“Al dio che non conosco” Valeria Cassini, Mezzelane Editore. A cura di Vincenzo De Lillo

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Troppo crudo per essere un fantasy, troppo fantasy per essere solo un crudo racconto, troppo articolato e complesso per essere solo un romanzo introspettivo, ma scritto in modo così originale e coinvolgente da rapire occhi e anima, questo è il romanzo “Al Dio che non conosco” di Valeria Cassini.


La storia di un viaggio, quello che ti troverai a intraprendere insieme alla giovanissima protagonista 
Laura, per mondi paralleli, violenti e terribili, in una sorta di sogno in cui nulla è come sembra e in cui la ragazza dovrà scendere a compromessi con le sue paure, i suoi ricordi e sé stessa, soprattutto.


E tutto per riuscire a sopravvivere in questi nuovi luoghi in cui viene catapultata insieme alla sorellina e ad una donna di sua conoscenza, senza sapere il perché.


Un romanzo che riesce a commuovere, colpire e scandalizzare, affrontando argomenti duri e difficili da trattare come il sesso, la religione, l’omosessualità e la violenza, con quest’ultima regina delle pagine e ahinoi dei nostri giorni.

A bocca aperta, infatti, leggerai di assurde atrocità e terribili storie, più che comuni; con il fiato sospeso ti commuoverai per le sorti dei personaggi, che si ritroveranno nel corso delle pagine a mettere in discussione i propri dogmi e le loro stesse esistenze, e infine, con il cuore pesante e spasmodica attesa seguirai le pagine e la storia in cerca della verità che capirai solo alla fine di questo viaggio chiamato libro.

Ma in fondo cos’è un viaggio, se non un’esperienza, una scoperta, un’avventura o un sogno.

Ebbene, il libro di Valeria è tutto questo.

E va letto, vi assicuro.

“Straniera” di Pamela Schoenewaldt, Ianieri editore. A cura di Sabrina Giorgiani

 

Mai come in questo libro, ho trovato stonata la frase d’obbligo: “Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a persone esistenti o fatti realmente accaduti è puramente causale”. Perché, nonostante la protagonista si chiami Irma, potremmo facilmente sostituire il suo nome con milioni di altri appartenuti e/o appartenenti a uomini, donne e bambini italiani e stranieri che a causa della fame, o di mille altri motivi, hanno dovuto lasciare la loro terra, i loro cari, le loro tradizioni, per cercare “fortuna” fuori dai confini del loro Paese di origine.

Chissà perché poi, ancora oggi, i fenomeni migratori osiamo chiamarli “andare a fare fortuna”.

Non c’è fortuna, ma solo Paesi che non offrono ai propri abitanti quanto è necessario per vivere dignitosamente, per realizzarsi.

Irma Vitale è una giovane donna di origine abruzzese emigrata in America circa un centinaio di anni fa.

Non c’era lavoro nel suo paesino sperso tra le montagne di Abruzzo, c’era la fame però, quella sì ce n’ era tanta.

Non c’era un marito per lei, nessun uomo che potesse prendersene cura. C’era una famiglia però che aveva bisogno di essere aiutata affinché si potesse mettere pane e companatico sul tavolo ogni giorno.

C’era una nonna, malata nel corpo, ma con una mente sana e pulita che le aveva fatto il regalo più grande, le aveva tramandato i valori, le tradizioni, il senso del dovere e sacrificio visto, non come un fardello pesante da portarsi sulle spalle, ma come forza interiore per andare avanti.

Vi è mai capitato di guardare una vecchia fotografia che ritrae piccole comunità contadine?

A me è capitato di recente e mi hanno colpito gli sguardi di chi era povero in soldi ma ricco in fierezza, dignità, orgoglio. Gli stessi valori che ho ritrovano in Irma leggendo la sua storia.

Parte Irma, con una nave attraversa l’oceano e arriva in America. Nel mondo reale chi rimane ha un nuovo peso al cuore, una miscela di dolore che passa dalla sensazione di distacco, alla realizzazione dell’assenza della persona amata. Si lotta contro la mente che propone scenari di pericolo, ma quasi mai si pensa alla sensazione di smarrimento, pur essendo questa, la prima forma di disagio che vive chi emigra.

Nel libro invece, l’autrice si sofferma sul disagio di Irma che, appena sbarcata, non vive un pericolo reale se non quello del disagio di trovarsi circondata da un ambiente sconosciuto, a contatto con persone che non parlano la sua lingua, che hanno un modo di vivere la vita diverso rispetto a quanto lei è abituata. I ricordi la tengono viva, ma sa che prima o poi dovrà lasciarli andare per permettere a se stessa di integrarsi nella nuova realtà.

Il duro lavoro, in primis quello fatto su stessa, e la buona sorte, le permetteranno non solo di sopravvivere ma di emergere. Nonostante questo però, si sentirà sempre straniera nella terra che l’ha accolta.

Il pensiero volerà sempre tra i monti della sua terra, tra i profumi dei campi, tra i volti delle persone con le quali è crescita, ben sapendo che ritornare potrebbe significare, ormai, essere straniera tra la sua gente:

mi avrebbero guardato storto,… le donne avrebbero mostrato diffidenza per “l’Americana”…una straniera di passaggio nelle loro vite”.

Quasi ogni italiano ha un’ “Irma” nel suo albero genealogico. Oggi, per eccesso di povertà d’animo, additiamo sia chi è straniero e arriva, sia chi è italiano e parte.

Una storia intensa, quella raccontata da Pamela Schoenewaldt nel suo libro, perfettamente tradotta nella nostra lingua in modo che neanche la più piccola sfumatura di sentimento e sensazioni sia rimasta tra le righe della penna dell’autrice.