“Demone dissoluto” di Alicia Dawn Nikita Jakz. Imperdibile!

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Trama:
Seraphina Orielle, un angelo della luce e del fuoco divino, è anche un oracolo della preveggenza. Considerata un’adolescente in mezzo ai suoi pari, sta ancora destreggiandosi con il suo dono, quando ha la sua prima visione: un maschio affascinante il cui destino è intrecciato intimamente al suo. Ma non è un disegno angelico, e quando Sera scopre questo dettaglio fondamentale, il demone ha già preso possesso del suo cuore.
Ma non della sua abilità di… fuggire.
Un centinaio di anni dopo, Cole Astaroth sta vivendo la sua vita come meglio gli pare, quando non è occupato a soddisfare sordide richieste del suo Padrone. Irascibile e sarcastico, ama creare scompiglio nel regno umano e far supplicare le donne per un suo tocco. La vita per lui è fantastica…
Fino a che il fato non lo raggiunge.
Qualche momento di debolezza, un incontro innocente di troppo e i due sono di nuovo irrimediabilmente invischiati. Ma le cose ora sono molto più complicate. E Cole non ha più molta fiducia o voglia di perdonare.

 

L’autrice
Alicia Dawn era una maniaca del lavoro, che le occupava praticamente ogni momento della giornata. Dopo dieci anni senza una vita sociale o familiare, come molti altri ha scoperto Facebook.
Grazie a una passione precoce per la lettura e per la scrittura, sin dalla quarta elementare, è stata trascinata nel mondo dei giochi di ruolo, vivendo tramite il roleplay le storie che l’avevano colpita, dopo aver finito di leggere un libro. Quello era tutto un mondo nuovo. Amava che i libri che aveva divorato non finissero mai.
È diventata dipendente dalle storie create da chi aveva la sua stessa passione e dai giochi di ruolo su Facebook. Trascinata in qualcosa che non aveva mai fatto prima, ma che avrebbe sempre voluto fare, Alicia comincia con i giochi di ruolo su Facebook nel 2010, dove incontra Nikita Jakz e Hope Daniels.
Un anno dopo si fa coraggio e crea dei personaggi tutti suoi, proprio come gli scrittori quando creano quei libri fantastici che ha sempre adorato.
Unendosi a un gruppo di scrittori indipendenti, ecco che nasce Cole. Un anno dopo, Nikita Jakz si unisce allo stesso gruppo e, ammaliata dalla storia, dà vita a Seraphina.
Ryan, di “Hell in Heels”, è stato creato più tardi e la sua storia, e quella di Zoey, è stata pubblicata dalla Hot Ink Press.
La Demon Trilogy è scritta a quattro mani, in collaborazione con Nikita Jakz.

 

 

Dati libro 

TITOLO: Demone Dissoluto
TITOLO ORIGINALE: My Decadent Demon
AUTRICI: Alicia Dawn e Nikita Jakz
TRADUZIONE: Sonja K.
AMBIENTAZIONE: New York
COVER ARTIST: Elira Pulaj per Rocchia Design
SERIE: Demon Trilogy #1
GENERE: Urban Fantasy
FORMATO: E-book (Mobi, Epub, Pdf) e cartaceo
PAGINE: 251
PREZZO: € 3,99 (e-book) su Amazon, Kobo, iTunes, Google Play, Store QE
DATA DI USCITA: 1 marzo 2019

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La rubrica Viaggio attraverso la storia presenta: “Feste di primavera”. A cura di Alfredo Betocchi.

Primavera

 

 

Ah, la primavera con la sua allegria, la sua vitalità, la sua dolcezza…

Quando arriva la primavera sembra che tutta la terra si tolga di dosso il freddo e cupo mantello invernale per indossare una bella veste ricca di mille colori.

E chi meglio di Fantasia 2000 ha potuto meglio rappresentare questa meravigliosa stagione? Il secondo “episodio” delle “4 Stagioni Disney” mostra la storia della dolce, allegra e, soprattutto, vitale protagonista sulle note del brano più famoso di Vivaldi, appunto “La Primavera”.

In questo capolavoro della produzione disneyana, la Ninfa dell’acqua, Spirito della Primavera, sorge da un lago e vola per la Terra a risvegliare la Natura, ma l’Uccello di fuoco, comparso dalle viscere di un vulcano col suo fiato incandescente, distrugge e secca il terreno. Quando sembra che nessuna speranza rimanga alla Ninfa, tre gocce delle sue umide lacrime cadono giù sulla causta terra bagnandola e facendo rinascere teneri virgulti che si trasformano in possenti tronchi, trasformando l’arido panorama in un rigoglioso bosco.

