“Omicidio sul lago di fuoco” di Mikel J. Wilson, Dunwich editore. A cura di Alessandra Micheli

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Per fortuna il thriller è un genere che sta tornando alla ribalta.

Per fortuna per me intendo.

Nuovi modi di uccidere, nuove idee macabre per raccontare la violenza, quella che noi pazzi vogliamo esorcizzare tramite un testo.

Perché lo ripeto, ognuno di noi viaggia su un filo sottile, sospeso sull’abisso.

E basta davvero poco per cadere di sotto e far male e farsi male.

Quello che però mi mancava era l’omicidio semplice, pulito ma non per questo meno macabro,alla Aghata Christie.

Nei suoi gialli, e nei gialli dei grandi classici, si trovavano omicidi apparentemente banali ma inquietanti, simboli di una quotidianità che la vendetta, l’odio, la passione, la paura di perdere il proprio benessere, stravolgevano definitivamente.

Veleni, accidentali cadute dalle scale, … raramente uno stiletto o una pistola.

Molto spesso era uno strangolamento o un incidente con una stufa manomessa a decretare la punizione terrena.( in questo caso il migliore di tutti era Chesterton con padre Brown).

Insomma, questa vecchia signora, vintage, sorseggiatrice folle di tè al gelsomino, sentiva un po’ la mancanza di arsenico e vecchi merletti.

Però, al tempo stesso, era assuefatta alle sottili introspezioni psicologiche dei personaggi, veri e propri profiler, assurdamente perfette dei thriller contemporanei. In questi, infatti, l’indagine verteva sopratutto sul movente e sulle implicazioni psicologiche profonde, che illuminavano i lati più oscuri della mente. Era questa attenzione all’impulso junghiano ad avere il suo primo piano sulla scena, protagonista vanesio e indispensabile, che adombrava gli altri elementi, vissuti come mere comparse, intenzionate soltanto a omaggiare l’ombra.

Spesso erano le componenti inconsce a costruire il vero senso del libro. La trama non era altro, in fondo, lo sopratutto su cui le altre note dovevano risuonare nell’anima.

Quindi cosa fare?

Tornare a rileggere i miei amati gialli?

Le mie adorate detective stories?

O semplicemente accettare che il tempo passa e non torna più?

Mentre mi dibattevo su questo dilemma, mi è venuta incontro la Dunwich, la mia “spacciatrice” di orrore quotidiano, proponendomi un titolo accattivante dalla suadente e musicale promessa: omicidio sul lago di fuoco.

E come posso io, restare inerme e silente di fronte a queste lusinghe?

Infatti non ci sono riuscita e mi sono immersa nella lettura.

Primo dato di rilievo, non è la solita trita americanata.

Intendo con questo termine il batter cassa sul dato scenografico a ogni costo, immortalando le prodezze in scene al limite del credibile.

Badate bene.

Io adoro quelle azioni rocambolesche.

Però quell’acme fatto di adrenalina e di emozioni tirate fino al parossismo, fanno perdere al tema centrale, l’investigazione e lo scoprire i lati bui della società, delle persone e di noi stessi, di mordente.

E per carità adoro i delitti artistici, laddove le più turpi fantasie divengono realtà.

Ma mi manca la semplicità e la bellezza dell’indizio, perché per creare tensione esso deve essere sacrificato in un rito antico al dio Visibilità.

E come sapete la accessibilità, l’immediatezza, la cacofonia del elemento scenico, l’eccesso, il kitsch, dopo un po’ mi procura noia.

Anzi rende l’omicidio anche cruento, un’abitudine.

Tipo si vabbè lo ha sgozzato che noia.

Altro che rabbrividire.

Io direi che provoca intorpidimento della mente.

E questo sicuramente non mi fa bene.

Ecco perché l’idea dell’autore ( dio benedica la Dunwich) restituisce una classe, non meno angosciosa, all’atto criminale, senza però esaltarlo.

Anzi quella volontà investigativa di contrappasso ci fa comprendere come sia di primaria importanza non raccontare l’arte incompresa, per dirla alla De Quincey, del pazzo di turno, ma l’impellente necessità che esso venga scoperto e fermato.

L’importanza di porre ordine nel caos, perché l’atto criminale, quello descritto perfettamente dalla Rowling come narcisismo estremo per poter essere immortali come un dio, è in fondo solo una macchia in un armonico quadro.

