Il blog presenta un libro edito Triskell edizioni “L’anima dai fili d’oro” di Manuela Chiarottino. Si tratta di un libro importantissimo che affronta il problema di sindrome di Mayer Rokitansky Kuster Hauser. Stavolta comprare il libro è aiutare una parte di mondo.

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II racconto che presentiamo oggi narra con estrema delicatezza la storia di una ragazzina che scopre di essere affetta dalla Sindrome di Mayer Rokitansky Kuster Hauser, sindrome che è stata inserita di recente nell’elenco delle malattie congenite rare e che affligge una piccola percentuale di donne di tutto il mondo ma che ha un impatto sicuramente drammatico sulle loro vite, soprattutto perché ci si accorge della sua presenza durante l’adolescenza, periodo già di per sé di difficile gestione.

Il racconto, che viene venduto a un prezzo simbolico di 0,99 centesimi, sarà disponibile su tutti gli store solo in formato digitale, e tutto il ricavato delle vendite verrà devoluto all’Associazione Nazionale Italiana Sindrome di Mayer Rokitansky Kuster Hauser che in questi anni ha fatto molto, sia in termini di sensibilizzazione sia in termini di impegno a 360 gradi nei confronti delle donne che ne soffrono, offrendo supporto e sottoponendo le criticità di questa sindrome agli organi dello Stato per un giusto riconoscimento.


Se volete saperne di più: 
http://www.animrkhs-onlus.org/

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Trama:
Anna Vive nella campagna salentina, circondata dagli ulivi e dall’aria frizzantina che risale dal mare. Una vita tranquilla, ma solo al di fuori, perché Anna si sente diversa, danneggiata, imprigionata da qualcosa che non comprende.
Solo dopo un lungo percorso scoprirà che la sua condizione la rende speciale.
La vita può segnarti con sofferenze, ferite, mancanze. Io a lungo mi sono sentita proprio come un vaso rotto, con un pezzo in meno, danneggiato. Ma poi qualcuno mi ha riparato con del filo d’oro.
«Prima non sapevo chi ero, ma dopo sì. Sono una ragazza roki. Sono speciale.»

 

Dati libro

Data di pubblicazione: 30 Aprile

COLLANA: RESERVE

Titolo: L’anima dai fili d’oro
Autore: Manuela Chiarottino
Genere: Contemporaneo
Lunghezza: 31 pagine
ISBN ebook: 978-88-9312-512-3

Prezzo: 0,99 €

 

 

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“Luoghi oscuri” di Linda Ladd, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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E’ molto difficile per me scrivere questa recensione.

E non perché non so cosa raccontarvi o per una mancanza nel libro, per una irrefrenabile voglia di criticarlo aspramente, ma perché la sua bellezza soffusa e sicuramente tenebrosa, è difficile da raccontare.

Come si può spiegare il tramonto?

Ogni parola è superflua.

O come si può abilmente descrivere lo spettacolo di una luna rossastra che emerge dalle nubi grigie?

Io purtroppo non ho il dono che ha Linda Ladd nel descrivere le sensazioni e le atmosfere, non ho la sua pregiata capacità artistica.

I suoi libri sono gracchianti richiami di upupa che stride nella notte più scura e solo chi come me, ha una parte di animo crepuscolare potrà comprenderne il fascino soffuso.

Altro dato.

Ho notato spesso come gli amanti del thriller cerchino l’emozione nei meandri delle loro certezze, ripiegando le loro scelte su case editrici blasonate, o su autori celebrati dai critici o semplicemente rassicuranti nella loro reputazione acclamata.

Da chi non saprei dirlo.

Ebbene la Triskell, mi sia concesso di affermarlo, ha sfornato finora capolavori (sono certa che lo diventeranno negli anni) a raffica, curandone la traduzione e esaltandone la cavernosa bellezza. Sicuramente alcuni di essi sembrano silenti, ma una volta sfogliate le pagine la loro voce tonante e quasi di oltretomba, arriva dritta alla nostra anima, la rapisce, la ingabbia.

Linda Ladd è una di queste demiurghe, capaci di scuotere la nostra assuefazione al crimine con l’arte della parola.

E credetemi non è un arte cosi scontata.

Per lei è un dono capace di sgorgare come una limpida, ma mica tanto, fonte e creare ruscelli rumorosi e gelidi.

E sono cosi i suoi libri, gelidi.

Ma in luoghi oscuri ella supera se stessa.

Già l’inizio risulta accattivante; un luogo apparentemente tranquillo, forse troppo, sonnacchioso e tenacemente deciso a non osservare l’orrore che si cela in angelici volti: è il classico ambiente in cui il male viene combattuto con il non so, non vedo e non sento.

Tranne pochi, sparuti coraggiosi egli è libero di prolificare indisturbato fino a raggiungere e a segnare la povera Claire Morgan.

Ma lasciatemi ora lodare e bearmi dell’abilità letteraria della favolosa Ladd:

La vernice bianca si stava scrostando dalle tavole che rivestivano l’esterno; sulla porta in legno qualcuno aveva inciso una grande croce e poi l’aveva dipinta di un colore rosso sangue. Una campana nera era appesa a un palo in mezzo al piazzale, e dalla logora panca in prima fila il piccolo orfano sbirciò oltre il portone aperto quando un uomo magro come uno spaventapasseri e vestito di scuro tirò con forza la lunga corda verso il basso. Il rintocco lento e regolare risuonò inquietante e funesto, facendolo rabbrividire.

Come non restare incantati dalle prime lente parole?

Esse penetrano lentamente nella carne, scavandosi un varco verso la mente e creando il giusto portale affinché la scena divenga corposa e reale.

Ma non è finita, seguitemi ancora in questo incubo dai toni poeticamente gotici:

Dopo circa dieci minuti su una scivolosa strada sterrata nel bel mezzo del nulla, vedemmo poco più avanti la nostra pattuglia marrone scuro, le luci che ancora lampeggiavano nell’oscurità. Conferivano alla neve un bizzarro effetto aureola, dorato e pulsante. E la neve stava iniziando ad attaccare, ricoprendo gli alberi e le strade.