La Primavera è sicuramente la più nota delle composizioni di Antonio Vivaldi che fa parte del concerto “Le quattro stagioni”. In realtà si tratta di quattro concerti distinti, scritti e pubblicati nel 1725 sulla scorta di altrettanti sonetti di autore ignoto e ispirati ciascuno a una stagione dell’anno.

1 – Giunt’è la Primavera e festosetti
La salutan gl’augei con lieto canto,
E i fonti allo spirar de’ zeffiretti
2 – Con dolce mormorìo scorrono intanto;
Vengon coprendo l’aer di nero manto
E lampi, e tuoni ad annuntiarla eletti
Indi tacendo questi, gl’augelletti
3-Tornan di nuovo al lor canoro incanto:
E quindi sul fiorito ameno prato
Al caro mormorìo di fronde e piante
Dorme ‘l caprar col fido can’ a lato.
4 – Di pastoral zampogna al suon festante
Danzan ninfe e pastor nel tetto amato
Di Primavera all’apparir brillante.

Il concerto in Mi maggiore per violino, archi e cembalo, fa parte dell’opera 8, “Il cimento dell’armonia e dell’invenzione” e costituisce uno dei primissimi esempi di musica descrittiva. La melodia infatti descrive, passo dopo passo, i singoli eventi del sonetto dedicato alla Primavera: il canto degli uccelli, il temporale e, nella danza finale, il violino solista rappresenta un pastore addormentato, le viole il latrato del fedele cane, mentre le foglie fruscianti sono interpretate da altri violini.

Questa stagione di risveglio e rinascita della fauna e della flora ha sempre affascinato tutti i popoli in ogni angolo del mondo, ma soprattutto era grandemente considerata dai Celti e dai Romani. La parola stessa “primavera” sottolinea l’inizio di qualcosa di nuovo, “prima”, mentre la stagione medesima, “vera”, avendo un’origine germanica, “wer”, denuncia l’importanza che questo concetto aveva presso i popoli nordici.

Alla fine d’aprile o nei primi giorni di maggio i Celti o Galli, come li chiamavamo i romani, festeggiavano la rinascita della Madre Terra dopo il lungo gelido inverno nordico. Appena dopo l’equinozio di primavera, i celti celebravano la festa di Beltain o Beltane. In ogni regione abitata dai celti, dall’Europa occidentale al mar Nero fino all’Anatolia, questa era l’occasione per il popolo, guidato dai druidi, di festeggiare il risveglio della Vita, la fertilità, il ritorno dei fiori colorati nei prati e sugli alberi, l’apparizione del sole caldo che allunga piacevolmente le ore di luce, scacciando il buio dell’inverno. Questa festa aveva carattere purificatorio, si accendevano dei falò, vi si facevano passare un mezzo il bestiame per preservarlo da eventuali pericoli futuri e si sacrificava un uomo, di solito un prigioniero, che rappresentava il Re della Quercia. I celti praticavano il sacrificio umano e l’uccisione rituale avveniva per ogni occasione di feste, sia a Beltane che in altre occasioni.

Il mito della luce che prevale sull’oscurità assumeva connotazioni sanguinarie presso tutti i popoli del nord Europa: celtici, germanici e scandinavi. Si facevano sacrifici umani almeno finché il cristianesimo non riuscì a diffondersi in quelle terre, stemperando le manifestazioni più crudeli.

I metodi di uccisione rituale dovevano essere soprattutto tre: impiccagione, arsione e annegamento. Da questi sacrifici si traevano auspici per il futuro raccolto e per altre occasioni come la guerra. In quel giorno, giovani più prestanti saltavano i falò per predire l’altezza del raccolto dai salti effettuati.

Nella notte, uomini e donne si scatenavano un orgia di sesso sfrenato che ricordava i satiri e le ninfe dei miti greci. Si perpetuava così la razza e si dava sfogo all’amore; molto presto i guerrieri sarebbero partiti per la guerra e sarebbero stati lontani dalle loro donne per molto tempo.

Il mondo celtico e i suoi miti hanno ispirato generazioni di scrittori stranieri e italiani, affascinati dai racconti fantastici popolati da elfi, fate, troll e draghi originati dalle divinità di quelle genti così creative. Essi erano immersi nella natura da cui traevano ogni sostentamento, seguendo i cicli delle stagioni e festeggiando nel loro modo primitivo e truculento ogni cambiamento.

