IL MISTERO MONGOLO di Alfredo Betocchi.

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I Mongoli, terribile popolo: chi li conta nelle pianure senza fine, tra l’Europa e l’Asia?

Qui non vi sono borghi né città – scriveva nel 1245 Giovanni da Pian del Carpine, inviato da Papa Innocenzo IV presso i Mongoli per esortarli a convertirsi al Cristianesimo – ma dovunque terreni sterili e sabbiosi…il clima è tutt’altro che temperato: nel cuore dell’estate si scatenano terribili uragani, con tuoni e folgori, che uccidono molta gente; perfino in tale stagione si hanno grandi nevicate e imperversano così violentemente bufere di venti gelidi…cadono spesso rovesci di grandine e improvvisi e insopportabili calori seguono estremi rigori di temperatura”.

Com’è stato possibile, quindi, che in un ambiente così ostile all’uomo si possa essere levato un giorno un Capo che, con la sola forza della sua ferrea volontà, conquistò quasi tutto il mondo conosciuto? In quel clima infernale crescevano bambini robusti che diventavano presto adolescenti abituati a lunghe cavalcate, alla caccia dell’orso e alla vita all’aperto.

I capi tribù esercitavano un potere assoluto: primi sul campo contro i nemici, vivevano nei loro accampamenti in “Yurte” (tende) montate su carri trainati da coppie di buoi.

Era una vita durissima per le donne e i bambini; solo i più forti potevano sopravvivere, così questi errabondi non temevano quasi più nulla, nemmeno la morte.

Qui s’inserisce il “mistero di Gengis Khan” e dei suoi invincibili guerrieri che, nel XIII secolo, nell’arco di poco più di vent’anni, conquistò quasi tutto il mondo allora conosciuto.

Nato nel 1154 col nome di Temujin, dopo dieci anni di feroce lotta per unificare tutte le tribù della steppa, nel 1206 salì alla massima carica di Capo di tutte le tribù mongole.

Nel 2006 si sono celebrati nella Repubblica di Mongolia, gli 800 anni dalla presa di potere del grande condottiero e sfarzosi festeggiamenti si sono tenuti in Luglio per la solenne occasione: la posa di una grande statua a lui dedicata, parate con mille cavalieri, l’elezioni di una Miss, gare di poesia e perfino un concerto rock con Franco Battiato, Cristiano de Andrè, Mauro Pagani e Teresa De Sio.

Nella primavera dell’Anno della Tigre, nel calendario cinese corrispondente al nostro 1206, presso le sorgenti del fiume Onon, nell’Alta Mongolia, Temujin convocò il grande “Kuriltay”, l’assemblea di tutte le tribù degli “uomini dell’arco e della freccia”, com’erano chiamati dai Cinesi, indicando loro uno scopo immenso, infinitamente superiore alle piccole beghe di clan: semplicemente la conquista del Mondo! –

 

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“…ma cosa succedeva in quell’anno fatale tra le nostre piccole mura cittadine? Firenze, irrequieta, si gingillava ancora tra baruffe fra i nobili feudatari: gli Uberti, i Guidi, gli Alberti e i borghesi bottegai che aspiravano al potere. Si danneggiava un castello poi si raggiungeva un compromesso e la pace era ristabilita; nostrali scaramucce con Pisa, Siena e Pistoia per un torrente o un campo di grano. Genova e Venezia mandavano le loro navi alla IV Crociata.

Il Papa Innocento III bandisce la Crociata contro gli Albigesi. Federico II regna inocntrastato nel sud Italia e scatena le truppe imperiali contro i Comui lombardi.

intanto Temujin creava il più formidabile esercito del mondo ed era proclamato dai capi tribù Gran Khan di tutti i Mongoli ma, non contento del titolo, volle anche quello di Gengis Khan ossia “Sovrano Universale”, dichiarando la superiorità dei Mongoli su tutti i popoli della Terra e stabilendo la sua capitale a Karakorum (che non era l’omonima catena montuosa posta tra la Cina e l’India). Egli aveva davanti a sé tre nemici:

  • la Cina, divisa però a quel tempo in tre Stati rivali; il Tangut a occidente; l’Impero dei Chin (che diedero il nome alla “Cina”) con Pechino capitale, cui i Mongoli dovevano tributi e l’Impero Sung, nel sud della Cina.

Altro formidabile nemico era l’Islam anch’esso diviso in due imperi nemici tra loro e impegnati per di più contro i Crociati che, proprio in quegli anni, mettevano a sacco la capitale bizantina Costantinopoli, dimostrando così di non tenere in gran conto gli alti motivi morali e spirituali della riconquista di Gerusalemme.

