Blog tour “Bellissima regina” di Miranda Miranda. “La Napoli del 500” a cura di Monica Maratta e Alessandra Micheli

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INTRODUZIONE.

IL 500 SECOLO DI OMBRE E LUCI. A CURA DI MONICA MARATTA.

Un complesso e affascinante periodo storico in cui la profonda riflessione sulla concezione dell’uomo, della natura e della civiltà la fa da padrone. Il Rinascimento o se volete la renascentia, come lo definivano gli umanisti del Quattrocento, fu espresso come concetto di rinascita per la prima volta e in maniera più incisiva da Giorgio Vasari che lo indicò come un ciclo che iniziava con Giotto e, passando per Masaccio, Donatello e Brunelleschi, culminava con colui che ebbe l’ardire di superare gli antichi, ovvero Michelangelo.

Il concetto di Rinascimento, tuttavia, fu interpretato in maniera diversa e innovativa nel secolo scorso rispetto all’Ottocento. Nel XIX secolo lo storico svizzero J. Burckhardt diffuse il concetto di “cultura del Rinascimento” per descrivere l’epoca luminosa dopo il lungo periodo di decadimento che era stato il Medioevo. Secondo lo storico, l’uomo medievale perdeva valore al di fuori della collettività o di un ordine, mentre l’uomo rinascimentale era libero e individualista anche nei confronti della politica oltre che della vita in generale. Il singolo individuo era autodeterminato, coltivava le proprie doti e dominava la natura sino a modificarla. Un uomo sfrenato, orgoglioso, irreligioso e amorale che può e fa tutto perché è universale. Il Burckhardt affermava anche che il Rinascimento non sarebbe stato lo stesso senza “lo spirito italiano”:

L’Italia è la prima a squarciar questo velo [intessuto di fede, d’ignoranza infantile, di vane illusioni] e a trattare lo Stato e, in genere tutte le cose terrene, da un punto di vista oggettivo; ma al tempo stesso si risveglia potente nell’italiano il sentimento del soggettivo: l’uomo si trasforma nell’individuo spirituale, e come tale si afferma.

Seppur l’opera di Burckhardt ebbe il merito innegabile di mostrare il concetto di Rinascimento con intensità e suggestione, tuttavia, il tentativo di voler imporre un inizio e una fine cronologica di tale periodo fu giudicato un limite della stessa. È all’inizio del Novecento che si scatena una forte reazione alle sue idee e, con Burdach si comincia a sostenere una continuità tra Medioevo e Rinascimento e che, se proprio si vuole parlare di rinascita, bisogna risalire addirittura all’anno Mille perché i temi luterani erano già contenuti nelle eresie medievali.

Il Medioevo e il Rinascimento, inoltre, hanno una fonte comune: il mondo classico.

Nonostante i vari dibattiti tra gli studiosi è innegabile che il Rinascimento gettò le fondamenta del mondo moderno e pertanto non può limitarsi alla questione storiografica o letteraria. Per la prima volta l’uomo affina il pensiero, ammette e affronta i suoi difetti e le paure, viaggia e scopre i nuovi mondi. D’altro canto, scopre la cupidigia, la sete di potere, invoca i demoni e l’anticristo e si arrischia a superare i limiti della sua stessa natura. Dall’uomo italiano nasce il nuovo uomo europeo al centro di tutto. Viene sconfitta la visione geocentrica e si comincia a colonizzare il mondo, imponendo la propria religione, la lingua e i costumi.

Eppure non solo luci, ma anche tante ombre resero questo periodo interessante per ogni studioso.

Se le arti, la cultura classica, la concezione dell’uomo come essere composito e ricco di potenzialità, ebbe largo consenso tra gli intellettuali, non fu lo stesso a livello societario.

La rinascita non toccò, né riguardò di fatto i ruoli sociali e i vertici del potere che rimasero, totalmente stratificati. I regnanti continuarono a comandare seppur con un cipiglio apparentemente meno arrogante, mentre il suddito continuava la sua perfetta interpretazione del ruolo del dominato.

Dietro alle alte concezioni filosofiche, si annidò anche una recrudescenza della persecuzione religiosa; si pensi che fu proprio con gli inizi del 500 che, per ironia della sorte, ci fu l’esplosione della caccia alle streghe.

