“Cortocircuito” di Marcello Affuso, Guida editore. A cura di Alessandra Micheli

 

 

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Leggere la raccolta di Affuso ha un potere stranamente terapeutico.

Non sono solo parole, sono pezzi di anima che emergono dall’inconscio e rapiscono in modo quasi feroce, la forma delle parole.

E di parole si tratta.

Ma non le solite, quelle che con il loro ritmo quasi meditativo creano una sorta di estasi mistica, ma sono lame, graffi, getti di puro dolore che come vapore acqueo lasciano marchi rossastri sull’anima.

Si parla di dolore.

Quel dolore che crea, spesso e troppo spesso, un vero e proprio cortocircuito in noi stessi.

E il termine che dà il suo identificativo al testo spiega tutto e spiega non sol il senso del libro ma anche la sua missione il suo fine.

E per questo vi invito a recuperare la sua etimologia:

Riduzione parziale o totale della resistenza, o dell’impedenza, di un tratto di circuito elettrico, dovuta a un contatto diretto fra i suoi estremi: può avere conseguenze dannose per l’eccessivo riscaldamento che ne consegue.

Figurativo

Difficoltà, cedimento, disorientamento.

Andare in cortocircuito, cedere improvvisamente allo stress.

Vediamo il primo significato cosa ci dice dell’opera di Affuso.

E’ una sorta di impasse tra due punti estremi di un circuito che ha resistenza prossima a zero, che non impone vincoli o ostacoli alla corrente, che quindi, passa attraverso di esso, assumendo anche valori molto elevati.

Riflettiamo sul dolore e sul senso di abbandono.

I due punti estremi che congiungono l’esse sono identificabili in due estremi: serenità e prostrazione, opposti ma al tempo stesso indispensabili per renderci vivi, per attuare il movimento necessario all’azione.

Per non soccombere alla prostrazione ossia a uno stato di totale inerzia e spaesamento, ci muoviamo per raggiungere il suo opposto, ossia estasi felicità, serenità e soddisfazione.

E questo movimento circolare, ossia che torna all’infinito in una serie di corsi e ricorsi storici, è regolato da alcuni ostacoli, da meccanismi di difesa affinché nessuno dei due estremi raggiunga l’acme.

L’eccesso di felicità può portare a una sorta di sovreccitazione che toglie le inibizioni.

L’eccesso opposto ci rende statici perché incapaci di reagire.

Entrambi bloccano il movimento procurando la morte della mente, ossia la stasi.

Il cortocircuito è la mancanza di queste “valvole”.

Se paragoniamo, come fanno i cibernetici, l’organismo a una sorta di computer intelligente, ecco che il valore alto blocca l’andamento ondulatorio del passaggio emozionale e provoca difficoltà, cedimento, disorientamento e stress.

L’abbandono, la massima ferita che un umano possa avere, connesso con il rifiuto e con l’idea di non essere abbastanza, non fa muovere l’individuo che resta in un limbo eterno.

La parola, il verso, riescono a salvarci.

Isolando questi sentimenti che ci appaiono atroci e immobilizzanti, e inserendoli su carta essi creano arte.

Creano bellezza e la bellezza è movimento.

Quello che di giorno rischiano di comprometterci la stabilità mentale, in poesia, in letteratura, nei dipinti, in musica diviene meraviglia, miracolo e sacro.

Ecco che il cortocircuito con questa cacofonia emozionale può essere la servizio degli altri, altri che si riconosceranno nelle immagini dure, forti e al tempo stesso poetiche di Affuso.

Il libro diviene esperienza reale, un viaggio che appunto perché esula dal mondo di ogni giorno, abbraccia le emozioni “scarto” capaci di instaurare una sorta di cambiamento prospettico.

Solo l’arte rende amabile il dolore, accettabile la solitudine, poetico e commovente l’abbandono.

L’arte dipinge i momenti e li congela in istanti da usare come modello per se.

Magari non nutre la volontà di reagire ma almeno ci regala sensazioni, ci permette di abbeverarci alla fonte primaria dell’esistenza, il fiume delle idee, il rio abajo il rio, il mondo segreto.

O semplicemente il nostro io interiore, da cui derivano tutte le fasi vitali più importanti, dalla nascita, alla distruzione e alla rinascita.

Siamo noi ad avere i mano la capacità di creare dalle semplici spine rose profumate, da un giorno nefasto di pioggia un arcobaleno.

Marcello Affuso ci prova e vi dona se stesso.

E magari anche voi potete ricambiarlo, leggendo e amando questo libro.

Perché i ricavati saranno devoluti in beneficenza.

E allora non soltanto aprirete le porte dell’anima e vi arricchirete, ma donando anche la stessa speranza che sboccerà nei vostri cuori agli altri. Perché senza gli altri, non siamo nessuno.

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