Libri e luoghi comuni. A cura di Irene Ceneri.

 

SI LEGGE UN SOLO LIBRO PER VOLTA”

SE TI PIACCIONO I ROMANZI ROSA, NON TI PUÒ PIACERE IL FANTASY”

MA TU LEGGI? MA CHE PALLE, LEGGERE È NOIOSO, DA ANZIANI”

QUESTO LIBRO È TROPPO GROSSO! NON LO LEGGERÓ MAI”

AH NO, QUESTO LIBRO È TROPPO CORTO, SICURAMENTE NON È SCRITTO BENE”

[…]

 

Quante volte durante questi 29 anni di vita mi sono sentita dire frasi come quelle che avete appena letto. E quante volte mi sono messa a guardare le persone che le riferivano con così tanto dispiacere per i loro sciocchi pensieri. 

Oggi il mondo prosegue in avanti, mentre attorno molti parlano e pensano per luoghi comuni. L’umanità ha creato barriere infinite, alcune delle quali ormai impossibili da superare.

Lei è troppo più giovane di lui, non è possibile che si amino davvero” eh si! Perché l’amore è refrattario al tempo, se ti innamori di qualcuno più vecchio parte un processo autodistruttivo che ti smaterializzerà nel giro di pochi minuti.

Ormai sono troppo vecchio, è impossibile realizzare il mio sogno” ma chi te lo dice? Provaci! Che ti costa?

Ah no, è impossibile provare amore per più persone” certo e allora secondo la stessa logica, non si può voler bene a più di un amico… l’amicizia è amore… si può eccome! Solo che si fanno delle scelte. 

Chiuso in una società bigotta, c’è un mondo di valori, libertà e pensieri che troppi celano. Ma sappiamo tutti che le cose non sono come ci viene insegnato debbano essere.

SI LEGGE UN SOLO LIBRO PER VOLTA… ma da quando? Ma chi lo dice? Mi arrestano se ne leggo di più contemporaneamente? Probabilmente sarò condannata all’ergastolo perché io ne leggo assieme anche tre. Mi alzo al mattino, ed in base a come mi sento, vedo cosa ho voglia di continuare a leggere. Il nostro animo non è sempre uguale, se quest’oggi mi alzo dal letto e sono giù di morale, probabilmente vorrò cullarmi con una storia d’amore. Se sono felice, forse vorrò leggermi un urban fantasy… è così via. Non è assolutamente vero che poi “NON CI CAPISCI NIENTE A LEGGERNE DI PIÙ ASSIEME” perché io seguo perfettamente ogni cosa che leggo, e so benissimo quando lo leggo, e dove sono arrivata. 

SE TI PIACCIONO I ROMANZI ROSA NON TI PUÒ PIACERE IL FANTASY… certo, un concetto reale al cento per cento, infatti se mi piace il viola non mi può piacere il verde. Se mi piace la pizza, non mi può piacere la carne. Se mi piace un moro con la pelle d’ebano, non potrà mai piacermi un biondo. Ovvio, no?

TU LEGGI? MA È DA ANZIANI… si hai ragione, ho 150 anni ma non li dimostro, bello eh! MA È NOIOSO… si, forse leggere i libri che ti obbligano a leggere a scuola è noioso. Ma se scegli ciò che vuoi leggere, allora vivrai mille vite diverse. Tutte con la solita intensità. Sarai un pirata, un principe, un ladro, un assassino, una vittima, un carnefice, una regina, un vampiro, una strega… sarai tutto ciò che hai sognato essere… viaggerai sino alle città più lontane che forse dal vero non avrai mai la possibilità di vedere. E le amerai. “Se questa è noia e mi sarà provato… io non ho mai letto e nessuno ha mai amato”

QUESTO LBRO È TROPPO GROSSO NON LO LEGGERÒ MAI… ci sono libri di poche pagine che scorrono lenti è noiosi e sembrano lunghi, infiniti, divengono incubi… e ci sono libri di duemila pagine che leggi in due giorni per la bellezza con la quale l’autore porta avanti la loro storia. Non fatevi impressionare dalle pagine. Non contano niente 

QUESTO E TROPPO CORTO, NON SARÀ SCRITTO BENE… uno dei libri più belli della storia della letteratura, si intitola NOVECENTO di Alessandro Baricco. Ha 62 pagine. Corto eh… eppure ne hanno tratto un film altrettanto meraviglioso come LA LEGGENDA DEL PIANISTA SULL’OCEANO. E quante emozioni si rincorrono leggendo questa storia.

