La Triskell edizioni ci presenta il suo nuovo romanzo”Male Naturale” di Thea Harrison. Imperdibile!

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Sinossi:
Claudia Hunter sta viaggiando attraverso il deserto del Nevada quando vede il corpo di un cane sul ciglio della strada. Dopo aver accostato per indagare, si rende rapidamente conto che l’enorme animale è aggrappato alla vita. Mentre cerca di salvarlo con l’aiuto del veterinario locale, Claudia capisce che c’è qualcosa nella creatura che sembra “di più”. Diverso. “WYR.” Il che trasforma quel caso di crudeltà sugli animali in tentato omicidio.

Troppo ferito per poter mutare, Luis Alvaraz è riluttante a dire a Claudia cosa sa del suo attacco, temendo che possa renderla un bersaglio. Ma lo sceriffo è corrotto, e i suoi aggressori sanno che Luis è vivo e vulnerabile. A peggiorare le cose, una tempesta di sabbia sta per colpire la città, e se sopravviveranno alla notte, Luis dovrà riporre tutta la sua fiducia in Claudia.

Avvertenza: prendi un uomo magnifico temporaneamente bloccato nella sua forma canina, aggiungi una donna forte e determinata, mescola nemici in agguato e una violenta tempesta di sabbia e unisci il tutto. Gustalo con una lattina appena aperta di “ti faccio il culo”.

Dati libro

Data di pubblicazione: 23 Marzo

Collana: Reserve

Titolo: Male naturale
Titolo originale: Natural Evil
Serie: Razze Antiche #4.5

Autore: Thea Harrison
Traduttore: Laura Di Berardino

Genere: Fantasy
Lunghezza: 118 pagine

ISBN ebook: 978-88-9312-497-3

Prezzo ebook: € 2,99

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Omaggio al poeta moderno “Ho sognato di vivere. Variazioni sul tema del tempo in Roberto Vecchioni” di Mario Bonanno. A cura di un’indegna Alessandra Micheli

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Come si fa a recensire un mito?

Io non lo so.

E quindi perdonatemi, metto la mia anima ai vostri piedi.

Ma qua si parla di Roberto Vecchioni.

E per voi è solo un nome, forse qualche nota.

Per me rappresenta il mio viaggio di vita.

Dalla delusione per il primo amore, alla lotta per un ideale.

Rappresenta la mia forza e l’intera mission del mio blog.

Non posso essere distaccata con Roberto.

Le sue non sono canzoni.

Sono parti di me che ritrovo alla radio, al festival, in ogni CD.

Lui è me e io sono lui.

Era lui a cantarmi l’ottimismo quando la mia storia più importante cadde a pezzi sopra di me, soffocandomi di detriti.

E mi diceva:

Quando continuerà il tempo dove tu manchi,

senza la nostalgia di strofinare i tuoi fianchi; quando ti fermerò tra i due miracoli di averti amata e perduta,

e li ti schiaccerò e li sarai finita…

Quando di questo amore saranno sparse le foglie,

e morirà l’orgoglio nel mio inventario di stelle;

quando ti avrò battuta,

cacciata sulla luna,

dimenticata per sempre

e avrò cantato il giorno che tu non sei più niente…


Ed è arrivata quella notte.

Assieme a te, con la tua mano che stringeva la mia.

Sei stato tu a consolarmi della perdita di mia nonna, con Ninna nanna

Invecchierai senza cambiare ma

perdonerai a tutti ma non a te

aspetterai come è tuo solito

finché verrà la luna a prenderti

e parlerai di me con tutti quanti

so che parlerai e che ci credo

e che son l’unico dirai

ma sbaglierai, invecchierai

sarà difficile vederti più

quasi impossibile

e non dovrai star con le carte su

non tornerò mai più per ultimo

ricorderai di me le sere

che parlavo insieme a te

un vecchio amore che non è finito mai

e il mio dolore rivedrai

E ascoltandoti il tempo si dilatava ed ero violinista, filosofo, o semplicemente un pastore incantato dalla luna.