Tra gli autori e le opere più significative ispirate alle saghe del mondo celtico, segnalerei “La saga di Prydain” di Lloyd Alexander, autore statunitense. Si parla di un’arpa magica, di spade di luce ma soprattutto di una pentola magica ispirata principalmente al “Calderone di Gundestrup”, così caro alle leggende irlandesi e gallesi. Il calderone è infatti un simbolo di morte e di rinascita che riporta alla mente i riti legati alla primavera. Da questo romanzo fu tratto un famoso cartone animato del 1985, dal titolo: “Taron e la pentola magica”, nel quale lo scheletrico cattivo di turno, Re Cornelius, getta i cadaveri dei guerrieri caduti in battaglia in un calderone magico, facendoli rivivere come zombi allo scopo di conquistare il mondo. Taron, intraprendente Assistente guardiano di maiali, con l’aiuto dei suoi amici, riesce a sconfiggerlo e ad assicurare alla storia il lieto fine.

Non proprio una favola per bambini ma che, tuttavia, alla fine degli anni ottanta ebbe un clamoroso successo tra i ragazzi di tutto il mondo.

Un altro autore ispirato a questo genere è David, creatore del ciclo di Belgariad, formato da cinque romanzi in cui la lotta dei Guardiani della Luce contro la Profezia delle tenebre rimanda idealmente ai riti celtici per contrastare e allontanare il buio delle lunghe notti invernali.

Molti altri scrittori anglosassoni hanno fatto riferimento alle affascinanti saghe collegate al mito della Primavera. Come non citare il gigantesco J.R.R.Tolkien che ci ha dato pagine di una sublime bellezza nel suo “Il Signore degli anelli”?

“L’orco” di Marco Trogi, Eclypsed World edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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La comunicazione di oggi è inesorabilmente cambiata.

La globalizzazione, l’avanzamento della tecnologia ha consentito una minore limitazione dello spazio sociale.

Ognuno può messaggiare con persone distanti km e km azzerando con un click le stesse.

E’ tutto a portata di mano: libri, teorie, notizie, conoscenze e nuove scopette.

Ma, ahimè, siamo allo stesso tempo più soli poiché privati dell’autentico contatto visivo e corporeo e al tempo stesso più indifesi.

Lo schermo del pc, del tablet e del telefonino ci rende sicuri di una sorta di protezione e invita a scoprirci a livello emotivo molto di più che nel contatto originario.

Possiamo mentire, costruendoci nuove identità ma possiamo anche raccontarci in modo più profondo grazie all’illusione della distanza, alla protezione di un vetro, alla sicurezza della nostra camera.

Eppure la distanza non è più una dimensione valida.

Almeno non quella emotiva.

Lo schermo non ci difende, quindi, dalle persone capaci di penetrare nel profondo delle nostre imperfezioni, ossessioni o problematiche e cosi il web diviene al tempo stesso opportunità e trappola.

E’ storia di oggi il becero tentativo di dominare e manipolare l’altrui pensiero attraverso il cyber bullismo che ha sostituto il lontano controllo sociale ad opera della disapprovazione della maggioranza.

Oggi la riprovazione non è relativa al sorpasso di un tabù, che aveva comunque un suo preciso fine ( spesso il cosiddetto tabù era solo il modo con cui una collettività fondava la propria esistenza e il proprio legame sociale ed emotivo divenendo da agglomerato urbano comunità) oggi il biasimo può vertere su ogni minimo e infinitesimale dettaglio, sacrificando l’alterità sull’ara sacra dell’omologazione.

Dobbiamo essere tutti uguali e quindi controllabili.

Dobbiamo creare un mondo strutturato in cui nessuno può andare fuori dagli stretti confini, pena la distruzione della sua identità come essere sociale.

E distruggere la psiche di una persona significa cancellarla non solo dal web, ma dalla vita.

Orco fa paura.

Racconta in modo romanzato una vicenda che, purtroppo, ha come fulcro le storie di oggi.

Ragazzine e ragazzini irretiti dall’anonimato e dal senso di appartenenza che si prova quando, l’interesse di qualcuno, ci invade e ci regala una sorta di calore.

Ragazzini e ragazzine bisognosi di attenzione, perché particolari, originali e forse “diversi” rispetto alla massa, costretti a vergognarsi delle differenze, come se esse rappresentassero non un arricchimento ma un ostacolo.

Ragazzini violati nella propria anima cosi profondamente e cosi intimamente, da non potersi più sentire integri e interi, tanto da essere costretti ad annullarsi.

A accettare quella damnatio memoriae capace di cancellarli per sempre come esseri viventi dal circuito virtuale.

E’ quello che accade alla protagonista.

Quando i sogni, le esigenze profonde, vengono “torturate” o messe addirittura alla berlina dagli idioti, davvero non si hanno più appigli per reagire e per essere.

Si collega la propria identità all’accettazione sociale, al like, all’esistenza tramite la comunicazione virtuale.

Si lega profondamente la propria vita all’amore da favola, depurato da tutti gli orpelli della vita reale, del lato meno bello, di quello quotidiano e forse brutalmente onesto che rende anche la storia più “romantica” una storia fatta di piccole, quasi banali semplicità.

