“Luoghi oscuri” di Linda Ladd, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Luoghi oscuri - Linda Ladd -.jpg

 

 

E’ molto difficile per me scrivere questa recensione.

E non perché non so cosa raccontarvi o per una mancanza nel libro, per una irrefrenabile voglia di criticarlo aspramente, ma perché la sua bellezza soffusa e sicuramente tenebrosa, è difficile da raccontare.

Come si può spiegare il tramonto?

Ogni parola è superflua.

O come si può abilmente descrivere lo spettacolo di una luna rossastra che emerge dalle nubi grigie?

Io purtroppo non ho il dono che ha Linda Ladd nel descrivere le sensazioni e le atmosfere, non ho la sua pregiata capacità artistica.

I suoi libri sono gracchianti richiami di upupa che stride nella notte più scura e solo chi come me, ha una parte di animo crepuscolare potrà comprenderne il fascino soffuso.

Altro dato.

Ho notato spesso come gli amanti del thriller cerchino l’emozione nei meandri delle loro certezze, ripiegando le loro scelte su case editrici blasonate, o su autori celebrati dai critici o semplicemente rassicuranti nella loro reputazione acclamata.

Da chi non saprei dirlo.

Ebbene la Triskell, mi sia concesso di affermarlo, ha sfornato finora capolavori (sono certa che lo diventeranno negli anni) a raffica, curandone la traduzione e esaltandone la cavernosa bellezza. Sicuramente alcuni di essi sembrano silenti, ma una volta sfogliate le pagine la loro voce tonante e quasi di oltretomba, arriva dritta alla nostra anima, la rapisce, la ingabbia.

Linda Ladd è una di queste demiurghe, capaci di scuotere la nostra assuefazione al crimine con l’arte della parola.

E credetemi non è un arte cosi scontata.

Per lei è un dono capace di sgorgare come una limpida, ma mica tanto, fonte e creare ruscelli rumorosi e gelidi.

E sono cosi i suoi libri, gelidi.

Ma in luoghi oscuri ella supera se stessa.

Già l’inizio risulta accattivante; un luogo apparentemente tranquillo, forse troppo, sonnacchioso e tenacemente deciso a non osservare l’orrore che si cela in angelici volti: è il classico ambiente in cui il male viene combattuto con il non so, non vedo e non sento.

Tranne pochi, sparuti coraggiosi egli è libero di prolificare indisturbato fino a raggiungere e a segnare la povera Claire Morgan.

Ma lasciatemi ora lodare e bearmi dell’abilità letteraria della favolosa Ladd:

La vernice bianca si stava scrostando dalle tavole che rivestivano l’esterno; sulla porta in legno qualcuno aveva inciso una grande croce e poi l’aveva dipinta di un colore rosso sangue. Una campana nera era appesa a un palo in mezzo al piazzale, e dalla logora panca in prima fila il piccolo orfano sbirciò oltre il portone aperto quando un uomo magro come uno spaventapasseri e vestito di scuro tirò con forza la lunga corda verso il basso. Il rintocco lento e regolare risuonò inquietante e funesto, facendolo rabbrividire.

Come non restare incantati dalle prime lente parole?

Esse penetrano lentamente nella carne, scavandosi un varco verso la mente e creando il giusto portale affinché la scena divenga corposa e reale.

Ma non è finita, seguitemi ancora in questo incubo dai toni poeticamente gotici:

Dopo circa dieci minuti su una scivolosa strada sterrata nel bel mezzo del nulla, vedemmo poco più avanti la nostra pattuglia marrone scuro, le luci che ancora lampeggiavano nell’oscurità. Conferivano alla neve un bizzarro effetto aureola, dorato e pulsante. E la neve stava iniziando ad attaccare, ricoprendo gli alberi e le strade.

Ed è la neve che congela questi attimi in una scenografia di malsana violenza come se il tempo fosse stesso, troppo sconvolto nell’osservare la depravazione dell’essere umano.

E l’orrore non si ferma ma, invece, come una nebbia mefitica, invade i luoghi apparentemente candidi e bonari in cui il dramma è iniziato e svolge le sue spire come un serpente risvegliato da chissà quale lungo sonno.

Il dato che stona non è soltanto negli efferati omicidi; è in qualcosa che è dentro ogni protagonista, e che trasborda al di fuori, invadendo e contagiando un inverno che sa di morte e di fetore:

C’è del marcio in lui, Bud. Riesco a sentirlo.»«Già, anch’io. Il tuo istinto sta urlando tanto quanto il mio?»

il marcio si avverte fin da subito e invade stuzzicando la narici della nostra virago detective:

Mi chiesi se anche i nostri sostituti sarebbero stati vittime della stessa energia negativa che impregnava quei corridoi sacri e colorati.

Felicità non era il termine giusto per descrivere l’aria che si respirava nell’accademia Cupola della Grotta per i Talentuosi. Mi chiesi quale fosse il tasso di suicidio tra i docenti e il personale.

E con queste poche, perfette parola Linda Ladd descrive perfettamente il male, un tentacolare e appiccicoso virus che si attacca agli abiti, che si nutre di un apparente serenità, di un tram tram quotidiano fatto di riti e gesti ossessivamente perfetti, come se fossero dei veri e propri scongiuri contro la sua invasività vischiosa.

Il male prospera laddove noi vogliamo che il nostro ordinato mondo sopravviva intatto e ordinato, e ogni elemento che mette a rischio questa compostezza viene relegato nel sottobosco, nelle regioni più infernali, tenuto a bada da quel volgere lo sguardo altrove, in modo ossessivo.

Ma il male ignorato si nutre di invisibilità fino a crescere, e crescere creando sempre più caos, sempre più delitti, fino a destabilizzare completamente quell’ordine tanto agognato.

Ligia all’etimologia che vorrebbe il thriller un romanzo capace di far rabbrividire, Linda Ladd ci porta nei suoi luoghi oscuri.

E attenzione, sono davvero bui e oserei dire, agghiaccianti.

Persino io avvezza a mannaie e altre piacevolezze, per giorni non sono risuscita a scrollarmi quella viscida sensazione strisciante.

Ma non vi svelerò la sua origine.

Nell’orrore dovete piombarci impreparati.

Ma vi consiglio di procurarvi del Raid.

“Sto bene qui” di Eugenio Marzotto, Kimerik editore. A cura di Raffaella Francesca Carretto

 

Una sola notte può cambiare la vita?

Fin dove si può arrivare, fino a cosa ci si può spingere per chiudere un cerchio, o cancellare tutto con un colpo di spugna?

Anche la follia di un gesto può scatenare eventi inaspettati, che stringono come un cappio al collo..