Ma soprattutto, l’indagine deve per forza contemplare la parte psicologica dell’assassino.

E quindi ecco che, per dirla in modo folcloristico, ho preso due piccioni con una fava: antico e moderno si fondono in un libro dalla bellezza abbagliante….come un fuoco.

E altro elemento importante.

Wilson ti sconvolge senza splatter.

Ti sconvolge ogni certezza, distrugge ogni percorso lineare, creando brusche inversioni, e capovolgimenti estremi…rendendo questo testo un degno e riverito erede della mia adorata Agata.

Ecco che il finale vi stupirà e soprattutto vi farà comprendere che la vita non è un rigoroso percorso di causa e effetto, ma è spesso accompagnato da imprevedibili e appassionanti deviazioni. Ed è in quelle deviazioni che si trovano i veri significati: è nel dato che stona che si possono davvero capire gli abissi oscuri in cui si precipita quando la barriera tra vorrei e posso cade.

Inesorabile.

Cosa dirvi di più?

Entrate nel lago di fuoco, affrontate i mille misteri, svelate gli enigmi e osservate i draghi negli occhi: vi appariranno di cartone.

Mentre le innocue blatte, schifate se non considerate inutili, fastidiosi esserini che brulicano invadendo un mondo votato alla realizzazione del se, diverranno scorpioni dalle code acuminate.

E velenose.

E sapranno colpire senza essere mai scoperti.

A volte l’essere più anonimo, la vittima predestinata, il nerd forse nasconde un ombra cosi nera da far impallidire la notte.

Buona lettura.

E attenti a pattinare.

Le favolose isole dell’amore di Alfredo Betocchi

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Dovunque l’uomo ha visto estendersi la sua conoscenza per appropriarsi di un territorio, sono state issate delle bandiere.

Oggi sono molto pochi i luoghi dove non è stato ancora issato un vessillo.

L’Africa, l’Asia e l’Oceania hanno ormai le loro Nazioni che coprono il 99 % delle grandi aree della Terra. Eppure c’erano, fino a pochi anni fa, isole inesplorate e non reclamate perché prive di qualsiasi interesse economico e politico.

Esistono, inoltre, degli idealisti che credono di trovare la felicità vivendo su isole deserte, liberamente, senza stato e senza leggi. Essi sono inesorabilmente attratti da ogni scoperta di terre sconosciute e disabitate.

Una piccola area che ha ricevuto recentemente serie attenzioni, si trova nel Mare della Cina Meridionale, zona per lungo tempo trascurata, e consistente in due gruppi di isole con una superficie di 700 Km. Quadrati.

La isole più settentrionali sono dette dai cinesi Nan sha e dagli inglesi Spratley, le seconde poste più a sud, isole Paracel.

Entrambe furono semplicemente sconosciute al mondo occidentale e disabitate per migliaia d’anni, a causa delle basse scogliere corallifere e gli insufficienti appoggi per l’approdo.

Poche persone, fino ad oggi, le hanno visitato. Neppure durante la lunga guerra del Vietnam, a nessuno venne in mente di stabilire una testa di ponte sulle isole che pure sono in posizione molto strategica.

Queste si trovano esattamente al centro del mar Cinese meridionale fra il Vietnam, la Cina e le Filippine. Adesso la possibilità di positive prospezioni petrolifere ha creato gravi problemi politici e militari.

Le Filippine, a esempio, hanno inviato marines con lo scopo di occupare un’isola nel marzo 1978. Altre potenze hanno rivendicato la sovranità sui due gruppi di isole, come il Giappone, la Francia, il Portogallo, la Spagna, il Regno Unito, la Repubblica del Vietnam del Sud (oggi scomparsa) e il Nord Vietnam (oggi Rep.Socialista del Vietrnam) e, naturalmente, la potente Repubblica Popolare Cinese che ultimamente ha occupato militarmente entrambi i gruppo di isole.

Anche un certo numero di individualità private hanno accampato diritti territoriali sulle isole, rinominandole Freedomland (isole della Libertà), Regno dell’Umanità o Repubblica di Moroc-Songhrati-Meads. Ed è di questi ultimi originali soggetti statali sui quali mi voglio soffermare.

