Maggio e il Salone Internazionale del Libro sono alle porte. La DZedizioni è in fermento e si appresta a lanciare golose Novità!!! Eccovene qualcuna!

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Federica Soprani e Vittoria Sorella: Victorian Solstice

Sinossi:
Londra 1890: Babele, Gran Forno, Inferno e Paradiso. Capitale del Mondo Occidentale. Dai fasti di Buckingham Palace al Popolo del Sottosuolo, passando per lo sfavillante mondo della potente borghesia in ascesa. Delitti, intrighi, passioni, amore e morte. Il Crepuscolo di un’epoca, l’agonia del Lungo Ottocento che ha ormai perso la sua innocenza.
Jericho è un medium dei bei salotti. Jonas un investigatore che non crede nel paranormale.
Nella Londra Vittoriana l’Uomo Nero esiste davvero. I Mostri sono reali e hanno fame.
Per sconfiggerli ci vuole coraggio, follia e un pizzico di disperazione.
Dai bordelli per ricchi annoiati ai misteri della Londra sotterranea, dalla casa del vizio più pericolosa del West End, agli orrori di Whitechapel, un viaggio da incubo che parte dai sobborghi più infimi per salire su, fino a sfiorare la Corona D’Inghilterra.
Una detective story vittoriana oscura e sensuale.

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Daisy Franchetto: Jemore La Crus. Il Mezzovivo.

Sinossi:

È il frutto di un’unione formidabile, ma sta morendo.
Jerome La Crus è vivo solo per metà e le forze lo stanno abbandonando.
Braccato da nemici sconosciuti, viene trascinato in una Dimensione parallela governata da una creatura che ha piegato al suo volere il Tempo.
Per vivere,  Jerome deve colmare il vuoto che porta dentro di sé e affrontare l’ostacolo più grande: la paura.
La dovrà incontrare in tutte le sue forme e manifestazioni, sino a scoprire la verità che si cela oltre la sua superficie terrificante.
La paura non si sconfigge una volta sola.
La paura non si sconfigge.

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Giuseppe Milisenda: Micropolis

Sinossi:

Fotone è un Xsmalls, una creaturina che vive nella città di Micropolis, che si trova nascosta in un laboratorio scientifico umano. Da lì, insieme ai suoi amici e ai suoi fratelli, Fotone osserva gli esperimenti quotidiani che portano avanti Franco e Latina, due giovani scienziati che amano il mondo, la natura e il progresso. Purtroppo, però, il laboratorio è gestito dal perfido dottor Daniel, che si allea con una creatura millenaria, potente e minacciosa, Sumuabun, per conquistare il mondo. Toccherà ai piccolissimi Xsmalls aiutare Franco e Latina a contrastare il terribile piano del dottor Daniel. E per farlo ricorreranno alle armi più potenti che esistano: l’amore, l’amicizia e il rispetto per l’ambiente.

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Per il club di Aurora il nostro blog presenta l’articolo: “Il mito del golem golem in Aurora Stella”. A cura di Alessandra Micheli

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Nel 1926 venne dato in pasto al pubblico un horror che aveva l’intenzione di romanzare uno dei misteri più inquietanti della mistica ebraica: il Golem. Gustav Meyrink, un grande autore troppo spesso ignorato, creò un libro pregevole, uno di quelli indimenticabili e unici mai più sorpassato da altri, seppur ottimi romanzi.

E la leggenda piacque tanto che altri se ne sono serviti per raccontare, a modo proprio, il mistero della creazione, mistero che ha affascinato da sempre autori e eretici.

Cosa rende un uomo tale?

La coscienza?

L’ Anima?

La capacità di scegliere?

La vita ricreata oggi in laboratorio ma persino la robotica ha questa ansia di superare, contrapporsi e imitare il demiurgo, colui che ha plasmato noi e le nostre realtà.

Da doctor Jekill a mr Franskstein, per approdare ai moderni androidi in Blade Runner, ogni scrittore ha voluto divenire il creatore non soltanto di mondi, ma di esseri viventi.

E poteva restare immune a questa suggestione un’autrice bizzarra curiosa e creativa, come Aurora Stella?

Ovviamente no.

Ed ecco che la sua mente fertile e a volte contorta da alla luce: Emeth.