Con Roberto il tempo si dilegua, da fattore fisico diventa fattore emotivo, il tempo del sogno degli aborigeni australiani, il tempo sospeso, laddove si ritrova la fame di dio, la voglia di superare i limiti, la volontà di gabbare la morte o di aspettarla quasi rassegnato, quella di prendere il dolore e sottometterlo al bisogno di vita.

E’ il tempo del non tempo, quel luogo incantato che la psicologa Clarissa Pinkola Estes chiamava il rio dabajo il rio, il fiume sotto il fume o più semplicemente l’oscurità junghiana.

E li si ritrova la rabbia e le stelle.

La voglia di spezzare il legame che ci unisce alla tradizione e alla consuetudine dicendo a quel dio dei padri

A furia di tenerci insieme per salvare quel che siamo,

ci mancan, padre, gli altri,

gli altri, quello che noi non siamo;

ci manca,

anche se avessimo soltanto noi ragione,

l’umiltà di non vincere che fa eguali le persone.

E invece li strappiamo via in nome del signore,

come sterpaglia e funghi d’acqua,

nati qui per errore,

dovesse mai succederci,

ad esser troppo buoni di fare,

chissà poi per chi,

la figura dei coglioni.

Arrivederci padre o forse addio: mio nonno, era mio nonno il padre mio!

Cos’è allora il tempo per Roberto?

Bonanno lo indaga e lo fa attraverso la sua arte che è quella delle parole, parole mai finite ma che richiamano altre parole e dentro ci sono altre emozioni altri sentimenti, come se le sue canzoni fossero scatole cinesi. E allora il vero tempo è in un attimo incantato in cui tutto torna a coincidere, ad equilibrarsi a connettersi in un tutto organico e quasi perfetto.

Ed è nella nostra mente, troppo abituata all’immediatezza del reame fisico.

Mentre il cuore, la testa, la mente quella stuzzicata da Roberto non è altro che un eleatico capace di allungarsi cosi tanto da oltrepassare i confini.

E il tempo fisico non è altro che limite e confine esso stesso, cosi come sono le definizioni rigide che in Vecchioni mancano.

Come manca l’altro confine essenziale della sua poetica, (perché Roberto è un poeta) ossia Dio.

E nel rapporto Vecchioni /dio, che Bonanno e la stessa me umile allibita e sedotta dalla musica del suo mito, si ritrova.

Il rapporto con il signore del tempo, ossia colui che decide il nostro finale è estremamente libero, complesso e ribelle.

Ed è espresso dalla magnifica canzone la stazione di Zima.

In questo dialogo arrabbiato con Dio, Roberto e noi stessi non siamo estasiati di fronte alla sua magnificenza.

Anzi forse infastiditi.

Dio si mette sul suo trono adornato di cherubini, con la sua voce tonante e ci elenca tutte le sue formidabili doti: ha creato il cielo e quest’uomo imperfetto, suddito e servo, è degno soltanto di portare lodi riverite e timorate alle sue indegne labbra.

E quindi il tempo è scandito dalla agiografica fede di chi non si fa domande e accetta, probo e umile la sua decisione incomprensibile. Quella che divide in buoni e cattivi, in fortunati e poveracci, in atei e religiosi, in fortunati o sfortunati, quella che ci rende in fondo tutti sottomessi alla signora oscura con la falce, che stermina senza vedere, cieca e arrogante, lei signora morte.

Vecchioni non ci sta.

Non gli frega di cosa ha fatto Dio.