Soldi facili, decoro, successo, battute, accessi di rabbia, truffe e sconcezze, vizi e virtù in un contesto di provincia che ti accoglie e ti osteggia… e poi, il grande rumore della catastrofe

Sono tanti i personaggi in cerca di una rivincita, quelli le cui vite si intrecciano davanti al bancone di un bar…non ci sono più buoni o cattivi ma esseri umani in cerca di un riscatto, persone i cui affanni non sfociano in un’irrequietezza emotiva ma in una voglia di vincere l’abitudine, e cambiare l’ordine delle cose.

Vittime e carnefici allo stesso tempo, uomini e donne innocenti e colpevoli di aver reso le proprie esistenze piatte, mitigandole attraverso una quotidianità ai limiti dell’inerzia. Personaggi uniti da un unico evento inaspettato, un’unica azione, quella di un killer, il cui scopo in realtà è mutare una situazione, invertendo (come lui stesso racconta) l’inerzia delle cose.

Tutto va avanti per forza d’abitudine, o per mancanza di volontà nel cambiare l’andamento di ciò che ci è intorno…che gli è intorno.

è tutto un equilibrio instabile che si muove sul delicato filo di un’esistenza quasi al limite della follia..

e da questa follia, nasce l’idea di un intervento umano, di una forza, atta a mutare quello stato di inerzia…

E il bar è lo scenario prescelto, ma è anche uno dei protagonisti indiscussi, intorno alla cui realtà girano molteplici storie di vita … è il Calypso a divenire teatro e scena di una folle rivincita all’anonimato …e a trasformarsi in un’orribile scena del crimine

In questo libro si mischiano personaggi e storie, le periferie di quei mondi sommersi e veri, con persone vere che hanno tante storie da raccontare e da vivere, ma che purtroppo le vedono cancellate nel giro di attimi, in una notte.

Un noir ambientato in una provincia italiana e i cui personaggi e le ambientazioni sono così realistiche che non stupirebbe il lettore a rivederle nel suo quotidiano, nel suo mondo…
storie e persone…accomunati da un tragico evento…vite spezzate o disilluse, alla ricerca di un conforto o di un riscatto che per loro non arriverà più…cambiamenti …illusioni perdute …o forse mai avute.

Emozione?

Tanta.

Molto interesse e coinvolgimento durante la lettura per l’opportunità di vivere, attraverso la stessa, quella vita che forse non ti aspetti o comunque che non vedi, ma che si può toccare con mano nelle nostre periferie; un libro in cui le storie dei vari personaggi si intrecciano intorno al bancone del bar, il Calypso dove si incontrano e si incrociano le esistenze di persone all’apparenza comuni, persone che vivono i loro disincanti, un mondo dove si sopravvive e si cerca di usare ogni mezzo possibile per andare avanti, o farsi notare, emergere dall’anonimato e crescere in un ambiente ostile e al contempo accogliente, rappresentante di una contrapposizione delle esperienze di vita che si manifestano nella realtà di tutti i giorni.

E le notti del Calypso sono così; notti di incontri, di complotti, di oblio…notti che ti catturano e ti fagocitano; ma anche notti in cui cerchi qualcuno che possa curare le tue ferite, oppure notti in cui tutte le speranze e i sogni si materializzano, quasi a toccarli e renderli finalmente reali…

Sono uniche le emozioni che suscita la lettura del libro, come uniche sono le vite dei personaggi e le loro storie; eppure è come se le avessimo già vissute, forse anche solo per sentito dire, raccontate da una cronaca che quotidianamente ci rende coscienti della vita delle nostre periferie.

Sto bene qui ci mette al centro delle storie di vita, storie di periferia che l’autore descrive con dovizie di particolari, e lo fa strutturando i personaggi e caratterizzandoli in modo preciso, definendone manie, vizi, virtù, paure, ossessioni…e rendendo tangibili le peculiarità di ciascun attore… dando anche forza alla scena della stessa vita di periferia, mostrandola in tutta la sua trasformazione, anche quella più profonda

Quel regno composto da un quadrilatero di palazzi costruiti cinquant’anni prima era abitato da sempre da foresti [..] Cinquant’anni dopo altri uomini arrivavano sempre dal Sud, quello ancora più giù, e in quel paese, in quelle vie, tra le luminarie di Natale avevano solo l’obiettivo di sopravvivere a ogni costo e con ogni mezzo

È un racconto fatto di storie, tante storie che si intrecciano tra loro e che hanno come punto focale, un bancone di un bar…il Calypso… un panorama e una scena perfetti per descrivere questo viaggio che ci racconta questa periferia cittadina, a volte ferita, a volte aggressiva; un viaggio che scorre dentro, e in cui la ricerca dei vari personaggi di occasioni di rivincita è reale e tangibile, come se la toccassimo noi stessi attraverso i pensieri e le osservazioni dei diversi personaggi che cercano di sfuggire dalle sconfitte, o di mettere un punto di chiusura alle loro vite anonime…e invece poi si ritroveranno trascinati via dalla follia omicida di un killer, che attraverso la sua sconsideratezza finirà per portare via con sé, spazzando e cancellando in un insano gesto le esistenze di altri esseri umani come lui…e lo farà quasi senza considerazione, guardando alle vittime come a danni collaterali … per la follia di un gesto atto a invertire l’inerzia delle cose.

In questa storia c’è Antonio, il vigile del fuoco e maestro di latinoamericano, e il primo ad arrivare al Calypso. La sua vita cambierà con la presa di coscienza che avrebbe potuto esserci anche lui insieme agli altri corpi dilaniati…

Ogni notte mi staccavo dal letto per trovare la via del sonno, le notti erano diventate uguali da parecchi mesi. alle 3:00 di mattina si consumava un rito perpetuo, ostile come una ferrata senza appigli. [..] mi stendevo sul tappeto cercando il sonno tra i miei incubi ad occhi aperti Sperando che la notte mi portasse via in qualunque luogo dove poter trovare pace, lontano dal mio esilio.

Ogni giorno lo stesso ritmo delle cose, come un metronomo le mie mattine segnavano il risveglio reso efficace solo dalla scia di caffè capace di stordirmi e farmi tornare nella terra, vincendo fino alla notte successiva i fantasmi di una strage che avevo vissuto senza essermi trovato in mezzo.

Ma ci sono anche Rossana, la barista figlia dei proprietari del bar, una principessa che sogna di diventare attrice, e suo fratello. Ma anche i loro genitori, gli stessi Pedro e Giulia, che hanno costruito assieme una famiglia e che stringono in mano l’effimera certezza di un cambiamento.

Pedro, il padre di Rossana con un passato da trafficante; un passato che non lo abbandona e che torna prepotentemente a chiedere il conto proprio in una notte in cui, forse, le congiunture astrali hanno deciso che qualcosa doveva accadere…qualcosa di spettacolare, che avrebbe cambiato le vite di tutti loro, nel bene o nel male.

