“IO HO SCRITTO UN LIBRO, POI MI DICI DI CHE GENERE È.” A cura di Irene Ceneri

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Fammi capire.

Tu hai scritto un libro.

Questo implica che dovresti conoscerne almeno trama e caratteristiche.

Sempre che sia stato TU a scriverlo.

Lasciamo stare la grammatica italiana che spesso in ogni caso scarseggia, ma chi sono i personaggi, come si svolge la storia, se è un romanzo o un racconto, se è un giallo, un rosa, un horror, narrativa, uno storico, un erotico… 

Certe domande che arrivano in redazione sono talmente assurde da muovere in noi una lunga serie di riflessioni.

MA DICONO SUL SERIO O CI PRENDONO IN GIRO?

Tu hai scritto un libro e noi dobbiamo sapere di che genere si tratta?

È come se mi metto ai fornelli, cucino una ricetta di mia invenzione ed appena arriva l’ospite chiedo: MI DICI COSA C’È QUI DENTRO?

La scrittura è seria.

Bisogna portarle davvero un estremo rispetto.

Un autore può piacere, o non piacere, posso ritenerlo degno della mia libreria personale, o meno.

Il libro può farmi innamorare, incazzare, piangere, sorridere.

Può addirittura lasciarmi del tutto indifferente.

L’importante è che chi sta dietro ad un’opera dimostri di avere davvero molto rispetto per il lavoro dello scrittore, almeno tanto quando noi che ci mettiamo a disposizione ne portiamo ad ogni pagina che ci viene proposta. 

Ma dico, vi rendete conto che cosa accadrebbe se non portassimo rispetto estremo a tutto il tempo, la fatica, l’amore e la concentrazione che una persona impiega nella sua vita per portare a termine un lavoro che in tutta probabilità ha anche timore di proporvi?

Che brutte persone saremmo.

Il compito di tutti noi, è fornire eventuali critiche responsabili, utili e propositive. Ogni appunto che viene fatto, non è per offendere, sminuire o abbattere, anzi, per correggere, migliorare, far riflettere.

Perché noi stessi leggiamo più e più volte una pagina per capirne sotto ogni aspetto le sfumature. 

 

Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito…”

 

Queste sono parole che dovrebbero esprimere il  CREDO di ogni vero lettore e di ogni vero scrittore. 

Umberto Eco è riuscito ad esprimere quanta importanza ci sia dietro ad un foglio di carta.

Ed allora vi prego.

Se volete scrivere, fatelo con la consapevolezza che qualcuno, prima o dopo, vivrà una nuova vita attraverso quel magico mondo che si attiva all’aprirsi di una copertina, e che resterà vivo in lui per sempre.

“In cucina con Ginny. Dagli scarti al piatto” di Ginevra Braga, La strada per Babilonia. A cura di Alessandra Micheli

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La fame ci sembra sempre cosi lontana.

Cosi tanto che quando il TG ci parla della povertà che prospera vicino casa nostra, stentiamo a crederci.

Come, la nostra Italia non è certo il terzo mondo.

Noi siamo comunque un paese appartenente al patto atlantico, vanto dell’Europa delle banche.

Civile e ricco di storia.

Non possiamo certo essere rei di tenere i nostri cittadini nell’indigenza. Eppure accade.

Il paradiso terrestre meta di tanti disperati, è a sua volta un paese che sprofonda nelle sue contraddizioni.

E la crisi ha reso questo divario più acuto e terribile: quartieri a rischio convivono con quelli più chic, più eleganti.

Anche se è un eleganza stantia e polverosa, troppo rinchiusa in se stessa e poco aperta all’esterno.

Famiglie intere che devono fare i salti mortali per portare il cibo in tavola

E tanti, troppi che si recano negli immondezzai vicini ai supermarket per accaparrarsi gli scarti.

Che poi scarti non sono.

Ecco il libro di cucina di Ginevra Braga non è solo un bellissimo e goloso manifesto del buongusto all’italiana.

Ma diviene non solo denuncia, ma anche e sopratutto, proposta.

E una proposta da una ragazzina, anzi una futura donna, che già indossa il vestito della responsabilità etica verso l’altro.

Tanto da portarla a scegliere una via alternativa per reagire all’opulenta manifestazione di apparente benessere dell’occidente, quella che si risolve spesso con una grande spreco di cibo.

Lo vedo e lo sperimento ogni giorno.

Banchetti gargantueschi con il solo scopo di far vedere all’altro la fortuna, la ricchezza e l’incoscienza di chi, di fronte alla povertà che incalza, si sente intoccabile.

La crisi non la si affronta con proposte e soluzioni, ma barricandosi nelle case, come i ricchi fecero nel libro la morte rossa di Edgar Allan Poe. E cosi si fa no?

Per dimenticare la malattia che corrode, ci si butta in un gigantesco gorgo fatto di danze, vizi e trasgressioni.

Ecco cosa diventa per noi il cibo.

Non più piacere, o salute.

Ma simbolo di appartenenza a una classe sociale vittoriosa, che snobba con disprezzo chi non è suo pari.

E oggi noi siamo i signorotti che divoravano pernici e fagiani, con quell’ansia di godere del momento presente senza preoccuparsi né dell’altro, ne del suo futuro.

Vanità di Vanità canterebbe Branduardi.

E il disprezzo maggiore lo si dimostra quando si butta il cibo senza rispetto, né per il mondo, né per quella società che quel ben di dio non può proprio permetterselo.

Ecco le abbuffate ai matrimoni trash, dove si dimentica la malattia sociale, ingozzandosi e brindando a se stessi.

La disparità alimentare è il fenomeno più preoccupante di una società che crolla e che non è più società nel senso di collettività, nata per assicurarsi reciprocamente pace e prosperità.

La società di oggi è indifferente, perché incapace di prendersi la responsabilità di agire, in primis, per modificare alla radice gli assunti errati del patto sociale.

Ginevra ha dieci anni.

E oggi ci presenta un libro contro lo spreco per un sano e anche sfizioso riciclo del cibo.

Ginevra ha dieci anni e rispetta non solo il cibo ma anche il suo ambiente.

Ginevra ha dieci anni e pensa all’altro da se, al suo vicino e al suo prossimo.

Ginevra ha dieci anni ed è già cosciente che anche un piccolo gesto può cambiare in meglio il mondo.

Ginevra ha dieci anni e con amore e dedizione ha scritto questo libro. Ginevra ha solo dieci anni, ma da lezioni di vita come solo un saggio maestro orientale potrebbe fare.

E’ vero Ginevra è una bambina, ma questa signorina bellissima è più matura di ognuno di noi.

E’ immorale sprecare il cibo quando c’è qualcuno cosi vicino a noi che non ne ha

E’ una frase cosi semplice che dovrebbe far vergognare chi non la vive in prima persona.

E comunque, il pesto di ciuffi di finocchio è semplicemente fantastico.

E le bucce di patate fritte ( io consiglio anche quelle al forno) una vera e sana golosità.

Provatele e iniziate a assaporare il cibo non solo a ingurgitarlo.

“Le avventure di Fiori” di AmazonaHajadaraj, illustrazioni a cura di Cinthya Luglio Velarde, La strada di Babilonia. A cura di Alessandra Micheli

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Ci sono dei libri che hanno segnato la mia infanzia.

E sono libri immortali che, caso strano, hanno come protagonisti non solo moschettieri e fuorilegge dall’animo nobile, ma soprattutto animali.

Lupi, cani e persino gatti.

Ho già raccontato molto di me e dei miei amori letterari, questo perché molti libri mi hanno ricordato queste fantasie giovanili e sopratutto, mi hanno resa consapevole che, queste ancora viaggiano dentro di me, nonostante la mia veneranda età.

Ma sono quelle narrazioni selvagge che più di ogni altra hanno stuzzicato il mio lato ribelle.

Non ho sognato, se non da adolescente, con le immortali storie d’amore.

Ho letto orgoglio e pregiudizio a dieci anni, ma l’ho amato solo a venti.

Ho letto Cime tempestose a undici ma l’ho capito e venerato solo a venticinque.

E cosi via.

Ma da bambina, appena appresi gli arcani segreti della lettura, i miei preferiti erano, senza dubbio, battaglie mondi immaginari e lande selvagge.

Tra il mago di Oz e Alice, faceva capolino il meraviglioso libro di Jack London, Zanna bianca.

Nella mia gita in Abruzzo, precisamente a Civitella Alfedena il ricordo indelebile del mio primo incontro con i lupi. E’ nato un amore sviscerale intenso, verso i loro occhi gialli, quella pelliccia che immaginavo soffice mentre ascoltavo rapita i loro ululati.