Ed è la neve che congela questi attimi in una scenografia di malsana violenza come se il tempo fosse stesso, troppo sconvolto nell’osservare la depravazione dell’essere umano.

E l’orrore non si ferma ma, invece, come una nebbia mefitica, invade i luoghi apparentemente candidi e bonari in cui il dramma è iniziato e svolge le sue spire come un serpente risvegliato da chissà quale lungo sonno.

Il dato che stona non è soltanto negli efferati omicidi; è in qualcosa che è dentro ogni protagonista, e che trasborda al di fuori, invadendo e contagiando un inverno che sa di morte e di fetore:

C’è del marcio in lui, Bud. Riesco a sentirlo.»«Già, anch’io. Il tuo istinto sta urlando tanto quanto il mio?»

il marcio si avverte fin da subito e invade stuzzicando la narici della nostra virago detective:

Mi chiesi se anche i nostri sostituti sarebbero stati vittime della stessa energia negativa che impregnava quei corridoi sacri e colorati.

Felicità non era il termine giusto per descrivere l’aria che si respirava nell’accademia Cupola della Grotta per i Talentuosi. Mi chiesi quale fosse il tasso di suicidio tra i docenti e il personale.

E con queste poche, perfette parola Linda Ladd descrive perfettamente il male, un tentacolare e appiccicoso virus che si attacca agli abiti, che si nutre di un apparente serenità, di un tram tram quotidiano fatto di riti e gesti ossessivamente perfetti, come se fossero dei veri e propri scongiuri contro la sua invasività vischiosa.

Il male prospera laddove noi vogliamo che il nostro ordinato mondo sopravviva intatto e ordinato, e ogni elemento che mette a rischio questa compostezza viene relegato nel sottobosco, nelle regioni più infernali, tenuto a bada da quel volgere lo sguardo altrove, in modo ossessivo.

Ma il male ignorato si nutre di invisibilità fino a crescere, e crescere creando sempre più caos, sempre più delitti, fino a destabilizzare completamente quell’ordine tanto agognato.

Ligia all’etimologia che vorrebbe il thriller un romanzo capace di far rabbrividire, Linda Ladd ci porta nei suoi luoghi oscuri.

E attenzione, sono davvero bui e oserei dire, agghiaccianti.

Persino io avvezza a mannaie e altre piacevolezze, per giorni non sono risuscita a scrollarmi quella viscida sensazione strisciante.

Ma non vi svelerò la sua origine.

Nell’orrore dovete piombarci impreparati.

Ma vi consiglio di procurarvi del Raid.

“Sto bene qui” di Eugenio Marzotto, Kimerik editore. A cura di Raffaella Francesca Carretto

 

Una sola notte può cambiare la vita?

Fin dove si può arrivare, fino a cosa ci si può spingere per chiudere un cerchio, o cancellare tutto con un colpo di spugna?

Anche la follia di un gesto può scatenare eventi inaspettati, che stringono come un cappio al collo..

Soldi facili, decoro, successo, battute, accessi di rabbia, truffe e sconcezze, vizi e virtù in un contesto di provincia che ti accoglie e ti osteggia… e poi, il grande rumore della catastrofe

Sono tanti i personaggi in cerca di una rivincita, quelli le cui vite si intrecciano davanti al bancone di un bar…non ci sono più buoni o cattivi ma esseri umani in cerca di un riscatto, persone i cui affanni non sfociano in un’irrequietezza emotiva ma in una voglia di vincere l’abitudine, e cambiare l’ordine delle cose.

Vittime e carnefici allo stesso tempo, uomini e donne innocenti e colpevoli di aver reso le proprie esistenze piatte, mitigandole attraverso una quotidianità ai limiti dell’inerzia. Personaggi uniti da un unico evento inaspettato, un’unica azione, quella di un killer, il cui scopo in realtà è mutare una situazione, invertendo (come lui stesso racconta) l’inerzia delle cose.

Tutto va avanti per forza d’abitudine, o per mancanza di volontà nel cambiare l’andamento di ciò che ci è intorno…che gli è intorno.

è tutto un equilibrio instabile che si muove sul delicato filo di un’esistenza quasi al limite della follia..

e da questa follia, nasce l’idea di un intervento umano, di una forza, atta a mutare quello stato di inerzia…

E il bar è lo scenario prescelto, ma è anche uno dei protagonisti indiscussi, intorno alla cui realtà girano molteplici storie di vita … è il Calypso a divenire teatro e scena di una folle rivincita all’anonimato …e a trasformarsi in un’orribile scena del crimine

In questo libro si mischiano personaggi e storie, le periferie di quei mondi sommersi e veri, con persone vere che hanno tante storie da raccontare e da vivere, ma che purtroppo le vedono cancellate nel giro di attimi, in una notte.

Un noir ambientato in una provincia italiana e i cui personaggi e le ambientazioni sono così realistiche che non stupirebbe il lettore a rivederle nel suo quotidiano, nel suo mondo…
storie e persone…accomunati da un tragico evento…vite spezzate o disilluse, alla ricerca di un conforto o di un riscatto che per loro non arriverà più…cambiamenti …illusioni perdute …o forse mai avute.

Emozione?

Tanta.

Molto interesse e coinvolgimento durante la lettura per l’opportunità di vivere, attraverso la stessa, quella vita che forse non ti aspetti o comunque che non vedi, ma che si può toccare con mano nelle nostre periferie; un libro in cui le storie dei vari personaggi si intrecciano intorno al bancone del bar, il Calypso dove si incontrano e si incrociano le esistenze di persone all’apparenza comuni, persone che vivono i loro disincanti, un mondo dove si sopravvive e si cerca di usare ogni mezzo possibile per andare avanti, o farsi notare, emergere dall’anonimato e crescere in un ambiente ostile e al contempo accogliente, rappresentante di una contrapposizione delle esperienze di vita che si manifestano nella realtà di tutti i giorni.