In questo testo ha voluto raccontarci la sua visione del golem che prende spunto da Meyrink e al tempo stesso lo sorpassa, personalizzando il mito con elementi derivanti dalla sua passione per la fantascienza e da una certa “rabbia” contro il sistema societario.

Tutti questo senza, tuttavia, tradire l’origine della leggenda, che leggenda forse non è, presente nel meraviglioso libro del Sefer Yetzirh, conosciuto anche come libro della formazione.

Piccola digressione.

Il libro delal formazione non è altro che un piccolo indispensabile testo utile per tutti coloro che vogliono apprendere e comprendere i segreti della lingua ebraica, considerata a tutti gli effetti sacra. Si tratta di:

un concentrato di formule e di corrispondenze il cui scopo, da quanto la tradizione cabalistica ci indica, è quello di svelare il parallelismo dei fenomeni nella natura fisica ed umana, e mostrare, inoltre, come le loro radici siano situate nei mondi della pura coscienza divina. Così facendo il Sefer Yetzirah esemplifica la complessità disorganizzata della realtà, riordinandola in un insieme armonico, semplice e simmetrico. L’intelaiatura principale di quest’insieme è costituita da 32 unità fondamentali chiamate i “Trentadue sentieri della sapienza”. Essi sono gli elementi essenziali che, per la Cabalà, costituiscono la realtà, sia nelle sue espressioni fisiche sia in quelle spirituali. Per comodità espositiva rimandiamo una maggiore esplicazione dei “32 Sentieri” al capitolo che abbiamo dedicato al numero “trentadue”.

Danilo Semprini Uno studio sui confini tra lingua sacra ed arbitrarietà

Per altre informazioni vi rimando a san Wikipedia.

Andiamo a osservare, dunque, le sue innovazioni tradizionali, cosi mi pregio di chiamarle.

Innanzitutto il golem di Aurora è molto ligio all’etimologia del termine Golem.

Infatti, questo deriva probabilmente dalla parola ebraica gelem ossia materia grezza o embrione ed è presente nel salmo 139,16 per indicare quella massa priva di una reale forma, quindi un potenziale che gli ebrei fanno corrispondere all’adamo (adam ossia umanità in ebraico. O più precisamente uomo terroso, o della terra rossa) prima dell’infusione del respiro divino (Anima).

Interessante a questo punto sottolineare che il termine golem in ebraico moderno significa anche Robot.

Abbiamo già parecchio materiale su cui lavorare ragazzi, quindi preparatevi al viaggio.

Abbiamo dunque apparentemente due significati diversi forse contrastanti uno embrione e uno ammasso di materia. Nel primo termine il significato preciso non è certamente quello che ha utilizzato Meyrink nel suo libro: l’embrione infatti significa:

1- Organismo nel primo stadio del suo sviluppo, generalmente compreso tra la formazione dello zigote e l’organogenesi.

2- In embriologia umana, il prodotto del concepimento fino alla fine del terzo mese di vita intrauterina.

E sopratutto in senso figurato:

Primo accenno di un pensiero che attende di esprimersi o di svolgersi compiutamente. In embrione, di quanto appare come lontana ma certa premessa.

Ora, creare un embrione significa porre tutte le ordinate e consequenziali situazioni atte per ottenere un futuro essere umano, o nel caso delle idee avere un qualcosa di potenziale che può essere espresso in un concetto organizzato coerente e scorrevole.

Embrione è in sostanza, l’essenza stessa della futura azione, della futura teoria e del futuro “bambino. Un embrione contiene in se tutte le informazioni adatte per svilupparsi e per rispondere in modo appropriato alle esigenze ambientali, strutturali e societarie.

Il senso opposto è massa informe. In questo caso regno del caos, del disordine, della forma non definita, appena abbozzata ma non conclusa. Non ha in se le stesse potenzialità dell’embrione ma deve essere necessariamente plasmata da mano altrui.

L’argilla per esempio.

O la creta.

Ecco che le due definizioni ci parlano di un altro mistero connesso al Golem: ossia il suo creatore.

Secondo la leggenda biblica due sono i volti di dio che concorrono a formare il futuro uomo: Elohim tradotto come le forza che va oltre (la sostanza) e Jahve colui che è (ossia il regno della forma). Questi due aspetti divini hanno finalità totalmente opposte: uno vuole qualcuno da amare a sua immagine e somiglianza, pertanto secondo la versione più eretica gli permette di mangiare i frutti delle conoscenza.