Li ho conosciuti e amati attraverso il Branco della Rosa Canina di Gianni Padoan, un libro che mi è stato cosi caro da ricordarmi, tuttora, ogni pagina e ogni frase.

E che dire dell’uomo che sussurrava ai cavalli?

Incredibile e unica emozione.

E poi c’è stato assieme ai lupi di Nicholas Evans, un viaggio che sollazzava il mio lato istintivo, sentendomi tutt’una con le forze indomite di una natura incontaminata.

I libri sugli animali sono stati, dunque i miei veri maestri di vita.

Mi hanno raccontato non solo le loro storie ma hanno illuminato i lati bui di un percorso umano che si rivelava difficile e impervio, specialmente riguardo ai rapporti umani.

Perché crescere significava non solo vivere di fantasia, ma affrontare giorno per giorno, persone ignote, culture diverse e non parlo solo di diversità etnologiche.

Anche tra noi italiani abbiamo difficoltà.

Un film comico, apparentemente, Come un gatto in tangenziale, racconta la difficoltà atroce di interagire anche con l’altro parte della tua stessa città, del tuo stesso stato, della tua stessa immaginaria cultura.

L’altro è spaventoso, è incredibilmente complicato e non sempre si riesce a creare un rapporto sano che esuli dalla contrapposizione. Immaginate quindi, se incapaci di vivere con i nostri “simili” come possiamo pensare di strutturare un dialogo con altri di cui non conosciamo usi e costumi, valori e specialmente divisi da idiomi? Ecco che allora i racconti con cani, gatti, cavalli ci insegnano. Pensiamoci chiaro.

I cani o i nostri amati felini formano sempre, se selvaggi, delle colonie.

Nel caso dei canidi veri e propri branchi.

I lupi specialmente, nelle loro scorribande per il cibo creano una fila in cui a aprire e chiudere il corteo ci sono i maschi più forti.

In mezzo i lupi malati o troppo longevi, che vengono protetti dai vigorosi possenti petti immacolati dei loro giovani parenti.

Ecco che si comprende che, in una condizione “naturale” essi riescono a creare delle strutture sociali invidiabili e commoventi. Studiare i lupi e i loro discendenti, i cani, diventa una sorta di percorso conoscitivo etico e sopratutto improntante a una diversa educazione alla convivialità.

Ma non solo.

I Cani intrecciano rapporti non soltanto con i loro simili, con gli appartenenti alla stessa “razza” ma anche con altre specie.

Cani e gatti hanno dimostrato la loro capacità di intrecciare profonde relazioni affettive.

Ma sopratutto, con l’uomo, che è molto alieno al mondo “genuino” selvaggio e istintuale di cui, comunque gli animali si sentono sempre attratti, anche se oramai abituati alle comodità, il rapporto può divenire simbiotico e di totale rispetto.

Ora dai nostri amici, cosi come da Fiori c’è soltanto da imparare. Fiori stesso il bellissimo ibrido mezzo lupo, ci insegna l’adattamento a un ambiente apparentemente ostile e diverso improntato sulla curiosità.

Il nostro eroe è totalmente sradicato, dalla comoda vita newyorchese si trova catapultato nelle meraviglie del nord albania, immerso totalmente nella natura.

E supera la sue rimostranze:

non capivo perché dovevo andare cosi lontano considerando il fatto che tutti cercavano di andare via da quel posto che, ascoltando la televisione, veniva considerato economicamente arretrato.

Ecco il pregiudizio, il primo ostacolo che ci troviamo a affrontare quando cambiamo, non solo paese ma approccio alla vita.

Ci basiamo sull’interpretazione degli altri, Media o persone, per paura di sperimentare in prima persona il movimento che il nuovo comporta.

E tutto senza che l’istinto alla scoperta, unico grande motore che ha spinto l’umanità fuori dalle caverne, possa sgorgare naturalmente da dentro di noi.

L’uomo non è un animale sedentario.

Non lo è stato nei secoli ma si è adattato perché spinto da un grosso bisogno di relazionarsi.

E la relazione che si crea nei conglomerati urbani, dai più piccoli ai più grandi, manifesta questo bisogno di novità, di nuovo e di originalità.

L’uomo ha bisogno di evolvere nonostante abbia dei meccanismi di resistenza al cambiamento.

E il modo migliore per stimolare la volontà di trasformazione è prendere come simbolo proprio il cane.

Fiori è il nostro archetipo di quell’istinto selvaggio mai del tutto sopito che ci porta a esplorare la mappa senza pertanto confonderla con il territorio.

Fiori conosce, sperimenta e impara.

Ma sopratutto, in quell’ambiente meravigliosamente decritto dall’autrice, si sente a casa.

E tutti noi immersi nella natura incontaminata ci sentiamo finalmente parte di un tutto che annulla i vuoti e quella solitudine che, il nostro percorso verso la civiltà, in fondo ha sacrificato.

Ecco che solo in quella condizione primigenia si possono sperimentare veri rapporti totalmente liberi dalle convenzioni sociali. Non ho nulla contro la tecnologia anzi la ritengo un’importante conquista per l’umanità.

Ma a volte il troppo stoppia e quel raggiungimento scientifico ci toglie una rara dote umane: la meraviglia.

Ecco che Fiori, invece, ce la consegna, pura e splendente.

E assieme a lui affrontiamo con una leggerezza che non è superficialità, l’incontro con l’ignoto, rappresentato non più come spaventoso ma come…fantastico.

Fiori immagina, Fiori incontra, Fiori sogna.

Fiori apprende e cambia.

Ma, sopratutto, Fiori,scevro da tanti arzigogolati pensieri narcisistici e etnocentrici si integra, perché riconosce nel diverso da se, una sfaccettatura importante del suo io.

E riconoscendo l’altro come specchio nel quale ritrovarsi sgorgano rapporti di sana amicizia improntati non sulla superiorità ma sull’equità.

Un libro bellissimo adatto non solo ai bambini, ma forse, sopratutto agli adulti.

 

 

“IL TRONO DEL MISTERO”. A cura di Alfredo Betocchi

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To lodge” in inglese significa alloggiare, ospitare e indica un luogo dove molte persone possono riunirsi per stare insieme. Da qui deriva il significato di Loggia, inteso come luogo di riunione dei massoni. La Massoneria deriva il suo nome dalle associazioni muratorie inglesi: “Massons Guilds”. I membri di tali associazioni avevano ottenuto fin dal Medioevo privilegi e franchigie, assumendo l’usuale denominazione di “Franchi Muratori” (Francmassons) ossia non più dipendenti, ma lavoratori affrancati e liberi. Per la continuazione tra di essi di gente esperta nelle generazioni, andò affermandosi l’idea della costruzione di un Tempio ideale, ispirato al biblico tempio di Salomone. Col tempo, ai membri esperti del mestiere fisico andarono sostituendosi elementi estranei, come alchimisti ed elementi religiosi eterodossi che introdussero figure simboliche e forme ritualistiche. Dopo la Riforma protestante del XVI secolo si accentuò progressivamente il passaggio dalla tipica forma “operativa” a quella moderna, detta “speculativa”. La Massoneria trovò la sua conformazione moderna di aggregato segreto di persone con la fondazione della prima Gran Loggia in Inghilterra nel 1717. Questa era intesa dai suoi componenti come una “fratellanza” e non una “società”, per il senso di affratellamento che unisce i suoi membri. “Questo le ha attirato,” come scriveva nel 1988 Giordano Gamberini, che è stato per nove anni gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, “l’ostilità dei potenti. La diffamazione e la calunnia, come pure le trame politiche nascoste all’ombra di qualche loggia deviata, hanno fatto sì che Essa si rivelasse efficace non tanto nell’allontanare i buoni quanto nell’attirare i cattivi”.

E’ quindi con questo spirito che ho accettato l’offerta di un parente, affiliato ad una loggia della mia città forse col segreto proposito di attirarmi tra le fila dei suoi membri, di visitare il luogo destinato alle segrete riunioni dei fratelli della Massoneria di Rito Scozzese Antico ed Accettato. Questa Loggia è ospitata in un prestigioso palazzo nobiliare del XVIII secolo, posto in una famosa strada a due passi dal Duomo. L’ingresso mi è sembrato quello di un normale edificio costituito da molti appartamenti, con il suo anonimo portone e la regolare pulsantiera alla porta. Stranamente non vi sono cognomi di condomini ai campanelli, ma non vi faccio molto caso. Appena entrato mi si presenta una vasta sala, com’era d’uso nel piano nobile dei palazzi antichi. Alcune porte si aprono sui tre lati dell’ingresso. Da queste si accede alle vere e proprie Logge, le stanze dove i Massoni si riuniscono a rotazione una volta ogni quindici giorni. Il luogo viene generalmente chiamato “Loggia”, ma questo ambiente ne ospita abitualmente molte dai nomi differenziati.

