Anteprima. “Cuore di foglia e radici di pietra” di Giuditta Ross, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Giuditta Ross è a parer mio una delle migliori penne in circolazione. Capace di creare mondi da sogno popolati da creature mitologiche, quelle che spesso arricchiscono le nostre visioni notturne.

Ecco danzare in un caleidoscopico girotondo fatine, licantropi, streghe, e persino un burbero e inacidito vampiro.

Ma se apparentemente i suoi urban sembrano seguire la scia letteraria moderna, vi informo subito che Giuditta è molto vintage. E’ talmente imbevuta di mito che le sue creature sono molto diverse da quelle a cui ci hanno abituato edulcorati libri fantasy.

Le sue fate “ le fae” sono come la vera tradizione vuole: volubili, capricciose, di una bellezza surreale la stessa che colora le nostre fantasticherei quelle notti lontane di mezz’estate, nel meriggio dorato, come sussurrerebbe la voce soave di Carrol.

E magari vezzeggiati dai latti e dai vezzi dell’adorabile Puck.

Sono l’essenza stessa dell’ecosistema, da lei traggono vigore e a loro donano fecondità, e nuova linfa vitale.

State pur sicuri che laddove tocca il suolo il piede di fata, la natura gorgoglia rigogliosa, e accarezza grata quelle regali appendici.

E proprio perché partecipi di quel ciclo ecologico, esse sono e devono essere suddivise in due coorti distinte e al tempo stesso gemelle: la corte dell’inverno, denominata unseelie e la corte dall’estate, la seelie.

Questi aggettivi non hanno nulla da spartire con la concezione orientale del mondo, ossia divisa in bene e male. Semplicemente sono due colori che partecipano essi stessi a creare il favoloso mosaico composito che noi chiamiamo madre natura.

O i cibernetici chiamano sistema interconnesso di legami, azioni e retroazioni.

Ma sempre quello è

Ecco che scrivere questa recensione, in questo radioso giorno di primavera, con il vento che sussurra complice, diviene un vero atto estatico.

Sono ancora rapita dall’incanto forse un po’ crepuscolare di pietra buia, avvinta dalla bellezza triste del suo Principe Mo, e divertita dallo sprezzante cipiglio ombroso della sua fata, il suo amore l’enigmatico Nair cuordifoglia.

E che dire della effervescente Alice, il collante tra due razze, luminosa e al tempo stesso oscura, promessa di pace tra, non solo le fazioni fatate in lotta nel magico regno, ma anche tra le razze protagoniste di tante leggende che ancoraggi popolano la nostra immaginazione.

E poi c’è lui il burbero Alistair, forse troppo vecchio per questo mondo, ma capace di partecipare al rinnovamento grazie alla magia più grande, quella dell’amore, del sacrifico del se e di ogni parte nascosta del nostro io.

Il mondo dei Fe era in declino.

Non prosperava più.

Forse perché nessuno umano, loro servo (servo nell’accezione etimologica di custode) non donava più le sue energie e i suoi sogni per far crescere l’albero antico, deposito segreto di ogni creazione.

Da sempre, infatti è l’albero a sostenere l’impalcatura dei mondi, unisce il sopra con il sotto, il regno delle idee o della magia con quello della realtà.

Sostiene le dimensioni e con un vento divino le fa oscillare cosi tanto da farle incontrare, cosicché ognuna può donare all’altra la sua specificità. Abbiamo noi umani un disperato bisogno di fae, e al tempo stesso i fae hanno un disperato bisogno di umanità per poter esistere.

Non solo pensiero labile ma idea concreta.

Perché non possono sussistere forse, idee senza forma, né forma senza idee, ma devono passare su questo piano d’azione e diventare forma. Ma la forma non è altro dalla sostanza, ma è il modo con cui quest’ultima si trasmuta in un vero e proprio atto alchemico.

I fae sono la nostra sostanza, sono il materiale di cui sono fatti sogni, fantasticherie illusioni e emozioni, e devono colorare la vita di ogni umano.

Ecco che l’albero, asse dei mondi va nutrito con la più sacra delle energie, simboleggiata dal sangue versato, ed è qua l’idea favolosa della Ross, per amore.

Nient’altro che amore, intinto di mille sfumature domina questo meraviglioso, incantato, ammaliante urban fantasy.

E’ l’amore che unisce ciò che è diviso, l’amore che cura le ferite causate da un’accusa, da un pregiudizio, l’amore che restituisce l’innocenza alla piccola bimba fatata, l’amore che allieta e deterge il terribile senso di colpa.

L’amore uccide la solitudine ma sopratutto l’amore spezza l’incanto demoniaco della reliquia che lo rappresenta per eccellenza: il vetro nero.

Esso è nero di colore e di anima, corrompe, rosicchia l’essenza stessa del mondo magico, e forse, mi viene da pensare che proviene come scarto proprio dal nostro mondo in cui il benevolo, il sogno, l’armonia è corrotta da questa sfrenata ricerca del successo a ogni costo.

Nel regno incantato dei fae tutto è equilibrio, oscuro e luminoso danzano per creare le vita.

Noi stessi siamo frutto di questa dicotomia che diventa, in fondo, un unicum importante: il lato oscuro è depositario degli impulsi più nascosti che vengono di volta in volta illuminati dalla luce.

C’è bisogno delle due corti vicine, unite dal patto più importante: fondare una comunità basta sulla variegata composizione di ogni colore, dal più brillante al più grigio.

E questo è lo stesso concetto di bellezza celtica, la cui tradizione cullò i primi racconti di fate, laddove l’oscuro è anche e sopratutto fonte di luce, poiché è il nero che racchiude ogni lucentezza, l’assorbe e la contiene proteggendola, dentro di se.

Al contrario il bianco respinge ogni altro colore, divenendo purissimo, ma quasi algido, lontano immerso nelle sue missioni tanto da non distinguere più il lecito dall’illecito.

Per ironia della sorte il principe dei fae unselie ( l’oscuro o il grigio) diviene quasi più umano, più dotato di sfumature complesse del suo grande amore, troppo impegnato nel suo ruolo di guerriero per concepire una passione non fine a se stesa, ma capace di fargli provare empatia. Nair è già cambiato, qualora vedendo gli occhi di Mo, prova compassione e senso di colpa, per averlo torturato, perché cosi gli avevano ordinato i suoi superiori.

Senza domandarsi se lui fosse il vero colpevole.

Ecco che nonostante gli intrighi delle due corti per una supremazia del potere, forse estranee al mondo incantato, ma probabilmente frutto di una contaminazione con il nostro perduto universo sociale, il mondo dei Fae è salvo.

E’ salvo perché ha dimostrato la capacità di quel sentimento eterno tanto cantato dai nostri poeti, di annullare le distanza, di annullare le differenze e di vivere in un solo respiro appassionato.

Forse la vera magia della Ross è di dare a quell’emozione cosi bistrattata da tanti romanzi, la sua dimensione sacrale, piena di una sensualità elegante e mai fuori posto.

Perché non c’è bisogno di trasgressione, di acrobatico sesso per celebrarlo, perché l’amore basta all’amore.

E davvero è capace di curare ogni ferita:

Vedi questa donna?

Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli.

Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato,

non ha cessato di baciarmi i piedi.

Tu non hai unto con olio il mio capo;

lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo.

Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati,

perché ha molto amato.

Invece colui al quale si perdona poco, ama poco». 

Luca 7,36- 50

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