Non per blasfemia ma per l’orgoglio di questo essere che è stato messo per una scommessa o per caso su questo imperfetto universo, cosi innamorato della vita, da voler declinare l’invito di dio a raggiungere le alate schiere dei sui seguaci con un no fiero e pieno d’amore

Continua con me questo viaggio!-

E così sono lieto di apprendere

Che hai fatto il cielo

E milioni di stelle inutili

Come un messaggio,

Per dimostrarmi che esisti,

Che ci sei davvero:

Ma vedi, il problema non è

Che tu sia o non ci sia:

Il problema è la mia vita

Quando non sarà più la mia,

Confusa in un abbraccio

Senza fine,

Persa nella luce tua

Sublime,

Per ringraziarti

Non so di cosa e perché

Lasciami

Questo sogno disperato

Di esser uomo,

Lasciami

Quest’orgoglio smisurato

Di esser solo un uomo:

Perdonami, Signore,

Ma io scendo qua,

Alla stazione di Zima

Perché la vita, nonostante limiti ostacoli imperfezioni, nonostante quel dolore bastardo che ci porta a assistere alla morte insensata di ragazzi, di padri, di nonne, di innocenti, la vita è una grandissima avventura, favolosa e terrificante per la sua meraviglia.

Questo venire al mondo è stato

Un gran colpo di culo,

Pensa se non nascevi,

E se non potrai correre

E nemmeno camminare

Ti insegnerò a volare,

E non è il dolore che ci arresta, quell’ombra che noi coraggiosi affrontiamo e annichiliamo con la sete di vita

Ho conosciuto il dolore

(di persona, s’intende)

e lui mi ha conosciuto:

siamo amici da sempre,

io non l’ho mai perduto;

lui tanto meno,

che anzi si sente come finito

se, per un giorno solo,

non mi vede o non mi sente.

Ho conosciuto il dolore

e mi è sembrato ridicolo,

quando gli dò di gomito,

quando gli dico in faccia:

“Ma a chi vuoi far paura?”

Ho conosciuto il dolore:

ed era il figlio malato,

la ragazza perduta all’orizzonte,

il sogno strozzato,

l’indifferenza del mondo alla fame,

alla povertà, alla vita…

il brigante nell’angolo

nascosto vigliacco battuto tumore

Dio, che non c’era

e giurava di esserci, ah se giurava, di esserci….e non c’era

ho conosciuto il dolore

e l’ho preso a colpi di canzoni e parole

per farlo tremare,

per farlo impallidire,

per farlo tornare all’angolo,

cosi pieno di botte,

cosi massacrato stordito imballato…

cosi sputtanato che al segnale del gong

saltò fuori dal ring e non si fece mai più

mai più vedere

Poi l’ho fermato in un bar,

che neanche lo conosceva la gente;

l’ho fermato per dirgli:

“Con me non puoi niente!”

Ho conosciuto il dolore

e ho avuto pietà di lui,

della sua solitudine,

delle sue dita da ragno

di essere condannato al suo mestiere

condannato al suo dolore;

l’ho guardato negli occhi,

che sono voragini e strappi

di sogni infranti: respiri interrotti

ultime stelle di disperati amanti

-Ti vuoi fermare un momento?- gli ho chiesto –

insomma vuoi smetterla di nasconderti? Ti vuoi sedere?

Per una volta ascoltami!! Ascoltami

. e non fiatare

Hai fatto di tutto

per disarmarmi la vita

e non sai, non puoi sapere

che mi passi come un’ombra sottile sfiorente,

appena-appena toccante,

e non hai vie d’uscita

perché, nel cuore appreso,

in questo attendere

anche in un solo attimo,

l’emozione di amici che partono,

figli che nascono,

sogni che corrono nel mio presente,

io sono vivo

e tu, mio dolore,

non conti un cazzo di niente

Ti ho conosciuto dolore in una notte di inverno

una di quelle notti che assomigliano a un giorno

Ma in mezzo alle stelle invisibili e spente

io sono un uomo….e tu non sei un cazzo di niente

E quante volte ho urlato al cielo “Io sono un uomo e tu un cazzo di niente!”

