Save the date Sabato 4 maggio, ore 10.30 Teatro Belli – Piazza di Sant’Apollonia 11 – Roma

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Sabato 4 maggio presso la sede del Teatro Belli a Roma avrà luogo la presentazione del nuovo libro di Giuseppe Lorin sulla poetessa del XVI secolo, Isabella Morra. Dopo il successo di “Transtiberim. Trastevere, il mondo dell’oltretomba” Giuseppe Lorin torna in libreria da aprile con “Dossier Isabella Morra” edito da Bibliotheka Edizioni, il ritratto di una delle penne poetiche più intense del XVI secolo.

Gli scritti di Isabella Morra, riflettono il valore mediatico della Poesia stessa, che entra a far parte della linfa appartenente ad una natura troppo ricca, tanto da essere predestinata a causa del suo eccesso intatto e virginale, allo stupro e al saccheggio della sua essenza. Isabella confida che i posteri non la ricordino soltanto come fanciulla uccisa, pregandoli invece di non dimenticare i suoi lavori, le sue poesie scritte nella sofferenza di adolescente privata del padre, unico punto di riferimento in una terra amara. È nel primo sonetto, più che in altri, che si avverte la necessità di essere ricordata come poetessa, poiché, come sostiene, è la Poesia a mantenere in vita il poeta stesso. E, come sempre sostengo, si tratta di un riscatto di notorietà in forza della scrittura, ovvero della poesia, unico “ponte” tra il poeta e il lettore.

Hanno contribuito per questo saggio storico di Giuseppe Lorin con loro poesie originali dedicate ad Isabella Morra: Dacia Maraini, Dante Maffia, Michela Zanarella, Corrado Calabrò, Marcella Continanza, Vittorio Pavoncello, Antonella Radogna.

 

Interverranno: Corrado Calabrò, giurista, scrittore, poeta Antonetta Carrabs, autrice di poesie, narrativa, teatro Dante Maffia, poeta, romanziere, saggista Sarà presente l’autore Giuseppe Lorin

Saranno presenti: Vittorio Pavoncello, regista, autore, artista Michela Zanarella, autrice di poesia, narrativa, teatro

 

L’autore.

Giuseppe Lorin è attore, poeta, regista, critico letterario, conduttore e giornalista, ha studiato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”. Ha pubblicato: Manuale di dizione; Da Monteverde al mare; Tra le argille del tempo; Roma, i segreti degli antichi luoghi; Roma la verità violata; Transtiberim, Trastevere il mondo dell’oltretomba. Dall’11 aprile in libreria Il ritratto vero, appassionato, commovente e lancinante di una delle penne poetiche più intense del XVI secolo.

 

 

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“Times infinity” di Francesca Pace, Bakemon Lab. A cura di Alessandra Micheli

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Chi mi conosce sa che quasi mai racconto l’autore.

Certo esso fa capolinea tra le pagine che scrivo, perché sicuramente molto di lui lascia dentro le parole, le frasi e i ricami chiamati descrizioni. E sapete bene che raramente esce Ale in una recensione.

Cerco di essere anaffettiva e semplicemente raccontare il mio viaggio di lettura. E spesso sono tacciata di non essere empatica, quasi asettica, scrivendo trattati di sociologia.

A parte che per me la sociologia è la fonte primaria di ogni pensiero, visto si interroga e interroga la società in cui viviamo. E tutti dovreste essere sociologi.

Ma questa è un altra storia.

Ci sono però racconti diversi, cosi impregnati di anima che è difficile che non provochino sensazioni.

Sono stronza, ma sono umana.

Times infinity ha molte qualità.

Descrizioni, raffinatezza della trama, capacità di emozionare tramite le figure narrative. Ottima padronanza dell’arte della letteratura ma…

A me di questi dettagli non frega un cazzo.

Non sono un editor, né un esperto critico letterario. Recensisco perché è l’unico mio sfogo creativo, che quella mia mente razionale non può controllare.

E su Times io ho pianto.

Non per la forma, seppur pregiata.

Ma perché Francesca stessa mi raccontava un po’ di se stessa, donandomi un pezzo di anima.

