Alla ricerca dei tesori perduti di Alfredo Betocchi

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Sono passati più di duemila anni da quando i primi uomini misero in mare il primo tronco d’albero per solcarne le acque, da quel momento ebbe inizio la storia della marina.

I mari, i fiumi e i laghi furono le arterie dei commerci, dei trasporti e della conquista dell’uomo.

Per favorire il commercio tra le civiltà, il mare fu solcato da migliaia di imbarcazioni grandi e piccole, colme di ogni sorta di oggetti preziosi.

Gli antichi Stati si scambiavano di tutto: generi alimentari, produzioni artistiche, manufatti sacri, armi, pietre e minerali preziosi esattamente come fanno oggi le nazioni moderne.

La marineria, con il passare dei secoli e con l’acquisizione di sempre più esperienza nel solcare le acque, favorì il moltiplicarsi degli scambi.

Fenici, greci, egiziani, romani, vichinghi, spagnoli … la lista sarebbe troppo lunga da fare. Essa giunge fino a noi che nell’era supertecnologica, affidiamo ancora i nostri oggetti preziosi ai navigli che solcano i sette mari. Tempeste, uragani, tifoni, cicloni, procelle e burrasche hanno contribuito, insieme all’aggressione dei pirati e alle guerre tra Stati, all’affondamento di una quantità impressionante di tesori. Molti sono stati i volenterosi che si sono messi alla loro ricerca. Uomini leggendari, impavidi e temerari, sfidarono le difficoltà tecniche e i capricci delle correnti marine e del clima, mettendo a repentaglio la loro stessa vita. Molto spesso furono persone sconosciute e i loro nomi non dicono nulla al grande pubblico. Oggi sono soprattutto società multinazionali e finanziarie che sovvenzionano le ricerche, a volte in accordo con musei e università.

Molte persone pensano, a torto, che tutto ciò che si trova negli abissi marini sia a disposizione di chi lo trova.

Non è vero!

Per prima cosa bisogna distinguere tra proprietari delle navi e proprietari del carico. Quasi sempre sono diversi. Poi ci sono le Compagnie di Assicurazione che hanno sborsato dei premi ai proprietari o ai loro eredi dopo la perdita dei beni. Il problema si complica quando i relitti si trovano all’interno di acque territoriali. Generalmente gli Stati rivieraschi rivendicano la proprietà di tutto quello che giace nei fondali all’interno di dodici miglia marine come è il caso dello Stato Italiano.

Può capitare però che qualche nazione che non ha i mezzi tecnici o finanziari per recuperare tesori sommersi, chieda ai privati di farlo a suo nome dietro un compenso. A volte la ricompensa può arrivare fino al 75% del valore del carico.

Esistono accordi internazionali, come la “Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare”, che regolano le norme sui ritrovamenti ma non tutte le Nazioni le hanno sottoscritte con lo scopo di rivendicare l’intero tesoro.

Nel Mediterraneo, generalmente, si trovano i relitti di epoca più antica (romana, fenicia o greca), ma non è raro trovare vascelli di epoca medioevale o di periodi successivi.

Nell’Atlantico e nel mar dei Caraibi sono preponderanti i ritrovamenti di galeoni, per lo più spagnoli, francesi, portoghesi, olandesi e inglesi, mandate a picco dalle reciproche flotte o dai corsari (pirati autorizzati con patenti reali a depredare le navi delle flotte nemiche).

Nel mare del Nord è facile trovare navi vichinghe affondate a causa di burrasche micidiali.

Nell’oceano Pacifico le scoperte di relitti avvengono più spesso vicino alle coste a causa dell’enorme profondità di quei mari.

Oggi non ci sono più galeoni colmi d’oro da aggredire, la pirateria moderna preferisce il riscatto.

I cacciatori di navi inabissate cercano per lo più di arricchirsi ma molti sono coloro che lo fanno per amore della conoscenza.

