Sta arrivando il salone del libro di Torino: guardate cosa vi aspetta allo stand Dark Zone!


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Giuseppe Calzi: Un Dolore Oscuro

Sinossi:

Ambientato nelle località del nord degli Stati Uniti, Un dolore oscurodescrive il viaggio di Dave Metzelder all’interno del proprio universo emotive, a seguito della scomparsa di sua moglie Ellen..
La vita piena di sogni e aspettative della giovane coppia è devastata dalla scoperta della grave malattia che ha colpito la donna. Inizia così un lungo percorso che li porterà a consultare specialisti e strutture che possano dare loro una speranza di vittoria sulla malattia, anche solo una flebile speranza di vita alla quale aggrapparsi.
Ma qualcosa ai limiti della razionalità accade. Un’ombra impalpabile penetra poco alla volta nell’esistenza di Dave. L’uomo si ritroverà coinvolto in una serie di avvenimenti, omicidi e apparizioni, sulla scia delle morti provocate dal 
killer dei laghi. Al momento della morte di Ellen, si ritroverà calato in una sorta di labirinto tra mondo reale e inconscio, del tutto solo ad affrontare l’ombra oscura. Il suo viaggio sarà un’esperienza terrificante e ciò che dovrà affrontare è l’essenza demoniaca delle emozioni più cupe di un uomo. Sarà la forza dell’amore per Ellen, che ancora vive dentro il suo cuore e la sua mente, a decidere le sorti di Dave, oppure non rimane più alcuna via di fuga?

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Maria Laura Caroniti: La Casa de la Abeja

Sinossi:

Guatemala, anni Cinquanta. Il Paese è diviso tra violenza di Stato e guerriglia. Su un’altura, circondata da vulcani, la Casa de la Abejacela la vita e i segreti di chi ci vive: Miranda, una ballerina canadese che nasconde la fine della carriera e di un amore dietro a un’avventata proposta di matrimonio; Santiago, un sindacalista ladino che lotta per i diritti degli indigeni maya; Mita, una donna che per amore di una bambina decide di vivere insieme all’uomo che l’ha violentata. E, tra tutti, Vitalba Suárez che di Miranda e Santiago è la figlia e affida alla pittura rabbia e paura.

Quando alla Casa de la Abeja si presenta Fernando Scania, l’amore mai dimenticato di Miranda, tutto precipita.

Dal Guatemala al Messico, dal Messico all’Italia, passando per gli Stati Uniti, Vitalba perderà se stessa e farà i conti con gli incubi che infestano i suoi sogni, ossessionata da un neonato senza volto e dal senso di colpa per aver causato la morte di un innocente.

Desaparecida, inseguita dal marito, in fuga con l’uomo che l’ha sequestrata, Vitalba seguiterà a dipingere per l’urgenza di riappropriarsi della propria identità, necessità di bellezza e bisogno di raccontare le ferite del suo Paese; finché non si troverà davanti a un Soggetto Ignoto che il mondo conosce al posto del suo nome.

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Filippo Mammoli: Oltre la Barriera

Sinossi:

Pena di morte per omicidio di primo grado: è questo il verdetto che emette il tribunale di Lafayette, in Louisiana, contro il ricercatore italiano del MIT Lorenzo Rossi. Nell’angoscia dei giorni senza speranza trascorsi nel braccio della morte, Lorenzo ottiene dal fanatico direttore del penitenziario, Carl Sain, di poter scrivere un diario. Ma quando Susan Taylor, la moglie di una delle guardie carcerarie, si imbatte per caso in quelle pagine, capisce che qualcosa non torna. E comincia un’indagine personale che la porterà a svelare i contorni inquietanti di una storia dove scienza e pregiudizio si intrecciano in un gioco pericolosissimo. Finirà così per scoprire i dettagli di un esperimento scientifico mai tentato prima, un’esperienza rivoluzionaria destinata a spostare gli equilibri tra la vita e la morte.Improvvisandosi detective per ingaggiare un’avvincente lotta contro il tempo, Susan spera di recidere il cappio che si stringe ogni giorno di più intorno al collo del fisico italiano.