Un anfitrione gentilissimo mi accompagna nella visita, mostrandomi le varie sale e salette. Quello che mi colpisce subito è la ridondanza di oggetti simbolici e di lettere incise su mobili, arazzi e gonfaloni. Ma vediamo nel dettaglio quali sono: la stanza si presenta come un coro di una chiesa, con panche in prima e seconda fila per gli Apprendisti Introdotti e i loro Compagni d’Arte, ossia coloro che danno i primi rudimenti dei principi massonici ai neofiti. La seconda e la terza fila è invece riservata ai maestri dei molti gradi superiori, dal terzo in su. Ogni grado è contraddistinto da una parola sacra della quale è raffigurata solo la sua iniziale.

I Gradi sono nominalmente 33, ma nelle promozioni alcuni vengono saltati.

Appena mi accingo a varcare la soglia del Tempio, mi trovo in mezzo a due colonne su cui sono incise la lettera B e la J le quali sono illuminate da due astri, il sole e la luna. Le colonne rappresentano quelle del Tempio di re Salomone. La simbologia massonica si ispira ad un capitolo particolare della Bibbia. La costruzione del tempio di re Salomone. opera dell’architetto inviato da Hiram, re di Tiro (I Re 8, 22 – 53). Capisco che la lettera J può significare Jehova, ossia Dio, ma mi sfugge il significato della lettera B. Nessuno dei miei accompagnatori, d’altronde è disposto a spiegarmi alcunché, sono un profano senza nemmeno la vocazione. Proseguendo il cammino, calco un pavimento a scacchi bicolore, bianco e nero (simbolo della dicotomia Luce – Tenebra?) e noto la presenza di due scranni riservati ai Sorveglianti, vicino ai quali sono poste le due state raffiguranti Ercole e Venere (il maschile e il femminile).

Una fila di candelabri, posti in fila di tre, due, uno, conducono al fondo della stanza dove su un tavolino è posata una Bibbia. Una balaustra divide la loggia in due parti. Sulla parete al fondo della sala, vedo il Delta Luminoso (Unità Androgina), posto tra il sole e la luna e sovrastante il trono del Maestro Venerabile, nei pressi del quale si trova la statua di Minerva, simbolo di saggezza, insieme ad Ercole, la forza e a Venere, la bellezza. L’ambiente è pregno di una profonda simbologia che mi sfugge e della quale riesco a cogliere solo il significato più culturale. Il tetradramma G.A.D.U. sovrasta il tutto e il suo significato è chiaro: Grande Architetto Dell’Universo che è un concetto astratto, in quanto la filosofia massonica esclude l’esistenza di un Dio come lo intende la religione cristiana. La visita continua in un’altra stanzetta, completamente buia, arredata solamente da un tavolo su cui è posato un teschio ed una candela. E’ la stanza della meditazione. L’apprendista deve stare in silenzio, ripensando a quanto gli è stato insegnato e intuendo, o per lo meno lambendo, il segreto significato dei simboli. Deve studiare, applicarsi e acquisire le verità insegnate: d’altronde cosa potrebbe dire il discepolo alle prime esperienze? Può solo stare in silenzio e meditare.

Andiamo avanti e giungiamo alla sala dove i Fratelli, col volto coperto, si mostrano all’apprendista. Questi deve rinascere alla nuova vita, viene quindi coricato dentro una bara per poi risorgere alla nuova vita di fratello apprendista. Ovviamente non conosco nello specifico i riti di cui mi hanno parlato, ma il senso della cerimonia è chiaro: Morte alla vita materiale e Rinascita alla luce della verità massonica.

Alla fine del nostro giro vedo in un corridoio vicino all’uscita innumerevoli gonfaloni con emblemi araldici che simboleggiano l’itinerario iniziatico alla ricerca di una verità perduta: sono raffigurate aquile bicipiti, corone, i grembiuli caratteristici indossati nelle riunioni dai membri poi gli oggetti del mestiere dei muratori come martelli, scalpelli, cazzuole, la tavola da tracciare, la squadra ed il compasso ed infine, onnipresenti, raggiere auree che circondano misteriose lettere in alfabeto latino o ebraico. Non possono mancare il tempio di Salomone, candelabri a sette braccia e le Tavole della Legge recanti i segni della tavola di lavoro dei Liberi Muratori. Prima di congedarmi, i miei accompagnatori mi regalano alcune riviste e si raccomandano che le legga attentamente, per sfatare gli equivoci e le maldicenze di cui i Massoni sono oggetto. Esco con la testa confusa. Questo strano mondo di simboli mi sembra così lontano dalla mia realtà materiale e pare impossibile che, dietro la parete dell’edificio davanti al quale ho camminato distrattamente innumerevoli volte, si nascondano segreti e suggestioni capaci di meravigliarmi così tanto.

 

“Mirta e i fiorincanto Acanto” di Laura Montuoro, Scatole Parlanti editore. A cura di Alessandra Micheli

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Mentre leggevo il libro di Laura Montuori, avevo nelle cuffie le note della Danza della fata confetto.

Eh si non ascolto solo Vecchioni.

Ma ogni tanto, anche le melodie della musica classica.

E l’overture dello Schiaccianoci è la mia preferita.

A dire il vero amo tutto lo Schiaccianoci, e su quelle note ho sognato.

E sogno tuttora quando ho bisogno di riposarmi da questa vita frenetica. Immaginate.

Un libro per bambini, la Fata confetto che volteggia e fuori un tempo strano, quasi l’ora magica che Lewis Carrol stesso considerava il tempo del sogno.

Ringrazio prima di procedere con il racconto del libro, Laura Montuori per quel momento di assoluta serenità.

Unico e raro.

Sono momenti straordinari, impagabili, dove una fantasia da troppo tempo trattenuta perché il vivere sociale ce lo impone, viaggia a briglia sciolta, attraverso distese assolate, querce magiche e fatine variopinte. Ecco che le illustrazioni, al pari delle parole, rapiscono e incantano.

E torno davvero bambina, quando leggevo estatica i libri del Cantastorie. Erano racconti e favole di ogni tempo e di ogni cultura, immortalate in disegni bellissimi e raccontate da voci di grandi doppiatori.

Ricordo in particolare Ferruccio Amendola, che mi faceva viaggiare attraverso lo spazio e il tempo.

Ecco leggere Mirta è ha lo stesso identico sapore antico, di quei giorni oramai lontani, quelle suggestioni che, secondo il mondo perbene, dovrei lasciarmi alle spalle.

Non intendo farlo.

Le favole, cosi come la fantasia e la magia sono ancora oggi, faccende importantissime.

Sopratutto, da quando la tecnologia ha usurpato il posto della fantasia, sopratutto quando non si sogna più perché convinti che non c’è altro da sognare.

Abbiamo scoperto tutto e il cosmo non ci appare più la distesa misteriosa da esplorare.

Abbiamo perso la voglia di meravigliarci.

E senza quella parte fanciullina di noi, viviamo una vita senza stimoli, arida e insulsa.

Ecco che prendere in mano, con i nostri figli, o anche da soli un libro di fiabe, può aiutarci a ritrovare la strada di casa.

Magari attraverso la foresta troveremo una fata intenta a intrecciare fiori di Acanto tra loro.

Avrà le ali grigie come sbuffi di fumo.

Troveremo che, un semplice dipinto, nasconde un’avventura straordinaria con due buffi amici.

I disegni prenderanno vita e la fantasia sarà cosi vicina da poterla sfiorare.

Ma sopratutto, anche noi adulti, smaliziati e avvezzi alle difficoltà e ai sassi che ci ostruiscono il cammino, impareremo ad alimentare fiducia in noi stessi e incrementeremo la capacità di rendere ogni disfatta una vittoria.

Impareremo a fare canestro dopo tanti inutili tentativi.

Impareremo a non abbatterci, a illuminarle le zone oscure con la luce speciale capace di cogliere ogni pigmento e ogni sfumatura.

Impareremo che questo mondo è tutto da colorare, ancora oggi, che ci sembra di aver raggiunto ogni traguardo.

Forse torneremo bimbi e incantati davanti alla magnificenza della mente e della capacità di rendere i sogni reali.

Come dico sempre, se Colombo non avesse sognato, forse non si sarebbe imbarcato sulla Caravella, se Leonardo non avesse lasciato l’immaginazione viaggiare soave, non avrebbe progettato l’uomo capace di volare.

