Il blog è orgoglioso di segnalarvi un libro indimenticabile, da non perdere assolutamente “La notte del B(r)uco” di Carmine Menzella e Carmen Cirigliano, Eretica editore.

copertina.jpg

 

La città stanca si affacciava sul vuoto, come gli occhi di Luciano quando smetteva di pensare. La sera il vento sferzava le imposte, le scuoteva e martellava i vetri, sollevava la terra dalle strade creando vortici opachi, la stessa polvere che lo offuscava quando metteva su un disco degli Alice in Chains, e il mondo intorno si dissolveva in brandelli trasparenti. In quei momenti, solo l’arpeggio cupo di Down in a hole fluttuava nell’aria, e lui, affacciato alla finestra, fissava le cavità delle finestre che occhieggiavano come tanti buchi neri. La voce funerea di Staley si perdeva nell’aria

Bury me softly in this womb

I give this part of me for you

Sand rains down and here I sit

Holding rare flowers

In a tomb, in bloom…

-Vuoi sapere qual è il mio peggior incubo?- aveva detto una sera a Marzia, la ragazza dal viso dolce che serviva al bancone del Pellicano.

-No, quale?- aveva chiesto lei con aria distratta, mentre gli versava una Gordon

-Rimanere in questa fogna per sempre- le aveva risposto guardando nel vuoto.

Sembrava trascorsa un’eternità da allora. Si era imprigionato da solo in quella fogna. Si accostò al tavolo sporco, prese una scatoletta di tonno e l’aprì, accese la tv, sintonizzata sull’unico canale visibile da due settimane ormai, da quando non usciva di casa. Fece mente locale portando il conto sulle dita, solo cinque cose gli servivano: la tv con i quiz su canale 5, le scatolette di tonno comprate in quantità industriale prima di rinchiudersi nel bunker, birra, preferibilmente Raffo, la sua fedele Fender e lei, l’eroina, immancabile e corredata da tutto l’armamentario per spingerla dentro il buco e non farla più uscire. L’indomani sarebbe uscito dal bunker per la registrazione. Il solo pensiero lo angosciava, ma sarebbe durata un attimo, il tempo di un battito di ciglia. Strappò un pezzo di carta dal quaderno e gettò alcune frasi, sperando che gli venisse in mente il testo di una canzone.

Non so se le mie ore sono vuote, oppure così piene da scoppiare. Non capisco se il mio tempo va via così veloce da lasciarmi solo attimi che non riesco a vivere e sentire, oppure è sempre fermo, come me. Oggi tutto è leggero, non riesco a stringere niente, come fermare il getto d’acqua con una mano, non sento quasi le mie mani, anche adesso mentre scrivo, sono lontano, la mia mente è da un’altra parte. Ho ascoltato un po’ di musica alle cuffiette senza parlare. Ho sperato che Deb facesse passare alla radio Man in the box, ma niente… attendo ancora, tanto fuori c’è vento.

Si fermò, rilesse attentamente, diede un sorso alla birra e accartocciò il foglietto, ne fece una palla e lo scagliò contro la finestra. Spazzatura.

 

 

