“L’orco” di Marco Trogi, Eclypsed World edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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La comunicazione di oggi è inesorabilmente cambiata.

La globalizzazione, l’avanzamento della tecnologia ha consentito una minore limitazione dello spazio sociale.

Ognuno può messaggiare con persone distanti km e km azzerando con un click le stesse.

E’ tutto a portata di mano: libri, teorie, notizie, conoscenze e nuove scopette.

Ma, ahimè, siamo allo stesso tempo più soli poiché privati dell’autentico contatto visivo e corporeo e al tempo stesso più indifesi.

Lo schermo del pc, del tablet e del telefonino ci rende sicuri di una sorta di protezione e invita a scoprirci a livello emotivo molto di più che nel contatto originario.

Possiamo mentire, costruendoci nuove identità ma possiamo anche raccontarci in modo più profondo grazie all’illusione della distanza, alla protezione di un vetro, alla sicurezza della nostra camera.

Eppure la distanza non è più una dimensione valida.

Almeno non quella emotiva.

Lo schermo non ci difende, quindi, dalle persone capaci di penetrare nel profondo delle nostre imperfezioni, ossessioni o problematiche e cosi il web diviene al tempo stesso opportunità e trappola.

E’ storia di oggi il becero tentativo di dominare e manipolare l’altrui pensiero attraverso il cyber bullismo che ha sostituto il lontano controllo sociale ad opera della disapprovazione della maggioranza.

Oggi la riprovazione non è relativa al sorpasso di un tabù, che aveva comunque un suo preciso fine ( spesso il cosiddetto tabù era solo il modo con cui una collettività fondava la propria esistenza e il proprio legame sociale ed emotivo divenendo da agglomerato urbano comunità) oggi il biasimo può vertere su ogni minimo e infinitesimale dettaglio, sacrificando l’alterità sull’ara sacra dell’omologazione.

Dobbiamo essere tutti uguali e quindi controllabili.

Dobbiamo creare un mondo strutturato in cui nessuno può andare fuori dagli stretti confini, pena la distruzione della sua identità come essere sociale.

E distruggere la psiche di una persona significa cancellarla non solo dal web, ma dalla vita.

Orco fa paura.

Racconta in modo romanzato una vicenda che, purtroppo, ha come fulcro le storie di oggi.

Ragazzine e ragazzini irretiti dall’anonimato e dal senso di appartenenza che si prova quando, l’interesse di qualcuno, ci invade e ci regala una sorta di calore.

Ragazzini e ragazzine bisognosi di attenzione, perché particolari, originali e forse “diversi” rispetto alla massa, costretti a vergognarsi delle differenze, come se esse rappresentassero non un arricchimento ma un ostacolo.

Ragazzini violati nella propria anima cosi profondamente e cosi intimamente, da non potersi più sentire integri e interi, tanto da essere costretti ad annullarsi.

A accettare quella damnatio memoriae capace di cancellarli per sempre come esseri viventi dal circuito virtuale.

E’ quello che accade alla protagonista.

Quando i sogni, le esigenze profonde, vengono “torturate” o messe addirittura alla berlina dagli idioti, davvero non si hanno più appigli per reagire e per essere.

Si collega la propria identità all’accettazione sociale, al like, all’esistenza tramite la comunicazione virtuale.

Si lega profondamente la propria vita all’amore da favola, depurato da tutti gli orpelli della vita reale, del lato meno bello, di quello quotidiano e forse brutalmente onesto che rende anche la storia più “romantica” una storia fatta di piccole, quasi banali semplicità.

Edulcorata dal suo “quotidiano”, ogni amore diviene cosi irreale da essere eterno, perché non soggetto alla vita considerata l’elemento che sporca la bellezza pura di un sentimento.

Questo perché ci hanno “insegnato” che la bellezza non è carnale ma evanescente, mistica e pura e non va inquinata con la quotidianità, con la routine e con la spontaneità, con la essenzialità.

E la protagonista, presa dalle responsabilità, quasi anonima se paragonata alla disinvoltura colorata dei suoi coetanei, trova nelle attenzioni cavalleresche del suo corteggiatore, un dimensione quasi onirica, completamente staccata dal reale di tutti i giorni e pertanto suadente, emozionate ma pericolosa.

Perché dietro il sogno si cela, quasi sempre, un incubo atroce, fatto di sentimenti tutt’altro che puri.

L’orco esiste.

Oggi non si introduce più nei pozzi, negli anfratti.

Non è il pagliaccio demoniaco di IT che tenta di afferrare la sua vittima predestinata portandola nei luoghi umidi e oscuri del sottoterra.

Non è più il babau acquattato nel buio, in attesa che il sonno sfaldi ogni muro e ogni difesa.

Oggi è più che mai il babablu perfetto della favola, quello che si mostra in tutto il suo splendore, nella sua ricchezza, con le carrozze, con il biglietto da visita per un parco giochi pieno di luci sfavillanti.

E’ cosi bravo a giocare che non ci rendiamo conto che la sua suadente e seducente voce, è un sibilo di serpente e che quel pelo blu nella barba è l’elemento che stona con la magnificenza della sua apparente perfezione. I nostri ragazzi e le nostre ragazze diventano prede di un mostro che si maschera da principe azzurro, cortese, elegante, intelligente, a volte colto, ma più pericoloso e terribile dei mostri di una volta.

E si sentono sicuri perché il vetro di un monitor li protegge.

Ma quel vetro non ferma chi si insinua dentro la nostra mente, prima corteggiandola, aggirando le sue naturali difese e poi distruggendola. Perché la vera violenza inizia dalla circuizione del nostro pensiero.

Della nostra intimità, della nostra anima.

E come scrive la nostra Jo Rwoling:è immenso il potere di un anima integra.

Spezzandola, distruggendola, ferendola l’orco avrà la sua vittoria.

Il sacrificio supremo di un giovane puro, come nei brutali tempi antichi. E’ il figlio Isacco sull’altra per mostrare la propria lealtà al dio della forma.

E’ il sacrificio al nuovo dio dell’apparenza, del dominio.

E’ l’agnello immolato per propiziarsi il dio del potere. Sono quelle divinità oscura, molto più oscure dei ctoni idoli di un tempo, quelli che ha perfettamente descritto Neil Gaiman in Gods of america.

Ma la ricerca di Trogi non finisce qua.

Va oltre e individua nella violenza familiare, nell’indifferenza di una struttura che ha perso se stessa e la sua funzione primaria di custode, il vero nucleo del disfacimento sociale di cui il bullismo è l’ultima conseguenza.

L’istituzione famiglia che è stata aspramente criticata durante gli anni a partire dal sessantotto.

Sfaldata, decostruita, aspramente smembrata, vivisezionata al microscopio dei ribelli e degli innovatori sociali.

Il concetto di famiglia è, dunque, stato aperto e fatto uscire dai rigidi confini di una definizione senza alternative.

Il problema è, però, in quell’apertura.

Una volta esaminato, confutato il concetto di famiglia e al tempo stesso di educazione, non si sono proposte alternative valide e nuovi concetti, magari più flessibili e più possibilistici.

Ed ecco che il termine famiglia è stato lasciato aperto.

Ed in quell’apertura, pericolosa, è stato riversato di tutto.

Ecco che così la prima istituzione, quella che ci da i fondamenti dell’apprendimento diviene anche il suo contrario: non più come diceva Gibran la forza che scaglia la freccia figlio, verso il suo destino, ma un fuoco pernicioso che lo polverizza fino a renderlo cenere.

Una cenere fatta di rabbia e rancore.

E credetemi, non rinasce come la fenice ma non fa altro che inquinare l’aria, creando a sua volta nuova violenza nuovo odio.

Ritengo Orco uno dei quegli libri importanti su cui, forse, possiamo davvero incrementare una riflessione proficua sui problemi di oggi.

E forse provare a trovare una cura per questa atroce malattia che sta procurando soltanto dolori, morti e menomazioni.

A noi stessi e a questa società che è sempre più caotica, anarchica e distruttiva.

 

 

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