E la luna apparirebbe ancora un astro lontano, irraggiungibile.

E il jazz non sarebbe suonato per i vicoli di New Orleans.

Credete alle fate ancora oggi, che il mondo sembra caracollare sotto le voci sempre più forti dei dominatori, oggi che il gossip diventa speculazione, oggi che viviamo di scandali e orrori indicibili.

Battete le mani e andate in cerca del vostro fiore di Acanto per raccontarvi e vivere la vostra unica, magica storia.

 

“La notte del b(r)uco” di Carmine Menzella e Carmen Cirigliano, Eretica edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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La notte del bruco non è il solito libro incentrato su fatti più o meno concatenati e sull’elemento scenico dell’azione criminosa o salvifica.

E’ un testo ricco di immagini che scorrono veloci, intente a suscitare suggestioni e sopratutto, a stuzzicare il lato emozionale del lettore.

Esso si trova cosi avvinto in una serie di flash dominati da una notte strana, fatta di fuoco e temporali, oscura come oscuri sono i meandri delle anime dei vari protagonisti.

Ecco che il tuono, la devastazione naturale e innaturale rea, di essere impersonata da un atto doloso, fa da sfondo alla stressa orribile devastazione che invade e investe, le vite delle vittime/ colpevoli. Vittime di un sistema simbolizzato dal paese corrotto, gabbia dalla quale è difficile evadere ma al tempo stesso colpevoli di un certo lassismo, della volontà di non incidere davvero su questo malevolo substrato intrecciato da interessi economici e da una corruzione profonda, partita forse da una perniciosa dalla volontà di rivalsa.

E che risponde, invece, agli stimoli che pungono la volontà e la coscienza, con l’oblio.

L’oblio di una droga additata come l’unica modalità per riempire il vuoto, dall’ebbrezza dei locali e dell’amore pret a porter.

O semplicemente dalla scelta o meglio non scelta, del posto sicuro, da cui si lanciare anatemi, ma senza che questi alla fine, possano essere presi sul serio.

Anche la radio, la comunicazione che dovrebbe liberare le coscienze legate, diventa un labile, comodo e sicuro luogo per mentire a se stessi: io cerco di fare il mio dovere, peccato che nessuno raccolga la sfida.

Ma è un dovere limitato perché non si agisce mai davvero contro il potere.

Anzi, spesso, esso osserva beffardo i deboli tentativi apparenti di abbatterlo, sapendo che un solo gesto, una sola sfuriata riporta il mesto gregge al suo recinto arido.

Un testo di sconfitta.

La sconfitta di chi si lascia sopraffare dal dolore che anestetizza la compassione e si rende strumento per perpetuare la violenza, trasformando una rabbia sana, quella capace di farci uscire dal labirinto, una mera inutile voglia di vendetta.

Annegare il dolore nel sangue equivale ad anestetizzarlo, affinché esso non svolga più la sua fondamentale azione redentiva.

Persino la musica, lingua dei popoli, voce degli abbandonati, pugno in faccia capaci di sveglierà il dormiente, diviene in questo libro soltanto facinorosa e inutile narcisismo con cui cullare il proprio ego.

La musica qua raccontata non ha la forza evocativa dell’ideale etico, piuttosto quella illusoria che rende il perdente, il dandy invidiato capace di raccontare, quasi gioendone, il dramma del vivere, senza però che questo dramma conosce l’epilogo.

E’ il dolore che resta inascoltato e che ci catapulta all’improvviso in un modo distorto dalle fiamme del potere senza regole.

Interessi, intrecci tra politica e finanza, compromessi e legami occulti tra criminali e quella giustizia che oramai è solo la facciata per i burattini, divengono evidenti, cosi come è evidente il lampo che squarcia la notte buia.

E alla fine quel paese cosi decrepito, cosi ripiegato in se stesso, diviene la parabola di noi stessi.

Noi che non vogliamo sfuggire a quei legami corrotti, che preferiamo intorpidirci, che vogliamo semplicemente non esistere, perché:

Si fa fatica a vivere, è un peso troppo carico. I giorni

si succedono solo per

distribuire insensatezza, dosi massicce

di insignificanza che

schiacciano, comprimono sotto il peso.

E cosi il mondo caotico, affannato alla ricerche di un perché senza che quel perché risolva davvero i nodi che legano i protagonisti a un destino fatuo senza futuro, adombrati dal passato e con un presente che.

Il futuro non si vede, non c’è,

non esiste. Il presente è pieno, troppo pieno, senza fessure,

ricolmo di esistenza pesante

che disturba, provoca nausea, un rigurgito soffocante.

Ed ecco che la vera protagonista la bestia trionfante alla fine è lei, la dama dal volto candido, dispensatrice di gioie effimere, anestetizzante di un cuore che smette di pulsare, lei che

non fa avvertire il peso,

alleggerisce fino a farci volare, un minuto, anche meno, mezzo minuto

in cui ci si può liberare dal corpo,

dai ricordi,

dai sensi,

dall’essere

Il piacere è anestetico, è negativo.

E in questa notte disperata, forse si avverte un labile, quasi lieve e fragile filo di speranza che fa comprendere come l’unica vera risorsa per sfuggire dal paese corrotto che, non è altro che distorto specchio di un’anima corrotta, è quello di provarci a vivere, nonostante la fatica e nonostante il terrore della sofferenza:

perché il nostro mondo in

fondo non è male! Si, è vero, è pieno di noia, dolori,

sofferenze, ma c’è anche qualcosa di buono. Non è solo ombra quella

che ci circonda, a tratti

c’è anche la luce.

Ed è questa la notte del Bruco, non a caso il simbolo adatto per questo viaggio disperato alla ricerca di noi stessi, perché è il bruco l’ultimo stadio da affrontare per divenire farfalla, per smettere di strisciare e imparare, una volta per tutte a volare liberi contro il cielo.

 

Anni difficili di Franco Rizzi: un romanzo che racconta l’epilogo delle Brigate Rosse. A cura di Alessia Mocci ( Fonte http://oubliettemagazine.com/2019/05/18/anni-difficili-di-franco-rizzi-un-romanzo-che-racconta-lepilogo-delle-brigate-rosse/)

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“Sapeva benissimo che una pistola non era una difesa sufficiente per il pericolo che l’avrebbe atteso nei giorni, nei mesi a venire, ma non aveva trovato nulla di più efficace da opporre al destino che lo stava aspettando.”

 

Dalla terrazza dell’albergo in cui alloggia a Caracas, Gianni Trapani amalgama i ricordi del passato a ciò che avrebbe dovuto fare nell’immediato futuro accompagnato dalla musica di quattro suonatori di tromba di una festa al piano di sotto. È la sua quarta volta a Caracas ed, in profonda solitudine, sente di essere giunto alla fine di un percorso, gli avvenimenti degli ultimi anni gli avevano cambiato la vita ed in tutti quei pensieri tragici poteva indicare un solo colpevole: se stesso.

Sì, perché ogni scelta giornaliera modifica il sentiero dell’essere umano, e questo Gianni Trapani lo sapeva bene ma ora sapeva anche che nella vita capita quel momento di estrema disperazione che prende possesso di ogni arguzia – difesa intellettiva – e rende disarmata la capacità di scelta vantaggiosa.

Con una laurea in Lettere da Catania si era trasferito a Milano nel 1969 e per i primi cinque anni aveva lavorato come consulente in un negozio in corso Venezia. Non si lamentava ma non si sentiva soddisfatto della sua vita e forse per questo motivo, per questa insoddisfazione, aveva deciso di aderire alla Massoneria presso il Lions Club di Milano.

 

“Per prima cosa gli era stata chiesta una quota d’iscrizione, poi era stato introdotto in un bugigattolo, dove aveva trovato un teschio di plastica ed un biglietto con tre domande: “Cosa devi a te stesso? Cosa devi alla patria? Cosa devi all’umanità?”

 

Fu, infatti, questa scelta intrapresa senza una dovuta riflessione a modificare il sentiero di Gianni, la noia che provava per il suo lavoro si era manifestata in una nuova opportunità, in una biforcazione della via che lo avrebbe guidato verso la disgrazia.

Anni difficili” dell’autore Franco Rizzi ed edito dalla casa editrice La Paume nel 2019 racconta, attraverso le vicende personali di tre uomini, l’Italia a cavallo tra gli anni ’70 ed ’80 divisa fra la dura lotta di classe e di ideali fra irriducibili della liberazione del 1945, seguaci del sessantotto e fazioni nostalgiche di estrema destra; la massoneria deviata che si stava formando e l’espansione sempre più energica della mafia siciliana.