E le notti del Calypso sono così; notti di incontri, di complotti, di oblio…notti che ti catturano e ti fagocitano; ma anche notti in cui cerchi qualcuno che possa curare le tue ferite, oppure notti in cui tutte le speranze e i sogni si materializzano, quasi a toccarli e renderli finalmente reali…

Sono uniche le emozioni che suscita la lettura del libro, come uniche sono le vite dei personaggi e le loro storie; eppure è come se le avessimo già vissute, forse anche solo per sentito dire, raccontate da una cronaca che quotidianamente ci rende coscienti della vita delle nostre periferie.

Sto bene qui ci mette al centro delle storie di vita, storie di periferia che l’autore descrive con dovizie di particolari, e lo fa strutturando i personaggi e caratterizzandoli in modo preciso, definendone manie, vizi, virtù, paure, ossessioni…e rendendo tangibili le peculiarità di ciascun attore… dando anche forza alla scena della stessa vita di periferia, mostrandola in tutta la sua trasformazione, anche quella più profonda

Quel regno composto da un quadrilatero di palazzi costruiti cinquant’anni prima era abitato da sempre da foresti [..] Cinquant’anni dopo altri uomini arrivavano sempre dal Sud, quello ancora più giù, e in quel paese, in quelle vie, tra le luminarie di Natale avevano solo l’obiettivo di sopravvivere a ogni costo e con ogni mezzo

È un racconto fatto di storie, tante storie che si intrecciano tra loro e che hanno come punto focale, un bancone di un bar…il Calypso… un panorama e una scena perfetti per descrivere questo viaggio che ci racconta questa periferia cittadina, a volte ferita, a volte aggressiva; un viaggio che scorre dentro, e in cui la ricerca dei vari personaggi di occasioni di rivincita è reale e tangibile, come se la toccassimo noi stessi attraverso i pensieri e le osservazioni dei diversi personaggi che cercano di sfuggire dalle sconfitte, o di mettere un punto di chiusura alle loro vite anonime…e invece poi si ritroveranno trascinati via dalla follia omicida di un killer, che attraverso la sua sconsideratezza finirà per portare via con sé, spazzando e cancellando in un insano gesto le esistenze di altri esseri umani come lui…e lo farà quasi senza considerazione, guardando alle vittime come a danni collaterali … per la follia di un gesto atto a invertire l’inerzia delle cose.

In questa storia c’è Antonio, il vigile del fuoco e maestro di latinoamericano, e il primo ad arrivare al Calypso. La sua vita cambierà con la presa di coscienza che avrebbe potuto esserci anche lui insieme agli altri corpi dilaniati…

Ogni notte mi staccavo dal letto per trovare la via del sonno, le notti erano diventate uguali da parecchi mesi. alle 3:00 di mattina si consumava un rito perpetuo, ostile come una ferrata senza appigli. [..] mi stendevo sul tappeto cercando il sonno tra i miei incubi ad occhi aperti Sperando che la notte mi portasse via in qualunque luogo dove poter trovare pace, lontano dal mio esilio.

Ogni giorno lo stesso ritmo delle cose, come un metronomo le mie mattine segnavano il risveglio reso efficace solo dalla scia di caffè capace di stordirmi e farmi tornare nella terra, vincendo fino alla notte successiva i fantasmi di una strage che avevo vissuto senza essermi trovato in mezzo.

Ma ci sono anche Rossana, la barista figlia dei proprietari del bar, una principessa che sogna di diventare attrice, e suo fratello. Ma anche i loro genitori, gli stessi Pedro e Giulia, che hanno costruito assieme una famiglia e che stringono in mano l’effimera certezza di un cambiamento.

Pedro, il padre di Rossana con un passato da trafficante; un passato che non lo abbandona e che torna prepotentemente a chiedere il conto proprio in una notte in cui, forse, le congiunture astrali hanno deciso che qualcosa doveva accadere…qualcosa di spettacolare, che avrebbe cambiato le vite di tutti loro, nel bene o nel male.

Oppure Felice Capuano, che organizza un casting nel bar, un regista pugliese che cerca la sua rivincita, e magari la notorietà, e lo fa in questa periferia attraverso la ricerca della protagonista per il suo film, che lui vuole girare in quella realtà di periferia del Nord, un film di speranze e realtà, che parla di amore e di giovani.

Oppure Rashid, piccolo spacciatore che cerca di barcamenarsi nella vita e nell’illegalità per racimolare soldi e cambiare “piazza”, ma che si trova ad assistere all’evento…

Ma abbiamo a che fare con molti altri personaggi, non solo comparse, e tra questi anche l’attore principale, colui che sovvertirà gli eventi, dando “sensazionalità” a una esistenza ignava. Quindi ci sono anche Jenny, e il Ragioniere e Denny Fanello, e tanti altri ancora…tutti personaggi e protagonisti che nel libro hanno un loro modus, un loro perché, di condurre la loro esistenza in una periferia difficile e al contempo madre ostile e accogliente.

Ma il Calypso non è solo un bar o la location per un evento…Il Calypso nasconde tante realtà, le più disparate, accompagnate a segreti, e non solo quelli dell’animo… Dietro al Calypso si nascondono traffici, malavita e molto altro ancora…

In questo libro, durante l’intera lettura, ciò che colpisce di più è il ritmo della scrittura,con un tempo che non si spegne nel suo incedere cadenzato e che si sussegue quasi senza mostrare momenti di stallo, ma mostra che la vitalità della periferia ha un ritmo incalzante per ciascuno dei personaggi, eppure sembra tutto così normale; forse è proprio questo che mi ha colpito di più, la sensazione di normalità, come se tutto ciò che si legge è una cosa comune, esiste …eppure se la si analizzasse, si potrebbe constatare che stride con gli eccessi raccontati, e che nel complesso appaiono normali, vengono esposti quasi come fossero la normalità.