Edulcorata dal suo “quotidiano”, ogni amore diviene cosi irreale da essere eterno, perché non soggetto alla vita considerata l’elemento che sporca la bellezza pura di un sentimento.

Questo perché ci hanno “insegnato” che la bellezza non è carnale ma evanescente, mistica e pura e non va inquinata con la quotidianità, con la routine e con la spontaneità, con la essenzialità.

E la protagonista, presa dalle responsabilità, quasi anonima se paragonata alla disinvoltura colorata dei suoi coetanei, trova nelle attenzioni cavalleresche del suo corteggiatore, un dimensione quasi onirica, completamente staccata dal reale di tutti i giorni e pertanto suadente, emozionate ma pericolosa.

Perché dietro il sogno si cela, quasi sempre, un incubo atroce, fatto di sentimenti tutt’altro che puri.

L’orco esiste.

Oggi non si introduce più nei pozzi, negli anfratti.

Non è il pagliaccio demoniaco di IT che tenta di afferrare la sua vittima predestinata portandola nei luoghi umidi e oscuri del sottoterra.

Non è più il babau acquattato nel buio, in attesa che il sonno sfaldi ogni muro e ogni difesa.

Oggi è più che mai il babablu perfetto della favola, quello che si mostra in tutto il suo splendore, nella sua ricchezza, con le carrozze, con il biglietto da visita per un parco giochi pieno di luci sfavillanti.

E’ cosi bravo a giocare che non ci rendiamo conto che la sua suadente e seducente voce, è un sibilo di serpente e che quel pelo blu nella barba è l’elemento che stona con la magnificenza della sua apparente perfezione. I nostri ragazzi e le nostre ragazze diventano prede di un mostro che si maschera da principe azzurro, cortese, elegante, intelligente, a volte colto, ma più pericoloso e terribile dei mostri di una volta.

E si sentono sicuri perché il vetro di un monitor li protegge.

Ma quel vetro non ferma chi si insinua dentro la nostra mente, prima corteggiandola, aggirando le sue naturali difese e poi distruggendola. Perché la vera violenza inizia dalla circuizione del nostro pensiero.

Della nostra intimità, della nostra anima.

E come scrive la nostra Jo Rwoling:è immenso il potere di un anima integra.

Spezzandola, distruggendola, ferendola l’orco avrà la sua vittoria.

Il sacrificio supremo di un giovane puro, come nei brutali tempi antichi. E’ il figlio Isacco sull’altra per mostrare la propria lealtà al dio della forma.

E’ il sacrificio al nuovo dio dell’apparenza, del dominio.

E’ l’agnello immolato per propiziarsi il dio del potere. Sono quelle divinità oscura, molto più oscure dei ctoni idoli di un tempo, quelli che ha perfettamente descritto Neil Gaiman in Gods of america.

Ma la ricerca di Trogi non finisce qua.

Va oltre e individua nella violenza familiare, nell’indifferenza di una struttura che ha perso se stessa e la sua funzione primaria di custode, il vero nucleo del disfacimento sociale di cui il bullismo è l’ultima conseguenza.

L’istituzione famiglia che è stata aspramente criticata durante gli anni a partire dal sessantotto.

Sfaldata, decostruita, aspramente smembrata, vivisezionata al microscopio dei ribelli e degli innovatori sociali.

Il concetto di famiglia è, dunque, stato aperto e fatto uscire dai rigidi confini di una definizione senza alternative.

Il problema è, però, in quell’apertura.

Una volta esaminato, confutato il concetto di famiglia e al tempo stesso di educazione, non si sono proposte alternative valide e nuovi concetti, magari più flessibili e più possibilistici.

Ed ecco che il termine famiglia è stato lasciato aperto.

Ed in quell’apertura, pericolosa, è stato riversato di tutto.

Ecco che così la prima istituzione, quella che ci da i fondamenti dell’apprendimento diviene anche il suo contrario: non più come diceva Gibran la forza che scaglia la freccia figlio, verso il suo destino, ma un fuoco pernicioso che lo polverizza fino a renderlo cenere.

Una cenere fatta di rabbia e rancore.

E credetemi, non rinasce come la fenice ma non fa altro che inquinare l’aria, creando a sua volta nuova violenza nuovo odio.

Ritengo Orco uno dei quegli libri importanti su cui, forse, possiamo davvero incrementare una riflessione proficua sui problemi di oggi.

E forse provare a trovare una cura per questa atroce malattia che sta procurando soltanto dolori, morti e menomazioni.

A noi stessi e a questa società che è sempre più caotica, anarchica e distruttiva.