Il blog oggi consiglia “Il fine non giustifica i mezzi” a cura di Maura Radice. Un libro indimenticabile!

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[…] Allora le hai insegnato il contrario: il fine non giustifica i mezzi. Ma soprattutto le hai insegnato a riconoscere i propri errori e a chiedere scusa a chi hai fatto un torto, perché si può essere perdonati. – riformulò la donna che nel frattempo si era coricata accanto al marito.

Avete mai avuto un sogno? Uno di quelli strani, che ti svegli e senti la sua presenza nel tuo cuore, un tarlo nella mente. Cerchi di eliminarlo, di dirti non avrò mai il tempo per realizzarlo; le paure ti bloccano, l’ansia sembra avere la meglio, ma poi finalmente il silenzio: ci sei tu e il tuo sogno. Uno dei nostri sogni è scrivere e per questo collaboriamo con libri.iCrewplay.com.

La redazione è composta da figure con compiti differenti a seconda delle competenze. Tra i redattori si contano persone con alle spalle varie esperienze che un giorno si sono sedute davanti al proprio pc e hanno dato forma a dei racconti.

Il sogno diventa realtà.

I racconti:

Alessia Baraldi

Favola della buonanotte

Anna Francesca Perrone

Girasoli per Me

Cristiana Meneghin

L’amore di Gaia

Donatella De Filippo

Sguardi persi

Erika Zappoli

Luce – L’amore che illumina

Francesca Savino

La terra è in pericolo

Irene Pepe

Bellezza interiore

Jessica Verzeletti

Nell’alto dei cieli

Maura Radice

L’incontro

Pina Sutera

Alter ego

Stefania Guerra

Amore amaro

 

 

Dati libro 

TITOLO Quando il fine non giustifica i mezzi

AUTORE  Redazione iCrewplay.com

Curato da Maura Radice

GENERE    Raccolta di racconti

EDITORE  Self published

DATA PUBBLICAZIONE    21 marzo 2019

FORMATO    ebook – cartaceo

PAGINE  235

 

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“Cortocircuito” di Marcello Affuso, Guida editore. A cura di Alessandra Micheli

 

 

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Leggere la raccolta di Affuso ha un potere stranamente terapeutico.

Non sono solo parole, sono pezzi di anima che emergono dall’inconscio e rapiscono in modo quasi feroce, la forma delle parole.

E di parole si tratta.

Ma non le solite, quelle che con il loro ritmo quasi meditativo creano una sorta di estasi mistica, ma sono lame, graffi, getti di puro dolore che come vapore acqueo lasciano marchi rossastri sull’anima.

Si parla di dolore.

Quel dolore che crea, spesso e troppo spesso, un vero e proprio cortocircuito in noi stessi.

E il termine che dà il suo identificativo al testo spiega tutto e spiega non sol il senso del libro ma anche la sua missione il suo fine.

E per questo vi invito a recuperare la sua etimologia:

Riduzione parziale o totale della resistenza, o dell’impedenza, di un tratto di circuito elettrico, dovuta a un contatto diretto fra i suoi estremi: può avere conseguenze dannose per l’eccessivo riscaldamento che ne consegue.

Figurativo

Difficoltà, cedimento, disorientamento.

Andare in cortocircuito, cedere improvvisamente allo stress.

Vediamo il primo significato cosa ci dice dell’opera di Affuso.

E’ una sorta di impasse tra due punti estremi di un circuito che ha resistenza prossima a zero, che non impone vincoli o ostacoli alla corrente, che quindi, passa attraverso di esso, assumendo anche valori molto elevati.

Riflettiamo sul dolore e sul senso di abbandono.

I due punti estremi che congiungono l’esse sono identificabili in due estremi: serenità e prostrazione, opposti ma al tempo stesso indispensabili per renderci vivi, per attuare il movimento necessario all’azione.

Per non soccombere alla prostrazione ossia a uno stato di totale inerzia e spaesamento, ci muoviamo per raggiungere il suo opposto, ossia estasi felicità, serenità e soddisfazione.

E questo movimento circolare, ossia che torna all’infinito in una serie di corsi e ricorsi storici, è regolato da alcuni ostacoli, da meccanismi di difesa affinché nessuno dei due estremi raggiunga l’acme.

L’eccesso di felicità può portare a una sorta di sovreccitazione che toglie le inibizioni.