Da una parte ci fu la riscoperta del sapere ermetico, della tradizione pitagorica e dell’alta magia. Il sapere magico diventava iniziatici e elitario ed il mago assumeva i connotati di colui che conosceva, scioglieva e univa le energie pulsanti del cosmo dominandole con la forza del suo intelletto. Dall’altra le pratiche stregonesche assumevano l’aspetto volgare spicciolo di una magia incentrata sui bassi appetiti. Al tempo stesso l’accento posto sulla perfettibilità umana ebbe una sorta di battuta d’arresto quando si trattava di mettere in pratica le nobili intenzioni dei colti trattati.

Se infatti, Rinascimento fu ricco di donne illustri e proprio in questo periodo fiorirono numerosi salotti letterari patrocinati dalle nobildonne, tuttavia le stesse erano assoggettate agli interessi della famiglia d’origine e date in sposa per creare alleanze con il dovere di procreare quando non le attendeva un’infelice vita monastica per non disperdere il patrimonio.

Il Rinascimento fu dunque un periodo ambivalente e contraddittorio, e forse per questo profondamente affascinante.

NAPOLI DEL 500. AFFRESCO DI UNA CITTA’ INCANTATA. A CURA DI ALESSANDRA MICHELI

Napule è mille culure

Napule è mille paure

Napule è a voce de’ criature 

Che saglie chianu

E tu sai ca’ nun si sulo

Napule è nu sole amaro

Napule è addore è mare

Napule è na’ carta sporca 

E nisciuno se ne importa

E ognuno aspetta a’ sciorta

Ho accettato di partecipare a questo meraviglioso blog tour per due motivi.

Il primo che Scrittura & Scritture è una garanzia di qualità.

Il secondo motivo è più personale e riguarda un inconfessato amore alla città più bella del mondo. E non è una frase fatta o venata di piaggeria. Napoli è un piccolo incanto brutalmente dimenticato, insozzato da tanti, troppi TG, troppe voci e pochi libri che la esaltano davvero.

Napoli non è mille colori, Napoli è solo noir.

Napoli non è mille culture, Napoli è solo una quella dell’omertà.

Napoli è un solo odore quello della munnezza.

Eppure, la storia è troppo lunga per essere ridotta a un solo elemento, a una sola sfumatura. E dopo il perfetto articolo della mia storica collega, colto e esaustivo, proverò a descrivervi una Napoli diversa, culla di un 500 che celebrava la rinascita, tramite gli estratti del libro di Miranda.

Dietro alla storia d’amore travagliata, ostacolata, vittima del lato oscuro del nostro Rinascimento, esiste però una voce diversa, che risuona di bellezza negli storici vicoli.

E cosi Miranda sceglie consapevolmente di raccontare Napoli con queste parole:

la luce obliqua dell’alba cominciò a penetrare nella stanza era appena un barlume che dal cielo verdognolo cadeva di nuovo sul mondo, Su Napoli, sui lastroni di lava delle sue strade e della via che dal suo palazzo portava a piazza di San Domenico Maggiore. N’era investito anche il tufo della sua chiesa turrita, che sembrava intagliare un pane dolce di spagna o nella sabbia sottile di Mergellina…

Ogni storico, ogni appassionato, me compresa anche se non degna di forgiarmi dell’appellativo storica, ama e deve portare all’attenzione a volte acerba a volte sapiente, una sfumatura precisa della sua epoca del cuore. È in quel preciso istante, congelato in una frase, in una parola o in una descrizione che si cela non solo l’ethos del tempo, la filosofia portante che accompagna il corso dei secoli, ma anche l’identità stessa del narratore.