Oppure Felice Capuano, che organizza un casting nel bar, un regista pugliese che cerca la sua rivincita, e magari la notorietà, e lo fa in questa periferia attraverso la ricerca della protagonista per il suo film, che lui vuole girare in quella realtà di periferia del Nord, un film di speranze e realtà, che parla di amore e di giovani.

Oppure Rashid, piccolo spacciatore che cerca di barcamenarsi nella vita e nell’illegalità per racimolare soldi e cambiare “piazza”, ma che si trova ad assistere all’evento…

Ma abbiamo a che fare con molti altri personaggi, non solo comparse, e tra questi anche l’attore principale, colui che sovvertirà gli eventi, dando “sensazionalità” a una esistenza ignava. Quindi ci sono anche Jenny, e il Ragioniere e Denny Fanello, e tanti altri ancora…tutti personaggi e protagonisti che nel libro hanno un loro modus, un loro perché, di condurre la loro esistenza in una periferia difficile e al contempo madre ostile e accogliente.

Ma il Calypso non è solo un bar o la location per un evento…Il Calypso nasconde tante realtà, le più disparate, accompagnate a segreti, e non solo quelli dell’animo… Dietro al Calypso si nascondono traffici, malavita e molto altro ancora…

In questo libro, durante l’intera lettura, ciò che colpisce di più è il ritmo della scrittura,con un tempo che non si spegne nel suo incedere cadenzato e che si sussegue quasi senza mostrare momenti di stallo, ma mostra che la vitalità della periferia ha un ritmo incalzante per ciascuno dei personaggi, eppure sembra tutto così normale; forse è proprio questo che mi ha colpito di più, la sensazione di normalità, come se tutto ciò che si legge è una cosa comune, esiste …eppure se la si analizzasse, si potrebbe constatare che stride con gli eccessi raccontati, e che nel complesso appaiono normali, vengono esposti quasi come fossero la normalità.

Ma… cosa predomina nel libro? …ciascuno di noi può percepire un senso differente, dopo la lettura, eppure un filo comune credo si possa trovare, ovvero l’assenza di un vero perché a un evento così terribile, quasi a non riuscire a darne spiegazione, il perché di quella condanna così terribile. Persone che, innocenti o meno, diventano vittime sacrificali di una vendetta.

E ogni personaggio un po’ si mette a nudo, mostrando un volto che ha volontariamente celato, oppure si è visto costretto a farlo dalle circostanze. Le mille sfaccettature dell’animo umano, parti di sé che non si conoscevano: coraggio, amore, volontà, sacrificio, spirito di adattamento, inganno, gelosia, tradimento.

Tante storie che si intrecceranno

Tante le apparenze …persino le coincidenze

Un piano assurdo per liberarsi l’animo da fantasmi, per un riscatto, per una rivincita, una vendetta…o solo per emergere dalla solitudine, dal essere ignorati uscire da un anonimato che ci si è creati nel tempo .

Ma è anche angoscia, per delle vite spezzate, per un trauma che non va via e ti trascina in un limbo di emozioni che si perdono nell’oblio…

un libro carico di emotività, diverso; è facile immedesimarsi nella storia e vivere le esperienze di questi personaggi, così coinvolti nella trama…di fatto l’autore ci tiene sospesi e attenti attraverso la scrittura, che dà voce ai personaggi, raccontandone il vissuto in questa esperienza… l’autore descrive le vite di tanti uomini e donne in un excursus temporale che definisce come si sviluppa la storia precedentemente alla strage e nel post strage…e come i personaggi sopravvissuti, nei tempi successivi cerchino un senso e un perché all’evento che gli ha cambiato la vita.

L’autore ci parla di loro, ma al contempo sono anche loro a mostrare squarci della loro vita e della loro quotidianità, con dialoghi diretti che rendono forte e vivo l’interesse alla lettura

Non ci sono forse colpi di scena eclatanti, perché tutto viene dipanato dallo stesso autore con grande minuziosità e seguendo un filo logico nella struttura che quasi, oserei dire, la storia si racconta da sé..però è una lettura che non stanca, e mantiene vivo l’interesse…

è un mix che ho trovato coinvolgente perché ha dato forma a una vivace, se pur forte, rappresentazione di questo squarcio nelle vite dei personaggi del libro.

Catapultato in un turbinio di eventi, l’autore attraverso i personaggi riesce a mostrare di più della semplice storia, fa emergere temi come l’anonimato sociale, l’emarginazione, le difficoltà dei tanti …tutti temi che saltano all’occhio del lettore e vengono trattati con discrezione dall’autore stesso.

Le descrizioni di questo noir, come già detto, sono minuziose, sia a livello “scenografico” che emozionale

Un romanzo che penetra in profondità, nella mente e va a scavare alla ricerca delle motivazioni più profonde e, all’apparenza, irrazionali, che si celano dietro atti estremi come quello su cui si fonda la storia.

è un libro che forse non mi ha dato i brividi che può dare un film in cui le scene sono d’impatto nella loro crudezza, ma mi ha resa partecipe dell’ansia e dell’emotività dei protagonisti.

Sto bene qui” cattura, perché apre uno sguardo alla vita nelle periferie di provincia e al degrado che ormai emerge in alcune di queste … dando anche forma a quel senso di vuoto che le caratterizza ma al contempo alle energie dei luoghi e delle persone.

A chi sarà incuriosito e lo sceglierà, buona lettura!

Nuovi imperdibili eventi per tutti gli amanti dell’arte!!!

 

BALLETTI
Biancaneve Blanche Neige

Dal 3 al 9 maggio
Teatro Costanzi

 

unnamed.jpg

 

Musiche Gustav Mahler
Coreografia Angelin Preljocaj

 

Il 3 maggio arriva finalmente al Costanzi il balletto romantico e contemporaneo Biancaneve. “Specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?” chi conosce questa formula magica? Tutti! e non è un caso che Preljocaj abbia scelto la notissima Biancaneve raccontata dai fratelli Grimm e che sia rimasto fedele alla fiaba.

Avevo voglia di raccontare una storia, di aprire una parentesi fiabesca e incantata. Con Biancaneve affronto un tema che tutti conoscono: ciò mi permette di concentrarmi su quello che dicono i corpi, le energie, lo spazio e su ciò che i personaggi provano, in modo da mostrare solo la trascendenza dei corpi. Argomenti meravigliosi per un coreografo”. (Angelin Preljocaj)

Mantenendo una linea narrativa chiara e semplice, come un fumetto, su uno splendido collage delle sinfonie di Gustav Mahler, il coreografo lascia libero sfogo all’originalità creativa che lo contraddistingue. Basti dare uno sguardo al team creativo da lui scelto, primo fra tutti l’enfant terrible della moda francese Jean Paul Gaultier per i costumi. È lui a vestire la matrigna, dominatrice fasciata da abiti di pelle nera, che nell’analisi di Preljocaj diventa il personaggio centrale.