L’eccesso opposto ci rende statici perché incapaci di reagire.

Entrambi bloccano il movimento procurando la morte della mente, ossia la stasi.

Il cortocircuito è la mancanza di queste “valvole”.

Se paragoniamo, come fanno i cibernetici, l’organismo a una sorta di computer intelligente, ecco che il valore alto blocca l’andamento ondulatorio del passaggio emozionale e provoca difficoltà, cedimento, disorientamento e stress.

L’abbandono, la massima ferita che un umano possa avere, connesso con il rifiuto e con l’idea di non essere abbastanza, non fa muovere l’individuo che resta in un limbo eterno.

La parola, il verso, riescono a salvarci.

Isolando questi sentimenti che ci appaiono atroci e immobilizzanti, e inserendoli su carta essi creano arte.

Creano bellezza e la bellezza è movimento.

Quello che di giorno rischiano di comprometterci la stabilità mentale, in poesia, in letteratura, nei dipinti, in musica diviene meraviglia, miracolo e sacro.

Ecco che il cortocircuito con questa cacofonia emozionale può essere la servizio degli altri, altri che si riconosceranno nelle immagini dure, forti e al tempo stesso poetiche di Affuso.

Il libro diviene esperienza reale, un viaggio che appunto perché esula dal mondo di ogni giorno, abbraccia le emozioni “scarto” capaci di instaurare una sorta di cambiamento prospettico.

Solo l’arte rende amabile il dolore, accettabile la solitudine, poetico e commovente l’abbandono.

L’arte dipinge i momenti e li congela in istanti da usare come modello per se.

Magari non nutre la volontà di reagire ma almeno ci regala sensazioni, ci permette di abbeverarci alla fonte primaria dell’esistenza, il fiume delle idee, il rio abajo il rio, il mondo segreto.

O semplicemente il nostro io interiore, da cui derivano tutte le fasi vitali più importanti, dalla nascita, alla distruzione e alla rinascita.

Siamo noi ad avere i mano la capacità di creare dalle semplici spine rose profumate, da un giorno nefasto di pioggia un arcobaleno.

Marcello Affuso ci prova e vi dona se stesso.

E magari anche voi potete ricambiarlo, leggendo e amando questo libro.

Perché i ricavati saranno devoluti in beneficenza.

E allora non soltanto aprirete le porte dell’anima e vi arricchirete, ma donando anche la stessa speranza che sboccerà nei vostri cuori agli altri. Perché senza gli altri, non siamo nessuno.

La misura dell’uomo di Marco Malvaldi, Giunti Editore. A cura di Arianna C.

Marco Malvaldi intreccia la storia e la vita milanese di Leonardo da Vinci a quella della casata degli Sforza guidata da Ludovico il Moro sul finire del ‘400.

È bene chiarirlo subito, questo non è un romanzo su Leonardo da Vinci, bensì un romanzo con Leonardo da Vinci. La differenza è notevole.

Leonardo, alle prese con la fusione della statua equestre in bronzo più grande che si sia mai vista, in onore del Francesco Sforza capostipite della famiglia, vive e lavora a Milano, spronato e controllato dal Moro sotto tanti aspetti. Le vicende narrate in questo romanzo aleggiano attorno a questa statua, ma se ne allontanano egregiamente di “tre passi fuori dai coglioni”, come suggerisce di fare alla madre lo stesso Leonardo nelle prime pagine, e non a caso: il vero problema è ben altro.

Tutto inizia davvero allorché nella piazza d’armi del Castello Sforzesco viene rinvenuto il cadavere di un questuante non ricevuto dal signore di Milano il giorno prima. Ludovico il Moro, uomo molto pratico ma altrettanto superstizioso, fa subito chiamare magistro Ambrosio de Rosate – noto astrologo dell’epoca – per determinare la causa di morte dell’uomo, ma da regnante oculato e attento convoca in seconda battuta anche un uomo dalla filosofia molto più pratica, ben lontana da quella cristiana e astrologica, Leonardo da Vinci, in quale è persuaso l’uomo sia stato ucciso e non morto per qualche misteriosa malattia.

Da qui inizia l’indagine per scoprire l’effettiva causa di morte dell’uomo, chi fosse e perché avesse chiesto udienza al Moro.