E allora la meraviglia della vita si mostra nella semplicità schietta e genuina delle cose espressa mirabilmente in Rotary Club of malindi

Chi l’ha detto che siam nati per soffrire?

Pagare prima, poi vedere.

Chi l’ha detto che noi non ci abbiamo niente

è una falsa lingua di serpente.

Qui da noi c’è sempre roba da buttare,

mica siamo un mondo occidentale.

E abbiamo in mente un’organizzazione

per tutti i bianchi in depressione.,,,

E ancora grazie al primo esploratore

e all’inglese che era un gran signore,

l’italiano che non ci vuol mai truffare

e lo svizzero dal grande cuore!

Ci hanno cancellato fame e malattia,

e in attesa di sapere cosa sia

abbiamo la democrazia.

Ma quando all’ora del gabbiano tutto se ne va

e nel silenzio si addormenta il sole,

ti prende in fondo una tristezza che non sai,

che non sai da dove viene:

sta nell’odore della sera

nel colore così basso del cielo

inventato dal vento,

e tutto passa e tutto è vivo e niente può tornare,

neanche Dio

da qualche stella d’argento.

E siamo noi occidentali, cosi pieni di storia e filosofia ad essere carenti.

Siamo noi a non salire orgogliosi sul tetto fottendocene dei successi e dei paludi sociali e suonare solo alle stelle perché è bello esprimersi e lasciare che musica e parole escano dal noi stessi per irrorare di luce l’altro:

Mi dicevo quando sarò grande

Sceglierò tra vivere e capire,

Se dovrò cambiare le mutande

Se dovrò restare, se dovrò partire:

Mamma sono diventato uomo,

E mi hai dato centomila lire,

Ma non sò né frate, né pompiere

Nianca sò poeta, nianca bersagliere.

Sai dov’è finito il tuo bambino?

Solo sopra il tetto a sonà il violino,

A sonà il violino sopra il tetto

Con un muro bianco proprio dirimpetto.

Figlio, figlio, se nessuno ascolta,

La tua mamma ti farà una torta,

Sona,sona figlio tutta notte,

Non ti disperare, tanto che ce fotte?

Mamma, mamma, forse il mio destino

Era lì sul tetto a sonà il violino,

Che mme frega se nessuno sente,

Tanto non lo suono mica per la gente

Sona, sona, figlio, figlio bello

Mamma tua ti porta il limoncello,

E ti porta pane e pecorino

Se ti viene fame prima del mattino.

Mamma, mamma, questo è il mio destino

Stare sopra il tetto a sonà il violino,

Dillo a babbo, dillo alle sorelle

Se nessuno sente, sòno per le stelle;

Dillo a babbo, dillo alle sorelle

La vita in Vecchioni in ogni sua sfumatura, nell’amore e nella sciocca esigenza di noi poveri sognatori a scrivere poesie, vale ogni istante e ogni cicatrice.

La vita è l’unico motivo per cui viviamo.

L’emozione di un incontro, di un ricordo, di un eterno cercare, la scoperta di quanto è bello camminare fino ad avere le scarpe rotte, vale ogni respiro mozzato.

Ed è la fede più profonda di Vecchioni per l’altro Dio, quello incarnato, quello che ha tolto a noi poveri stolti le catene che ci ancoravano a una visione distorta del mondo, bastato sulla sudditanza e sul sacrificio.

Ed è quella che Vecchioni in un momento atroce e di piena sofferenza offre alla vera divinità, cosi innamorato e cosi disperato:

Non a caso, in Le rose blu, al Dio delle distanze siderali Vecchioni sacrifica – per un solo miracoloquanto di più caro, intimo, caratterizzante, ha posseduto sin lì: l’intero corollario degli attimi vissuti. Le piccole/grandi stanze di vita quotidiana (gucciniane ma – di nuovo anche pascoliane) che affiorano alla memoria come ricordi.