Domenica 28 aprile alle ore 18, presso il Foyer del Teatro Costanzi, è previsto l’ultimo appuntamento degli incontri “I coreografi, i ballerini e noi”. Condotto da Francesca Falcone, l’incontro sarà dedicato ad approfondire questo titolo.

 

L’angelo di fuoco di Sergej Prokof’ev

lago fuoco.jpg

 

È un titolo raro, ma di grande interesse nel teatro musicale del Novecento. L’angelo di fuoco di Sergej Prokof’ev sarà in scena, in lingua originale, dal 23 maggio al 1 giugno in una nuova produzione diretta da Alejo Pérez per la regia di Emma Dante.

Opera visionaria, è immersa nel clima di mistico esoterismo, così diffuso nell’avanguardia russa del primo Novecento, che si traduce nel linguaggio ora grottesco ora allucinato del compositore.
È un mondo cupo e sconvolto quello che arde nelle note di Prokof’ev, in cui si aggirano una monaca devota, una strega isterica, Faust e Mefistofele, un inquisitore. È la storia di una tragica ossessione, ambientata nella oscura e inquietante Germania del ‘500, tra duelli, premonizioni e stregonerie.

L’angelo di fuoco, un’opera esoterica, magica, in cui emerge il conflitto tra superstizione e razionalità. Un incubo spettacolare e visionario che mi permetterà di esplorare il mondo parallelo dei sogni, il mondo oscuro della mente infestato dai fantasmi”. (Emma Dante)


Lunedì 20 maggio alle ore 20, Giovanni Bietti terrà la “Lezione di Opera” dedicata allo spettacolo.

 

 

Per maggiori informazioni visita il sito operaroma.it

“Swing” di Marco Gnemmi, Eretica edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Swing- Marco Gnemmi.jpg

 

 

Sono nel pieno del vortice di emozioni antiche e mai conosciute prima, nello swing certo, ma quello che entra nelle stanze e nelle strade senza che si possa dire beh. E ci entra ad ogni ora, che si suoni o no, perché non sono note, non sono solo note a fare il jazz. Sono cose, persone, incontri dentro e fuori uno spartito a rendere un sogno tanto immaginato quanto reale

La prima cosa che ho fatto dopo aver letto swing è stato bearmi delle note di Otis Redding.

Mi sono seduta sul divano, lasciando che la sua voce quasi strascinata, avvolgesse un anima assetata, stufa di lottare contro le seduzioni di un mondo di cartapesta.

E la ruvidezza poetica del rhythm and blues è la panacea di ogni male, la carica per affrontare ogni fallimento.

Jhonny è un po’ il mio alter ego.

Guarda l’abisso dove scivolano tutte le sue conquiste e si siede sul bordo, totalmente rinchiuso in un modo di sogni e immagini, troppo stanco per rialzarsi.

E cosi la sua vita reale si affievolisce tanto da renderlo un po’ evanescente.

Ma non totalmente irreale, ci pensa il blues, lo swing a preservarlo da ogni tentazione nociva: quella di scomparire.

Perché quando la vita non segue le nostre organizzazioni mentali, quando hai tanto sudato per ottenere solo una manciata di sabbia che piano piano scivola via…il prezzo da pagare per riprovarci è troppo alto. E chi ha un animo creativo non può non rifugiarsi in un interiorità che, smette di essere nutrimento e sprone per realizzare azioni concrete, ma diviene prigione.

Una bellissima prigione.

Fatta di suono e deliri.

Fatta soltanto e unicamente di emozioni.

Il problema è che siamo persone.

E l’essere umano, per un assurdo volere divino, ha bisogno dell’altro o degli altri per essere.

E non solo come potenzialità ma come concretezza.

Siamo qua per nominare il mondo e plasmarlo, come sciocchi ma fieri demiurghi ardimentosi nella loro capacità di superare i limiti.

In questo libro lo swing è l’unica vera redenzione possibile, quella che ci crea un guscio meraviglioso in cui rannicchiarci.

Ma essendo una musica piena di spine non solo di rose, ci stuzzica.

Ci ferisce.

Ci punge.

Perché chi suona il blues deve poter vedere.

Chi suona il jazz deve avere la passione carnale.

E per averla non deve nutrirsi solo di vanesi vagheggiamenti ma vivere. Ferirci e riversare sangue sulle note.

Otis lo fa.

In I’ve Been Loving You Too Long la sua voce si fa arrabbiata e sofferta. Spacca i muri, rompe le convenzioni stilistiche.

E’ un lamento alla luna pieno, però, di quella voglia di spaccarlo questo mondo.

Inizia quasi lieve per poi acquistare una forza indomita durante il percorso scandito da batteria e sax.

E’ arrabbiato, disperato in cerca di un senso.

E il senso arriva, quasi richiamato da quelle silenziose lacrime.

Lo swing è quella forza che a noi umani ci manca quando ogni nostra conquista si scioglie come neve al sole.

E’ il respiro catarroso di un vecchio contadino che ancora si affatica a lottare contro l’aridità di una terra bruciata dal sole.

E’ la risata irriverente di bambini che cercano rane gracchianti negli stagni.

E’ la luna che bacia il sole fregandosene dei rischi di scomparire tra i suoi raggi.

E’ la capacità di aprirsi all’esterno e di trasformare gli input in emozioni. E’ il dolore che crea meraviglie in suoni e ritmo.

Ho amato il blues ogni volta che ho pianto.

Ho venerato il jazz ogni volta che pioveva e io mi trovavo al bivio, indecisa se rinascere e provarci o lasciare tutto alla deriva.

Sono come Johnny incastrata in quel mondo di fantasia, eppure capace di risorgere e sbrogliare i nodi.

E’ un omaggio alla musica, quella vera, quella di fango e sudore, quella di bourbon e sogni appena accennati.

Di viaggi, di illusioni, di fumosi sogni.

E’ un omaggio a accogliere la vita in ogni sua sfaccettatura, rischiando di abbracciarla nonostante somigli tanto alla venere di Norimberga.

Ma il jazz se ne frega di sanguinare perché è da quel sangue che crea arte.

Un libro che suona.

Apritelo e lasciate che Gillespie, Redding, Williams dipingano la vostra vita.

Perchè la musica salva.