Eh si vi sconvolgerà ma per alcun il famigerato serpente era una divinità benevola.

L’altro, più oscuro e rigido, voleva solo bearsi della propria arte, creando modelli senza aver l’intenzione di elevarsi grazie al suo respiro divino. Ecco che Aurora ben individua il senso della Verità scritta sulla fronte del golem collegandola con l’intenzione:

Quindi, non avendo il golem reale coscienza o un libero arbitrio, non può commettere peccato, dunque non è soggetto alla morte» risponde sorridendo «Oh ma è terribile! Quindi un Golem che ha avuto un imprinting malvagio non può essere fermato?»

Secondo la tradizione i Golem creati dai sacerdoti che erano seguaci dello jahsveismo, potevano fabbricare un gigante di argilla ubbidiente usato come servo, impiegato per svolgere lavori pesanti e sopratutto, cosi come ci racconta il mito del golem di Praga, per difendere in modo acritico il popolo dai suoi persecutori.

Questo golem essendo un ammasso informe è del tutto privo, per intenzionalità, del respiro di Dio.

Diverso è il caso del golem come Embrione.

Ed è a quest’ultima, innovativa e sicuramente eretica visione, che Aurora si rivolge, sicuramente scandalizzando tutti gli studiosi della Cabala.

Il golem embrione è diverso dall’altro perché è potenzialità, perché nato dalle abili mani di qualche divinità che non teme la concorrenza.

Gli lascia ogni possibilità in attesa che l’essere sviluppi seguendo il libero arbitrio ogni sua attitudine compiendo delle scelte.

Emeth non nasce dalla terra con proposito di vendicarsi; ma nasce da una sofferenza che non lascia indifferente una Dea dimenticata, molto simile agli Elohim, una forza feconda che è stata dimenticata in favore di un demiurgo che Aurora chiama il divoratore.

Emeth diviene cosi non argilla ma puro respiro e dolore impastato con una terra diversa dall’argilla: la mota.

Sapete cos’è la mota vero?

E’ terra mischiata ad acquea. Ed è il termine toscano femminile per indicare il fango. E il fango è il simbolo primario per indicare una divinità chiamata Dea madre, fertile salvifica e compassionevole, molto distante da Jahvè e come ho già accennato più vicina a Elohim.

Non c’è argilla, solo mota.

Non terra plasmata a creare il Golem, ma fango e sangue e le radici dei miei alberi a modellarti come fossero esperte mani umane… Ed è con l’ultimo tuo respiro che sigliamo un mutuo accordo.

E’ la Dea a creare il suo golem, invitandolo a proteggerla e a difenderla da un ombra che della sua fertilità, della sua creatività simboleggiata dai bambini si nutre. Emeth la Verità difende la vera creazione inglobata da istinti bassi considerati leciti in un mondo che scorre ignaro e educato a ignorare gli invisibili. La violenza non è solo reale, ma è emotiva: un mondo che mangia le energie pure per creare una gabbia da cui le scintille divine restano invischiate.

In fondo Emeth è differente dagli altri Golem, paragonati agli ilici (terreni) schiavi dei loro pensieri considerati divinità e preda di istinti bassi come vendetta e violenza, e più vicina agli psichici, ossia capaci di dominare le passioni e capaci di scegliere.

Un libro gnostico dunque?

Forse.

Del resto denunciare questo mondo che perde se stesso non stonerebbe sulla bocca dei nostri amati catari, urlanti contro la perversa trasgressione del dio originario ridotto a assetato despota.

Ecco che Emeth invece, a differenza dei Golem la sua anima in embrione ce l’ha. Può svilupparla difendendo la Sohpia che tenta di redimersi, o accettare la tentazione del distruttore che si nutre di sangue e violenza.

Bellissimo e poetico è questo passo:

Sono qui, nel deserto, proprio di fronte a te, coperta dei miei migliori abiti; ho intrecciato fiori nei capelli, ho colorato le labbra, profumato la pelle, ma tu non mi vedi. Bramo le tue parole come un animale assetato anela all’acqua. Ecco ho aperto il mio cuore affinché tu deponga al suo interno le parole d’amore che un tempo mi declamavi. Io le custodirò di nuovo e per te verserò latte e miele.