Il Mondo Cristiano era appunto la terza forza contro cui i Mongoli avrebbero dovuto scontrarsi e, per l’Europa divisa tra mille conflitti, fu davvero uno shock terribile…

A onor del vero bisogna sottolineare che la crudeltà dei Mongoli era più leggendaria che reale: gran parte delle tribù era cristiana di rito nestoriano (chi non si ricorda chi era Nestorio, vada a vedere…) Il rito Nestoriano era molto diffuso in Oriente e in Siberia insieme al Buddhismo. Lo sciamanesimo pagano era predominante solo fra i popoli della foresta nella Siberia superiore; v’erano inoltre tribù che seguivano il cristianesimo Manicheo (qui vi aiuto io: questa dottrina ammetteva solo due principi formatori del mondo, uno buono e uno cattivo, secondo quanto predicato da Manes che si rifaceva all’antica religione babilonese).

Solo chi si opponeva ai Mongoli veniva sterminato senza pietà, ma chi collaborava era tenuto in massimo rispetto e premiato; d’altronde anche noi europei di stragi ce ne intendiamo… eccome! Il clima degli anni tra il 1200 e il 1220 si mantenne eccezionalmente mite favorendo lo sviluppo di greggi immense, arricchendo le tribù nomadi e aumentando, con il benessere, la popolazione e le loro cavalcature.

E’ falso quanto afferma la credenza popolare, che i mongoli furono spinti in Occidente per la penuria di cibo e per la miseria; anzi è vero il contrario.

La conquista fu un fatto deciso a tavolino e pianificata sotto ogni profilo tattico ed economico da Gengis Khan stesso. Egli aveva creato un poderoso servizio d’informazione: le sue marce erano precedute, a volte con mesi e con migliaia di chilometri d’anticipo, da un nugolo di esploratori, di spie e persino di agenti provocatori, incaricati di demoralizzare l’avversario. Se ancora dopo otto secoli si stampava in Italia, in occasione delle elezioni politiche del 1948, manifesti politici in cui erano mostrati guerrieri mongoli che abbeveravano i loro cavalli in Piazza S.Pietro, facendo leva sull’atavico terrore per quelle barbare popolazioni, bisogna affermare che le spie di Gengis Khan avevano fatto un ottimo lavoro.

Nel giro di pochi anni, dal 1207 al 1210 i mongoli fecero terra bruciata dei popoli della foresta poi, varcata la Grande Muraglia (opera gigantesca ma terribilmente inutile), attaccarono la Cina.

In un lampo, alleanze secolari furono capovolte e l’Impero dei Chin fu devastato e conquistato.

La Mongolia non era più tributaria di nessuno, anzi portò in patria immensi tesori.

La seconda offensiva fu sferrata, nel 1218, verso l’Asia occidentale, dominata dall’antico Impero islamico di “Kara-Khitai” (Kara = montagna). Per una volta tanto, la marcia dell’armata mongola non fu seguita da una scia di sangue e di fuoco. L’Imperatore, ben consigliato, accolse i Mongoli con benevolenza offrendo amicizia, subito da questi accettata; quest’alleanza permise all’armata mongola di travolgere tutte le difese dell’altro Impero islamico, la Persia, conquistando uno dopo l’altro, il Caucaso, l’Afghanistan, il Pakistan, arrivando fino alle foci dell’Indo.

I Mongoli, come tutti i popoli nomadi, tenevano in gran considerazione ogni sorta d’animale, sia esso feroce che domestico. Ogni tribù era contrassegnata da un animale guida, l’orso, il lupo o il falco. L’animale protettore del clan dei Borjigin, cui apparteneva Gengis Khan, era il girifalco; questo Spirito Guardiano, come raccontano le cronache cinesi, era raffigurato sulle bandiere delle orde mongole (orda da “urdu” – accampamento).

L’esatta forma del vessillo di Gengis Khan non è conosciuta ma, presumibilmente era come quelle dei Kalmucchi, una delle nove tribù del popolo mongolo, raffigurate nei codici cinesi: essa era bianca con un bordo d’oro da cui pendevano nove code nere di Yak – sorta di mucca mongola.

 

 

Al centro del vessillo la figura di un girifalco ad ali spiegate.

Nel 1226 una sollevazione dei Tangut, divenuti vassalli, obbligò Gengis Khan alla sua ultima campagna militare; cinse d’assedio la capitale ribelle e, in breve tempo, la conquistò e la rase al suolo, sterminando l’intera popolazione.

L’anno dopo, il 24 agosto 1227, Gengis Khan morì di febbri all’età di 72 anni, senza aver visto compiuta la sua immane opera di conquista.