E ci trascina fuori da un marciume fatto di infrante illusioni, di stanchezza e di gironi sempre uguali

La verità è che la musica mi ha salvato

quand’ero piccolo la musica mi ha salvato

e me ne stavo seduto sul mio prato ad ascoltare il mangiadischi cantare

la verità è che la musica mi ha salvato

quand’ero piccolo la musica mi ha salvato

e ascoltavo mia madre parlare, mio fratello giocare e l’universo a girare

e me ne stavo da solo a sognare in ripostiglio a giocare con i soldatini a giocare

Tricarico

“E alla fine c’è la vita” di Davide Rossi, Apollo edizioni. A cura di Alessandra Micheli.

E alla fine c'e la vita-Davide Rossi.jpg

 

 

Appena ho iniziato a leggere il libro di Davide Rossi la prima emozione scaturita è stata claustrofobia.

Nonostante l’apparente e trascinante vita sociale dei personaggi, mi sentivo chiusa in una gabbia.

Fuori il mondo che scorre e dentro un’eterna recita di burattini, sempre uguale e sempre illuminata dalla luce dell’inutilità.

I capitoli iniziano tutti cosi con la parola inutilità.

Ripetuta in modo ossessivo per tutte le pagine, mentre fotogrammi dello sballo giovanile scorrevano veloci accompagnati da uno stile quasi cinematografico, molto difficile da realizzare.

E il fermo immagine restituiva gesti ripetuti, vuoti, privi di anima nel costante bisogno di annichilire il pensiero, di correre dietro a qualche arcana chimera, di mordere la vita fino in fondo, senza però capirne il gusto.

Si tratta di ragazzi bulimici, incapaci di assaporare odori e sapori, di immergersi nei colori.

Droga, sesso, trasgressione, e la voce narrante un autore distaccato, o apparentemente distaccato che illumina una zona d’ombra, troppo spesso ignorata.

Ed è qualcosa che noi sappiamo esistere ma che releghiamo sullo sfondo dei talk show o di notizie apprese quasi per caso, svogliatamente fissate nella nostra coscienza.

E allora forse Davide non ci sta.

Non vuole restare inerme davanti a quei gesti che tentano di sconvolgere l’esistenza ma che in realtà non fanno altro che sottolineare quella perdita di contenuto, di sogni, di afflati verso l’ideale che ammorba oggi la nostra aria.

Non può non capire che quei resoconti del TG di turno non sono altro che lamenti di una società che sta morendo.

Perché se le energie giovanili sono al collasso, allora lo è l’intero corpus sociale, incapace di salvarli quei giovani.

Incapace di proporre alternative educative che non siano i miraggi del successo, dell’esistere tramite l’apparenza e il gesto eclatante.

Ed ecco che dietro il reporter disincantato sorge l’uomo pieno di dolore, che con una voce tremante ci mostra uno spacco del reale, quello che seppelliamo sotto i nostri eleganti tappeti, evidenziando quella mancanza di scopi, di mete, quel viaggio senza mappa quasi disperato nella sua necessita di mordere l’essenza della vita, di sentirne il sapore ferroso, di trovare se stessi in un gesto, in un emozione, in una scelta.

E, invece, esiste solo l’inutilità di un vagabondare, privi di adeguata preparazione, in una foresta irta di pericoli i cui folti alberi nascondo precipizi profondi.

Una minaccia che non riescono a cogliere, cosi bisognosi di provare sensazioni in grado di scuotere quel sonnolento e statico torpore.

E’ il dramma che ci hanno lasciato i ribelli del sessantotto.

Dopo la contestazione, quella non volontà di vivere con le regole imposte dalla “borghesia”, hanno distrutto tutto senza lasciare a noi altro che macerie.

Famiglia, valori, senso dell’amore.

Nulla ha sostituto i vecchi canoni se non la tremenda legge del soddisfacimento personale, rendendo la compagine sciale non più il luogo dove esercitare la libertà di essere nel profondo se stessi, ma solo quella di scegliere il prodotto che soddisfa immediatamente un bisogno primario.

Lasciando però l’anima affamata, assetata di divino e di infinito.

E la compassione che si prova, il dolore acuto nell’osservare questi tratti perduti di una strada interrotta o mai percorsa colpisce forte come un pugno.

Ed è proprio la scelta stilistica a acuire questo senso di abbandono, di perdita, di insensata trascuratezza.

E’ un atto di amore, ultimo e forse temerario per riportare luce in un mondo di molte, troppe ombre.

Perché la gioventù dovrebbe essere solo un futuro radioso, non il reiterare constante e distruttivo dei nostri sbagli.

siamo tutti conformisti travestiti da ribelli

siamo lupi da interviste

e i ragazzi sono agnelli

Marco Masini

“Favola Blu” di Sonia Perin. A cura di Alessandra Micheli

Favola blu- Sonia Perin

 

Ho sempre ritenuto il dolore un elemento fondamentale dell’esistenza di ogni uomo.

Lo considero una porta, il modo migliore per rendersi conto che anche un povero, in fondo, è ricco.

Ma c’è un dolore che non so comprendere al pari vostro.

Uno che mi fa rabbia, uno che considero ancora distruttivo.

Uno che posso soltanto affrontare con lo scudo della fede: la malattia. Quando il corpo cede, quando qualcosa inceppa il perfetto organismo quella macchina ineccepibile che ci è stata regalata, ci si sente inermi.

E indifesi.

E quel dio in cui credevamo ci appare un ghignante e diabolico burattinaio.

Crea un qualcosa di meraviglioso, funzionante, legato agli altri organi in maniera precisa e poi, basta un codice genetico, una cellula impazzita per rovinare questo quadro tanto amato.

La malattia spaventa, terrorizza direi, e sopratutto uccide la forza dei sogni e la speranza.

Che fede può esserci in un reparto dove vedi un corpo deperire piano piano?

Dove i nostri figli invece di coltivare favole, tentano di sopravvivere?

Le peggiori malattie restano quelle genetiche.

Incomprensibile come una mancata comunicazione, una sola lettera in più presente nel nostro perfetto codice DNA, portino alla fine di tutto.

La fibrosi cistica è questo.

Una patologia multi organo che invade non solo il sistema respiratorio ma anche quello digerente. E che rende le persone afflitte da tale sbaglio genetico, incapaci di vivere appieno la propria vita.

Con una spada di Damocle sospesa sulla testa a contare i minuti che restano.

E come si può davvero vivere sapendo che la nera signora, in fondo, verrà sicuramente per noi?

Vedete, che sappiamo oramai come la vita abbia una fine precisa.

Ma ci illudiamo, quando stiamo in salute, che la signora con la falce possa essere gabbata.

Con l’arte, con la musica, come racconta Branduardi, con la nostra astuzia o con la scienza, capace di oltrepassare i limiti dei cicli e di dio.