E in questo suo racconto non solo si omaggia un sentimento dantesco privo di coordinate temporali, ma un periodo spettacolare, da cui, forse Napoli moderna o post-moderna dovrebbe ripartire e dipingersi un diverso futuro. Ecco che è il contesto che fa da sfondo alla struggente storia d’amore che diventa di somma importanza, che fa anche da contraltare alla crudezza, ben esplicata di Monica, della condizione femminile denigrata, cosi stonante in un’epoca di rinascita. La Napoli del primo periodo vicereale, una città ricca di stimoli diversi, orientale e barocca:

ma una sorpresa lieta l’attendeva una di quelle visite che riescono a portare un raggio di gaiezza anche nella vita della più triste tra le donne le aspettava Abu Soliman mercante arabo che periodicamente andava a portarle le sue merci sfavillanti

Ecco che Napoli del 500 si tinge non solo di acerrimo guerreggiare con il nemico di sempre, il turco invasore. Ma diviene mete di incontro, terra globalizzata capace di accogliere e riunire le anime di occidente e oriente, facendo del Mediterraneo la vera culla della civiltà europea con i suoi stimoli e le sue arti:

in pochi minuti la sala fu piena di robe fini. Acque profumate al cedro e all’arancia, all’ambra grigia, alla rosa muschiata, al bergamotto, preziosi olii al gelsomino, al garofano deliziarono il naso delle donne: le fialette in un involucro di argilla e chiuse da un sughero minuscolo erano allineate in cassette di legno a mezze dozzine. Grandi anelli di oro sabbiato riempiti da verdi turchesi, giade evanescenti, lapislazzuli e pietre di vario colore erano adagiati accanto a stravaganti monili, bracciali di legno, collane di frutti essiccati cresciuti sulle rive del Nilo.

capitale del Mediterraneo e metropoli di frontiera del levante.

Dal suo palazzo di San Domenico Maggiore la carrozza aveva preso per la via dello spirito santo arrivando al largo del Gesù, per trottare poi sulla lunga strada reale fino al borgo di Chiaia, lo stretto sentiero che costeggiava la spiaggia. Li le alte torri di avvistamento fatte costruire qualche decennio prima a difesa contro le incursioni di turchi e corsari avevano preso, nel crepuscolo calante, un aspetto malinconico. Poste a distanza regolari, asilo ordinario di gabbiani che adesso stridevano, volteggiando introno alle loro merlature, sembravano voler minacciare anch’esse, piuttosto che proteggere, la riva sempre più oscura.

Quasi un monito per il presente, che iniziava a intessere il futuro, minaccia costante di cadere preda delle sue contraddizioni, che in quel secolo di luce, sembravano superabili e innocue.

Povera e dignitosa:

Bernardo Chiorta, strano miscuglio di mago, musico e mendicante, viveva come al solito la sua giornata ai margini di piazza San Domenico Maggiore. Seduto su una cassetta capovolta, cantava. Non chiedeva nient, ma nel berretto che era ai piedi, spesso le ragazze facevano cadere piccole monete. Alle serve dei palazzi vicini leggeva la sorte sul palmo della mano e vendeva pomate di sua invenzione quando, come primo vaticinio, trovava che esse avevano mani sciupate e indegne di attenzione.

e al tempo stesso elegante e pia

Napoli, in quello scorcio di secolo, viveva una frenetica attività edilizia propiziata dai viceré allo scopo di conciliarsi la benevolenza e la lealtà dei suoi sudditi aristocratici. Ed erano soprattutto le chiese monumentali, dove essi amavamo andare, a essere restaurate in tempi brevissimi.

Signora indomita e senza tempo, sinuosa e orgogliosa.

Napoli che ti cambia dentro:

vedova da molti anni, donna Alma Torres rappresentava nell’ibrido panorama dell’umanità aristocratica partenopea, un tipico esempio: venuta giovanissima da Madrid per sposare il conte di Conza, aveva vissuto a lungo a Napoli tanto da esserne stata, un poco alla volta trasformata. La disinvoltura discreta, frutto di un buon carattere, si era piano piano, tramutata in grande scioltezza di modi, che ai più poteva sembrare stravaganza; il buonsenso giovanile col tempo, era diventato una filosofia libera e spesso cinica; lo sguardo cordiale e curioso con cui guardava il mondo, una ricognizione spietata di fatti e persone. Insomma a Napoli il suo animo aveva messo altre radici…

La Napoli del 500 brilla più in questo meraviglioso testo, che in tutti i saggi colti che ho letto finora.

E spero che questa piccola fiaccola, accesa con maestria da Miranda, continui a brillare nei nostri cuori.

Perché Napoli è stata, sarà sempre, donna dai mille volti, e dai mille colori.

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