 

Non sono il numero di pagine, la tipologia di carta, l’impaginazione, o i luoghi comuni che fanno della lettura una buona o cattiva cosa, e neppure ne fanno un bel libro o un libro orrendo. Perché per citare una frase del nuovo romanzo BOSCO BIANCO di Diego Galdino:

A rendere bella una favola non è il principe azzurro, ma chi te la legge…”

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“Vanthuku. Il risveglio del draghetto rosso” di Burt O.Z. Wilson. A cura di Alessandra Micheli

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Ultimamente girovagando nel web, trovo più che dialoghi sui libri, invettive contro i libri.

E’ come se il lettore fosse uscito dalla sua soffitta, dove creava con le ombre il mondo immaginario, finendo per entrare dentro il testo come il buon vecchio Bastian e entrato tutto imbrillantinato nel palcoscenico del reality di turno o del talk show di turno.

Complice una certa tendenza dei blogger a conquistarsi consensi non con la sublime arte dello scrivere, ma con il machiavellico intento di stroncare, demolire il testo, in nome di un arte nebulosa o evanescente. Come se l’arte gridasse o avessi bisogno di essere malevola.

E uno dei generi più bersagliati è senza dubbio il fantasy epico.

Nato dalle leggende antiche, erede della Queste du Graal o dei racconti meravigliosi del ciclo arturiano, da maestro di vita e guida etica è divenuto per tutti, una noiosa e poco originale copia del più celeberrimo Tolkien.

A parte la mia incapacità di comprendere cosa, nella volontà del probo scrittore nel ricalcare gli insegnamenti di un grande autore, vi disturbi, inizio con l’affermare che il canovaccio di base sui cui tale genere si impianta, è l’eterno scontro tra bene e male.

E’ nella mentalità dello scrittore, sfaccettata e influenzata dagli accadimenti sociali e politici del tempo, che tale lotta anzi che gli equilibri di tale lotta si modificano.

E’ nell’intendere cosa sia davvero il bene e cosa il male che è insita l’originalità di un autore. E pertanto, scriverà la sua storia, usando le tecniche sdoganate dai notevoli “imbrattacarte” dei secoli e dei tempi passati.

Non capisco perchè, stressiate la mia anima indifesa con le velleità tutte tecniche e tecnocratiche dei manuali, per poi lamentarvi quando esse vengono osannate?

Siccome non siete mai contenti, e forse, la butto li, non siate mai stati autentici lettori (il lettore legge, si fa trasportare, non imbastisce una polemica per il gusto di far udire la sua fastidiosa voce) voglio farvi conoscere un libro che coniuga antico e moderno, in uno stile eccentrico e al tempo stesso conosciuto: Vanthuku.

In questo fantasy le sfumature si confondono mentre l’autore sorride beffardo nel non proporre eroi ma semmai antieroi invasi dalla frustrazione di abitare in un universo con le sue precise regole, incapace però di vivere in armonia con tutte le sue molteplici componenti.

Vi ricorda per caso un società?

Se Vanthuku rappresenta la leggenda, il mitico eden o la mitica Colorado, dominata da uno strano prete Gianni, gli altri ambienti sono in costante ricerca del proprio riscatto.

E lo fanno cercando di contrastare un potere imperiale che risulta vanesio ma totalmente illegittimo, perché non sostenuto, né creduto dal suo stesso popolo. A nulla vale il raggiungimento dei propri bisogni, il passo ulteriore per ogni componente non è quello di aver soddisfatte le necessità primarie, quanto di risultare protagonisti, di mostrare quel lato splendente capace di conquistarsi un posto al sole.

Capiamoci.

Non ci basta più aver raggiunto una civiltà stabile: vogliamo di più e sempre di più.

Vogliamo sfidare le leggi dell’equilibrio e forse essere noi i conquistatori di quel potere che le fa esistere.

E come conquistar tutto quel potere?

Semplicemente sfruttando la forza della leggenda.

E Vanhtuku è, in fondo nato dalla leggenda.

Terra di draghi, antichi predatori ora ridotti a uno stato larvale.

Il risveglio del draghetto simboleggia proprio il risveglio di antiche conoscenze diverse dalla saggezza che regge questo mondo votato al disfacimento, dominato da cicli che noi non conosciamo e che ci risultano totalmente alieni.

E cosi mentre pensiamo di poter dominare il simbolo del drago, il drago si serve di noi per portare una specie di apocalisse, capace di svelare finalmente i veri volti dei protagonisti: predatori offuscati dalla sete di guadagno, traditori in cerca di un riscatto, guerrieri che sfruttano il proprio fascino e altri che cadono vittima dell’antico incantesimo di fascinazione. E un sovrano incapace di reagire perché impegnato, troppi impegnato a ficcare la testa sotto il regal tappeto:

E nessuno che varchi le montagne dovrà sopravvivere per raccontare di Vanthuku. L’accusa è invasione

perché quando la leggenda si scontra con il reale, quando due mondi collimano nessuno dei due sopravvive se l’altro resta in piedi.