Danzavamo insieme un tempo. Un passo che era soltanto il nostro. Scuotevi i tuoi biondi capelli e seminavi spighe. Tu seminavi, io custodivo. Dov’è il cielo azzurro dei tuoi occhi?

Nubi plumbee li avvolgono. Il grigio ha preso il posto del ceruleo, la tempesta regna dove il verde della vita faceva capolino.

Chi ha osato dividere l’indivisibile? Tu usurpatrice indegna?

Ricordi, mio sposo, il tempo in cui volteggiavamo nell’infinito?

Quando danzando plasmavamo la vita, quando la giustizia altro non era che misericordia.

Adesso canto sola la nostra canzone qui davanti a te e non mi scorgi. Io ti vedo mentre tu vedi solo ciò che vuoi vedere. Perso è il tuo sguardo divenuto cenere fredda di un fuoco che più non arde.

Chi ti ha strappato dalle mie braccia?

Questo è il canto della sposa perduta, della Dea privata del suo sposo che tenta di riportare la creazione ai suoi antichi splendori. 

e speriamo che questo lamento venga, finalmente, ascoltato. per il bene di noi tutti. 

“Fingo” di Cristiana Rumori, Bre edizioni. A cura di Maria Sabina Coluccia

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Una maschera per sentirsi veri.

Fingere per entrare nella verità di chi si è, di ciò che si desidera, di ciò che si teme. Fingo, di Cristiana Rumori, ed. Bre, è un viaggio avventuroso, alla scoperta della natura umana.

Nascondere o svelarsi per come siamo.

Recitare o essere sinceri: con la propria natura, con la propria età, con l’immagine di sé che riflettiamo nel mondo.

Tutto questo è Fingo.

Un testo scorrevole, ben scritto, piacevole come una cioccolata calda con panna, dove cioccolata e panna esprimono il piacere, l’essenza femminile, la bellezza che si trattiene forte forte tra le dita del Tempo.

Così Lola Galliano, la protagonista del romanzo, giornalista cinematografica, si sposta tra finzione e realtà.

E il lettore può solo seguirla.

Lola inizia la sua avventura in una clinica di chirurgia estetica per star del cinema, stringendo tra le dita il Tempo che passa. Finge di essere per sempre giovane, fino a che lascia la presa di colpo e si ritrova su un aereo che la farà atterrare in una specie di terra di mezzo, fatta di attori, cinema, provini, produttori, amiche influenti e amiche confidenti. New York, dove tutto è possibile, dove i sogni si avverano.

Amore, sesso, recitazione, verità.

Lola è abituata a mescolare le carte della vita. Lola sogna, Lola desidera un amore da grande schermo.

Riuscirà nell’impresa di portare la finzione nella sua realtà?

E fino a che punto starà al gioco?

Il romanzo si gioca come una partita a tennis, da una parte lei e dall’altra la storia di Sebastian, attore, coprotagonista dai sogni di cristallo. Fingere, fingere, e ancora fingere per scoprire alla fine che la verità era sempre stata lì, aveva solo bisogno di essere recitata, mascherata, abbellita, vissuta come su un set. Quello di Lola è un viaggio per molti versi iniziatico, un’esplorazione interiore indispensabile al raggiungimento della maturità. Il lettore potrà rispecchiarsi nelle luci e nelle ombre che emergono dal romanzo, luci e ombre che fanno parte della vita.

Aspro in certi passaggi, diretto, realista ai massimi livelli, nel linguaggio crudo e immediato, nella capacità descrittiva di situazioni, emozioni, pensieri, il romanzo della Rumori si tinge altrove di sogno e romanticismo, si stacca lieve dalla cruda realtà, per poi ripiombare in essa magari poche pagine dopo.

Mai volgare, l’autrice dimostra di saper dominare la penna e il pensiero.

Un libro profondo, nella sua apparente leggerezza, un romanzo che lascia il segno.

Un testo che induce alla meditazione e parla a ognuno di noi.

Indossare maschere conduce a conoscere l’essenza reale e profonda dell’Io.

Fingo per conoscere me stessa, potrebbe essere il sottotitolo di quest’opera. Una lettura consigliata, per sollevare veli e trovare risposte.