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Spesso mi sento dire che ho un discreto talento nel recensire libri.

A parte la mia vena profondamente critica, che mi fa dire sempre che lunga è la strada per acquisire tecnica, bravura e perfezione.

In realtà credo che il talento vada cercato e con lui instaurato un dialogo per far si che sia capace di parlarti.

E non sempre il talento mi narra storie.

Spesso è silente.

E non capisco mai se gli sto sul cazzo in quel momento o se semplicemente non avevo la chiave giusta per entrare nel suo mondo.

E la chiave è il libro.

E se il libro resta esso stesso muto, la mia presunta bravura svanisce, come i sogni all’alba.

Ecco io non sono brava.

Sono solo il canale giusto da percorrere perché la parola diventi azione, il ponte percorribile affinché il senso possa giungere allegro e saltellante a voi.

Io non sono nulla.

E’ il libro tutto.

E se il libro non comunica, non riesce a urlare alla mia mente, a usarmi per diventare, io non posso scrivere.

E se non scrivo significa che non ho pensato.

O sognato.

E quindi il libro, per quanto perfetto nella vostra adorata forma, quella vanesia religione che io aborro, resta zitto.

Ha fallito.

Perché se resta taciturno, il mondo non cambia, né si muove.

Resta tutto fermo immobile e sempre uguale.

E un mondo cosi è un mondo morto.

Pertanto non sono io la brava, ma è il libro il mio dio.

E in questo caso il dio ha parlato.

Tra le pagine virtuali o reali, il suo frusciare ( vi garantisco che per noi sognatori anche l’ebook ha il suo fruscio) è un sussurro all’anima e mi dice siediti, e inizia ad ascoltare.

Cosi dopo aver concluso il libro di Salamino ho udito quel fruscio.

E ho sorriso perché sapevo che avrei presto ottenuto le confidenze dei suoi personaggi, la parola dietro la parola e il segreto dietro l’apparenza. E non vedevo l’ora perché la scoperta e il viaggio è sempre un emozione. Questo libro però, a differenza degli altri premeva, era impaziente.

Non ne voleva sapere proprio di aspettare l’indomani.

E io avevo una serata ricca, con i miei film, i miei cartoni, e i le mie scemità.

Ma il testo non poteva aspettare.

Cosi eccomi a voi.

Cercando di dare forma logica e coerente alle mille diverse voci che si accavallano pur possedendo nella apparente caotica volontà di farsi udire,una loro meravigliosa musicalità, per nulla cacofonica.

La prima voce mi narra dei capolinea.

Sa che conosco quei bivi, avendone incontrati a iosa nella mia vita. Vedete noi nasciamo immersi in un mondo che è apparentemente ostile e sono sicura che fin da piccoli ci scontriamo con quel mondo che ci vuole tutti uguali, bravi soldatini in fila per tre, come direbbe il buon Edoardo Bennato.

Fin da infanti impariamo il bene e il male, rigidamente delineati senza possibilità di sfumatura.

Dividiamo i buoni dai cattivi e cosa ancor più importante i sani dai folli. Attenzione.

E’ molto importante imparare la lezioncina a memoria.

Bisogna assecondare le aspettative e mai, dico e sottolineo mai, farsi domande.

Capite che per esseri strani come me direi “deformati”, non era conveniente pensare che il sussurro del vento fossero le voci delle fate.

O che invisibili esseri ti accompagnassero alla scoperta del tuo reale e ti sussurrassero altre prospettive, altre visuali da cui osservare l’universo.

Il mondo è cosi.

O sei abbastanza geniale da sfidarlo o non devi neanche osare un comportamento bizzarro.

Michele e io eravamo simili.

Con la differenza che i miei genitori quella matta che parlava alle fate o osservava incantata le lucertole al sole, piaceva.

Eh si miei cari.

Io piacevo un sacco ai miei genitori.

E credetemi non è cosa cosi scontata piacere per come si è.

Piacevano le mie argute risposte, il mio domandarmi, il mio essere ribelle, il mio dire no all’autorità.

Unica cosa su cui non transigevano era il no di classe.

Mai volgare, mai maleducato.

Potevo dire no con ironia e sarcasmo.

Anzi, molto spesso incoraggiavano questa mia distorsione mentale.

Con un cipiglio apparentemente severo e un occhiolino come a dirmi “Vai Ale, diventa e sii orgogliosa di essere diversa”.

Fu grazie a loro che superai quasi indenne gli anni duri dell’adolescenza. Capite.

Una che preferiva sognare sui libri e soprattutto su Robin Hood o sulle autobiografie dei ribelli di ogni tempo, era molto difficile la vita.

O vedevi non è la rai o eri out.

E io Out lo ero del tutto.

Ma vedete, non ho mai accettato il ruolo da vittima.

Anzi, mi incazzavo come una bestia e già a 13 anni parlavo di anticonformismo, di libertà e di anarchia.

Un soldo di cacio incontenibile.

E i miei genitori più folli di me, mi donavano silenziosi gli strumenti adatti.

Nessuno di loro si è mai piegato alla vita.

Mai.