Sappiamo che invecchieremo e saremo soddisfatti e stanchi di quest’avventura, fino a abbracciare noi la triste signora e andare con lei a braccetto, felici di ciò che si è lasciato e curiosi per la nuova strabiliante avventura che ci aspetta.

Ma la malattia spezza questa naturalità.

Non fa invecchiare, non fa godere di ogni istante, spezza le aspettative persino i progetti.

I vorrei diventano i non posso.

Il coraggio diventa rassegnazione.

E l’amore si può trasformare in senso di colpa per quella madre, per quel padre, o quel compagno, che devono assistere al triste ultimo spettacolo.

Sonia non ci sta a questa perversa concatenazione di causa effetto: malattia uguale scarsa qualità della vita.

E pertanto, decide di trasformare una vicenda quotidiana in una favola, dove il finale non sarà tragico, ma sarà semplicemente il coronamento del correre della principessa Bubu.

Capace di sfidare il suo male, di combatterlo accanto a maghi e a una regina forte e indomita.

Ecco che il dolore viene dipinto con i vividi colori della fantasia, e lo squallore di un ospedale diviene una splendida grotta azzurra in un mondo incantato e lontano.

E ancora una volta una grande donna, dall’acuta sensibilità che emerge tra le pagine e ti avvolge e ti abbraccia, usa l’inventiva per colorare anche il nostro peggior incubo.

Dimostrando la forza dell’arte, la capacità di creare realtà diverse della scrittura. E forse è grazie a questa forza immaginativa che è possibile combattere davvero la morte.

Non esistono doctor Frankenstein, o Dottor Moreau.

Basta una donna dai grandi occhi sognanti che mette se stessa e la sua voglia di non cedere, in una storia che diviene la storia di tutti.

Che ci insegna che anche nei momenti più duri, nell’incapacità di vivere come vorremmo, è possibile morderla la vita e non farsi sorprendere fragili e indifesi davanti alla morte.

Possiamo davvero invitarla a un gran ballo e dirle: noi di te non abbiamo paura.

Perché come direbbe Vecchioni lei “non è un cazzo di nulla“.

Noi siamo uomini.

Brava sonia, sei riuscita a rubare una lacrima a questa vecchia, acida cariatide.

 

 

“Solo uno stupido sabato sera” di Luca Puggioni, Scatole Parlanti editore. A cura di Vincenzo de Lillo.

piatto_Puggioni.jpg

Solo uno stupido sabato di Luca Puggioni, più che un romanzo, è una corsa.
Una folle corsa verso la fine del libro, di cui ti troverai a divorarne affannato le pagine, pur di conoscere i motivi di tanto sangue e tanta follia, scatenata da un crudo e violento avvenimento iniziale.

Episodio che però è solo una scusa per raccontare una giornata, quasi ordinaria, del protagonista, Salvatore Marianella o Paolo o Andrej, come vedremo poi, un essere tanto ricco quanto folle.

Omicidi a go go, splatter, malavita e pazzia, sembrano essere il motore portante di questo romanzo in cui Salvatore si trova ad interagire con ragazzetti ingenui, poliziotti, funzionari e infermieri corrotti, una ex moglie parecchio sui generis, una figlia e un fratello altrettanto folle come il protagonista.
E non ho detto nemmeno tutto!

Perché non vi ho parlato di una corsa spasmodica alla ricerca di un medicinale salvavita, oppure quella che fa il nostro Salvatore per cercare di sventare un attentato terroristico, o del delirio di onnipotenza del fratello Nikolaj, malavitoso stanco della vita.

Senza parlare dell’aria pulp che si respira in tutte le pagine dall’inizio alla fine, quell’aria e quel modo di rappresentare le storie che hanno fatto la fortuna cinematografica di Tarantino o dei fratelli Cohen, maestri del genere e splendidamente riproposti dall’autore.

Insomma un romanzo forte, come i dialoghi brillanti e divertenti dei personaggi, come gli episodi di violenza gratuita e come la visione della vita, egocentrica e disturbata dei protagonisti, che ha alla base un solo fondamento: la noia.

Quella noia che affligge coloro che hanno tutto e a cui niente può sembrare veramente importante, perché si trovano a dare valore solo a sé stessi.

Forse davvero il più grosso male dei nostri tempi.

“Cos’è che ha valore, allora?”

“Io. Non in senso assoluto, ma per me ho valore solo io e vale lo stesso per te, che hai solo te stesso».

“Autoritratto” di Alessandro Petrelli, Giuliano Ladolfi Editore. A cura di Alessandra Micheli

autoritratto.jpg

Ho sempre letto Alessandro come un perfido creatore di thriller.

Il perfido Petrelli.

Un’anima sicuramente incantevole nascosta dietro la strabiliante capacità di guardare il male e descriverlo.

E mi sono sempre chiesta se certe anime, quelle che amano la discesa negli inferi, ne sanno uscire incontaminate.

E se esiste la remota possibilità di restare pure, cos’è che li preserva da tale contagio?

Petrelli forse mi ha ascoltato e ha deciso di raccontare anche l’altra parte di se, quella che vive quelle emozioni semplici ma che forgiano il nostro essere umani.

Forse senza quello saremmo schegge impazzite.

Ma è grazie all’amore, all’amicizia, all’arte che noi possiamo ancora essere individui.

E’ grazie all’impegno civile che noi possiamo ancora creare e cambiare il mondo che ci circonda.

Perchè è grazie al pensiero trasformato, che noi coloriamo quello che vediamo.

E’ grazie alle emozioni che noi nominiamo le cose, beandoci del potere datoci da un dio strano e troppo lontano.

E’ responsabilità verso quello che si agita dentro di noi.

Siamo noi a decidere quale mondo nascerà dalle nostre mani, quale realtà plasmeremo e quale percezione decideremo di far esistere.

Ecco perché Petrelli scrive del male, di orrore e di vendette, di elementi malsani che mal cozzano contro questi pensieri espressi con delicatezza e complessa semplicità. Perché soltanto depurandoci dalle scorie il fiume della nostra mente scorrerà limpido e potrà far crescere fiori sgargianti. Che Alessandro ci regala con un sorriso.

E leggere un ragazzo cosi appassionato, cosi impegnato nella vita di ogni giorno, nelle piccole gentilezze, nei piccoli gesti di civiltà a me fa bene al cuore.

Perché chi ama e ama in senso lato, non se la sente di deturpare quel organismo di cui si sente parte e protagonista, chiamato mondo, o società o organismo sociale.

Per cambiarlo dobbiamo innanzitutto cambiare noi stessi.

Petrelli lo afferma: prima di cambiare l’Italia dobbiamo cambiare noi. Magari sentirci italiani e poi iniziare un cammino perché le acque della nostra cultura tornino limpide.