E questo avere il suo cuore tra le mani colpisce.

E colpisce una vecchia acida signora.

Mi sono domandata tante volte se dovevo svelarvi la ragazza dietro il sorriso, la donna dietro il cipiglio da virago, la dolcezza dietro una indiscussa forza.

Mi sono chiesta se donarvi la delicata sensibilità di Franci fosse lecito, e non fosse uni invasione del suo io.

E dare in pasto agli sciacalli quest’essenza non mi va molto a genio.

Ma so che voi siete cosi ottusi che non leggerete la mia recensione, che quel libro lo gusterete come ottimo racconto, che i dileggiatori saranno cosi impegnati a sparare sentenze, che l’anima di questa meraviglia sarà salva.

Per i pochi, eletti che invece mi leggeranno, sarà una scoperta simile alla mia, di quelle che ti lasciano senza fiato, come se un sorso di eternità fosse scorso nel sangue.

Perché Francesca non parla solo di amicizia.

Parla di qualcosa di tanto importante, quasi banale da essere dimenticato: il valore della vita.

Si lo so, tanti libri ci provano.

Ma non con quella forza distruttiva, non con quella veemenza che urla a ogni lettore: ATTENTO CHE LA VITA NON TORNA MAI INDIETRO. Ci sono sentimenti che nascono dalle lacrime di dio per renderci conto di quanto noi siamo esseri speciali.

Amore per esempio, capace di coniugare in uno splendido affresco spine e rose, indissolubili, inestricabili.

E l’amicizia.

Ma no ragazzi.

Non vi parlo del solito amico del cuore, il custode momentaneo dei nostri sogni, o compagno di un tratto di strada.

Persone importanti, ma alla fine restiamo sempre noi.

E mi capita di avere amici cosi.

Belli, divertenti, intensi, ma alla fine io resto sempre Alessandra, capace di staccarmi in ogni momento.

Qua Francesca ci parla di un senso dell’amicizia scomparso che risuona nelle antiche leggende celtiche: anam cara.

Sapete cosa significa?

Anima amica.

Diversi eppure vicini, inconciliabili eppure necessari.

Parti splendenti di un unico meraviglioso mosaico.

L’anam cara non è solo un compagno di viaggio, è il riflesso del tuo io più profondo che si risveglia negli occhi.

E’ il sole che illumina le zone buie.

E’ il canto speciale che racconta la tua vera essenza, quella dietro tante parole, tanti personaggi, tante maschere.

E’ il simbolo del tuo eterno cercare, è la parola d’ordine che crea il tuo centro.

E’ la roccia e al tempo stesso quel vento che fece volare Icaro sfidando il sole.

E al tempo stesso è l’unguento che quelle ferite cura, guarisce e cicatrizza.

Petra e Chiara sono due parti di uno stesso essere.

Amore che sfida tempo e leggi fisiche.

Amore che è capace persino di gabbare la morte.

Perché in un ricordo, che si fa eterno, in un sospiro, in una lacrima, l’altro rivivrà sempre. E’ la persona che ricorda a Petra il valore di ogni attimo, perduto a rincorrere le leggi di una società che è demone e carnefice.

Lei è la salvezza e la salvezza è nell’abbraccio.

La morte qua non ha posto.

Ha posto l’eternità, ha posto la capacità di lasciare che quell’universo cosi strutturato, cosi convenzionale, cosi rigido, perda il potere su di noi, per abbracciare un mondo fatto di incanti, di piccoli fiocchi di neve che si adagiano tra i capelli.

Un mondo che non ha paura del dolore e lo abbraccia.

E’ un mondo che fa dell’etica e del vero amore il suo Re.

Non Mammona, non il successo, non il dominio né la fama a ogni costo.

E’ il mondo di Francesca.

Quella che osserva ridendo e scuotendo la testa divertita io con l’altra pazza che gli scompigliamo lo stand ogni fiera.

Quella che sa ridere di se e sa affermare con decisione e eleganza le proprie idee.

Quella coerente, fin troppo, tanto da risultare agli incoerenti e ai vigliacchi insopportabile.

E’ la donna che vuole creare armonia che se ne frega persino delle logiche del mercato, qualora superino le logiche del rispetto e dell’umanità.