Ma… cosa predomina nel libro? …ciascuno di noi può percepire un senso differente, dopo la lettura, eppure un filo comune credo si possa trovare, ovvero l’assenza di un vero perché a un evento così terribile, quasi a non riuscire a darne spiegazione, il perché di quella condanna così terribile. Persone che, innocenti o meno, diventano vittime sacrificali di una vendetta.

E ogni personaggio un po’ si mette a nudo, mostrando un volto che ha volontariamente celato, oppure si è visto costretto a farlo dalle circostanze. Le mille sfaccettature dell’animo umano, parti di sé che non si conoscevano: coraggio, amore, volontà, sacrificio, spirito di adattamento, inganno, gelosia, tradimento.

Tante storie che si intrecceranno

Tante le apparenze …persino le coincidenze

Un piano assurdo per liberarsi l’animo da fantasmi, per un riscatto, per una rivincita, una vendetta…o solo per emergere dalla solitudine, dal essere ignorati uscire da un anonimato che ci si è creati nel tempo .

Ma è anche angoscia, per delle vite spezzate, per un trauma che non va via e ti trascina in un limbo di emozioni che si perdono nell’oblio…

un libro carico di emotività, diverso; è facile immedesimarsi nella storia e vivere le esperienze di questi personaggi, così coinvolti nella trama…di fatto l’autore ci tiene sospesi e attenti attraverso la scrittura, che dà voce ai personaggi, raccontandone il vissuto in questa esperienza… l’autore descrive le vite di tanti uomini e donne in un excursus temporale che definisce come si sviluppa la storia precedentemente alla strage e nel post strage…e come i personaggi sopravvissuti, nei tempi successivi cerchino un senso e un perché all’evento che gli ha cambiato la vita.

L’autore ci parla di loro, ma al contempo sono anche loro a mostrare squarci della loro vita e della loro quotidianità, con dialoghi diretti che rendono forte e vivo l’interesse alla lettura

Non ci sono forse colpi di scena eclatanti, perché tutto viene dipanato dallo stesso autore con grande minuziosità e seguendo un filo logico nella struttura che quasi, oserei dire, la storia si racconta da sé..però è una lettura che non stanca, e mantiene vivo l’interesse…

è un mix che ho trovato coinvolgente perché ha dato forma a una vivace, se pur forte, rappresentazione di questo squarcio nelle vite dei personaggi del libro.

Catapultato in un turbinio di eventi, l’autore attraverso i personaggi riesce a mostrare di più della semplice storia, fa emergere temi come l’anonimato sociale, l’emarginazione, le difficoltà dei tanti …tutti temi che saltano all’occhio del lettore e vengono trattati con discrezione dall’autore stesso.

Le descrizioni di questo noir, come già detto, sono minuziose, sia a livello “scenografico” che emozionale

Un romanzo che penetra in profondità, nella mente e va a scavare alla ricerca delle motivazioni più profonde e, all’apparenza, irrazionali, che si celano dietro atti estremi come quello su cui si fonda la storia.

è un libro che forse non mi ha dato i brividi che può dare un film in cui le scene sono d’impatto nella loro crudezza, ma mi ha resa partecipe dell’ansia e dell’emotività dei protagonisti.

Sto bene qui” cattura, perché apre uno sguardo alla vita nelle periferie di provincia e al degrado che ormai emerge in alcune di queste … dando anche forma a quel senso di vuoto che le caratterizza ma al contempo alle energie dei luoghi e delle persone.

A chi sarà incuriosito e lo sceglierà, buona lettura!

Nuovi imperdibili eventi per tutti gli amanti dell’arte!!!

 

BALLETTI
Biancaneve Blanche Neige

Dal 3 al 9 maggio
Teatro Costanzi

 

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Musiche Gustav Mahler
Coreografia Angelin Preljocaj

 

Il 3 maggio arriva finalmente al Costanzi il balletto romantico e contemporaneo Biancaneve. “Specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?” chi conosce questa formula magica? Tutti! e non è un caso che Preljocaj abbia scelto la notissima Biancaneve raccontata dai fratelli Grimm e che sia rimasto fedele alla fiaba.

Avevo voglia di raccontare una storia, di aprire una parentesi fiabesca e incantata. Con Biancaneve affronto un tema che tutti conoscono: ciò mi permette di concentrarmi su quello che dicono i corpi, le energie, lo spazio e su ciò che i personaggi provano, in modo da mostrare solo la trascendenza dei corpi. Argomenti meravigliosi per un coreografo”. (Angelin Preljocaj)

Mantenendo una linea narrativa chiara e semplice, come un fumetto, su uno splendido collage delle sinfonie di Gustav Mahler, il coreografo lascia libero sfogo all’originalità creativa che lo contraddistingue. Basti dare uno sguardo al team creativo da lui scelto, primo fra tutti l’enfant terrible della moda francese Jean Paul Gaultier per i costumi. È lui a vestire la matrigna, dominatrice fasciata da abiti di pelle nera, che nell’analisi di Preljocaj diventa il personaggio centrale.

Domenica 28 aprile alle ore 18, presso il Foyer del Teatro Costanzi, è previsto l’ultimo appuntamento degli incontri “I coreografi, i ballerini e noi”. Condotto da Francesca Falcone, l’incontro sarà dedicato ad approfondire questo titolo.

 

L’angelo di fuoco di Sergej Prokof’ev

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È un titolo raro, ma di grande interesse nel teatro musicale del Novecento. L’angelo di fuoco di Sergej Prokof’ev sarà in scena, in lingua originale, dal 23 maggio al 1 giugno in una nuova produzione diretta da Alejo Pérez per la regia di Emma Dante.