L’autore è stato molto abile nel combinare la vita dei tre personaggi con i violenti episodi del decennio di lotta armata della storia italiana, ed infatti sono numerosi i riferimenti ai fatti che portano alla fine delle Brigate Rosse dall’arresto di Renato Curcio passando per gli scioperi di migliaia di operai FIAT, il ritrovamento in Etiopia dei resti fossili della famosa Lucy, l’assassinio degli studenti Claudio Varalli e Giannino Zibecchi, i discorsi di Enrico Berlinguer che da segretario del Partito Comunista parlava di pluralismo democratico, l’omicidio dello stimato intellettuale Pier Paolo Pasolini, il rapimento di Aldo Moro, l’indagine a cui è stato sottoposto Licio Gelli, la morte di papa Paolo VI, il breve pontificato di soli trentatré giorni di papa Giovanni Paolo I (nato Albino Luciani), l’omicidio del 6 gennaio 1980 del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella sino alla strage nella stazione ferroviaria di Bologna del due agosto ed il quattordici di ottobre con la marcia dei quarantamila di Torino.

 

Nel passato molte famiglie siciliane, specie se nobili oppure rispettabilmente ricche, seguivano l’antica tradizione di instradare uno dei figli cadetti alla carriera ecclesiastica, perché potesse diventare vescovo, compensandolo in tal modo del fatto di non poter ereditare titoli e beni che erano invece retaggio del primogenito. Quando questo accadeva, i cadetti non diventavano preti per vocazione, ma solo per convenienza e di solito erano dei pessimi preti. […] Altri, specie se vi erano Massoni in famiglia, diventavano a loro volta Massoni e formavano una Loggia coperta all’interno del Vaticano molto segreta, ma molto potente.”

 

Gianni Trapani incontrò il dottor Aldo Devita nel gennaio 1975 nel suo studio di Santa Margherita ligure, non lontano da Rapallo. Ricevette il suo contatto dal Maestro Venerabile della sua Loggia di Milano.

Devita era un uomo magnetico, fumava una sigaretta dopo l’altra e con fare affettuoso riusciva a dialogare con tutti in modo fraterno. Gianni ne fu subito affascinato e spiegò il motivo della sua visita: aveva perso il lavoro e non riusciva a trovarne uno soddisfacente a Milano.

Il dottor Aldo Devita arrivò nella riviera ligure nel 1961 in fuga da Napoli, aveva colto il momento di grande espansione – deturpazione − del territorio ed aperto un centro privato nel quale si occupava di analisi delle urine e del sangue di ricchi pazienti.

La laurea in biologia e non in medicina non fu mai un ostacolo per lui, Aldo era abile nel truffare e nell’usare le persone individuandone le capacità. Un paroliere eccezionale che si era, sin da subito, presentato come Massone incaricato di riorganizzare la Massoneria nel nord Italia.

 

“Edith era la donna ideale per Aldo. Di origine austriaca era giunta in Italia dopo la fine della guerra, era di carattere molto duro e condivideva con lui la capacità spregiudicata di servirsi di tutte le persone che le capitavano a tiro, per poi lasciarle al loro destino quando non avessero più avuto nulla da dare. […] Così si erano andate consolidando due strutture ben diverse. Sulla superficie si era formata una Loggia che lui un giorno aveva battezzato Cama, cioè Centro Attività Massoniche Accettate, fingendo che fosse un nome molto antico, mentre sotto si agitava un mondo molto eterogeneo e pericoloso, che Aldo gestiva in modo spregiudicato.”

 

Il modus operandi della massoneria deviata – la Cama − si ripeteva sempre identico: Aldo pensava ad affiliare nuovi fratelli per continuare ad alimentare non solo le casse della Loggia con la quota d’iscrizione ma per aver nuovi volti da mostrare nei vari incarichi in giro per l’Italia e per il mondo, così da non dover rendere conto alla sua ristretta cerchia delle possibilità di grossi guadagni che, invece, voleva tener per sé. Gianni viveva questa situazione in uno stato mentale tra la fascinazione e la paranoia soprattutto dopo il viaggio in Venezuela del febbraio 1976.

Aldo scelse di portare con sé Gianni perché “era fuori dal giro ma sembrava sempre seguirlo come un cane fedele, nonostante lui lo tenesse in disparte”. Similmente alla precedente “missione” in Sicilia, Gianni non era stato informato di nulla e trovandosi del tempo libero decise di chiamare il Lions Club di Caracas.

È in questo modo che viene presentato il terzo protagonista del romanzo “Anni difficili”: Vicente Razini, originario di Pescara emigrato a Caracas negli anni cinquanta che, senza un lavoro fisso, vivacchiava facendo un po’ di tutto senza badare troppo al domani. Vicente non poteva immaginare che quella serata avrebbe innescato un processo fortuito che l’avrebbe fatto diventare un uomo ricchissimo.

 

“Per Gianni si era trattato solo di una telefonata e dopo, preso dai suoi pressanti problemi, non vi aveva più pensato. Il Barbaretti invece si era mosso con abilità, si era immediatamente recato a Caracas, dove si era incontrato con Vicente Razini: il primo aveva le idee molto chiare e l’altro era pronto a seguire qualunque iniziativa.”

 

A tessere la tela del fato sono le Moire, a tessere la trama di “Anni difficili” è la Mafia siciliana, onnipresente nel territorio e precisa nelle azioni rivela la sua forza in ogni pagina di questo intenso romanzo dedicato ad un periodo in cui si è distrutta l’antica bellezza e sapienza dell’Italia.

 

“Certe volte suo padre, che lavorava alle poste di Catania, aveva accennato a uomini d’onore che comandavano, a cui si doveva obbedire senza obiettare, se si voleva vivere tranquilli. Non bisognava mai inimicarseli, al contrario se si riusciva a entrare nelle loro grazie, si poteva anche ricercarne la protezione, perché lo stato era una cosa astratta e lontana, mentre loro erano sempre presenti.”

 

 

Franco Rizzi è nato a Torino nel 1935, ha vissuto a Milano, città nella quale si è laureato in Ingegneria Elettrotecnica presso il Politecnico. Sin da giovane ha lavorato nella ditta creata da suo padre nel 1938 come progettista di impianti per il risparmio energetico. Appassionato di letteratura ed architettura, oltre al nuovo romanzo “Anni difficili” ha pubblicato “1871 ‒ La Comune di Parigi”, “Luca Falerno ‒ Caccia nelle Murge”, “Mini ‒ Storia di un pittore”, “1945 ‒ Anno zero sul lago”, “… scrivimi!”, “Il delta del Nilo”.

 

Written by Alessia Mocci

Addetta Stampa

Info

Sito Franco Rizzi

http://www.francorizzi.it/

Facebook La Paume Editrice

https://www.facebook.com/LaPaumecasaeditrice/

Fonte

http://oubliettemagazine.com/2019/05/18/anni-difficili-di-franco-rizzi-un-romanzo-che-racconta-lepilogo-delle-brigate-rosse/

Per il club di Aurora, il nostro blog propone un’approfondimento “Lo gnosticismo dietro il velo di Oblivion”.

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Oblivion di Aurora stella è uno di quei libri capaci di suscitare visioni e suggestioni nel lettore consapevole.

Il tono quasi onirico lo fa derivare in modo diretto e senza ombra di dubbio dall’opera visionaria di Philip Dick, da cui l’autrice deriva sicuramente il suo estro. In sostanza si sente, si avverte che è stata cresciuta a pane e fantascienza. Ma attenzione. Non una fantascienza qualsiasi ma, lo ribadisco, ricollegabile a quella dickiana da cui trae, in modo oltretutto inconsapevole le suggestioni gnostiche. Ecc che ci si trova davanti a un’opera che racconta non solo la scienza, ma quella collegata alla filosofia mistica, e anche alle scoperte della fisica quantistica. Del resto lo stesso Einstein soleva asserire sempre:

La scienza contrariamente ad un’opinione diffusa, non elimina Dio. La fisica deve addirittura perseguitare finalità teologiche, poiché deve proporsi non solo di sapere com’è la natura, ma anche di sapere perché la natura è così e non in un’altra maniera, con l’intento di arrivare a capire se Dio avesse davanti a sé altre scelte quando creò il mondo

 

 

E infatti, per lui la spiritualità e quindi Dio si risolve in un progetto preciso, concreto e omogeneo:

 

Credo nel Dio di Spinoza che si rivela nell’armonia di tutto ciò che esiste, ma non in un Dio che si occupa del destino e delle azioni degli esseri umani.