L’indagine non è semplice, men che meno banale, e porterà a risvolti inaspettati e che facilmente possono essere rapportati alla moderna scelta di molti discussi e discutibili governi odierni a salvare le banche. Il tutto colorando le pagine di quotidianità, vita rinascimentale spogliata dei lustrini dorati che gli abbiamo cucito addosso con lo studio postumo, rapportando la vita a un quotidiano fatto di anche di risa, goliardate, lampi di genio e profonda umanità.

Accompagneremo quindi Leonardo e la sua improbabile – ma quanto mai vera – veste rosa salmone in giro per Milano e al cospetto dell’altra figura onnipresente, quella di Ludovico il Moro, uomo alto (fisicamente), cupo e serio, impegnato a proteggere il ducato di Milano e soprattutto i propri interessi personali, la cui presenza viene mitigata dalle altre figure che gravitano attorno alla corte milanese: dalle donne del Moro, la moglie e le amanti, ai cortigiani, agli ambasciatori e i loro faccendieri.

Tutti personaggi ben delineati e caratterizzati, tutti meritano la loro giusta dose di attenzione e tutti hanno il loro giusto spazio in un intricato complotto dai risvolti catastrofici e dagli attori impensabili e improbabili, ma recuperabili se si sa leggere tra le righe i minuscoli indizi che Malvaldi lascia cadere con noncuranza qua e là. Come i cazzotti e le randellate in una rissa.

Nota di merito a parte per i faccendieri Mattenet e Robinot, servitori del duca di Commynes e dell’ambasciatore di Francia, capaci di estrarre scene ai limiti dell’assurdo – ma non poi così assurde considerando l’epoca e i figuri – da strapparti sane risate.

Ho apprezzato in modo particolare questo thriller storico per la figura salda e cupa, ma al contempo umana e superstiziosa, del Moro che per la prorompenza della moglie Beatrice d’Este che pur restando nell’ambito familiare non rinuncia a essere accanto al marito anche in politica; sia per l’ambigua figura di Giacomo Trotti, ambasciatore di Ferrara a Milano che regolarmente scrive al suo signore Ercole d’Este, che per la profondità e la vaghezza del genio di Leonardo, che col suo vestito rosa salmone vaga per una Milano che già in epoca rinascimentale mostra lo spirito moderno che sempre l’ha contraddistinta di grande città metropolitana.

Gli ambienti descritti sono scarni come erano davvero, ben più spogli delle ricchezze immaginifiche di cui rivestiamo con la mente il periodo in cui il romanzo è ambientato e allo stesso modo i dialoghi sono altrettanto scarni, pur senza essere pesanti o vacui vanno al punto e non si limitano alla narrazione, ma sfociano nella goliardia tipica dell’epoca e dei signori coinvolti, dando così spessore e vita ai personaggi e agli avvenimenti nonostante incursioni frequenti della voce dell’autore.

Malvaldi ha uno stile di scrittura fresco, immediato, moderno, forse troppo visto il carattere storico del romanzo, eppure non stona nel testo il confronto con la vita moderna, a partire dal paragone del traffico milanese (caotico ora come allora) finanche arrivare alla velocità di diffusione delle informazioni, allora un po’ più da telefono senza fili, ora più su larga scala con Internet. Tuttavia, se manteniamo l’inquadramento della voce narrante di carattere extra-diagetica, il tutto diventa di più facile lettura, di maggior apprezzamento e fa perdonare al lettore le moderne incursioni grazie al sorriso che strappa durante la lettura.

Per tutto il tempo, l’autore è capace di renderci partecipi delle intuizioni geniali del maestro di Vinci, dei fatti che accadono a corollario della vicenda senza tralasciare fatti storici di una certa rilevanza (la discesa in Italia dei francesi per conquistare il Regno degli Aragonesi, per esempio, effettivamente avvallato dallo Sforza) e a trarci con sagace ironia delle belle risate e dei sorrisi divertiti. Come quando va a presentare il re di Francia Carlo VIII… che al termine dell’impietosa descrizione viene sinteticamente definito “uno sgabello montato male”.

Perché è l’ironia la reale e principale protagonista del libro, si presenta subito come una prima donna esigente, a mostrarsi sin dalle prime righe durante la presentazione iniziale dei personaggi e non scompare mai, nemmeno nei ringraziamenti.