E’ la donna che in questo libro grida che l’uomo è più importante del sabato, di ogni stupida regola.

E’ lei che ti ricorda come sia più importante un sorriso persino della carriera.

Che un libro vale più di un bilancio in pari.

Io non conosco davvero Francesca.

Non ho l’onore di essere una sua anam cara.

Ma credetemi da oggi sarò grata di ogni sua attenzione, perché so che proviene dal cuore, cosi come dal cuore proviene questo prezioso, incanto di libro.

E’ una donna che oggi si è rivelata a me.

Distruggendo ogni mia corazza.

E che io non posso recensire.

Mi spiace ragazzi. Times infinity non va raccontato.

Va solo gustato come si gusta un tè fresco nella dolcezza della calura estiva.

 

“Storie incompiute” di Emanuele Martinuzzi, porto seguro editore. A cura di Irene Ceneri. Introduzione a cura di Alessandra Micheli

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La luna inciampa nei miei sogni

per ergersi volto nella notte.

Ogni testo è e deve rappresentare una forma di comunicazione.

Ma attenzione è comunicazione diversa da quella parlata perché l’attenzione deve ricadere non tanto sulla perfetta comprensione del codice che è il fulcro del messaggio, ma sul rumore, ossia su tutto ciò che è ridondante rispetto all’intenzione. E nella poesia alta forma di letteratura che in un certo senso si ribella all’ordine corretto e coerente del romanzo, la ridondanza e il rumore ossia tutto quello che parla delle radici non logiche di azioni, sentimenti e pensieri, diviene l’elemento principe e unico protagonista di questa forma di dialogo. Ed è un dialogo interiore che si reinventa ogni volta, senza quella fine che in ogni narrativa è doverosa.

Un romanzo ha un incipit e una conclusione.

Nella poesia invece, il concetto è aperto, e accoglie come un mare tutti i fiumi che in esso si riversano. La poesia è incompiuta proprio perché libera dai rigidi schemi mentali ogni frase, elogiando soltanto il ritmo e la sensazione che l’andatura porta con se.

Ecco perché Martinuzzi ascolta talmente tanto bene se stesso da rendersi conto che ogni nostra creazione dell’anima è incompiuta perché ogni volta , a ogni frase si ricrea, seguendo un percorso affatto lineare ma oserei dire circolare: tutto torna all’inizio e tutto al tempo stesso si manifesta in modo diverso.

Ascoltiamo dalla voce sognante della nostra Irene le fascinazioni che tale componimento ha scatenato in lei, sapendo che la rasion d’etre dell’ars poetica è proprio nelle immagini che essa suscita in noi.

Buona lettura!

Alessandra Micheli

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Sicuramente non sono le classiche poesie che ci si aspetta di leggere. In poche righe l’autore cerca di racchiudere concetti di una certa importanza.

Ogni lettore credo abbia la possibilità di interpretarle a proprio modo, seguendo i propri pensieri.

Il titolo della raccolta esprime quanto di più reale emerge dalla lettura dei componimenti poetici.

Storie incompiute.

Storie che attendono un pensiero per essere del tutto sensate.

I perché senza pace sgranchiti nelle ultime ore del giorno diventano sogni”

Un esempio lampante di ciò che ho appena detto.

A chi di noi non capita una simile situazione?

Essere avvolti dai perché senza risposta, che verso il crepuscolo del giorno si fanno sentire più forti, più indelicati, più dolorosi.

Addormentarsi per sognare poi ciò a cui stavamo pensando.

Questo genere non piacerà a tutti, ne sono consapevole, così come credo lo sia anche l’autore stesso EMANUELE MARTINUZZI.

Ma nessun autore potrà mai piacere a tutti i lettori.

Sento di dovervi lanciare una sfida, quella di sfogliare le pagine di questo libro e lasciarsi librare non tra ciò che è scritto, ma tra ciò che si legge tra le righe del foglio, grazie all’anelito di follia che sono le STORIE INCOMPIUTE di tutti noi. 

Un’estasi in comune questo mio solitario cuore,

frammentato in aurore e remoto al mondo