 

Ecco perché trovo utile raccontarvi Oblivion riproponendovi la mia prima impressione sul libro, che lega, indissolubilmente religione, scienza e spiritualità in un corpus omogenico che deve la sua struttura a un libro lontano, raccolto nei deserti mistici di Nag Hammadi e racconta una lontana teoria molto ribelle, che verrà poi raccolta da un uomo per troppo tempo considerato un pazzo a cui Aurora fa uno strepitoso omaggio.

Buona lettura

********************

Fin dalla mia adolescenza ho avuto uno spiccato interesse per due apparentemente opposti argomenti, o campi di studio uno squisitamente esoterico, o per meglio dire gnostico, e uno prettamente scientifico, in particolare riguardo alle innovative scoperte di stampo einsteiniano che molto spesso si avvicinavano alla metafisica. L’esistente di universi paralleli, la teoria delle stringhe ben si sposavano con i bellissimi racconti narranti di un universo fondato su multilivello o come li chiamavano loro eoni, ognuno dotato di caratteristiche e regole specifiche. E questo strato su strato di realtà e percezioni allontanavano il mondo materiale dal piano di esistenza primigenio quello fondato di sola energia o luce, cosi come i cantori d’amore (e i catari) amavano descriverlo. Pertanto, il mio libro preferito da sempre è la pistis sophia, complesso, dispersivo e di difficile comprensione. Lo leggo ormai da anni (venti per l’esattezza se non di più) e sono molto lontana dal capirne tutte le sfumature. Quello che mi è sempre più chiaro, invece, è che questo testo, caposaldo della filosofia gnostica, è il substrato di molti testi specie quelli che vantano la derivazione fantascientifica. Oblivion fa parte di questo mondo. Influenzato da Asimov, Da Bradbury e da film quali la fuga id Logan, si muove in un piano di esistenza doppia, dicotomica anche se in realtà a una più attenta analisi è unitaria. La diversità è rappresentata dal codice con cui lo sui vuol leggere se in chiave metafisica o fisica, ma l’argomento è lo stesso: un testo di rivendicazione della realtà vera, non oscurata da veli come percezioni instillate da cultura e abitudini e la consapevolezza, da sempre presente nell’uomo di vivere, quasi in una sorta di gabbia. Bradbury, e Orwell lo hanno ben esplicato, questo senso di claustrofobia, denunciando la ossessiva presenza di un grande fratello o di un tabù entrambi nati con lo scopo di sottomettere e manipolare l’uomo e il suo pensiero, e di conseguenza tutta la realtà che, dal pensiero, scaturisce. Togliere libertà di azione equivale a limitare la capacità di pensiero, e così via, essendo pensiero e esistere indissolubilmente legati non a caso Cartesio parlava di:

cogito ergo sum

Ma potremmo anche ribaltare il significato come:

sum ergo cogito.

Oblivion è un romanzo sia di liberazione che di stimolo alla consapevolezza totalmente simile alla Pistis Sophia. Andiamo a analizzare perché.

Lo gnosticismo fu una filosofia particolare e particolareggiata in cui il fulcro centrale era la credenza nell’esistenza di due divinità una dominante del regno materiale capace di manipolarci attraverso le sue emanazioni (arconti) servi esclusivi addetti al controllo dei confini in cui si rinchiudono particelle di anima o di luce, fuggiti dalla amorevoli mani di una divinità del mondo spirituale (penumatici) e finiti nel mondo inferiore attraverso una lunga caduta tra le emanazioni dell’arconte (peccati) rei di aver appesantito il loro carico energetico. In parole povere l’uomo, parte del mondo superiore (Dio) discende per un caso o per una mancanza o per la brama di potere, attraverso vari livelli energetici, appesantendosi man a mano fino a rendersi proprietari di un corpo fisico, dotato, quindi di energia pesante.

Questa discesa, considerata sia redenzione che prigionia è sotto il dominio del dio della forma, che gli gnostici chiamavo Jahvè (non a caso il senso ebraico di Jahvè è colui che è e per essere non devo trasformarmi in altro ma restare statico). La divinità originaria, padre delle scintille di energia pure (senza forma) si trova così a lottare per riportare in alto le particelle fuggiasche che soffrono e tentano la riconquista del paradiso perduto attraverso una vita terrena che è non solo Sacrificio” ma anche e soprattutto illusione; non è altro che una pallida parvenza della realtà superiore. Si può dire che il mondo arcontico sia chiuso, sia sono o peggio proiezione olografica di una realtà sfuggente e incomprensibile al pesante livello di energia del mondo basso. non a caso noi non possiamo che percepire una sorta di pallida essenza della realtà energetica superiore proprio perché appesantiti dal corpo e da sensi limitati. E non a caso l’idea di teletrasporto può essere teoricamente possibile solo in presenza di piccole (pure) particelle di energia. Gli agglomerati biologici, infatti, sono troppo pesanti.

E veniamo al libro e alla pistis sophia. Questo libro gnostico non fa altro che raccontare ( ve lo spiego in breva ma vi invito a leggerlo lasciando che la perfetta musicalità del testo vi avvolga la mente) come sia possibile arrivare alla conoscenza (gnosi) e di conseguenza alla liberazione dalla pastoie della materialità attraverso il racconto della redenzione di una caduta, quella della Sophia (sapienza). Rea di aver peccato, scambiando una pallida imitazione della luce del piano superiore (sophia abitava nel tredicesimo eone o nel tredicesimo piano della materia) scende bramosa e affamata, invece, in un paino sempre più materiale, fino ad essere circondata dagli arconti (servi dell’arrogante ossia colui che si adorna del titolo di Dio) e letteralmente divorata, resa prigioniera e resa schiava. Alla Sophia viene tolta costantemente quel filo di unità con la fonte o se vogliamo chiamarlo il nesso, costringendola a credere che il mondo inferiore sia l’unica realtà esistente. E cosa centra con Oblivion?

Beh Oblivion racconta la stessa identica cosa. Due personaggi Nara e Eridan affrontano, ognuno a suo modo, la ricerca della verità rendendosi sempre più consapevoli di una verità liberatoria ma distruttiva ( del loro imprinting sociale ) che il loro mondo è:

Un mondo chiuso, con confini reali e un qualcosa di sconosciuto che sta al di fuori.

E noi siamo in preda di un rigido controllo, in preda di :

una percezione della vita che in realtà non è quella…

La pistis sohpia poi ci parla di una cosmologia molto intrigante: al vertice esiste Dio non un dio ma il Dio per eccellenza dalla cui luce (energia) deriva ogni cosa. questo è immerso e partecipa di spazio purtuttavia distinti:

  • il I spazio o spazio dell’ineffabile;

  • il II spazio o primo spazio del Primo Mistero;

  • il III spazio o secondo spazio del Primo Mistero.

E Aurora stella di cosa ci parla nel libro?

Di tre mondi:

al difuori

al ditsotto

e al diqua.

Caso strano i primi due sono realtà fittizie, quasi vivai artificiali atti a preservare le razze o peggio l’umanità, da qualche disastro naturale o diabolico, una sorta di contenitore (chiamato arca biologica) chiuso e sigillato, dove la vita prospera senza però possibilità di scelta.

Quello che i mondi senza luce (gnosi) preservano è solo la varietà biologica e la biodiversità ma, sono deplorevolmente ignoranti davanti a altri livelli mentali, come empatia, amore, compassione e condivisione. non a caso l’orribile mondo al distotto è considerato regno di demoni, che trattano e prendono ai loro schiavi adrenalina, potere e tutto ciò che li rende quasi convinti di essere vivi. Dall’altra parte il mondo al disopra è profondamente robotico, cosi chiuso in convenzioni rigide dalle quali esclusa la poetica, la creatività e la vera bellezza. Tutti assolcano le regole di chi ha abilmente preso il potere, lavorando e considerando legami, eventi che in un mondo permeato di anima sono carichi di emozionalità come semplici mezzi di sussistenza. in questi due mondi, è infatti deturpata la procreazione: nel primo caso non è contemplata nel secondo è regolata dalla finalità cosciente (ampliare la stirpe).

Cosa significa?

Procreare non è soltanto un atto biologico.

Ma da sempre è considerato un potere legato alla creatività, al caos rigeneratore, al cambiamento.

È un mistero è la capacità di richiamare anime dall’alto dei cieli, di rendersi simili al Dio. non a caso per gli gnostici era l’atto più egoistico e collegato al potere dell’arconte, ossia intrappolare altre anime in un corpo materiale e condannarle alla ricerca della salvezza.

D’altro lato, chi è privato di questa capacità è privato anche dell’immaginazione.

Ecco che la procreazione non è, dunque solo un fatto biologico ma simbolico: tutte e due i mondi privati della vera luce e della vera consapevolezza sono fermi, non sono graziati dalla capacità umana di pensiero e dunque di creazione.