Opera visionaria, è immersa nel clima di mistico esoterismo, così diffuso nell’avanguardia russa del primo Novecento, che si traduce nel linguaggio ora grottesco ora allucinato del compositore.
È un mondo cupo e sconvolto quello che arde nelle note di Prokof’ev, in cui si aggirano una monaca devota, una strega isterica, Faust e Mefistofele, un inquisitore. È la storia di una tragica ossessione, ambientata nella oscura e inquietante Germania del ‘500, tra duelli, premonizioni e stregonerie.

L’angelo di fuoco, un’opera esoterica, magica, in cui emerge il conflitto tra superstizione e razionalità. Un incubo spettacolare e visionario che mi permetterà di esplorare il mondo parallelo dei sogni, il mondo oscuro della mente infestato dai fantasmi”. (Emma Dante)


Lunedì 20 maggio alle ore 20, Giovanni Bietti terrà la “Lezione di Opera” dedicata allo spettacolo.

 

 

Per maggiori informazioni visita il sito operaroma.it

“Swing” di Marco Gnemmi, Eretica edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Sono nel pieno del vortice di emozioni antiche e mai conosciute prima, nello swing certo, ma quello che entra nelle stanze e nelle strade senza che si possa dire beh. E ci entra ad ogni ora, che si suoni o no, perché non sono note, non sono solo note a fare il jazz. Sono cose, persone, incontri dentro e fuori uno spartito a rendere un sogno tanto immaginato quanto reale

La prima cosa che ho fatto dopo aver letto swing è stato bearmi delle note di Otis Redding.

Mi sono seduta sul divano, lasciando che la sua voce quasi strascinata, avvolgesse un anima assetata, stufa di lottare contro le seduzioni di un mondo di cartapesta.

E la ruvidezza poetica del rhythm and blues è la panacea di ogni male, la carica per affrontare ogni fallimento.

Jhonny è un po’ il mio alter ego.

Guarda l’abisso dove scivolano tutte le sue conquiste e si siede sul bordo, totalmente rinchiuso in un modo di sogni e immagini, troppo stanco per rialzarsi.

E cosi la sua vita reale si affievolisce tanto da renderlo un po’ evanescente.

Ma non totalmente irreale, ci pensa il blues, lo swing a preservarlo da ogni tentazione nociva: quella di scomparire.

Perché quando la vita non segue le nostre organizzazioni mentali, quando hai tanto sudato per ottenere solo una manciata di sabbia che piano piano scivola via…il prezzo da pagare per riprovarci è troppo alto. E chi ha un animo creativo non può non rifugiarsi in un interiorità che, smette di essere nutrimento e sprone per realizzare azioni concrete, ma diviene prigione.

Una bellissima prigione.

Fatta di suono e deliri.

Fatta soltanto e unicamente di emozioni.

Il problema è che siamo persone.

E l’essere umano, per un assurdo volere divino, ha bisogno dell’altro o degli altri per essere.

E non solo come potenzialità ma come concretezza.

Siamo qua per nominare il mondo e plasmarlo, come sciocchi ma fieri demiurghi ardimentosi nella loro capacità di superare i limiti.

In questo libro lo swing è l’unica vera redenzione possibile, quella che ci crea un guscio meraviglioso in cui rannicchiarci.

Ma essendo una musica piena di spine non solo di rose, ci stuzzica.

Ci ferisce.

Ci punge.

Perché chi suona il blues deve poter vedere.

Chi suona il jazz deve avere la passione carnale.

E per averla non deve nutrirsi solo di vanesi vagheggiamenti ma vivere. Ferirci e riversare sangue sulle note.

Otis lo fa.

In I’ve Been Loving You Too Long la sua voce si fa arrabbiata e sofferta. Spacca i muri, rompe le convenzioni stilistiche.

E’ un lamento alla luna pieno, però, di quella voglia di spaccarlo questo mondo.

Inizia quasi lieve per poi acquistare una forza indomita durante il percorso scandito da batteria e sax.

E’ arrabbiato, disperato in cerca di un senso.

E il senso arriva, quasi richiamato da quelle silenziose lacrime.

Lo swing è quella forza che a noi umani ci manca quando ogni nostra conquista si scioglie come neve al sole.

E’ il respiro catarroso di un vecchio contadino che ancora si affatica a lottare contro l’aridità di una terra bruciata dal sole.

E’ la risata irriverente di bambini che cercano rane gracchianti negli stagni.

E’ la luna che bacia il sole fregandosene dei rischi di scomparire tra i suoi raggi.

E’ la capacità di aprirsi all’esterno e di trasformare gli input in emozioni. E’ il dolore che crea meraviglie in suoni e ritmo.

Ho amato il blues ogni volta che ho pianto.

Ho venerato il jazz ogni volta che pioveva e io mi trovavo al bivio, indecisa se rinascere e provarci o lasciare tutto alla deriva.

Sono come Johnny incastrata in quel mondo di fantasia, eppure capace di risorgere e sbrogliare i nodi.

E’ un omaggio alla musica, quella vera, quella di fango e sudore, quella di bourbon e sogni appena accennati.

Di viaggi, di illusioni, di fumosi sogni.

E’ un omaggio a accogliere la vita in ogni sua sfaccettatura, rischiando di abbracciarla nonostante somigli tanto alla venere di Norimberga.

Ma il jazz se ne frega di sanguinare perché è da quel sangue che crea arte.

Un libro che suona.

Apritelo e lasciate che Gillespie, Redding, Williams dipingano la vostra vita.

Perchè la musica salva.

E ci trascina fuori da un marciume fatto di infrante illusioni, di stanchezza e di gironi sempre uguali

La verità è che la musica mi ha salvato

quand’ero piccolo la musica mi ha salvato

e me ne stavo seduto sul mio prato ad ascoltare il mangiadischi cantare

la verità è che la musica mi ha salvato

quand’ero piccolo la musica mi ha salvato

e ascoltavo mia madre parlare, mio fratello giocare e l’universo a girare

e me ne stavo da solo a sognare in ripostiglio a giocare con i soldatini a giocare

Tricarico

“E alla fine c’è la vita” di Davide Rossi, Apollo edizioni. A cura di Alessandra Micheli.