Quindi capite, la loro apparente appartenenza alla classe oserei dire medio bassa, contrastava con quella spinta che mi fornivano.

E mi invitavano quindi a non abbassare mai la testa.

Eh si se sono una dannata stronza prendetevela con loro.

Ma vedete, quando siete diversi, quando qualcosa nel vostro cervello non collima con le parti della società per bene e non avete genitori capaci di darvi la spinta a ascoltare voi stessi e affrontare il capolinea con coraggio, il disastro è pronto ad aspettarvi all’angolo della strada. Michele non aveva modelli sani, aveva dei vinti che insegnavano, inconsciamente, a chinare la testa.

Michele non aveva modelli sani, aveva dei vinti che insegnavano, inconsciamente, a chinare la testa.

Essere vittime compiaciute e compiacenti, o semplicemente finire nella categorie dei reietti.

E in quella categoria ecco la seconda voce, la società ci sguazza.

Ho capito fin troppo presto che la società ha bisogno forse più di modelli negativi, di dissidenti, di devianti, di malati mentali che di uomini integri. L’integrità, infatti, mette a rischio lo status quò.

La devianza funge da monito: vedi che se sei folle rischi l’esclusione sociale?

E non solo.

I matti, ossia spesso persone geniali, persone che a loro modo si ribellano al silenzio, all’ipocrisia, alle gerarchie, servono agli altri per sentirsi migliori.

Senza un Michele, Cruciani non si sentirebbe superiore.

Senza una Maddalena da lapidare, nessuno si sentirebbe un compassionevole cristo.

E cosi i diversi, cosi voglio chiamarli, sono offerti in un olocausto salvifico al dio societario che in cambio ci promette che nulla si muova, che nulla cambi, che nulla si modifichi.

E la stasi diviene il nostro biglietto per un paradiso in cui restare congelati in eterno, senza il terrore del dolore.

Perché il dolore ed ecco la seconda voce, è quello che ci rende empatici e davvero capaci di provare compassione. E sapete che compassione significa com- patire, ossia comunanza di dolore.

E il dolore, quello che ci fa tanta paura oggi, salva.

Redime.

Distrugge gli strati di chellophane con cui circondiamo il cuore, impauriti perché possa finire lacerato.

Il chellophane protegge dai batteri il cibo, lo preserva allo stato iniziale.

E cosi fa con noi.

Ci protegge dai batteri capaci di scatenare una reazione ci preserva in un immobilità eterna e inutile.

Perché sapete che se un batterio invade l’organismo, esso si risveglia?

E reagisce.

Inizia a combattere.

E credetemi la nostra realtà tutto vuole tranne che combattere.

E magari cambiare.

E allora ci sono quegli istanti, istanti in cui è possibile sollevare il chellophane per poter permettere all’infezione di emergere, essere curata, suppurata con dolore, capace di innescare il movimento.

Ma nessuno ha il coraggio.

Nessuno vuole faticare per capire.

Non si pulisce, si nasconde il granello di sporco sotto il tappeto, o sotto il divano.

Capire quanto un ragazzo vissuto in una realtà malsana, non possa avere altro mantra che vendetta, odio e violenza.

E anche quando chiede un mondo diverso, quando si rifugia nella sua realtà segreta, quando si aggrappa a uno scoglio, a un’ancora per non naufragare, il sollievo gli viene tolto.

A Michele vengono tolti i libri, l’unico suo appiglio per poter guardare il capolinea.

E allora il messaggio che recepisce è questo: tu non puoi essere felice perché sei matto.

Sei diverso, sei strano.

E lui reagisce nel modo migliore, incompreso ai cervelloni: ferisce se stesso per non cedere alle lusinghe del mondo che lo vuole marcio. Michele è, e vi inorridirà saperlo, un eroe positivo.

Ama cosi tanto la vita che non vuole infangarla con la violenza.

Perché basterebbe un passo per sfogarsi sugli altri, la propria frustrazione.

Credetemi è la via facile.

L’altra costa coraggio.

Fidatevi.

Cazzo se costa.

E quello che rivolge a se stesso è solo l’atto disperato e ribelle di chi piuttosto che finire nel fango ed essere etichettato, dice no.

Preferisco sanguinare io stesso, perché è quel mio sangue grondante no che salva la terra, il mondo e questa malata società.

Siete voi i criminali.

Voi che ballate sui cadaveri dei diversi resi criminali.

Sui cadaveri delle dee pure, ridotte a puttane per il vostro marcio edonismo.

Siete voi, non i reietti.

In questo libro gli atti più immensi di amore e coraggio li fanno i perdenti.

Che vincono perché lottano, cambiano e si redimono grazie alla sofferenza.

Quella che voi sani temete.

Perché non conoscete e non conoscerete mia la bellezza dell’abisso.

La rifiutate.

Lodate e inneggiate al dio apparenza.

Noi matti, i folli, gli strani abbiamo le palle per vivere.

Quelle di affrontare il dolore e dirgli fermati, ora adesso e guardami: tu non sei un cazzo di niente ma io sono un uomo.

Quelle di affrontare la verità e svelarla, anche a costo di distruggere le nostre comode poltrone di velluto.

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Le altre tappe.

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