“Vanthuku. Il risveglio del draghetto rosso” di Burt O.Z. Wilson. A cura di Alessandra Micheli

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Ultimamente girovagando nel web, trovo più che dialoghi sui libri, invettive contro i libri.

E’ come se il lettore fosse uscito dalla sua soffitta, dove creava con le ombre il mondo immaginario, finendo per entrare dentro il testo come il buon vecchio Bastian e entrato tutto imbrillantinato nel palcoscenico del reality di turno o del talk show di turno.

Complice una certa tendenza dei blogger a conquistarsi consensi non con la sublime arte dello scrivere, ma con il machiavellico intento di stroncare, demolire il testo, in nome di un arte nebulosa o evanescente. Come se l’arte gridasse o avessi bisogno di essere malevola.

E uno dei generi più bersagliati è senza dubbio il fantasy epico.

Nato dalle leggende antiche, erede della Queste du Graal o dei racconti meravigliosi del ciclo arturiano, da maestro di vita e guida etica è divenuto per tutti, una noiosa e poco originale copia del più celeberrimo Tolkien.

A parte la mia incapacità di comprendere cosa, nella volontà del probo scrittore nel ricalcare gli insegnamenti di un grande autore, vi disturbi, inizio con l’affermare che il canovaccio di base sui cui tale genere si impianta, è l’eterno scontro tra bene e male.

E’ nella mentalità dello scrittore, sfaccettata e influenzata dagli accadimenti sociali e politici del tempo, che tale lotta anzi che gli equilibri di tale lotta si modificano.

E’ nell’intendere cosa sia davvero il bene e cosa il male che è insita l’originalità di un autore. E pertanto, scriverà la sua storia, usando le tecniche sdoganate dai notevoli “imbrattacarte” dei secoli e dei tempi passati.

Non capisco perchè, stressiate la mia anima indifesa con le velleità tutte tecniche e tecnocratiche dei manuali, per poi lamentarvi quando esse vengono osannate?

Siccome non siete mai contenti, e forse, la butto li, non siate mai stati autentici lettori (il lettore legge, si fa trasportare, non imbastisce una polemica per il gusto di far udire la sua fastidiosa voce) voglio farvi conoscere un libro che coniuga antico e moderno, in uno stile eccentrico e al tempo stesso conosciuto: Vanthuku.

In questo fantasy le sfumature si confondono mentre l’autore sorride beffardo nel non proporre eroi ma semmai antieroi invasi dalla frustrazione di abitare in un universo con le sue precise regole, incapace però di vivere in armonia con tutte le sue molteplici componenti.

Vi ricorda per caso un società?

Se Vanthuku rappresenta la leggenda, il mitico eden o la mitica Colorado, dominata da uno strano prete Gianni, gli altri ambienti sono in costante ricerca del proprio riscatto.

E lo fanno cercando di contrastare un potere imperiale che risulta vanesio ma totalmente illegittimo, perché non sostenuto, né creduto dal suo stesso popolo. A nulla vale il raggiungimento dei propri bisogni, il passo ulteriore per ogni componente non è quello di aver soddisfatte le necessità primarie, quanto di risultare protagonisti, di mostrare quel lato splendente capace di conquistarsi un posto al sole.

Capiamoci.

Non ci basta più aver raggiunto una civiltà stabile: vogliamo di più e sempre di più.

Vogliamo sfidare le leggi dell’equilibrio e forse essere noi i conquistatori di quel potere che le fa esistere.

E come conquistar tutto quel potere?

Semplicemente sfruttando la forza della leggenda.

E Vanhtuku è, in fondo nato dalla leggenda.

Terra di draghi, antichi predatori ora ridotti a uno stato larvale.

Il risveglio del draghetto simboleggia proprio il risveglio di antiche conoscenze diverse dalla saggezza che regge questo mondo votato al disfacimento, dominato da cicli che noi non conosciamo e che ci risultano totalmente alieni.

E cosi mentre pensiamo di poter dominare il simbolo del drago, il drago si serve di noi per portare una specie di apocalisse, capace di svelare finalmente i veri volti dei protagonisti: predatori offuscati dalla sete di guadagno, traditori in cerca di un riscatto, guerrieri che sfruttano il proprio fascino e altri che cadono vittima dell’antico incantesimo di fascinazione. E un sovrano incapace di reagire perché impegnato, troppi impegnato a ficcare la testa sotto il regal tappeto:

E nessuno che varchi le montagne dovrà sopravvivere per raccontare di Vanthuku. L’accusa è invasione

perché quando la leggenda si scontra con il reale, quando due mondi collimano nessuno dei due sopravvive se l’altro resta in piedi.

Ciò che non esiste sarà creato dagli eventi e molto sarò distrutto

e cosa può mai distruggere il drago?

Hai bisogno del drago per liberarti dalla debolezza umana lascia che strappi ciò che ti lega a loro, l’illusione cederà il passo alla forza

finché certe dimensioni restano nel sogno, ci danno quella forza incredibile di cercarle e cercandole di fornire movimento al mondo, al moto delle stelle e tutto il ciclo può continuare.

Ma quando la dimensione mitica incontra quella reale, i veli si strappano, la magia invade ogni anfratto,ogni cesura di quelle società che, agli occhi dell’eterno, appaiono solo una pallida imitazione della verità.

E l’uomo comprende come il suo assurdo volo di Icaro si infrange al contatto diretto con il sole.

L’uomo ha preteso un potere più grande del suo e l’ha ottenuto…a quale prodigio a quale prezzo. Uno scopo non è mai una conquista certa ma il tuo accanimento l’ha resa tale

E la distruzione è il preludio alla rinascita.

E forse alla fine il risveglio dell’antico potere sarà forse la vera salvezza per questo mondo traballante.

Che non è solo quello di Vanhuku, ma il nostro.

E risvegliare il Caos/Disordine/drago non è che il folle progetto di un mondo che non ha più nulla su cui sognare.

Con uno stile complesso e al tempo stesso scorrevole, dotato di immagini che portano in elevazione il patos, il libro di Oz Wilson è una di quelle lettura per nulla facili e al tempo stesso immediate.

Ogni concetto di deposita sul fondo per poter essere compreso prima dal nostro inconscio sensibile agli archetipi e risultare utile ogni volta che si palesi la necessità di una saggezza immediata, non lucente ma sanguigna.

Un inno alla consapevolezza dell’insensatezza del potere ma…anche un omaggio velato e poetico alla forza salvifica delle distruzione.

Distruzione di un concetto oramai smorto di giustizia e equità, di coraggio, di un concetto di eternità che è invasa, purtroppo, dai putridi effluvi della nostra morte interiore.

La vita eterna spezzata da un concetto assurdo

quale?

La loro morte.

La morte dei simboli è il vero caos rappresentato in questo affresco.

E l’unico vero eroe, anche se contraddittorio, se incomprensibile, se combattuto per troppo tempo, è senza dubbio il Drago dormiente che viene risvegliato da chi è convinto che il simbolo può essere usato.

Può essere sfruttato.

Ma il caso decide per se, ed è il preludio di un nuovo ordine.

Che tipo di ordine saremo noi e deciderlo.

Intanto ognuno di noi risvegliasse dalla Grotta il suo draghetto.

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