Ciò che non esiste sarà creato dagli eventi e molto sarò distrutto

e cosa può mai distruggere il drago?

Hai bisogno del drago per liberarti dalla debolezza umana lascia che strappi ciò che ti lega a loro, l’illusione cederà il passo alla forza

finché certe dimensioni restano nel sogno, ci danno quella forza incredibile di cercarle e cercandole di fornire movimento al mondo, al moto delle stelle e tutto il ciclo può continuare.

Ma quando la dimensione mitica incontra quella reale, i veli si strappano, la magia invade ogni anfratto,ogni cesura di quelle società che, agli occhi dell’eterno, appaiono solo una pallida imitazione della verità.

E l’uomo comprende come il suo assurdo volo di Icaro si infrange al contatto diretto con il sole.

L’uomo ha preteso un potere più grande del suo e l’ha ottenuto…a quale prodigio a quale prezzo. Uno scopo non è mai una conquista certa ma il tuo accanimento l’ha resa tale

E la distruzione è il preludio alla rinascita.

E forse alla fine il risveglio dell’antico potere sarà forse la vera salvezza per questo mondo traballante.

Che non è solo quello di Vanhuku, ma il nostro.

E risvegliare il Caos/Disordine/drago non è che il folle progetto di un mondo che non ha più nulla su cui sognare.

Con uno stile complesso e al tempo stesso scorrevole, dotato di immagini che portano in elevazione il patos, il libro di Oz Wilson è una di quelle lettura per nulla facili e al tempo stesso immediate.

Ogni concetto di deposita sul fondo per poter essere compreso prima dal nostro inconscio sensibile agli archetipi e risultare utile ogni volta che si palesi la necessità di una saggezza immediata, non lucente ma sanguigna.

Un inno alla consapevolezza dell’insensatezza del potere ma…anche un omaggio velato e poetico alla forza salvifica delle distruzione.

Distruzione di un concetto oramai smorto di giustizia e equità, di coraggio, di un concetto di eternità che è invasa, purtroppo, dai putridi effluvi della nostra morte interiore.

La vita eterna spezzata da un concetto assurdo

quale?

La loro morte.

La morte dei simboli è il vero caos rappresentato in questo affresco.

E l’unico vero eroe, anche se contraddittorio, se incomprensibile, se combattuto per troppo tempo, è senza dubbio il Drago dormiente che viene risvegliato da chi è convinto che il simbolo può essere usato.

Può essere sfruttato.

Ma il caso decide per se, ed è il preludio di un nuovo ordine.

Che tipo di ordine saremo noi e deciderlo.

Intanto ognuno di noi risvegliasse dalla Grotta il suo draghetto.

“All’ombra di un albero spoglio” di Virginia Montanelli  Eretica edizioni. A cura di Lady of Shalot.

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Amore: parola più usata e abusata credo non vi sia. Da sempre considerato il motore della vita, permea la letteratura mondiale fin dagli albori.

Amore eterno, indissolubile, etereo, spirituale, carnale e passionale, osannato e disprezzato, condannato, esiliato, consumato, vissuto.

E potrei aggiungere ancora ogni sorta di qualità, sicura di non sbagliare.

Chi , infatti, almeno una volta nella vita non ha provato le palpitazioni o le farfalle nello stomaco?

Chi non ha mai pensato che l’Amore non sia eterno? Che debba esistere un “per sempre felici e contenti”?

Eppure, nel nostro immaginario collettivo, le storie d’amore che sono rimaste più impresse sono quelle travagliate o tragiche.

Un esempio lampante, è quello dell’infausto amore tra Giulietta e Romeo. Un amore talmente intenso e travolgente da infischiarsene persino delle rivalità tra casati. E anche se alla fine gli sfortunati amanti moriranno, il loro amore non finirà con loro.

La morte è quesi un deus ex machina che “risolve ” il problema degli sfortunati amanti. Non vivranno più nel nostro universo materiale, ma la loro storia non si esaurirà sulla Terra. Il loro amore vivrà per sempre e la morte sarà solo una cornice e uno sfondo.

Più indietro nel tempo, troviamo “l’amor cortese” la cui massima espressione l’abbiamo nel “DOLCE STIL NOVO” e nella “SCUOLA SICILIANA” fondata da Federico II di Svevia.

Si esalta l’amore impossibile, quello fra una dama e il suo cavaliere. Una dama che appartiene ad un altro uomo, ma il cui destino si legherà in maniera indissolubile al fato di un cavaliere, diverso dal marito.

Questo è il caso che ci presenta Dante Alighieri attraverso le immortali figure di Paolo e Francesca, i quali si innamorano a causa di un libro che in qualche modo riflette la loro stessa situazione. L’amore impossibile tra Lancillotto e Ginevra.