Perché sono torbide, perché sono inquinate da tante, troppe brutture.

Da troppi non importa, da troppi “si è sempre fatto cosi”, da troppi “non voglio vedere.

Da troppi Pilato e pochi Gesù.

O da troppi mafiosi e pochi santi e poeti.

Da troppe connivenze e poche sporadiche ribellioni.

Da poca cultura e tanta apparenza.

Da pochi libri e tanta competizione.

Smettiamola di lavarcene le mani e di dare sempre la colpa a chi sta ai piani più alti. Rendiamoci conto che siamo noi, tutti insieme, a formare la nostra società, e tutto ciò che ci sta abbattendo in questo momento lo stiamo concependo noi stessi, ogni giorno, attraverso ogni minuscola scelta.

Io solo per questa frase ringrazio ogni divinità, ogni energia, ogni coincidenza o anche quello che voi chiamate culo, per avermi fatto diventare una blogger.

E vi lascio invitandovi a sfondare quel muro che ci spera dalla nostra coscienza facendo vostro questo piccolo meraviglioso pensiero del Petrelli:

L’Italia non cambierà con un no o un sì al referendum. L’Italia cambierà quella mattina in cui ogni cittadino si alzerà e comincerà a fare il proprio dovere.

E forse è ora che iniziamo a cambiare.

 

 

Libri e luoghi comuni. A cura di Irene Ceneri.

 

SI LEGGE UN SOLO LIBRO PER VOLTA”

SE TI PIACCIONO I ROMANZI ROSA, NON TI PUÒ PIACERE IL FANTASY”

MA TU LEGGI? MA CHE PALLE, LEGGERE È NOIOSO, DA ANZIANI”

QUESTO LIBRO È TROPPO GROSSO! NON LO LEGGERÓ MAI”

AH NO, QUESTO LIBRO È TROPPO CORTO, SICURAMENTE NON È SCRITTO BENE”

[…]

 

Quante volte durante questi 29 anni di vita mi sono sentita dire frasi come quelle che avete appena letto. E quante volte mi sono messa a guardare le persone che le riferivano con così tanto dispiacere per i loro sciocchi pensieri. 

Oggi il mondo prosegue in avanti, mentre attorno molti parlano e pensano per luoghi comuni. L’umanità ha creato barriere infinite, alcune delle quali ormai impossibili da superare.

Lei è troppo più giovane di lui, non è possibile che si amino davvero” eh si! Perché l’amore è refrattario al tempo, se ti innamori di qualcuno più vecchio parte un processo autodistruttivo che ti smaterializzerà nel giro di pochi minuti.

Ormai sono troppo vecchio, è impossibile realizzare il mio sogno” ma chi te lo dice? Provaci! Che ti costa?

Ah no, è impossibile provare amore per più persone” certo e allora secondo la stessa logica, non si può voler bene a più di un amico… l’amicizia è amore… si può eccome! Solo che si fanno delle scelte. 

Chiuso in una società bigotta, c’è un mondo di valori, libertà e pensieri che troppi celano. Ma sappiamo tutti che le cose non sono come ci viene insegnato debbano essere.

SI LEGGE UN SOLO LIBRO PER VOLTA… ma da quando? Ma chi lo dice? Mi arrestano se ne leggo di più contemporaneamente? Probabilmente sarò condannata all’ergastolo perché io ne leggo assieme anche tre. Mi alzo al mattino, ed in base a come mi sento, vedo cosa ho voglia di continuare a leggere. Il nostro animo non è sempre uguale, se quest’oggi mi alzo dal letto e sono giù di morale, probabilmente vorrò cullarmi con una storia d’amore. Se sono felice, forse vorrò leggermi un urban fantasy… è così via. Non è assolutamente vero che poi “NON CI CAPISCI NIENTE A LEGGERNE DI PIÙ ASSIEME” perché io seguo perfettamente ogni cosa che leggo, e so benissimo quando lo leggo, e dove sono arrivata. 

SE TI PIACCIONO I ROMANZI ROSA NON TI PUÒ PIACERE IL FANTASY… certo, un concetto reale al cento per cento, infatti se mi piace il viola non mi può piacere il verde. Se mi piace la pizza, non mi può piacere la carne. Se mi piace un moro con la pelle d’ebano, non potrà mai piacermi un biondo. Ovvio, no?

TU LEGGI? MA È DA ANZIANI… si hai ragione, ho 150 anni ma non li dimostro, bello eh! MA È NOIOSO… si, forse leggere i libri che ti obbligano a leggere a scuola è noioso. Ma se scegli ciò che vuoi leggere, allora vivrai mille vite diverse. Tutte con la solita intensità. Sarai un pirata, un principe, un ladro, un assassino, una vittima, un carnefice, una regina, un vampiro, una strega… sarai tutto ciò che hai sognato essere… viaggerai sino alle città più lontane che forse dal vero non avrai mai la possibilità di vedere. E le amerai. “Se questa è noia e mi sarà provato… io non ho mai letto e nessuno ha mai amato”

QUESTO LBRO È TROPPO GROSSO NON LO LEGGERÒ MAI… ci sono libri di poche pagine che scorrono lenti è noiosi e sembrano lunghi, infiniti, divengono incubi… e ci sono libri di duemila pagine che leggi in due giorni per la bellezza con la quale l’autore porta avanti la loro storia. Non fatevi impressionare dalle pagine. Non contano niente 

QUESTO E TROPPO CORTO, NON SARÀ SCRITTO BENE… uno dei libri più belli della storia della letteratura, si intitola NOVECENTO di Alessandro Baricco. Ha 62 pagine. Corto eh… eppure ne hanno tratto un film altrettanto meraviglioso come LA LEGGENDA DEL PIANISTA SULL’OCEANO. E quante emozioni si rincorrono leggendo questa storia.

 

Non sono il numero di pagine, la tipologia di carta, l’impaginazione, o i luoghi comuni che fanno della lettura una buona o cattiva cosa, e neppure ne fanno un bel libro o un libro orrendo. Perché per citare una frase del nuovo romanzo BOSCO BIANCO di Diego Galdino:

A rendere bella una favola non è il principe azzurro, ma chi te la legge…”

“Vanthuku. Il risveglio del draghetto rosso” di Burt O.Z. Wilson. A cura di Alessandra Micheli

download.jpg

Ultimamente girovagando nel web, trovo più che dialoghi sui libri, invettive contro i libri.

E’ come se il lettore fosse uscito dalla sua soffitta, dove creava con le ombre il mondo immaginario, finendo per entrare dentro il testo come il buon vecchio Bastian e entrato tutto imbrillantinato nel palcoscenico del reality di turno o del talk show di turno.