In una notte senza fine, scossa dal vento ed avvolta nei vapori acidi delle strade, un gruppetto di amici si mette alla ricerca di qualcuno. Intrappolati nel cemento di una città avvolta dal vizio e della droga, i cinque scendono nell’abisso, come Orfeo alla ricerca di Euridice. La città di notte con le sue stradine che si intersecano nel buio, è la stessa della loro interiorità, smarrita nel groviglio di possibilità confuse e incerte. L’assassinio misterioso di un amico, a cui ne seguono altri che sembrano essere strettamente legati, e il ritrovamento di lettere che annunciano l’imminente arrivo della morte, li spingono a cercare per darsi una meta, fuggire alla morte, ma allo stesso tempo per trovarla e guardarla negli occhi, due buchi neri su una maschera carnevalesca, quella del malinconico Pierrot, o dietro le lenti scure dell’uomo misterioso che si fa chiamare il Bruco. Trafitti da un’apatia bianca che ha il sapore di una noia amara, o da una triste solitudine, dall’invisibilità di un mancato riconoscimento, da un eterno e irrisolto conflitto con la vita, i protagonisti di questa storia, cercano se stessi nel buio, progettano un futuro che gli sfugge di mano. Claudio e Myriam cercano se stessi nella musica, consolandosi nel sogno di un riscatto sempre di là a venire, Deb invece, lo cerca in un amore impossibile, viaggiando pericolosamente sul crinale di un inconscio desiderio di affetto , ripetendosi che in fondo nessuno ci aspetta. E poi c’è Luciano, il protagonista del romanzo,colui che si è già arreso, soffocando il buco penoso che si è scavato in fondo all’anima, riempiendolo di veleni che anestetizzano. In questa vita ricolma di esistenza neutra , tutto diventa rarefatto e svanisce in una notte senza nulla, senza evasione, senza fuga, e il tempo si contrae in un presente che non ospita più la luce del futuro. Per lui, che incarna la figura bianca della malinconia, che si spande come la nebbia che abbraccia la città, è già tutto perduto, ogni conquista è già un ricordo, ogni piccola gioia, come l’amore stesso, è già passato, vissuto come amara nostalgia. Allora tanto vale arrendersi e contemplarla a distanza la felicità su una luna di carta disegnata su un cielo finto, anziché assaporarla. La volontà del nulla domina incontrastata su quella di esserci, di esistere, di vivere. Perché quando l’esserci diventa insopportabile ben venga il nulla. Non voglio di più, non voglio sentire di più, ma sempre di meno, voglio fuggire, evadere, questo il suo manifesto. Potrà una sola notte cambiare le loro vite? È questa la domanda che segue il filo del romanzo. Una nuova consapevolezza conquisterà ognuno dei personaggi, che si scopriranno indispensabili l’uno per l’altro, per riaffiorare dal freddo di una notte senza fine e sconfiggere l’ombra che li perseguita, quel non senso che li domina e li sorregge. Nessuno si salva da solo, e solo se ciascuno di loro sarà disposto a violare la propria intimità segreta, a consegnarsi nudo e trasparente, con tutte le sue fragilità all’altro, solo se ognuno sarà capace di aprire il proprio inferno, ed accogliere quello dell’altro, bruciando sul fuoco di un desiderio che accetta di indirizzarsi verso un altro desiderio, potrà soddisfare il proprio bisogno d’amore e voltare le spalle al demone della solitudine e della sconfitta.

La Notte del B(r)uco è un romanzo thriller che è anche una storia di crescita e di formazione, dove l’elemento musicale, che funge da filo conduttore per le storie dei quattro protagonisti, si intreccia a quello del disagio giovanile, ricalcando le atmosfere tipiche degli anni ’90, dove è ambientata la storia.

Annunci

Blogtour “Bestie d’Italia. Volume 1” Autori vari, NPSedizioni. A cura di Alessandra Micheli

Banner Blogtour Bestie dItalia.png

 

 

Strade di campagna, portatemi a casa

Ai luoghi che mi appartengono

mamma Montagna dell’ovest Virginia

Portatemi a casa, strade di campagna

mentre pensavo a come scrivere una degna recensione per la strabiliante raccolta di NPSedizioni, ascoltavo uno dei miei brani preferiti, John Denver “Take me Home. Coutry Roads”.

Perché ti piace tanto questa musica country che sa di kitsch direte voi?

Non sei la fans numero uno di Vecchioni?

Si miei cari lettori.

Ma vedete il country ha il sapore di casa, della semplicità di paesaggi apparentemente banali di fronte alle luci sfavillanti di una New York o alla bellezza effimera id Washington.

Eppure sono i luoghi in cui il nostro Denver sogna di tornare, perché rappresentano CASA.

Per lui il West Virginia, nonostante le sue difficoltà (e credetemi quella parte d’America di fatica ne fa ogni giorno) trova nei volto conosciuti, nella loro lingua dai termini magari storpiati, in quelle infinite strade di campagna l’essenza della sua stessa anima.

Vedete, possiamo essere cittadini del mondo, decidere di viaggiare, conoscere, immedesimarci in ogni volto che incontreremo, in ogni colore, in ogni dialetto, ma una parte di noi avrà sempre un luogo da chiamare casa.

E sarà il posto da cui siamo partiti a esercitare su noi un’attrazione indescrivibile, e sarà creata da colori unici, magari meno brillanti, ma quelli con cui i nostri occhi si sono beati nell’infanzia, il giallo del grano, il verde smorto dei fili d’erba, i sapori antichi di una torta, di un manicaretto cucinato da una nonna lontana nei ricordi, ma presente ne cuori.

Saranno gli effluvi dell’aria, intrisi di mille ricordi oramai racchiusi nel cuore.

Sarà la nostra Terra a richiamare la nostra immaginazione e la nostra fantasia, quella che a John Denver faceva dire portami a casa, tra i colori, tra gli occhi spenti della mia gente, tra le distese infinite, in quelle strade che toccano l’orizzonte.

Ed è questo che mi provoca un fitte di dolore al cuore.

Perché noi italiani a differenza dei tanti biasimati cantanti del mio amato country, questa passione l’abbiamo persa o forse mai avuta.

Non ricordiamo la nostra storia, non ammiriamo la nostra geografia variegata che dalla montagna scende a picco sul mare.

Non conosciamo gli odori contadini dei nostri piatti, quelli che invece in America vanno coi tanto di moda ( grazie Joe Bastianich).

Non conosciamo addirittura le mille creature magiche che affollano misteriose e lievi i nostri incubi. Non conosciamo la nostra Italia.

E questo non è solo un fatto nazionalistico e patriottico, ma di sentimento. Non sta il sentimento, non alberga nei nostri cuori.

Siamo così impantanati a vivere nel virtuale che ci siamo scordati di guardare fuori alla finestra e emozionarci per un tramonto. E nessuno sente l’esigenza di tornare a casa: take me home è un grido disperato che forse conoscono gli emigrati, che forse cantano le persone costrette a lasciare il bel paese. Per gli altri è solo un coro di lamenti, di indignazione, di schifo per questo paese che è sempre un po’ furbo, un po’ guascone, un po’ scugnizzo e tanto chiuso. È solo un notare i mille difetti nel nostro modo di rimodernare o intorbidire teorie e ideali, persino sistemi politici e economici, quel nostro stare sempre con due piedi in una scarpa, senza mai decidere del tutto, quel nostro tiriamo a campare. Ed è vero che siamo cosi creativi da aver scelto una democrazia mista, né troppo popolare, né troppo autoritaria, un sistema economico non troppo liberista, né troppo statale e uno stato né troppo laico né troppo confessionale.

Un passo avanti e uno trasversale, sempre accorti a non esagerare, sempre attenti a non prendere posizione, se non si è sentito almeno un’autorità esterna.

Siamo un paese strano, creativo ma mai troppo, non sia mai ci facesse male.

Ma siamo un paese che prova a sopravvivere, che ha una sua storia e una sua cultura specifica fatta di mille sfaccettature, di mille sfumature, di mille sentimenti e di leggende.

Siamo un paese di santi e sognatori, troppo sognatori per creare uno stato davvero machiavellico.

Anche se il furbo non ci manca, anche se con il male sappiamo scendere a patti. Siamo un pese che soffre di autolesionismo, sempre pronto a vedere e lodare la bruttura, ma quasi schivo a alzare la testa e elencare con orgoglio la meraviglia. Perché forse, dopo tutti questi anni, siamo ancora sconvolti dalla notizia che beh, siamo anche noi una nazione. E di questi salti nel buio, delle imperfezioni come della magia, dovremmo essere fieri. Perché solo dai punti di partenza inizia il viaggio. E invece siamo quasi titubanti a voler dire all’Europa e al mondo, ehi ci siamo anche noi, con i nostri difetti, con le nostre mille voci, con i nostri colori e con tutti i dialetti del mondo capaci di rendere la nostra lingua viva e ricca.

Siamo pronti a prendere in prestito persino le mitologie di altri paesi, come se noi fossimo terribilmente scarsi di miti, di racconti, di creature misteriche, di tradizioni.

L’Italia è un paese fondato sul magico.

Persino la volontà giolittiana di creare l’italiano medio si fonda sul mito.

Persino Mussolini, l’innominato, cercò di creare l’uomo nuovo partendo da una lontana e favolosa leggenda: quella della lupa, quella dei riti di fondazione dell’antica Roma, tra cui l’omphalos. Importiamo feste anglosassoni, quando anche noi abbiamo i nostri riti per venerare i defunti e persino riti per celebrare la fine dell’estate, Abbiamo il nostro Samahin, i nostri demoni e la nostra modalità per scacciare le tenebre. Abbiamo i nostri dolci dei morti, le grotte in cui si nascondono le fate, che si chiamino Salighe o le janas o la bella m’briana o addirittura la Longana.

E cosa dire di ninfe e fauni?

Abbiamo i nostri draghi, specie quello di Malagrotta, oggi sede di una atroce discarica.

i folletti tra cui il buffardello, il mazzamuarello, il munaciello o il tummà.

Abbiamo le streghe come le corgas, le janare, le majare e le masche, demoni come la mama e su sole, l’orcolat, il krampus, il marabecca.

E che dire dei lupi mannari?

Abbiamo persino la versione montana chiamata l’uomo selvaggio, parente stretto dell’uomo verde presente in molte cattedrali gotiche. E infestano i boschi della val d’Aosta, chiamato der ronker, del Piemonte luz ravas nelle valli valdesi con il nome di luop ravert, fino al leggendario lupo mannio della toscana più precisamente Pontremoli.

Ecco che gli esseri mitologici, effimeri evanescenti, rei di scomparire nei nostri sogni perché nessuno ci credeva più, perché il popolo aveva smesso di raccontare le loro gesta attorno al fuoco, sostituiti dai loro parenti irlandesi o scandinavi, prendono di nuovo vita e sfrecciano veloci infestando, anzi oserei dire arricchendo la nostra stantia quotidianità.

