La rubrica Viaggio attraverso la storia presenta: “Feste di primavera”. A cura di Alfredo Betocchi.

Primavera

 

 

Ah, la primavera con la sua allegria, la sua vitalità, la sua dolcezza…

Quando arriva la primavera sembra che tutta la terra si tolga di dosso il freddo e cupo mantello invernale per indossare una bella veste ricca di mille colori.

E chi meglio di Fantasia 2000 ha potuto meglio rappresentare questa meravigliosa stagione? Il secondo “episodio” delle “4 Stagioni Disney” mostra la storia della dolce, allegra e, soprattutto, vitale protagonista sulle note del brano più famoso di Vivaldi, appunto “La Primavera”.

In questo capolavoro della produzione disneyana, la Ninfa dell’acqua, Spirito della Primavera, sorge da un lago e vola per la Terra a risvegliare la Natura, ma l’Uccello di fuoco, comparso dalle viscere di un vulcano col suo fiato incandescente, distrugge e secca il terreno. Quando sembra che nessuna speranza rimanga alla Ninfa, tre gocce delle sue umide lacrime cadono giù sulla causta terra bagnandola e facendo rinascere teneri virgulti che si trasformano in possenti tronchi, trasformando l’arido panorama in un rigoglioso bosco.

La Primavera è sicuramente la più nota delle composizioni di Antonio Vivaldi che fa parte del concerto “Le quattro stagioni”. In realtà si tratta di quattro concerti distinti, scritti e pubblicati nel 1725 sulla scorta di altrettanti sonetti di autore ignoto e ispirati ciascuno a una stagione dell’anno.

1 – Giunt’è la Primavera e festosetti
La salutan gl’augei con lieto canto,
E i fonti allo spirar de’ zeffiretti
2 – Con dolce mormorìo scorrono intanto;
Vengon coprendo l’aer di nero manto
E lampi, e tuoni ad annuntiarla eletti
Indi tacendo questi, gl’augelletti
3-Tornan di nuovo al lor canoro incanto:
E quindi sul fiorito ameno prato
Al caro mormorìo di fronde e piante
Dorme ‘l caprar col fido can’ a lato.
4 – Di pastoral zampogna al suon festante
Danzan ninfe e pastor nel tetto amato
Di Primavera all’apparir brillante.

Il concerto in Mi maggiore per violino, archi e cembalo, fa parte dell’opera 8, “Il cimento dell’armonia e dell’invenzione” e costituisce uno dei primissimi esempi di musica descrittiva. La melodia infatti descrive, passo dopo passo, i singoli eventi del sonetto dedicato alla Primavera: il canto degli uccelli, il temporale e, nella danza finale, il violino solista rappresenta un pastore addormentato, le viole il latrato del fedele cane, mentre le foglie fruscianti sono interpretate da altri violini.

Questa stagione di risveglio e rinascita della fauna e della flora ha sempre affascinato tutti i popoli in ogni angolo del mondo, ma soprattutto era grandemente considerata dai Celti e dai Romani. La parola stessa “primavera” sottolinea l’inizio di qualcosa di nuovo, “prima”, mentre la stagione medesima, “vera”, avendo un’origine germanica, “wer”, denuncia l’importanza che questo concetto aveva presso i popoli nordici.

Alla fine d’aprile o nei primi giorni di maggio i Celti o Galli, come li chiamavamo i romani, festeggiavano la rinascita della Madre Terra dopo il lungo gelido inverno nordico. Appena dopo l’equinozio di primavera, i celti celebravano la festa di Beltain o Beltane. In ogni regione abitata dai celti, dall’Europa occidentale al mar Nero fino all’Anatolia, questa era l’occasione per il popolo, guidato dai druidi, di festeggiare il risveglio della Vita, la fertilità, il ritorno dei fiori colorati nei prati e sugli alberi, l’apparizione del sole caldo che allunga piacevolmente le ore di luce, scacciando il buio dell’inverno. Questa festa aveva carattere purificatorio, si accendevano dei falò, vi si facevano passare un mezzo il bestiame per preservarlo da eventuali pericoli futuri e si sacrificava un uomo, di solito un prigioniero, che rappresentava il Re della Quercia. I celti praticavano il sacrificio umano e l’uccisione rituale avveniva per ogni occasione di feste, sia a Beltane che in altre occasioni.

Il mito della luce che prevale sull’oscurità assumeva connotazioni sanguinarie presso tutti i popoli del nord Europa: celtici, germanici e scandinavi. Si facevano sacrifici umani almeno finché il cristianesimo non riuscì a diffondersi in quelle terre, stemperando le manifestazioni più crudeli.

I metodi di uccisione rituale dovevano essere soprattutto tre: impiccagione, arsione e annegamento. Da questi sacrifici si traevano auspici per il futuro raccolto e per altre occasioni come la guerra. In quel giorno, giovani più prestanti saltavano i falò per predire l’altezza del raccolto dai salti effettuati.

Nella notte, uomini e donne si scatenavano un orgia di sesso sfrenato che ricordava i satiri e le ninfe dei miti greci. Si perpetuava così la razza e si dava sfogo all’amore; molto presto i guerrieri sarebbero partiti per la guerra e sarebbero stati lontani dalle loro donne per molto tempo.

Il mondo celtico e i suoi miti hanno ispirato generazioni di scrittori stranieri e italiani, affascinati dai racconti fantastici popolati da elfi, fate, troll e draghi originati dalle divinità di quelle genti così creative. Essi erano immersi nella natura da cui traevano ogni sostentamento, seguendo i cicli delle stagioni e festeggiando nel loro modo primitivo e truculento ogni cambiamento.

Tra gli autori e le opere più significative ispirate alle saghe del mondo celtico, segnalerei “La saga di Prydain” di Lloyd Alexander, autore statunitense. Si parla di un’arpa magica, di spade di luce ma soprattutto di una pentola magica ispirata principalmente al “Calderone di Gundestrup”, così caro alle leggende irlandesi e gallesi. Il calderone è infatti un simbolo di morte e di rinascita che riporta alla mente i riti legati alla primavera. Da questo romanzo fu tratto un famoso cartone animato del 1985, dal titolo: “Taron e la pentola magica”, nel quale lo scheletrico cattivo di turno, Re Cornelius, getta i cadaveri dei guerrieri caduti in battaglia in un calderone magico, facendoli rivivere come zombi allo scopo di conquistare il mondo. Taron, intraprendente Assistente guardiano di maiali, con l’aiuto dei suoi amici, riesce a sconfiggerlo e ad assicurare alla storia il lieto fine.

Non proprio una favola per bambini ma che, tuttavia, alla fine degli anni ottanta ebbe un clamoroso successo tra i ragazzi di tutto il mondo.

Un altro autore ispirato a questo genere è David, creatore del ciclo di Belgariad, formato da cinque romanzi in cui la lotta dei Guardiani della Luce contro la Profezia delle tenebre rimanda idealmente ai riti celtici per contrastare e allontanare il buio delle lunghe notti invernali.

Molti altri scrittori anglosassoni hanno fatto riferimento alle affascinanti saghe collegate al mito della Primavera. Come non citare il gigantesco J.R.R.Tolkien che ci ha dato pagine di una sublime bellezza nel suo “Il Signore degli anelli”?

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