglio morire in Piazza Grande

Tra i gatti che non han padrone come me attorno a me

Ti abbraccio Bologna e grazie a te Bassi per avermi fatto volare.

Vorrei che ogni autore come te ascoltasse quella candida voce che sola è la vera ispirazione, che è il solo vero padrone a cui tutti noi dovremmo rispondere.

Anteprima. “Cuore di foglia e radici di pietra” di Giuditta Ross, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Giuditta Ross è a parer mio una delle migliori penne in circolazione. Capace di creare mondi da sogno popolati da creature mitologiche, quelle che spesso arricchiscono le nostre visioni notturne.

Ecco danzare in un caleidoscopico girotondo fatine, licantropi, streghe, e persino un burbero e inacidito vampiro.

Ma se apparentemente i suoi urban sembrano seguire la scia letteraria moderna, vi informo subito che Giuditta è molto vintage. E’ talmente imbevuta di mito che le sue creature sono molto diverse da quelle a cui ci hanno abituato edulcorati libri fantasy.

Le sue fate “ le fae” sono come la vera tradizione vuole: volubili, capricciose, di una bellezza surreale la stessa che colora le nostre fantasticherei quelle notti lontane di mezz’estate, nel meriggio dorato, come sussurrerebbe la voce soave di Carrol.

E magari vezzeggiati dai latti e dai vezzi dell’adorabile Puck.

Sono l’essenza stessa dell’ecosistema, da lei traggono vigore e a loro donano fecondità, e nuova linfa vitale.

State pur sicuri che laddove tocca il suolo il piede di fata, la natura gorgoglia rigogliosa, e accarezza grata quelle regali appendici.

E proprio perché partecipi di quel ciclo ecologico, esse sono e devono essere suddivise in due coorti distinte e al tempo stesso gemelle: la corte dell’inverno, denominata unseelie e la corte dall’estate, la seelie.

Questi aggettivi non hanno nulla da spartire con la concezione orientale del mondo, ossia divisa in bene e male. Semplicemente sono due colori che partecipano essi stessi a creare il favoloso mosaico composito che noi chiamiamo madre natura.

O i cibernetici chiamano sistema interconnesso di legami, azioni e retroazioni.

Ma sempre quello è

Ecco che scrivere questa recensione, in questo radioso giorno di primavera, con il vento che sussurra complice, diviene un vero atto estatico.

Sono ancora rapita dall’incanto forse un po’ crepuscolare di pietra buia, avvinta dalla bellezza triste del suo Principe Mo, e divertita dallo sprezzante cipiglio ombroso della sua fata, il suo amore l’enigmatico Nair cuordifoglia.

E che dire della effervescente Alice, il collante tra due razze, luminosa e al tempo stesso oscura, promessa di pace tra, non solo le fazioni fatate in lotta nel magico regno, ma anche tra le razze protagoniste di tante leggende che ancoraggi popolano la nostra immaginazione.

E poi c’è lui il burbero Alistair, forse troppo vecchio per questo mondo, ma capace di partecipare al rinnovamento grazie alla magia più grande, quella dell’amore, del sacrifico del se e di ogni parte nascosta del nostro io.

Il mondo dei Fe era in declino.

Non prosperava più.

Forse perché nessuno umano, loro servo (servo nell’accezione etimologica di custode) non donava più le sue energie e i suoi sogni per far crescere l’albero antico, deposito segreto di ogni creazione.

Da sempre, infatti è l’albero a sostenere l’impalcatura dei mondi, unisce il sopra con il sotto, il regno delle idee o della magia con quello della realtà.

Sostiene le dimensioni e con un vento divino le fa oscillare cosi tanto da farle incontrare, cosicché ognuna può donare all’altra la sua specificità. Abbiamo noi umani un disperato bisogno di fae, e al tempo stesso i fae hanno un disperato bisogno di umanità per poter esistere.

Non solo pensiero labile ma idea concreta.