La capacità della tribù di Eridan di cantare ( dal sanscrito kanati o kvanati con il significato di raccontare quindi creare storie o celebrare fino a sfiorare il significato di inno e preghiera) ossia di creare incantesimi (incantare, composto da in- intensivo e cantare recitare formule magiche – da canere cantare; stessa radice del fortunatissimo sinonimo francese “charme”, derivato da carmen canto, poesia, profezia.) non è usata per scopi più sacri ma oserei dire prosaici, quelli che mirano alla finalità di garantire riparo, acqua e cibo.

Ecco la finalità cosciente distorsione di ogni elemento sacro dell’uomo.

Come si raggiunge il mondo oltre i confini?

Con la scoperta della verità, con la ribellione e la lotta. Non esisterà mai un uomo che possa essere benedetto e dunque, unto o salvato che non osi arrogarsi il diritto di dire no, di lottare con divinità ritenute intoccabili o pericolose, con idee e concetti ritenuti inviolati o con percezioni considerate le verità assolute.

La conquista della consapevolezza passa e passerà sempre attraverso la lotta, ed è la lotta che ci rende, davvero, evoluti.

Leggere Oblivion è leggere il percorso simbolico gnostico di un’anima che passa da un mondo prigione dotato di confini che nessuno valica in virtù di un tabù falso (nel nostro sono gli assunti culturali e religiosi che sono il nostro nutrimento fin da piccoli) e la capacità di rendersi conto che, il mondo che vogliamo vedere, è soltanto un ologramma.

quando cercavo la luce, mi diedero le tenebre

quando cercavo la forza

mi dieder

o la materia”

1

 

A cura di Alessandra Micheli 

Intervista di Alessia Mocci a Franco Rizzi: vi presentiamo il romanzo Anni difficili (Fonte http://oubliettemagazine.com/2019/05/13/intervista-di-alessia-mocci-a-franco-rizzi-vi-presentiamo-il-romanzo-anni-difficili/ )

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“Tutti noi corriamo il rischio di cadere in un baratro, piccolo o grande, mentre percorriamo la strada della nostra vita e tanti “furbetti” sono lì pronti per aiutarci. Dal prete che promette un felice “al di là”, magari migliore, se i tuoi beni li lasci in eredità a chi di dovere “al di qua”, per non parlare delle ciarlatane scuole di pensiero che ripropongono il ben noto “nosce te ipsum”.”

 Franco Rizzi

 

Franco Rizzi è nato a Torino nel 1935, sin da bambino ha vissuto a Milano, città nella quale si è laureato in Ingegneria Elettrotecnica presso il Politecnico. Da giovane ha lavorato nella ditta creata da suo padre nel 1938 come progettista di impianti per il risparmio energetico.

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Ha dimostrato di aver capacità notevoli ed i “suoi figli di ferro” ‒ in questo modo egli stesso denomina gli apparecchi di sua progettazione ‒ sono installati in raffinerie di petrolio sparse in tutto il mondo, a bordo di molte navi ed in molte centrali termoelettriche. Lavoro che gli ha dato la possibilità di viaggiare e di conoscere paesi in modo approfondito grazie alla collaborazione con agenti locali che gli hanno mostrato l’altra faccia dell’Asia, dell’America, dell’Africa, quella non turistica.

Appassionato di letteratura e scrittura, di quel mondo artistico che instrada alla conoscenza dell’uomo e del mondo per decine di anni ha scritto migliaia di pagine di appunti che solo recentemente ha trasformato in romanzi. Storie vere, episodi vissuti in ogni parte del globo che diventano carta stampata.

Vengono così alla luce “1871 ‒ La Comune di Parigi”, “Luca Falerno ‒ Caccia nelle Murge”, “Mini ‒ Storia di un pittore”, “1945 ‒ Anno zero sul lago”, “… scrivimi!, Il delta del Nilo”, “Anni difficili” ed un neo progetto di una casa editrice con pubblicazione gratuita, La Paume Editrice.

In questa intervista puntiamo il focus sul romanzo “Anni difficili” che traccia l’Italia a cavallo tra gli anni ’70 ed ’80 divisa fra la dura lotta di classe e di ideali fra irriducibili della liberazione del 1945, seguaci del sessantotto e fazioni nostalgiche di estrema destra; la massoneria deviata che si stava formando e l’espansione sempre più energica della mafia siciliana.

 

A.M.: Ciao Franco è un piacere aver l’opportunità di dialogare nuovamente con te per presentare ai lettori la tua ultima pubblicazione: “Anni difficili”. In un’intervista del dicembre del 2017 avevi accennato velocemente l’argomento del libro senza dare, però, anticipazioni. La stesura è iniziata dopo il 2017 oppure negli anni avevi raccolto appunti che ultimamente hai amalgamato?

 

Franco Rizzi: La stesura del libro è molto antecedente al 2017. Inizia circa dieci anni dopo il periodo preso in esame dal libro e cioè i sette anni dal 1974 al 1981. Quel periodo è stato un momento molto intenso per la mia vita, è stato un periodo centrale cui sono seguiti, direi come una sorta di contrappasso, alcuni anni di disimpegno più o meno fino alla caduta del muro di Berlino. Anno dopo anno ho sempre tenuto una rubrica dei fatti che hanno interessato la mia vita e così con gli anni ‘90 ho iniziato a raccogliere dati e notizie e successivamente metterli insieme e correlarli ai personaggi, alcuni come ho scritto presi dalla realtà di quei giorni. Per tante ragioni, alcune ovvie, sono poi trascorsi molti anni prima che il libro vedesse la luce e fosse dato alle stampe.

A.M.: L’espressione “anni di piombo” è ripresa dal film omonimo della regista Margarethe von Trotta ed utilizzata per un periodo storico italiano che va circa dalla fine degli anni Sessanta agli inizi degli anni Ottanta. Ho dunque ragionato sul titolo da te scelto “Anni difficili” volendo accostare “piombo” a “difficili” e cercando nell’etimo di piombo, oltre al latino “plumbum” di derivazione greca (πέλιος – blu-nerastro), ho trovato dal sanscrito “bahu-mala” con traduzione: molto sporco. Così il piombo diviene un concetto oscuro, molto sporco e che richiede uno sforzo dell’intelletto per essere inteso. È sotto questo punto di vista che ho esaminato il tuo nuovo romanzo e l’epoca storica che hai voluto raccontare. Ritieni che le cause di quei ripetuti massacri siano stati compresi dagli italiani che li hanno vissuti oppure che si siano semplicemente annidate sempre più in profondità?

Franco Rizzi: Gli anni di piombo, il piombo scuro delle pallottole, è stato un brutto e oscuro periodo della nostra storia più recente. Molti di quelli che ne sono stati protagonisti oggi sono morti e altri ancora vivi preferiscono non parlarne più, fiduciosi forse di essere arrivati in un tempo migliore. A quel tempo spesso si sparava per uccidere, altre volte solo per ferire, ma intimidire gli avversari e farli uscire di scena, questo veniva detto gambizzare. Il tutto era simile, mutatis mutandis, a quanto era già avvenuto nei tristi anni dal 1919 al 1922 e descritto molto bene nel bel libro “M il figlio del secolo” di Antonio Scurati uscito di recente. Oggi possiamo forse concludere che in quel periodo abbiamo assistito a una resa dei conti per quella mancata guerra civile, che non aveva trovato sfogo con il 25 aprile 1945 per la presenza massiccia delle truppe alleate presenti in Italia. Ovviamente adesso la maggioranza degli italiani ritiene ormai chiuso quel capitolo e anch’io ho addolcito il titolo riducendo il pesante anni di piombo a quello di “Anni difficili”.

 

A.M.: Il mio anno di nascita è il 1982, non sono stata testimone degli anni di piombo e purtroppo con i programmi scolastici di storia non si arriva mai a studiare questa parte nefasta dell’Italia. I trentenni e quarantenni di oggi non conoscono le vicende che hanno portato alle stragi e quando qualcuno accenna nei programmi televisivi sembra quasi un argomento tabù, si citano gli attentati, si ricordano i morti ma non si parla mai del perché e del come si è arrivati a tutto quell’odio riversato per le strade.