Ritenuto uomo crudelissimo non fu, in realtà, più crudele dei principi europei che si scannavano vicendevolmente insieme ai loro popoli. Aveva un primitivo senso della giustizia, fu un buon legislatore punendo i delitti, i furti e l’adulterio, introducendo le poste in Cina e proteggendo gli artisti e i saggi.

Bisogna sfatare un’altra falsa leggenda: non è vero che le orde mongole erano sempre capitanate da Gengis Khan. Egli disponeva di ottimi generali che conducevano per lui le conquiste stabilite, anzi, non vide mai, nella sua vita, né il Mediterraneo né le dolci colline d’Europa.

La morte del grande Imperatore non portò alcun mutamento nella politica di conquista dei Mongoli. La successione era stata già decisa in anticipo da Gengis Khan che aveva designato Ogotay, uomo ponderato e saggio (come può esserlo un mongolo del XIII secolo) e l’immenso territorio diviso tra i suoi numerosi figli e nipoti. I princìpi dell’Impero, quali erano stati stabiliti da Gengis Khan, restavano immutati: i mongoli dovevano conservare le loro abitudini nomadi e la supremazia, mentre tutti gli altri popoli dovevano rimanere loro tributari; inoltre il potere dei clan doveva restare fermamente in mano alla tribù dei Temujin, detta il “Clan d’Oro” (da cui prese il nome l’Orda che travolse la Russia nel decennio successivo).

L’Impero mongolo fu dotato di una capitale, Karakorum, fornita di un’amministrazione statale efficiente guidata da cinesi e arabi.

Dopo una breve pausa, tra il 1229 e il 1235, dovuta ad alcuni rovesci in Cina e a rivolte di popoli già sottomessi, nel 1236 Ogotay lanciò nuovamente le sue armate contro la Persia e la Mesopotamia, sottomettendole e raggiungendo per la prima volta il mar Mediterraneo in Siria, puntando al ricco Egitto.

In Oriente conquistò la Corea e l’Impero della Cina meridionale dei Sung, attaccando poi senza fortuna le isole giapponesi, respinto da un uragano che distrusse completamente la flotta mongola (il famoso “Kamikaze” o vento divino).

Così Ogotay e i suoi figli, liberi in Oriente, si dedicarono finalmente alla conquista d’Europa: come un torrente distruttore, i Mongoli sottomisero l’Ucraina e la Russia, sterminando senza pietà, poi sconfissero gli Ungheresi a Budapest e i Polacchi a Cracovia. Si spinsero nei Balcani, occupando la Romania e la Bulgaria. Superarono il Danubio, distruggendo Zagabria e giungendo, nel 1242 fino in Dalmazia, puntando su Trieste, praticamente in Italia.

Sull’Europa si rovesciò un’ondata di panico ma, nonostante l’appello di Papa Gregorio IX, né Federico II né gli altri sovrani si mossero. Anzi, essi si accusarono l’un l’altro di trattare sottobanco con i “Tartari”, come a quel tempo erano chiamati i mongoli.

  • E Firenze? Non parve rendersi conto del mortale pericolo che correva la civiltà europea, troppo occupata com’era con le faide cittadine. Ecco alcune notizie tratte dalle cronache di quell’anno: “…i guelfi Adimari s’impadroniscono con la forza della torre dei ghibellini Bonfanti…”; “…i fiorentini forniscono truppe al luogotenente dell’Imperatore per marciare contro Perugia…” e così via.

Nessuno in alcuna cronaca che parlasse dei Mongoli, solo alcune esortazioni papali a inviare missionari per convertire i Tartari. Tutto qui!

Davanti all’Orda, fino all’Oceano Atlantico, non c’era più una potenza in grado d’affrontarli… quindi niente li avrebbe dunque fermati?

Li fermò un corriere che veniva da Karakorum: “Era morto Ogotay, il Gran Khan e tutti i capi mongoli dovevano tornare per il Kuriltay che si sarebbe tenuto l’anno seguente”

L’Europa era salva e i Mongoli, misteriosamente, non tornarono più. Dopo essersi spinti per migliaia di chilometri dalla loro terra natale e aver conquistato un impero grande il doppio dell’Impero Romano, dovevano ora pensare solo a governare l’immenso territorio e i popoli sottomessi.

Adesso era la volta delle spedizioni europee verso Oriente di Marco Polo, di Giovanni da Pian del Carpine e di Matteo Ricci per scoprire cosa si nascondeva dietro l’oscuro mistero dei Mongoli e delle loro inarrestabili conquiste.

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