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Appena ho iniziato a leggere il libro di Davide Rossi la prima emozione scaturita è stata claustrofobia.

Nonostante l’apparente e trascinante vita sociale dei personaggi, mi sentivo chiusa in una gabbia.

Fuori il mondo che scorre e dentro un’eterna recita di burattini, sempre uguale e sempre illuminata dalla luce dell’inutilità.

I capitoli iniziano tutti cosi con la parola inutilità.

Ripetuta in modo ossessivo per tutte le pagine, mentre fotogrammi dello sballo giovanile scorrevano veloci accompagnati da uno stile quasi cinematografico, molto difficile da realizzare.

E il fermo immagine restituiva gesti ripetuti, vuoti, privi di anima nel costante bisogno di annichilire il pensiero, di correre dietro a qualche arcana chimera, di mordere la vita fino in fondo, senza però capirne il gusto.

Si tratta di ragazzi bulimici, incapaci di assaporare odori e sapori, di immergersi nei colori.

Droga, sesso, trasgressione, e la voce narrante un autore distaccato, o apparentemente distaccato che illumina una zona d’ombra, troppo spesso ignorata.

Ed è qualcosa che noi sappiamo esistere ma che releghiamo sullo sfondo dei talk show o di notizie apprese quasi per caso, svogliatamente fissate nella nostra coscienza.

E allora forse Davide non ci sta.

Non vuole restare inerme davanti a quei gesti che tentano di sconvolgere l’esistenza ma che in realtà non fanno altro che sottolineare quella perdita di contenuto, di sogni, di afflati verso l’ideale che ammorba oggi la nostra aria.

Non può non capire che quei resoconti del TG di turno non sono altro che lamenti di una società che sta morendo.

Perché se le energie giovanili sono al collasso, allora lo è l’intero corpus sociale, incapace di salvarli quei giovani.

Incapace di proporre alternative educative che non siano i miraggi del successo, dell’esistere tramite l’apparenza e il gesto eclatante.

Ed ecco che dietro il reporter disincantato sorge l’uomo pieno di dolore, che con una voce tremante ci mostra uno spacco del reale, quello che seppelliamo sotto i nostri eleganti tappeti, evidenziando quella mancanza di scopi, di mete, quel viaggio senza mappa quasi disperato nella sua necessita di mordere l’essenza della vita, di sentirne il sapore ferroso, di trovare se stessi in un gesto, in un emozione, in una scelta.

E, invece, esiste solo l’inutilità di un vagabondare, privi di adeguata preparazione, in una foresta irta di pericoli i cui folti alberi nascondo precipizi profondi.

Una minaccia che non riescono a cogliere, cosi bisognosi di provare sensazioni in grado di scuotere quel sonnolento e statico torpore.

E’ il dramma che ci hanno lasciato i ribelli del sessantotto.

Dopo la contestazione, quella non volontà di vivere con le regole imposte dalla “borghesia”, hanno distrutto tutto senza lasciare a noi altro che macerie.

Famiglia, valori, senso dell’amore.

Nulla ha sostituto i vecchi canoni se non la tremenda legge del soddisfacimento personale, rendendo la compagine sciale non più il luogo dove esercitare la libertà di essere nel profondo se stessi, ma solo quella di scegliere il prodotto che soddisfa immediatamente un bisogno primario.

Lasciando però l’anima affamata, assetata di divino e di infinito.

E la compassione che si prova, il dolore acuto nell’osservare questi tratti perduti di una strada interrotta o mai percorsa colpisce forte come un pugno.

Ed è proprio la scelta stilistica a acuire questo senso di abbandono, di perdita, di insensata trascuratezza.

E’ un atto di amore, ultimo e forse temerario per riportare luce in un mondo di molte, troppe ombre.

Perché la gioventù dovrebbe essere solo un futuro radioso, non il reiterare constante e distruttivo dei nostri sbagli.

siamo tutti conformisti travestiti da ribelli

siamo lupi da interviste

e i ragazzi sono agnelli

Marco Masini

Un libro che non può mancare nelle vostre librerie. Musica e raqbbia, quella fatta anche di stelle, il blog è orgoglioso di presentarvi “Io ho detto no” di Sara Borsarini, Freccia nera edizioni.

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“ Sono nata il 9 settembre, biondissima e incazzatissima… ”

 

Comincia così la storia di Liviana Borsarini meglio nota come SARA così come ha voluto chiamarla Lucio Battisti. Si perchè Sara è stata negli anni settanta quel talento che Lucio aveva intravisto udendo la sua voce pura e cristallina, tanto da farne la propria pupilla e scrivere per lei canzoni, musica e testi, rimaste nella memoria dei Battistiani e non solo.

Per un lungo periodo si è addirittura pensato che Sara non esistesse, che fosse il frutto della fervida fantasia di Lucio, una sua invenzione di studio tanto poco si sapeva di lei.
Invece 50 anni dopo eccola apparire come l’Araba Fenice a dimostrare che non è stato un sogno, che è tutto vero quello che era successo nei fascinosi anni “60. Solo che a Sara certi “discorsi”, certe mezze parole, certi atteggiamenti, o di come tutto “gira” nel rutilante campo discografico non stava bene e ripresa la sua valigia di cartone è tornata a Bologna con il primo treno dalla Stazione Centrale e si è reinventata cantante impegnata con Brian Auger, gli Area, con Tony Esposito senza dimenticare anni di successi da balera con Le Cinque Lire di Gaetano Curreri e il lungo periodo con i Tombstones; dalla Rimini, mecca del ballo, fino alla sterminata platea dell’Arena di Verona

 

Sara ha voluto condensare i ricordi di tutta una carriera nella propria biografia, in uscita in questi giorni, dal titolo IO HO DETTO NO (Edizioni Freccia D’Oro, Pagina 116, Euro 15,00). Nella sua biografia Sara racconta le proprie gioie e i tormenti dell’artista, del coraggio di una donna e di quello che ha significato dire no al sistema.