Gli archeologi hanno ritrovato la maggior parte degli scafi antichi in Europa e in Asia. La maggior parte di coloro che sognano di arricchirsi col ritrovamento di un relitto puntano ai galeoni dei secoli della guerra tra Spagna, Francia e Inghilterra dei secoli XVI, XVII e XVIII. Con la spoliazione dei tesori aurei degli imperi americani degli Incas e degli Atzechi, centinaia di navi solcarono l’oceano Atlantico e il Pacifico colme di oggetti preziosi.

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Nel Mediterraneo i più famosi ritrovamenti di relitti antichi furono: la nave oneraria romana di San Pietro, a sudest di Taranto, del III secolo d.C., in cui furono rinvenuti una ventina di sarcofaghi di marmo nero provenienti da Afrodisia in Asia Minore; la nave greca del Giglio, in Toscana, del VI secolo a.C., che partì da un porto della Ionia (Turchia occidentale) e diretta in Gallia, forse a Marsiglia, nalla quale furono estratti un elmo, ceramiche, vasetti di olii profumati, preziosi strumenti musicali e lingotti di metallo; la nave di “Lisippo”, greca o romana, rinvenuta nei pressi di Fano colma di sculture ora al Getty Museum di Malibù in California; la nave romana di “Antikythera” (in italiano Cerigotto), trovata nel mare Egeo dinanzi all’isola omonima, conteneva la famosa e misteriosa “Macchina di Antikithera” un reperto di inestimabile valore, datato II secolo a.C. Pare che fosse un sofisticato planetario, mosso da ruote dentate, che serviva a calcolare i movimenti dei principali corpi celesti.

Nel mare del Nord, tra le navi vichinghe ritrovate, sono celebri: la nave di “Cecilia”, che nel 1248, trasportava la figlia del re Haakon da Bergen, in Norvegia, dopo aver sposato Harald re delle isole Ebridi. Affondò a sud delle isole Shetland, nel nord della Scozia, con tutti i suoi dignitari di corte. Il tratto della costa norvegese tra Bergen e il sud del paese ha inghiottito molte navi, tra le quali la “Fifa” e la “Hjalp”.

Come è noto, i vichinghi erano usi utilizzare le navi per seppellire i morti di prestigio. Numerose di queste sono state trovate affondate o sepolte nei paesi scandinavi con tutti i loro tesori.

Enumerare tutti i galeoni del XVII secolo, colmi d’oro, d’argento, di gioielli, è impossibile ma alcuni nomi sono rimasti nell’immaginario collettivo come simbolo di fortuna degli abili ricercatori: “Nuestra Senora de Atocha”, galeone spagnolo che trasportava un tesoro di più di due milioni di pesos in oro, argento, tabacco e pietre preziose (ossia 400 milioni di dollari), s’inabissò dinanzi al capo Key West, in Florida, nel 1622; “Nuestra Senora De La Conception” affondata nel 1638 su un banco di scogli al largo delle isole Marianne nel Pacifico; “San Pedro De Alcantara”, ritrovato davanti alla costa spagnola nel 1786. Aveva nella stiva sette milioni di pesos in oro e argento.

Anche nei mari dell’Oriente i ricercatori di tesori hanno fatto buon bottino. L’impero della Cina inviava e riceveva da tutto il mondo conosciuto vascelli e giunche con carichi preziosi. Ne sono stati trovati molti nei mari della Cina, in Indonesia, nel golfo del Tonchino e nell’oceano Indiano.

La maggior parte di essi trasportava fini porcellane, argento e oro in lingotti. Nella metà del XIX secolo nel golfo del Tonchino, tra la Cina meridionale e il Vietnam, operava il feroce pirata indocinese Shap’ng Tsai, seminando il terrore tra i marinai dei paesi rivieraschi. Fu sconfitto da una flotta mista cinese-britannica in una battaglia nel 1850 ad Haiphong, in Vietnam, nella quale perse la maggior parte delle navi cariche di tesori. Molti le cercano ancora.