Un milionario filippino, tale Thomas Cloma, rivendicò il 15 maggio 1956, un certo numero di scogli e di isolette intorno alle Is. Spratley e le volle chiamare Libero Territorio di Freedomland, disegnando pure una bandiera nazionale. La bandiera rossa bordata di blu marino conteneva un bianco uccello marino.

I cinesi occuparono allora l’isolotto di Itu Aba issando la rossa bandiera di Mao.

Il 7 luglio 1956, lo stesso Cloma provocò perciò un incidente internazionale, presentandosi all’Ambasciata della Cina Popolare a Manila, sventolando la bandiera cinese ammainata proprio a Itu Aba. Un mese dopo i vietnamiti, per ritorsione anticinese sbarcarono sull’isola, ammainarono la bandiera di Cloma, occupando le isole.

Nell’agosto 1974, i francesi arrestarono un imbroglione che si spacciava come Granduca del Principato di Feedomland che spillava soldi ai gonzi, promettendo improbabili arricchimenti e fantasiose contee. Non è chiaro se questo Principato sia da intendersi l’effimero staterello di Cloma. Esso venne descritto come consistente di 74 isole, 2000 miglia al largo del Borneo.

Nel 1978 la rivendicazione delle isole coinvolse anche la famiglia britannica Meads. Un loro antenato, il capitano James George Meads aveva esplorato, tra il 1863 e il 1879, il mare della Cina Meridionale sul suo vascello “The Modest”.

Il capitano rivendicò il possesso delle Is. Spratley e delle Paracels. Dopo qualche tempo, trasferì la proprietà a un suo parente di nome Franklin.

Costui, più intraprendente, organizzò un Governo per il “Regno dell’Umanità”, come volle ribattezzare le isole nell’aprile del 1914. Si proclamò Capo dello Stato e cambiò il nome anche al mare, ribattezzandolo Mare dell’Umanità, per scoraggiare ogni rivendicazione cinese sulle isole.

Naturalmente si inventò anche una curiosissima bandiera, con una misteriosa spirale colorata. Occupate dai giapponesi, le isole tornarono disabitate dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ma i Meads, mai domi, passarono il titolo di Capo di Stato, di parente in parente.

Si racconta che uno di loro, Morton, sia veramente vissuto sulle isole, allevando polli, paperi e catturando uccelli che inviava ai ristoranti di Saigon (oggi Ho Chi Min City in Vietnam) e Manila (Filippine).

Nel 1946 il Sultano Songhrati, che governava un territorio nelle Indie Orientali Olandesi (oggi Indonesia), vendette alla sorella del Presidente delle Filippine i suoi diritti sulle isole. Questa donna, a sua volta, le cedette dietro pagamento a Morton Meads. Egli potè così stabilire un effettivo Regno, riconosciuto però solamente dalle Filippine.

Nel settembre 1959, nacque nelle isole una Repubblica rivale, chiamata Moroc-Songhrati-Meads, creata da avversari di Meads. La disputa finì nel settembre 1963 quando il Regno e la Repubblica rivale si fusero. In pratica, il Regno/Repubblica di Moroc-Songhrati-Meads è esistito fino alla fine degli anni settanta. Esso venne finanziato grazie ai milioni profusi dalla famiglia Meads, dal Sultano indonesiano e dal bilancio stesso dello “Stato”, in attivo grazie ai visionari hippy che si recavano nelle isole, illusi che si trattassero di “Isole dell’Amore (libero)”.

Un paio di volte lo “Stato” si presentò, alla fine degli anni ’70, con un padiglione di prodotti etnici, alla famosa “Fiera del Levante” che si tiene a Bari ogni anno.

Negli anni ottanta, con l’espansione imperialista della Cina, i due gruppi di isole furono occupati militarmente e i pochi abitanti espulsi.

Poco tempo dopo, vennero trovati vasti giacimenti petroliferi e questo fatto mise la parola fine agli Stati da operetta e agli illusi del pacifismo mondiale.

Oggi le Isole Spratly (tornate Nan-sha) sono saldamente in mano alla Marina Militare Cinese, anche se il Vietnam le rivendica come sue.

Le isole più meridionali delle Paracels, anch’esse occupate dalla Cina, sono invece rivendicate dal Vietnam, dalle Filippine, da Taiwan e dalla Malaysia, essendo a pari distanza da tutti questi Paesi i quali però si guardano bene dal provocare il potente vicino.

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