Perché ecco che torna il suo concetto più amato, in fondo la morte non è che un risveglio cosi come ci narra in la leggenda di Olaf

sogno sognò sogno

e poi come tutti si risveglio

Allora la nostra esperienza umana è dicotomica. Da un alto c’è tutto quello di corrotto che ci distanzia dall’essenza del nostro esistere, denunciato in la gallina Maddalena:

Era una gallina vecchia,

ma sembrava sempre nuova,

e ingrassò per quarant’anni,

senza fare mai le uova;

ma un bel giorno venne il giorno

di ridare tutto indietro:

è rimasta Maddalena

senza penne sul di dietro.

E si dispera mattina e sera:

“Papà rubbava ma io sso bbrava!”

Tutta colpa dei tacchini,

delle papere e dei polli,

se da grandi i miei pulcini

non diventeranno uccelli;

Maddalena dei lamenti

che stà lì, che aspetta e spera,

Maddalena senza denti,

vittimista di carriera;

Maddalena dei padroni

che van bene tutti quanti,

gli stan tutti sui coglioni:

però manda gli altri avanti….

Cambia bandiera e si dispera,

la cambia ancora e dura un’ora...

e signor giudice,

Signor giudice

Lei venga quando vuole

Più ci farà aspettare

Più sarà bello uscire

Signor giudice

Si compri il costumino si mangi l’arancino

col suo pomodorino

Noi siamo tanti siam qua, già la chiamiamo papà

Di quei papà

Che non si conoscono

Quel giorno quando verrà giudichi senza pietà

Ci vergognano tanto d’essere uomini

Così così

Sogniamo poco sogniamo sogni così così

Abbiamo nonne abbiamo mamme così così

E quasi sempre sposiamo mogli così così

Se ci riusciamo facciamo figli così così

Abbiamo tutti le stesse facce così così

Viaggiamo poco, vediamo posti così così

Ed ogni sera ci ritroviamo così così

Signor giudice noi siamo quel che siamo

Ma l’ala di un gabbiano può far volar lontano

Signor giudice qui il tempo scorre piano

Ma noi che l’adoriamo col tempo ci giochiamo

L’ombra sul muro non è una ragazza

Però ci fai l’amore per abitudine

Lei certamente farà quello che è giusto

Per noi che ci fidiamo e continuiamo

A vivere così così così

Sappiamo poco sappiamo cose così così

Ci accontentiamo perché noi siamo così così

A casa nostra ci sono quadri così così

E se c’è sole è sempre sole così così

E nelle foto veniamo sempre così così

Sogniamo poco sogniamo sogni così così

Ed ogni sera ci ritroviamo così così

e quel vivere in modo profondo ogni esperienza rifiutando il compromesso, e credendo in un mondo diverso dove i poeti sono capaci di sputtanarvi

Sanno treni fermi e una stazione

persa tra il cielo e il mare

hanno la prima metà di una canzone

l’altra metà da ritrovare

Hanno le vostre fandonie nelle orecchie

conoscono le vostre facce di culo

madri piene di tranquillanti

padri che vanno sul sicuro

I ragazzi nascondono lacrime sospese

come gatte gelose dei figli

hanno un bagaglio di speranze deluse

come onde che s’infrangono sugli scogli

Hanno un mondo che avete storpiato ingannato tradito massacrato

hanno un piccolo fiore dentro

che c’è da chiedersi com’è nato

e cercano di amare

domani come ieri

questi miei piccoli comici spaventati guerrieri

e cercano di amare come uomini veri

questi miei piccoli comici

spaventati guerrieri

non azzardatevi a toccarli mai

non azzardatevi a giudicarli

tirate via le vostre sporche mani

non confondetevi coi loro sogni continuate a costruire un mondo perfetto

dove potete specchiarvi

i poeti non saranno anche nessuno

ma hanno il potere di sputtanarvi

e vorrebbero amare

domani come ieri

questi miei piccoli comici spaventati guerrieri

e vorrebbero amare

come uomini veri

questi miei piccoli comici spaventati guerrieri

e vorrebbero amare

volare sui loro pensieri

questi miei piccoli comici

questi miei piccoli comici

questi miei piccoli comici

spaventati guerrieri

E allora tutta la magia, tutto il mio amore per Roberto, nasce dalla sua capacità di comprendere e di mostrarmi un mondo diverso, un mondo meno stantio, meno rigido e meno strutturato.