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“Aquila. Le vette dello spirito” di Monika M. A cura di Ilaria Grossi

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 Monika M, ritorna con un nuovo libro, si tratta di un thriller storico.

Da subito sono stata particolarmente affascinata dalla sinossi e avevo alte aspettative. Monika M, non delude mai.

La prima parte, anno 1300, è caratterizzata dal racconto di Malachia, giovane novizio, che riporterà nero su bianco la battaglia personale di alcuni fedeli devoti al Papa Angelico, CelestinoV contro il successore Papa Bonifacio VIII, il cui obiettivo era di rimuovere e cancellare dalle coscienze dei fedeli il ricordo invadente di un grande uomo, quale fu Celestino V.

La seconda parte è proiettata ai giorni nostri, precisamente al 2009, anno che ricorda a noi tutti, il tragico terremoto che ha sconvolto l’Aquila.

All’interno della basilica di Collemaggio, il restauratore Bramante Rossi, ritroverà il manoscritto di Malachia e dalla scoperta del suddetto manoscritto tante domande e mille dubbi ruoteranno intorno alla sua veridicità.

L’Aquila diventa così la città che cela misteri e segreti tra chiese e importanti opere d’arte, confessioni millenarie mai svelate, volte a coprire una Chiesa corrotta e poco sincera, pur di non perdere fedeli e una supremazia a cui non rinuncerà mai e troppo consolidata nei secoli.

L’Aquila, città che non solo cela segreti e misteri, ma anche parte del Tesoro riportato dalla Terra Santa, dai Templari. Bramante, con l’aiuto della sua ex Giulia, ambigua e poco sincera nei suoi confronti, finisce per cadere in una vera e propria ragnatela alla fine di un districatissimo labirinto.

Se la prima parte del romanzo, ben strutturata, piena di dettagli e informazioni, catapulta il lettore in un epoca come il 1300, oscura e lontanissima, la seconda parte lascia scivolare lo stesso lettore in un intrigo avvincente, il tutto sostenuto dallo stile di Monika M, fluido e scorrevole, curato e impreziosito da fonti storiche originali, ben documentate.

La storia non può non appassionare il lettore e da lettrice prima che in veste di bookblogger ne sono stata letteralmente rapita anche se ammetto, il thriller storico non è un genere che solitamente recensisco.

Per fortuna si può sempre cambiare idea.

Complimenti Monika.

Buona lettura

Ilaria Grossi per Les Fleurs du mal blog letterario

“La notte delle ciliegie” di Daniele Occhioni, Augh! edizioni. A cura di Vincenzo de Lillo

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Ci sono libri che ti tendono trappole, ti illudono di averli squadrati, compresi o catalogati, ti fanno credere di essere tutt’altro, insomma, per poi, di colpo, mostrarsi diversi.


La notte delle ciliegie è uno di questi.


Per lunghi tratti sembra un libro come tanti, una storia, seppure ben scritta, banale: uno scrittore squattrinato che cerca l’ispirazione in una splendida città tra alcool cibo e donne, e invece poi, d’un tratto, l’accelerazione, il salto, e non solo per quanto riguarda il ritmo che diventa frenetico, ma per il tema trattato, uno dei più interessanti, bui e controversi periodi della storia sudamericana, quello dei desaparecido e dell’Argentina, dove ancora, a distanza di anni

…vittime e carnefici convivono sopra un terreno di verità sepolte.”


E proprio queste verità sepolte diventano le protagoniste della seconda parte del libro, intrecciandosi con la storia dell’italiano Gus e di Susana, figlia e vittima di questa terra tanto bella quanto difficile.


“I miei genitori sparirono nel nulla, rei di pensare in modo diverso dal credo del regime”


E allora ecco che tutto diventa più duro, crudo perché quella di Susana è una storia cupa

“Maledettamente reale. