Blogtour “Bestie d’Italia. Volume 1” Autori vari, NPSedizioni.

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Strade di campagna, portatemi a casa

Ai luoghi che mi appartengono

mamma Montagna dell’ovest Virginia

Portatemi a casa, strade di campagna

Mentre pensavo a come scrivere una degna recensione per la strabiliante raccolta di NPSedizioni, ascoltavo uno dei miei brani preferiti, John Denver “Take me Home. Coutry Roads”.

Perché ti piace tanto questa musica country che sa di kitsch direte voi?

Non sei la fans numero uno di Vecchioni?

Si miei cari lettori.

Ma vedete il country ha il sapore di casa, della semplicità di paesaggi apparentemente banali di fronte alle luci sfavillanti di una New York o alla bellezza effimera id Washington.

Eppure sono i luoghi in cui il nostro Denver sogna di tornare, perché rappresentano CASA.

Per lui il West Virginia, nonostante le sue difficoltà (e credetemi quella parte d’America di fatica ne fa ogni giorno) trova nei volto conosciuti, nella loro lingua dai termini magari storpiati, in quelle infinite strade di campagna l’essenza della sua stessa anima.

Vedete, possiamo essere cittadini del mondo, decidere di viaggiare, conoscere, immedesimarci in ogni volto che incontreremo, in ogni colore, in ogni dialetto, ma una parte di noi avrà sempre un luogo da chiamare casa.

E sarà il posto da cui siamo partiti a esercitare su noi un’attrazione indescrivibile, e sarà creata da colori unici, magari meno brillanti, ma quelli con cui i nostri occhi si sono beati nell’infanzia, il giallo del grano, il verde smorto dei fili d’erba, i sapori antichi di una torta, di un manicaretto cucinato da una nonna lontana nei ricordi, ma presente ne cuori.

Saranno gli effluvi dell’aria, intrisi di mille ricordi oramai racchiusi nel cuore.

Sarà la nostra Terra a richiamare la nostra immaginazione e la nostra fantasia, quella che a John Denver faceva dire portami a casa, tra i colori, tra gli occhi spenti della mia gente, tra le distese infinite, in quelle strade che toccano l’orizzonte.

Ed è questo che mi provoca un fitte di dolore al cuore.

Perché noi italiani a differenza dei tanti biasimati cantanti del mio amato country, questa passione l’abbiamo persa o forse mai avuta.

Non ricordiamo la nostra storia, non ammiriamo la nostra geografia variegata che dalla montagna scende a picco sul mare.

Non conosciamo gli odori contadini dei nostri piatti, quelli che invece in America vanno coi tanto di moda ( grazie Joe Bastianich).

Non conosciamo addirittura le mille creature magiche che affollano misteriose e lievi i nostri incubi. Non conosciamo la nostra Italia.

E questo non è solo un fatto nazionalistico e patriottico, ma di sentimento. Non sta il sentimento, non alberga nei nostri cuori.

Siamo così impantanati a vivere nel virtuale che ci siamo scordati di guardare fuori alla finestra e emozionarci per un tramonto. E nessuno sente l’esigenza di tornare a casa: take me home è un grido disperato che forse conoscono gli emigrati, che forse cantano le persone costrette a lasciare il bel paese. Per gli altri è solo un coro di lamenti, di indignazione, di schifo per questo paese che è sempre un po’ furbo, un po’ guascone, un po’ scugnizzo e tanto chiuso. È solo un notare i mille difetti nel nostro modo di rimodernare o intorbidire teorie e ideali, persino sistemi politici e economici, quel nostro stare sempre con due piedi in una scarpa, senza mai decidere del tutto, quel nostro tiriamo a campare. Ed è vero che siamo cosi creativi da aver scelto una democrazia mista, né troppo popolare, né troppo autoritaria, un sistema economico non troppo liberista, né troppo statale e uno stato né troppo laico né troppo confessionale.

Un passo avanti e uno trasversale, sempre accorti a non esagerare, sempre attenti a non prendere posizione, se non si è sentito almeno un’autorità esterna.

Siamo un paese strano, creativo ma mai troppo, non sia mai ci facesse male.

Ma siamo un paese che prova a sopravvivere, che ha una sua storia e una sua cultura specifica fatta di mille sfaccettature, di mille sfumature, di mille sentimenti e di leggende.

Siamo un paese di santi e sognatori, troppo sognatori per creare uno stato davvero machiavellico.