Un tempo in cui forse la follia diviene creatività. Il tempo che mi resta per vivere appieno questa strabiliante immensa avventura

Ci sono foglie che si aggrappano ai rami

perchè non vogliono cadere mai,

ci sono stelle che si aggrappano al cielo

perchè si accorgono di finire, sai,

ci sono ubriachi che stringono il bicchiere

perchè è sempre l’ultimo che fa paura,

ci sono uccelli che sentono lo sparo

e contano quanto gli resta ancora.

Ed è soltanto una questione di tempo:

quello che serve a salvare un uomo,

il cielo quando è in attesa di un lampo,

una chitarra che aspetta un suono,

una ragazza col cuore in gola

perchè il suo amore non può finire,

il tempo prima della parola che non avresti mai voluto dire.

E tu, quanto tempo hai?

tu, quanto amore hai?

io, non ti perdo mai ti aspetto al fondo di questa strada, sai;

tu, quanto tempo hai,

quanto tempo hai,

quanto amore hai?

Ci sono ragazzi che chiudono gli occhi

e si distruggono in un altro tempo,

ma d’altra parte ci sono vecchi

che darebbero tutto per un momento,

ci sono lettere che non arrivano,

baci che restano immaginari,

ci sono treni che si stanno chiedendo

quando finiscono i binari.

E ci sono poeti che chiedono a Dio

un altro giorno per dire qualcosa

e giardinieri sdraiati di notte col naso sul gambo di una rosa,

ci sono bambini che aspettano

quando verranno per spegnergli la luce,

e uomini che hanno sfidato il tempo

perchè qualcuno fosse felice.

E tu, quanto tempo hai?

tu, quanto amore hai?

basta solo sapere questo, sai; conta solo questo, sai.

Tu, quanto tempo hai tu, quanto amore hai:

non è niente, non è successo niente, sai,

dimmi solo se ti ho perso

o non ti ho perso mai;

tu, quanto tempo hai,

quanto amore hai?

Capisco Bonanno quando scrive

Vecchioni riesce sempre a farmi piangere. Puntualmente. A ogni disco. Anche adesso, che di musica e parole ne ho digerite quanto basta e ne scrivo più o meno per mestiere. Quando credo di averla fatta franca, di essermi assuefatto al pathos dello scrivere/cantare vecchioniano, il colpo di coda, in chiusura di scaletta: la traccia tipica da lacrima in punta di ciglio.

E lui accade ogni volta che ascolta Viola d’inverno

Arriverà che fumo

o che do l’acqua ai fiori,

o che ti ho appena detto:

“scendo, porto il cane fuori”,

che avrò una mezza fetta

di torta in bocca,

o la saliva di un bacio

appena dato,

arriverà, lo farà così in fretta

che non sarò neanche emozionato …

Arriverà che dormo o sogno, o piscio

o mentre sto guidando,

la sentirò benissimo

suonare mentre sbando,

e non potrò confonderla con niente,

perché ha un suono maledettamente eterno:

e poi si sente quella volta sola

la viola d’inverno.

Bello è che non sei mai preparato,

che tanto capita sempre agli altri,

vivere in fondo è così scontato

che non t’immagini mai che basti

e resta indietro sempre un discorso

e resta indietro sempre un rimorso…

E non potrò parlarti, strizzarti l’occhio,

non potrò farti segni,

tutto questo è vietato

da inscrutabili disegni,

e tu ti chiederai

che cosa vuole dire

tutto quell’improvviso starti intorno

perché tu non potrai, non la potrai sentire

la mia viola d’inverno.