Quando gli europei iniziarono a colonizzare l’Estremo Oriente, depredandolo dei suoi tesori, lasciarono dietro di sé una scia di relitti sprofondati negli abissi di quei mari. Tra questi i più famosi sono: il “relitto di Pratas Reef”, piccolo arcipelago a sud di Taiwan. L’imbarcazione, partita da Macao, colonia portoghese, era diretta a Manila nelle Filippine e affondò con un carico di ambra, muschio, perle e pietre preziose; la nave di “Serrao”, mercantile portoghese scomparso nel 1512 con un carico di monete. Partito dalla Malaysia era diretto alle isole delle Spezie (Molucche, Indonesia); il galeone portoghese “Bom Jesus” affondò nell’oceano Indiano con un carico di monete d’oro provenienti da Goa (India).

Quando scoppiò la febbre dell’oro a causa dei giacimenti trovati in California, molte navi furono caricate del prezioso metallo e inviate in Europa. Inutile dire che molte non giunsero mai a destinazione, ma affondarono per svariate cause con tutti i loro tesori. Nomi come “Yankee Blade”, “Brother Jonathan” e “America” indicavano chiaramente la loro provenienza e il loro carico d’oro.

Soprattutto la “Golden Gate”, nave statunitense che percorreva la rotta tra San Francisco e New York, divenne tristemente famosa per la tragedia occorsale. Nel 1842 prese fuoco davanti alle coste del Messico affondando con tutto l’equipaggio e un tesoro che valeva un milione e quattrocentomila dollari d’oro.

Nel 1912, l’affondamento più famoso di una nave transatlantica fu senza dubbio quello del “Titanic”. La sua storia è troppo nota per riportarla qui. I media e il cinema si sono appropriati di questa tragedia, raccontando tutti i particolari. Si disse che a bordo del Titanic vi fossero cinque milioni di dollari in diamanti, oltre ai beni personali degli sfortunati passeggeri. Negli ultimi anni si è provveduto a esplorare lo scafo e a riportare in superficie molti oggetti preziosi.

La Seconda Guerra Mondiale fu senza dubbio l’avvenimento più sconvolgente del secolo scorso. Il conflitto fu veramente mondiale e combattuto ferocemente da tutti i belligeranti in ogni ambiente del globo. I cinque continenti furono coinvolti pesantemente nella contesa e i sette mari non poterono certo fare eccezione.

Migliaia di navi civili e militari furono affondate con i loro equipaggi e molto spesso su questi navigli venivano trasportati tesori immensi.

Vorrei ricordarne qualcuno come la nave passeggeri britannica “Gairsoppa” (dal nome delle famose cascate in India), affondata da un U-boot tedesco nel 1941 al largo dell’Irlanda con il suo carico umano e quello d’argento proveniente da Bombay, in India.

Nel 1942, nella baia di Manila, un posamine americano gettò nell’acqua ben 2632 casse d’argento per impedire ai giapponesi di impossessarsene. Nel dopoguerra, gran parte delle casse furono recuperate ma mancano ancora un milione di pesos d’argento.

A bordo dell’”Empire Manor”, nave britannica varata nel 1943 e affondata nel 1944 a causa di una collisione con un vascello americano, c’erano 70 lingotti d’oro. Dopo la guerra ne furono recuperati 62 dai cercatori di tesori sommersi.

La nave statunitense “John Barry”, silurata nel 1944 da un sommergibile tedesco, trascinò con sé nel golfo Arabico il suo carico d’argento mentre era diretta in India.

Due tonnellate d’oro erano stivate nella cabina del comandante del posamine giapponese “Itsukishima”, silurato da un sommergibile olandese nel 1944.

Infine la “Awa Maru”, nave passeggeri giapponese trasformata in nave ospedale, fu colpita nel 1945 da un sottomarino USA. Si dice che trasportasse oro, platino, diamanti e tesori d’arte. Finora è stato recuperato solo stagno.

Quante scoperte si faranno ancora nei mari del mondo? Chi fosse interessato a trovare un tesoro sommerso può consultare l’International Journal of Nautical Archaeology e ovviamente

il National Geografic. Buona fortuna a tutti!

Bibliografia: Nigel Pickford – “Atlante dei tesori sommersi” – Mondadori – 1996

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