Nel racconto di Malaspina il luna park il confine tra le due dimensioni sfuma, fino a far toccare, compenetrare le dimensioni che avevamo cosi affannosamente separato. Ecco che i nostri amati folletti, minacciosi, dispettosi, ma cosi teneri in fondo, sorridono e iniziano a salutarci con una mano inquietamente artigliata, felici di avere di nuovo corporeità e sfrecciare veloce godendosi le emozioni sfrenate dell’umano. Perché vedete il mondo numinoso ha bisogno di noi e della nostra capacità tutta umana di provare emozioni. E noi abbiamo bisogno di loro, perché una vita senza fantasia è una vita a metà.

E cosi la dolce Leonardi fa rivivere i miti della Roma antica, ma sopratutto ci fa capire che in fondo questi esseri non vanno addomesticati perché rappresentano la nostra parte più intensa, più selvatica e più vera. Vanno amati, coccolati e avvolti nei nostri sogni. Per poter creare assieme un mondo diverso, meno scontato, più misterioso e pericoloso. In fondo i Fauni anche se abbastanza irresponsabili, svegliano la parte meno piacevole di noi è vero, ma quella che ha portato questi meravigliosi autori a creare un libro pieno di magia, di amore per la loro terra e di rispetto per quella capacità dei nostri antenati di sognare. E tramite il sogno dare vita a creature indimenticabili.

Io non posso che ringraziare questi favolosi creatori di sogni e i loro capitano, dal coraggio e dal core puro come quello di un artico cavaliere, capace di difende, davvero anche se soltanto con un libro, la nostra vera autentica essenza.

Io ho viaggiato con voi, nei meandri del mito, tornando ad abbracciare felice il mistero e la mia Italia. E invito ognuno di voi a lasciare per un istante facebook instangram e a provare a viaggiare con il pensiero, attraverso le tortuose ma sfavillanti vie del mito.

Grazie per questi momenti.

Adesso scusate ma ho una danza nei boschi con il mio fauno.

“Sotto un cielo di bombe” di Eugenia Di Guglielmo, Scatole Parlanti editore. A cura di Ilaria Grossi

sotto un cielo.jpg

Sotto un cielo di bombe, è nata la piccola MariaLuce.

Sotto un cielo di bombe, perderà la sua giovane mamma Gina.

Sotto un cielo di bombe, verrà abbandonata dal padre su richiesta della sua nuova moglie e affidata ai nonni Dela e Richerd che l’ameranno come una vera figlia, tra lunghe passeggiate, racconti, l’arte del cucito e del ricamo e tante attenzioni per la “pisaja”, nomignolo con cui chiamavano la piccola e gracile MariaLuce.

Un viaggio nella terra della sua infanzia assieme alla figlia Adele e la nipotina Irene, riporterà MariaLuce indietro nel tempo, tra ricordi, profumi, sapori inconfondibili e indimenticabili di una parte della sua vita.

Adele, non è nata sotto un cielo di bombe, ma il fallimento del matrimonio la rende emotivamente fragile, scoprire il marito essere un uomo egoista e non sincero, la ribellione di Irene e un cuore che cerca un po’ di pace.

Adele è molto insicura, attratta da storie di poco spessore anzi attratta da Lapo, l’unico uomo che ritorna prepotente nei suoi pensieri pur consapevole che non sarà mai la sua scelta.

Adele, assorbe ogni emozione, ogni ricordo della mamma durante il viaggio e una serie di approcci deludenti a conferma di un qualcosa che non arriva, non subito, faranno luce sulla sua vita, capire che la cosa più importante è “vivere”, perché come diceva la sua mamma

“insieme si sopravvive meglio anche sotto un cielo di bombe”,

nonostante tutto, nonostante tutti. L’alternarsi dei punti di vista di MariaLuce e Adele, rendono la lettura piacevole e scorrevole, molto coinvolgente, due donne a confronto, ognuna con il proprio bagaglio di esperienze, dolori, delusioni, accomunate da una grande forza d’animo, rimettersi in gioco con grande coraggio, tentare, rischiare, trovare un posto nel mondo in cui sentirsi “vive”.

MariaLuce, nata sotto un cielo di bombe. Adele, che cerca di reinventarsi come donna e mamma single.

Con uno stile diretto, sincero, una storia che coinvolge ed emoziona il lettore.

Mi rivolgo a te lettore, tocca a te ora scoprire questo piccolo gioiello di emozioni senza tempo e figlie del nostro tempo.

Buona Lettura Ilaria Grossi per Les Fleurs du mal blog letterario