 

Il libro è  disponibile presso la Casa Editrice FRECCIA D’ORO di Bologna  https://www.frecciadoro.it/scheda/259/IO-HO-DETTO-NO

Il blog è lieto di segnalarvi il libro di Amado Nervo “PIOGGIA LUMINOSA”, Vocifuoriscena. Uno di quei libri che se mancanti rendono le vostre librerie tristi e scarne.

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Il Libro 

Maestro della minificción, il messicano Amado Nervo (1870-1919) è considerato un precursore della moderna letteratura di fantascienza. La sua opera esibisce un catalogo sorprendente di temi classici della science fiction: ibernazione, resurrezioni a pagamento, catastrofi planetarie, gli animali che si ribellano agli uomini, esseri invisibili che utilizzano l’umanità come bestiame, una seconda luna che entra in orbita attorno alla Terra, un’operazione al cervello che fornisce la capacità di vedere la quarta dimensione, rarefatte visioni di futuri lontanissimi. Esplorando il tema delle identità multiple e parallele, per arrivare alle implicazioni antropologiche ed epistemologiche nell’incontro con esseri di altri pianeti, la literatura maravillosa di Amado Nervo è un’imprescindibile lezione di affabulazione fantastica che, fondendo il rigore speculativo di H.G. Wells al modernismo ispanoamericano, prelude tanto alla narrativa “teorica” di Jorge Luis Borges, tanto alle sintetiche e fulminanti riflessioni sulla natura della realtà di cui era maestro Fredric Brown. Con questo libro, Vocifuoriscena intraprende la pubblicazione dei racconti e romanzi brevi del grande scrittore e poeta messicano, nel centenario della sua morte.

I Racconti 

Pioggia luminosa contiene i seguenti racconti:

La sposa di Corinto Il paese dove la pioggia era luminosa L’angelo caduto Come nelle stampe Coloro che ignorano di essere morti Fotografia spiritica Del corretto atteggiamento da assumere nei confronti dei fantasmi Il serpente che si morde la coda Il connettore Il resuscitatore e il resuscitato Loro… Diana ed Eros. Racconto astronomico L’occhio meraviglioso I congelati Cent’anni di sonno Tra cinquant’anni. Dialoghi ipotetici Un consiglio dei ministri. Racconto dell’avvenire L’ultima dea. Racconto assurdo L’ultima guerra Il sesto senso Le nuvole Il gran viaggio

L’Autore 

Amado Nervo (1870-1919), al secolo Juan Crisóstomo Ruiz de Nervo Ordaz, è stato il più popolare poeta messicano del suo tempo. Giornalista e diplomatico, ha vissuto a lungo in Francia e Spagna, dando alla sua sterminata narrativa breve uno spirito moderno e cosmopolita, e toccando, in una produzione poetica altrettanta vasta, delicati temi romantici e spirituali.

Dati libro 
Traduzione: A. Laura Perugini

Collana: Lapis

Serie: Ispanoamericana

Genere: Surreale, fantascienza, soprannaturale

Edizione: Brossura

Pagine: 308 Prezzo: € 16,00

ISBN: 9788899959258

Ordinabile sul sito di Vocifuoriscena:

http://www.vocifuoriscena.it/catalogo/titoli-pioggia_luminosa.html

“Favola Blu” di Sonia Perin. A cura di Alessandra Micheli

Favola blu- Sonia Perin

 

Ho sempre ritenuto il dolore un elemento fondamentale dell’esistenza di ogni uomo.

Lo considero una porta, il modo migliore per rendersi conto che anche un povero, in fondo, è ricco.

Ma c’è un dolore che non so comprendere al pari vostro.

Uno che mi fa rabbia, uno che considero ancora distruttivo.

Uno che posso soltanto affrontare con lo scudo della fede: la malattia. Quando il corpo cede, quando qualcosa inceppa il perfetto organismo quella macchina ineccepibile che ci è stata regalata, ci si sente inermi.

E indifesi.

E quel dio in cui credevamo ci appare un ghignante e diabolico burattinaio.

Crea un qualcosa di meraviglioso, funzionante, legato agli altri organi in maniera precisa e poi, basta un codice genetico, una cellula impazzita per rovinare questo quadro tanto amato.

La malattia spaventa, terrorizza direi, e sopratutto uccide la forza dei sogni e la speranza.

Che fede può esserci in un reparto dove vedi un corpo deperire piano piano?

Dove i nostri figli invece di coltivare favole, tentano di sopravvivere?

Le peggiori malattie restano quelle genetiche.

Incomprensibile come una mancata comunicazione, una sola lettera in più presente nel nostro perfetto codice DNA, portino alla fine di tutto.

La fibrosi cistica è questo.

Una patologia multi organo che invade non solo il sistema respiratorio ma anche quello digerente. E che rende le persone afflitte da tale sbaglio genetico, incapaci di vivere appieno la propria vita.

Con una spada di Damocle sospesa sulla testa a contare i minuti che restano.

E come si può davvero vivere sapendo che la nera signora, in fondo, verrà sicuramente per noi?

Vedete, che sappiamo oramai come la vita abbia una fine precisa.

Ma ci illudiamo, quando stiamo in salute, che la signora con la falce possa essere gabbata.

Con l’arte, con la musica, come racconta Branduardi, con la nostra astuzia o con la scienza, capace di oltrepassare i limiti dei cicli e di dio.

Sappiamo che invecchieremo e saremo soddisfatti e stanchi di quest’avventura, fino a abbracciare noi la triste signora e andare con lei a braccetto, felici di ciò che si è lasciato e curiosi per la nuova strabiliante avventura che ci aspetta.