Anche se il furbo non ci manca, anche se con il male sappiamo scendere a patti. Siamo un pese che soffre di autolesionismo, sempre pronto a vedere e lodare la bruttura, ma quasi schivo a alzare la testa e elencare con orgoglio la meraviglia. Perché forse, dopo tutti questi anni, siamo ancora sconvolti dalla notizia che beh, siamo anche noi una nazione. E di questi salti nel buio, delle imperfezioni come della magia, dovremmo essere fieri. Perché solo dai punti di partenza inizia il viaggio. E invece siamo quasi titubanti a voler dire all’Europa e al mondo, ehi ci siamo anche noi, con i nostri difetti, con le nostre mille voci, con i nostri colori e con tutti i dialetti del mondo capaci di rendere la nostra lingua viva e ricca.

Siamo pronti a prendere in prestito persino le mitologie di altri paesi, come se noi fossimo terribilmente scarsi di miti, di racconti, di creature misteriche, di tradizioni.

L’Italia è un paese fondato sul magico.

Persino la volontà giolittiana di creare l’italiano medio si fonda sul mito.

Persino Mussolini, l’innominato, cercò di creare l’uomo nuovo partendo da una lontana e favolosa leggenda: quella della lupa, quella dei riti di fondazione dell’antica Roma, tra cui l’omphalos. Importiamo feste anglosassoni, quando anche noi abbiamo i nostri riti per venerare i defunti e persino riti per celebrare la fine dell’estate, Abbiamo il nostro Samahin, i nostri demoni e la nostra modalità per scacciare le tenebre. Abbiamo i nostri dolci dei morti, le grotte in cui si nascondono le fate, che si chiamino Salighe o le janas o la bella m’briana o addirittura la Longana.

E cosa dire di ninfe e fauni?

Abbiamo i nostri draghi, specie quello di Malagrotta, oggi sede di una atroce discarica.

i folletti tra cui il buffardello, il mazzamuarello, il munaciello o il tummà.

Abbiamo le streghe come le corgas, le janare, le majare e le masche, demoni come la mama e su sole, l’orcolat, il krampus, il marabecca.

E che dire dei lupi mannari?

Abbiamo persino la versione montana chiamata l’uomo selvaggio, parente stretto dell’uomo verde presente in molte cattedrali gotiche. E infestano i boschi della val d’Aosta, chiamato der ronker, del Piemonte luz ravas nelle valli valdesi con il nome di luop ravert, fino al leggendario lupo mannio della toscana più precisamente Pontremoli.

Ecco che gli esseri mitologici, effimeri evanescenti, rei di scomparire nei nostri sogni perché nessuno ci credeva più, perché il popolo aveva smesso di raccontare le loro gesta attorno al fuoco, sostituiti dai loro parenti irlandesi o scandinavi, prendono di nuovo vita e sfrecciano veloci infestando, anzi oserei dire arricchendo la nostra stantia quotidianità.

Nel racconto di Malaspina il luna park il confine tra le due dimensioni sfuma, fino a far toccare, compenetrare le dimensioni che avevamo cosi affannosamente separato. Ecco che i nostri amati folletti, minacciosi, dispettosi, ma cosi teneri in fondo, sorridono e iniziano a salutarci con una mano inquietamente artigliata, felici di avere di nuovo corporeità e sfrecciare veloce godendosi le emozioni sfrenate dell’umano. Perché vedete il mondo numinoso ha bisogno di noi e della nostra capacità tutta umana di provare emozioni. E noi abbiamo bisogno di loro, perché una vita senza fantasia è una vita a metà.

E cosi la dolce Leonardi fa rivivere i miti della Roma antica, ma sopratutto ci fa capire che in fondo questi esseri non vanno addomesticati perché rappresentano la nostra parte più intensa, più selvatica e più vera. Vanno amati, coccolati e avvolti nei nostri sogni. Per poter creare assieme un mondo diverso, meno scontato, più misterioso e pericoloso. In fondo i Fauni anche se abbastanza irresponsabili, svegliano la parte meno piacevole di noi è vero, ma quella che ha portato questi meravigliosi autori a creare un libro pieno di magia, di amore per la loro terra e di rispetto per quella capacità dei nostri antenati di sognare. E tramite il sogno dare vita a creature indimenticabili.

Io non posso che ringraziare questi favolosi creatori di sogni e i loro capitano, dal coraggio e dal core puro come quello di un artico cavaliere, capace di difende, davvero anche se soltanto con un libro, la nostra vera autentica essenza.

Io ho viaggiato con voi, nei meandri del mito, tornando ad abbracciare felice il mistero e la mia Italia. E invito ognuno di voi a lasciare per un istante facebook instangram e a provare a viaggiare con il pensiero, attraverso le tortuose ma sfavillanti vie del mito.

Grazie per questi momenti.

Adesso scusate ma ho una danza nei boschi con il mio fauno.

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Recensione a cura di Alessandra Micheli.

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