Complice una certa tendenza dei blogger a conquistarsi consensi non con la sublime arte dello scrivere, ma con il machiavellico intento di stroncare, demolire il testo, in nome di un arte nebulosa o evanescente. Come se l’arte gridasse o avessi bisogno di essere malevola.

E uno dei generi più bersagliati è senza dubbio il fantasy epico.

Nato dalle leggende antiche, erede della Queste du Graal o dei racconti meravigliosi del ciclo arturiano, da maestro di vita e guida etica è divenuto per tutti, una noiosa e poco originale copia del più celeberrimo Tolkien.

A parte la mia incapacità di comprendere cosa, nella volontà del probo scrittore nel ricalcare gli insegnamenti di un grande autore, vi disturbi, inizio con l’affermare che il canovaccio di base sui cui tale genere si impianta, è l’eterno scontro tra bene e male.

E’ nella mentalità dello scrittore, sfaccettata e influenzata dagli accadimenti sociali e politici del tempo, che tale lotta anzi che gli equilibri di tale lotta si modificano.

E’ nell’intendere cosa sia davvero il bene e cosa il male che è insita l’originalità di un autore. E pertanto, scriverà la sua storia, usando le tecniche sdoganate dai notevoli “imbrattacarte” dei secoli e dei tempi passati.

Non capisco perchè, stressiate la mia anima indifesa con le velleità tutte tecniche e tecnocratiche dei manuali, per poi lamentarvi quando esse vengono osannate?

Siccome non siete mai contenti, e forse, la butto li, non siate mai stati autentici lettori (il lettore legge, si fa trasportare, non imbastisce una polemica per il gusto di far udire la sua fastidiosa voce) voglio farvi conoscere un libro che coniuga antico e moderno, in uno stile eccentrico e al tempo stesso conosciuto: Vanthuku.

In questo fantasy le sfumature si confondono mentre l’autore sorride beffardo nel non proporre eroi ma semmai antieroi invasi dalla frustrazione di abitare in un universo con le sue precise regole, incapace però di vivere in armonia con tutte le sue molteplici componenti.

Vi ricorda per caso un società?

Se Vanthuku rappresenta la leggenda, il mitico eden o la mitica Colorado, dominata da uno strano prete Gianni, gli altri ambienti sono in costante ricerca del proprio riscatto.

E lo fanno cercando di contrastare un potere imperiale che risulta vanesio ma totalmente illegittimo, perché non sostenuto, né creduto dal suo stesso popolo. A nulla vale il raggiungimento dei propri bisogni, il passo ulteriore per ogni componente non è quello di aver soddisfatte le necessità primarie, quanto di risultare protagonisti, di mostrare quel lato splendente capace di conquistarsi un posto al sole.

Capiamoci.

Non ci basta più aver raggiunto una civiltà stabile: vogliamo di più e sempre di più.

Vogliamo sfidare le leggi dell’equilibrio e forse essere noi i conquistatori di quel potere che le fa esistere.

E come conquistar tutto quel potere?

Semplicemente sfruttando la forza della leggenda.

E Vanhtuku è, in fondo nato dalla leggenda.

Terra di draghi, antichi predatori ora ridotti a uno stato larvale.

Il risveglio del draghetto simboleggia proprio il risveglio di antiche conoscenze diverse dalla saggezza che regge questo mondo votato al disfacimento, dominato da cicli che noi non conosciamo e che ci risultano totalmente alieni.

E cosi mentre pensiamo di poter dominare il simbolo del drago, il drago si serve di noi per portare una specie di apocalisse, capace di svelare finalmente i veri volti dei protagonisti: predatori offuscati dalla sete di guadagno, traditori in cerca di un riscatto, guerrieri che sfruttano il proprio fascino e altri che cadono vittima dell’antico incantesimo di fascinazione. E un sovrano incapace di reagire perché impegnato, troppi impegnato a ficcare la testa sotto il regal tappeto:

E nessuno che varchi le montagne dovrà sopravvivere per raccontare di Vanthuku. L’accusa è invasione

perché quando la leggenda si scontra con il reale, quando due mondi collimano nessuno dei due sopravvive se l’altro resta in piedi.

Ciò che non esiste sarà creato dagli eventi e molto sarò distrutto

e cosa può mai distruggere il drago?

Hai bisogno del drago per liberarti dalla debolezza umana lascia che strappi ciò che ti lega a loro, l’illusione cederà il passo alla forza

finché certe dimensioni restano nel sogno, ci danno quella forza incredibile di cercarle e cercandole di fornire movimento al mondo, al moto delle stelle e tutto il ciclo può continuare.

Ma quando la dimensione mitica incontra quella reale, i veli si strappano, la magia invade ogni anfratto,ogni cesura di quelle società che, agli occhi dell’eterno, appaiono solo una pallida imitazione della verità.

E l’uomo comprende come il suo assurdo volo di Icaro si infrange al contatto diretto con il sole.

L’uomo ha preteso un potere più grande del suo e l’ha ottenuto…a quale prodigio a quale prezzo. Uno scopo non è mai una conquista certa ma il tuo accanimento l’ha resa tale

E la distruzione è il preludio alla rinascita.

E forse alla fine il risveglio dell’antico potere sarà forse la vera salvezza per questo mondo traballante.

Che non è solo quello di Vanhuku, ma il nostro.

E risvegliare il Caos/Disordine/drago non è che il folle progetto di un mondo che non ha più nulla su cui sognare.

Con uno stile complesso e al tempo stesso scorrevole, dotato di immagini che portano in elevazione il patos, il libro di Oz Wilson è una di quelle lettura per nulla facili e al tempo stesso immediate.

Ogni concetto di deposita sul fondo per poter essere compreso prima dal nostro inconscio sensibile agli archetipi e risultare utile ogni volta che si palesi la necessità di una saggezza immediata, non lucente ma sanguigna.

Un inno alla consapevolezza dell’insensatezza del potere ma…anche un omaggio velato e poetico alla forza salvifica delle distruzione.

Distruzione di un concetto oramai smorto di giustizia e equità, di coraggio, di un concetto di eternità che è invasa, purtroppo, dai putridi effluvi della nostra morte interiore.

La vita eterna spezzata da un concetto assurdo

quale?

La loro morte.

La morte dei simboli è il vero caos rappresentato in questo affresco.

E l’unico vero eroe, anche se contraddittorio, se incomprensibile, se combattuto per troppo tempo, è senza dubbio il Drago dormiente che viene risvegliato da chi è convinto che il simbolo può essere usato.

Può essere sfruttato.

Ma il caso decide per se, ed è il preludio di un nuovo ordine.

Che tipo di ordine saremo noi e deciderlo.

Intanto ognuno di noi risvegliasse dalla Grotta il suo draghetto.