Più tardi nel tempo, questa consuetudine verrà esaltata anche dal Boccaccio nel Decameron.

Ma cosa effettivamente conosciamo dell’amore?

Sappiamo per esperienza, diretta o indiretta, che esso ha bisogno , per essere sempre eternamente fresco come il pane appena sfornato, di tre condizioni:

Fiducia

Rispetto

Passione.

Quando una di queste tre cose decade l’Amore dapprima si annichilisce perchè il cuore è bravo a mentire poi, se non si trova un equilibrio, inevitabilmente muore.

Forse una sorta di ricetta si intravede nella tragedia di Alcesti, dove la giovane sposa del re Admeto, si sacrifica morendo al posto del marito. Splendido esempio di agape.

In definitiva, solo quando l’amore supera il confine dell’eros, della filia e si tramuta in agape, quindi è pronta al sacrificio anche massimo, merita l’appellativo di vero amore?

Io credo che il perfetto equilibrio tra le tre forme di amore

Eros: tu < di me,

Filia : tu=me

Agape: tu> me

costituiscano il rapporto ideale. Se c’è complicità (Filia) sacrifico (agape ) e desiderio (eros) il rapporto funziona alla perfezione, ma il rischio è quello dell’appiattimento e della morte stessa dell’amore. La vita è caos o come sostiene la fisica “entropia”. Si è vivi perché ci si muove, quando si arriva all’equilibrio , un sistema è morto.

Se idealmente le tre forme d’amore dovrebbero avere la stessa importanza, nella vita reale cambiare la concentrazione degli elementi genera vivacità, sempre che si torni poi alla formula ideale. Un rapporto di eccessiva complicità a scapito dell’eros può generare un rapporto di amicizia, che nel caso di moglie e marito non è auspicabile. Dove a predominare è solo l’eros, o ci si stanca presto o si degenera verso la gelosia. L’agape è importante, ma solo quello finisce per destabilizzare la coppia perché crea martiri.

L’ideale è tenere d’occhio l’equilibrio perfetto sapendo spostare l’ago della bilancia di volta in volta secondo le occasioni.

E come ci ricorda la nostra Virginia siamo là con

Brandelli di cuore

Lungo la salita sterrata

Io che cerco di alzarmi a raccoglierli

E le gambe che tremano

Disappunto e compassione:

Tutti mi guardano

Anche se preferiamo il lieto fine, anzi ne abbiamo un disperato bisogno, quello che più resta nel nostro immaginario è invece la tragedia. Forse perché in fin dei conti più che l’amore il desiderio è ciò che conta. Più del mero piacere carnale è l’attesa ad essere bramata.

Vorremmo poter dire insieme a Montale

“Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale e ora che non ci sei più è il vuoto a ogni gradino . Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio”

struggendoci per la perdita non voluta della persona amata e invece ci accorgiamo di guardare l’oggetto -soggetto del nostro amore, passione follia e scoprire di abbracciare un estraneo

Ma non eri neanche più tu.

Eri

Loro.

E ancora lo sei.

Mi chiedo

Se te ne accorgerai prima o poi.

Ti hanno contaminato

Amore,

Diventasti adulto in una notte

E mi lasciasti lì

Orfana

A crescere

Ci si rende conto a un tratto che l’amore può non essere eterno e questo ci uccide più della morte stessa.

La fine di un amore cosa induce?

Pazzia, depressione, morte.

Leggendo parole come queste:

La nostra casa si allagò al tuo ritorno

Forse era un segno

Forse l’allagai io

Perché non ci tornassi con nessuno .

In pochi giorni era distrutta

Come lo eravamo noi.

Ci si rende conto della potenza distruttiva che la fine di un rapporto può determinare nell’altro, quello che rimane a guardare i propri sogni infrangersi.

E osservando la realtà che ci circonda non posso fare a meno di pensare che non esista una terza via. Che la fine di un amore porti inevitabilmente a una distruzione: di sé o del soggetto amato. Quasi un prolungamento sfortunato della storia di Paolo e Francesca. I due amanti sorpresi e giustiziati.

Persone che non si rassegnano alla fine della loro storia e che trovano la conclusione nell’unica via che nessuno può loro sottrarre: la morte, coltivando l’insano desiderio che solo così potranno evitare la parola fine.

 Forse avrei dovuto lasciare quel

Piacere”

Un piacere vano,

Privo di ogni interesse;

Uno di quelli che ripeti cordialmente come routine Quando ti presentano qualcuno, che aleggia nell’aria Mano nella mano ad un finto sorriso,

Sforzato,

Che pronunci con la testa altrove.

Maledetto il giorno in cui il mio “piacere” fu vero perché Quella mano avrei voluto stringerla per tutta la vita.

Maledetti i tuoi occhi in cui mi hai insegnato a nuotare e poi Mi hai affogato senza pietà.