Ma la malattia spezza questa naturalità.

Non fa invecchiare, non fa godere di ogni istante, spezza le aspettative persino i progetti.

I vorrei diventano i non posso.

Il coraggio diventa rassegnazione.

E l’amore si può trasformare in senso di colpa per quella madre, per quel padre, o quel compagno, che devono assistere al triste ultimo spettacolo.

Sonia non ci sta a questa perversa concatenazione di causa effetto: malattia uguale scarsa qualità della vita.

E pertanto, decide di trasformare una vicenda quotidiana in una favola, dove il finale non sarà tragico, ma sarà semplicemente il coronamento del correre della principessa Bubu.

Capace di sfidare il suo male, di combatterlo accanto a maghi e a una regina forte e indomita.

Ecco che il dolore viene dipinto con i vividi colori della fantasia, e lo squallore di un ospedale diviene una splendida grotta azzurra in un mondo incantato e lontano.

E ancora una volta una grande donna, dall’acuta sensibilità che emerge tra le pagine e ti avvolge e ti abbraccia, usa l’inventiva per colorare anche il nostro peggior incubo.

Dimostrando la forza dell’arte, la capacità di creare realtà diverse della scrittura. E forse è grazie a questa forza immaginativa che è possibile combattere davvero la morte.

Non esistono doctor Frankenstein, o Dottor Moreau.

Basta una donna dai grandi occhi sognanti che mette se stessa e la sua voglia di non cedere, in una storia che diviene la storia di tutti.

Che ci insegna che anche nei momenti più duri, nell’incapacità di vivere come vorremmo, è possibile morderla la vita e non farsi sorprendere fragili e indifesi davanti alla morte.

Possiamo davvero invitarla a un gran ballo e dirle: noi di te non abbiamo paura.

Perché come direbbe Vecchioni lei “non è un cazzo di nulla“.

Noi siamo uomini.

Brava sonia, sei riuscita a rubare una lacrima a questa vecchia, acida cariatide.

 

 

In libreria dal 18 aprile LA CONGIURA DEI FRATELLI SHAKESPEARE di BERNARD CORNWELL, Edito da Longanesi Editore. Imperdibile!

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“La morte mi ha colto dopo che la pendola nel corridoio aveva
battuto nove rintocchi. C’è chi sostiene che Sua Maestà,
Elisabetta, per grazia di Dio regina d’Inghilterra, Francia e
Irlanda, non permetta mai alle pendole che si trovano nei suoi
palazzi di battere le ore. Lei nega al tempo il diritto di
trascorrere. Lo ha sconfitto. Eppure quei rintocchi sono
risuonati. Ne ho un chiaro ricordo. Li ho contati. Nove
rintocchi. Subito dopo, l’assassino mi ha colpito. E io ho
cessato di vivere. ”

 

Bernard Cornwell è, secondo il Washington Post, il più grande scrittore contemporaneo di romanzi storici. Il suo nuovo libro, La congiura dei fratelli Shakespeare, non fa parte delle serie che lo hanno reso celebre in tutto il mondo (in particolare, la serie di Richard Sharpe e quella dei Re sassoni) ma è uno stand alone che ha avuto enorme successo in patria e nel quale l’autore britannico romanza una storia reale ma molto poco nota: quella di Richard Shakespeare, fratello del grande drammaturgo, figura realmente esistita ma avvolta nel mistero.

Richard Shakespeare sogna una carriera brillante all’interno del mondo teatrale londinese, mondo dominato da suo fratello maggiore, William. Ma Richard è un attore squattrinato, che arriva a fine del mese solamente grazie al suo bel viso, la lingua tagliente e piccoli furti. A poco a poco allontanatosi dal fratello, la cui fama cresce sempre più, quella che un tempo era riconoscenza si trasforma in gelosia e Richard è altamente tentato di abbandonare la fedeltà alla famiglia. Così quando un manoscritto dal valore inestimabile sparisce, i sospetti ricadono su Richard, costringendolo su un terreno pericoloso, popolato da una Londra spesso oscena e brutale. Impigliato in un doppio gioco ad alto rischio che minaccia di rovinare non solo la sua carriera e l’eventuale ricchezza futura, ma anche quella dei suoi colleghi, Richard è costretto ad affidarsi a tutto ciò che ha imparato dagli spalti dei teatri più brillanti e dai vicoli più oscuri della città. Con La congiura dei fratelli Shakespeare Bernard Cornwell è riuscito non solo a creare una storia appassionante, ma anche a celebrare la difficoltà e le gioie di mettere in scena uno spettacolo teatrale, qualunque sia l’epoca.

 

L’autore.

BERNARD CORNWELL è nato a Londra e si è laureato alla London University. Dopo aver lavorato per anni alla BBC, si è dedicato alla narrativa e, oltre alla serie di romanzi avventurosi ottocenteschi incentrati sul personaggio di Sharpe tutti pubblicati da Longanesi, ha scritto moderne avventure di mare. Ha trovato la più fortunata delle sue ispirazioni nelle saghe di avventure medioevali. Dopo la trilogia di L’arciere del re, Il cavaliere nero e La spada e il calice, ha dato vita a un’appassionante epopea ambientata tra l’Inghilterra e i mari del nord durante il primo Medioevo: L’ultimo re, Un cavaliere e il suo re, I re del Nord, Il filo della spada, Il signore della guerra, La morte dei re, Re senza Dio e Il trono senza re. Alla saga di Excalibur appartengono Il re d’inverno e Il cuore di Derfel, ripubblicati da Longanesi, presso cui sono usciti anche L’arciere di Azincourt, L’ultima fortezza e L’eroe di Poitiers. Nel 2015, in occasione dell’anniversario della celebre battaglia, Longanesi ha pubblicato il saggio Waterloo.