Franco Rizzi: Naturalmente chi è nato dopo gli anni ‘80 non conosce i fatti e i misfatti di quel triste periodo. Il tutto era nato come rivendicazione sociale prima nel 1968 in Francia (il maggio parigino) e l’anno dopo in Italia, l’autunno caldo del 1969. Ovvio che “chi di dovere“ ci mettesse subito lo zampino con la bomba alla Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana a Milano. Poi l’odio è stato fomentato in un crescendo di attentati e contro attentati, di attacchi e di vendette, effettuati da militanti estremisti di destra e di sinistra. E qui torniamo alla mia risposta precedente. Gli anni di piombo sono stati anni di duro scontro tra nostalgici fascisti e nostalgici comunisti leninisti, ma approfittando di questo fatto anche mafia e servizi segreti hanno partecipato alla bagarre. Naturalmente una organizzazione solida, bene innervata nella politica come la mafia è sempre pronta ad approfittare delle circostanze e così è stato. In conseguenza dopo gli anni di piombo, rimase proprio la mafia a fare da contraltare allo stato con i ben noti attentati dinamitardi di via dei Gergofili e di via Palestro a Milano, sfociati poi nella trattativa stato-mafia con gli ultimi processi ancora in corso ai giorni nostri.

 

A.M.: Nel romanzo “Anni difficili” ci sono tre protagonisti principali: Aldo Devita, Gianni Trapani e Vicente Razini che, trasportati in analogia con il regno animale, si identificano bene con il lupo, l’agnello e la volpe.

Franco Rizzi: Dei tre personaggi principali del romanzo, Aldo Devita è sicuramente il lupo e l’ho preso dalla realtà. È stato uno di quegli uomini, “diabolici” che ho conosciuto. Era davvero un lupo malvagio, ma travestito da persona per bene e dotato di un grande fascino al quale era difficile sottrarsi. Gianni Trapani invece l’ho creato per farne l’io narrante delle losche trame di Aldo e di altri fattacci connessi alla mafia, alla droga e al Venezuela. Così possiamo definirlo un agnello, ma un agnello finto e scaltro, adatto per poterlo infilare nelle tane dei lupi. Vicente Razini è una simpatica volpe, anche lui è preso dalla realtà, il nome con cui compare nel romanzo è quasi uguale al suo nome vero, è deceduto da poco e le sue due figlie vivono tuttora in Venezuela. Chi l’ha fatto diventare ricchissimo sono io e il racconto del come questo sia potuto accadere, è assolutamente veritiero. Aveva un anno più di me, ma mi aveva sempre considerato il suo fratello maggiore, il suo mentore, e mi dispiace veramente che nell’ultima parte della sua vita fosse stato colpito da una sorta di demenza senile.

 

A.M.: Oltre alla politica, oltre agli scontri tra fazioni ideologiche diverse troviamo due forze importanti: la mafia siciliana e la massoneria deviata. “Deviata” perché non rappresenta più i valori delle antiche associazioni iniziatiche ma si occupa principalmente di traffico di denaro e sovversione dell’assetto socio-politico. Gianni Trapani, infatti, si trova all’interno di questi due mondi senza conoscere le regole del gioco, non è conscio di ciò che accade ma è portato avanti da due pulsioni: la curiosità e la disperazione. Che cosa consiglieresti ad una persona affetta da queste pulsioni?

Franco Rizzi: Massoneria deviata: ho dei dubbi che ne esista una diversa. Il rifarsi a una associazione corretta, non deviata, che si richiami ad antichi valori iniziatici è fittizio, nessuno li considera adatti per la vita attuale, tutti sentono invece il fascino dell’associazione segreta. Ogni uomo incontrando uno sconosciuto vorrebbe trovare invece un “fratello” che condivida le sue stesse idee, che si apra a lui senza i filtri e le distanze che dividono gli uomini. Di qui a fare “delle cose” insieme, ad avere interessi privati in atti pubblici il passo è breve. Anche Gianni Trapani cade in questa trappola e crede che la massoneria possa essere una salvezza in un periodo politico oscuro. La sua curiosità non viene soddisfatta e invece è usato senza scrupoli. Non viene minimamente aiutato e finisce in uno stato di povertà. E nel desiderio di uscirne cade nel baratro più profondo e diventa un omicida. Tutti noi corriamo il rischio di cadere in un baratro, piccolo o grande, mentre percorriamo la strada della nostra vita e tanti “furbetti” sono lì pronti per aiutarci. Dal prete che promette un felice “al di là”, magari migliore, se i tuoi beni li lasci in eredità a chi di dovere “al di qua”, per non parlare delle ciarlatane scuole di pensiero che ripropongono il ben noto “nosce te ipsum”. La semplice verità è che non abbiamo altra salvezza se non in noi stessi.

 

A.M.: Che cos’è il bene comune? L’uomo può costruire una società fondata sul bene? Oppure è l’illusione di molti creata ad hoc dai pochi?

Franco Rizzi: Il cosiddetto bene comune non esiste. Ovviamente è un miraggio, creato da pochi, per incanalare in una certa direzione gli sforzi che ognuno di noi fa per la propria esistenza. Il detto l’unione fa la forza, il fascio littorio sono esempi di questa illusione.

A.M.: Hai in programma delle presentazioni del libro?

Franco Rizzi: Per adesso non ho in programma alcuna presentazione di questo libro. Credo sia un libro un po’ difficile. Forse in futuro.

 

A.M.: Ricordo ai lettori che alcuni anni fa hai fondato la casa editrice La Paume. Quali sono state le pubblicazioni del 2018 e 2019?

Franco Rizzi: La casa editrice La Paume sta appena muovendo i primi passi e non ha ancora un catalogo strutturato. Spero di tornare su questo in una prossima intervista.

 

A.M.: Salutaci con una citazione…

Franco Rizzi: Non v’è sentiero alcuno difeso contro la forza del destino e l’inclemenza del fato.” − Pedro Calderon de la Barca

A.M.: Franco, ti ringrazio per queste sincere risposte che, per il lettore attento, portano profonde riflessioni sull’Italia di ieri e di oggi. Ti saluto con i versi di Pietro Metastasio: “Chi vede il pericolo,/ né cerca di salvarsi,/ ragion di lagnarsi/ del fato non ha”.

 

 

 

Written by Alessia Mocci

Info

Sito Franco Rizzi

http://www.francorizzi.it/

Facebook La Paume Editrice

https://www.facebook.com/LaPaumecasaeditrice/

Fonte

http://oubliettemagazine.com/2019/05/13/intervista-di-alessia-mocci-a-franco-rizzi-vi-presentiamo-il-romanzo-anni-difficili/

“Volver” di Francesca Mairani, Scatole Parlanti edizioni. A cura di Ilaria Grossi

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Leggere Volver di Francesca Mairani è stato come fare un giro sulle montagne russe. Salite e discese, arresti bruschi e quel senso di vertigine che non ti abbandona mai. Andrea e Fosca.

Andrea è un pittore di Ferrara che vive unicamente per la pittura. Fosca è una giovane musicista di Bologna con la passione del tango.

Un quadro, due ballerini cristalizzati in un passo seducente danzano in una milonga ispirati dalle note di un suonatore di bandaneòn.

Andrea la chiamerà Volver.

In apparenza così diversi Andrea e Fosca. Andrea istintivo, lunatico, scontroso.

Fosca sempre pronta a chiudersi a riccio quando perdeva il suo equilibrio, perché Andrea la destabilizzava, era capace di innalzarla con la sua passione e il suo essere carnale, primordiale, diretto spesso irrascibile.

Andrea e la sua anima dai colori scuri.

“Ho visto Andrea ricoprire di un unico colore denso tele a cui aveva lavorato giorni. <Ma non ti dispiace che non si veda più nulla?> gli chiedevo. Lui mi guardava come se bestemmiassi. <Come non si vede? E’ tutto qui. Sotto il nero> Era tutto lì. E’ sempre stato tutto lì. Sotto il nero, il rosso, il viola. Sotto strati fitti di colore”

Andrea chiedeva di essere ascoltato nei suoi silenzi, di non essere solo apprezzato, ma sentito in tutte le sue sfumature.

Fosca, mi sono chiesta perché aspettavi sempre la prima mossa di Andrea? Quell’aspettare troppo l’altro, la sua telefonata o un suo messaggio, logorava qualcosa che c’era, Andrea c’è sempre stato, anche quando non c’era.

E come se pur parlando la stessa lingua, ciascuno era chiuso nella propria bolla, dove era incomprensibile e incompatibile capirsi.

Biondo è un personaggio che mi ha toccato tanto, ribelle, inquieto, dannatamente sincero, un’anima fragile.

Una storia che mi ha coinvolto e trascinata nella trama narrativa, con uno stile scorrevole, sincero, introspettivo e intimo.

Complimenti Francesca Mairani, mi auguro di poter leggere ancora della tua piacevole e coinvolgente scrittura.

Buona Lettura.

Ilaria Grossi per Les Fleurs du mal blog letterario