E allora penserò

che niente ha avuto senso

a parte questo averti amata,

amata in così poco tempo;

e che il mondo non vale

un tuo sorriso,

e nessuna canzone

è più grande di un tuo giorno

e che si tenga il resto, me compreso,

la viola d’inverno

E dopo aver diviso tutto

la rabbia, i figli, lo schifo e il volo,

questa è davvero l’unica cosa

che devo proprio fare da solo

e dopo aver diviso tutto

neanche ti avverto che vado via,

ma non mi dire pure stavolta

che faccio sempre di testa mia:

tienila stretta la testa mia.

O con le Rose blu

Io ti darò

il mio primo giorno a scuola

l’aquilone che volava

il suo bacio che iniziava

il suo bacio che moriva

io ti darò

e ancora sai

le vigilie di Natale

quando bigi e ti va male

le risate degli amici

gli anni, quelli più felici

io ti darò…

A me accade ogni volta che ascolto Chiamami ancora amore.

E per la barca che è volata in cielo

Che i bimbi ancora stavano a giocare

Che gli avrei regalato il mare intero

Pur di vedermeli arrivare

Per il poeta che non può cantare

Per l’operaio che ha perso il suo lavoro

Per chi ha vent’anni e se ne sta a morire

In un deserto come in un porcile

E per tutti i ragazzi e le ragazze

Che difendono un libro, un libro vero

Così belli a gridare nelle piazze

Perché stanno uccidendo il pensiero

Per il bastardo che sta sempre al sole

Per il vigliacco che nasconde il cuore

Per la nostra memoria gettata al vento

Da questi signori del dolore

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

Che questa maledetta notte

Dovrà pur finire

Perché la riempiremo noi da qui

Di musica e parole

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

In questo disperato sogno

Tra il silenzio e il tuono

Difendi questa umanità

Anche restasse un solo uomo

Chiamami ancora amore

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

Perché le idee sono come farfalle

Che non puoi togliergli le ali

Perché le idee sono come le stelle

Che non le spengono i temporali

Perché le idee sono voci di madre

Che credevano di avere perso

E sono come il sorriso di dio

In questo sputo di universo

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

Che questa maledetta notte

Dovrà ben finire

Perché la riempiremo noi da qui
Di musica e parole

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

Continua a scrivere la vita

Tra il silenzio e il tuono

Difendi questa umanità

Che è così vera in ogni uomo

Chiamami ancora amore

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

Che questa maledetta notte

Dovrà pur finire

Perché la riempiremo noi da qui

Di musica e parole

Chiamami ancora amore

Chiamami sempre amore

In questo disperato sogno

Tra il silenzio e il tuono

Difendi questa umanità

Anche restasse un solo uomo

E anche ora le lacrime scendono, rendendomi felice, rendendomi più umana di quanto ero prima di iniziare a scrivere.

E per ogni lacrima per quella notte maledetta che finirà prima o poi.

E difenderò quest’umanità

Anche se restasse un solo uomo

Io e Mario abbiamo lo stesso difetto, bellissimo e impossibile da togliere, quello di far suonare fino allo sfinimento le sue melodie e considerarlo un amico, un mentore, un maestro, un padre o un fratello,

E di non stancarci mai di applaudirlo, prima con il cuore e poi per ultimo con le mani.

So che non sarà la solita recensione, che apparirò quasi pazza o esagitata.

Ma capitemi.

Non si può chiedere a Micheli Alessandra di recensire un libro su Roberto Vecchioni.

e se ha tentato di fregarle

il tempo,

hanno fottuto il tempo

con l’amore.

Passano via così come aquiloni,

corrono dietro un vento che non c’è:

vincono a sogni, perdono a emozioni

le mie ragazze,

proprio come me