Perché non possono sussistere forse, idee senza forma, né forma senza idee, ma devono passare su questo piano d’azione e diventare forma. Ma la forma non è altro dalla sostanza, ma è il modo con cui quest’ultima si trasmuta in un vero e proprio atto alchemico.

I fae sono la nostra sostanza, sono il materiale di cui sono fatti sogni, fantasticherie illusioni e emozioni, e devono colorare la vita di ogni umano.

Ecco che l’albero, asse dei mondi va nutrito con la più sacra delle energie, simboleggiata dal sangue versato, ed è qua l’idea favolosa della Ross, per amore.

Nient’altro che amore, intinto di mille sfumature domina questo meraviglioso, incantato, ammaliante urban fantasy.

E’ l’amore che unisce ciò che è diviso, l’amore che cura le ferite causate da un’accusa, da un pregiudizio, l’amore che restituisce l’innocenza alla piccola bimba fatata, l’amore che allieta e deterge il terribile senso di colpa.

L’amore uccide la solitudine ma sopratutto l’amore spezza l’incanto demoniaco della reliquia che lo rappresenta per eccellenza: il vetro nero.

Esso è nero di colore e di anima, corrompe, rosicchia l’essenza stessa del mondo magico, e forse, mi viene da pensare che proviene come scarto proprio dal nostro mondo in cui il benevolo, il sogno, l’armonia è corrotta da questa sfrenata ricerca del successo a ogni costo.

Nel regno incantato dei fae tutto è equilibrio, oscuro e luminoso danzano per creare le vita.

Noi stessi siamo frutto di questa dicotomia che diventa, in fondo, un unicum importante: il lato oscuro è depositario degli impulsi più nascosti che vengono di volta in volta illuminati dalla luce.

C’è bisogno delle due corti vicine, unite dal patto più importante: fondare una comunità basta sulla variegata composizione di ogni colore, dal più brillante al più grigio.

E questo è lo stesso concetto di bellezza celtica, la cui tradizione cullò i primi racconti di fate, laddove l’oscuro è anche e sopratutto fonte di luce, poiché è il nero che racchiude ogni lucentezza, l’assorbe e la contiene proteggendola, dentro di se.

Al contrario il bianco respinge ogni altro colore, divenendo purissimo, ma quasi algido, lontano immerso nelle sue missioni tanto da non distinguere più il lecito dall’illecito.

Per ironia della sorte il principe dei fae unselie ( l’oscuro o il grigio) diviene quasi più umano, più dotato di sfumature complesse del suo grande amore, troppo impegnato nel suo ruolo di guerriero per concepire una passione non fine a se stesa, ma capace di fargli provare empatia. Nair è già cambiato, qualora vedendo gli occhi di Mo, prova compassione e senso di colpa, per averlo torturato, perché cosi gli avevano ordinato i suoi superiori.

Senza domandarsi se lui fosse il vero colpevole.

Ecco che nonostante gli intrighi delle due corti per una supremazia del potere, forse estranee al mondo incantato, ma probabilmente frutto di una contaminazione con il nostro perduto universo sociale, il mondo dei Fae è salvo.

E’ salvo perché ha dimostrato la capacità di quel sentimento eterno tanto cantato dai nostri poeti, di annullare le distanza, di annullare le differenze e di vivere in un solo respiro appassionato.

Forse la vera magia della Ross è di dare a quell’emozione cosi bistrattata da tanti romanzi, la sua dimensione sacrale, piena di una sensualità elegante e mai fuori posto.

Perché non c’è bisogno di trasgressione, di acrobatico sesso per celebrarlo, perché l’amore basta all’amore.

E davvero è capace di curare ogni ferita:

Vedi questa donna?

Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli.

Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato,

non ha cessato di baciarmi i piedi.

Tu non hai unto con olio il mio capo;

lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo.

Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati,

perché ha molto amato.

Invece colui al quale si perdona poco, ama poco». 

Luca 7,36- 50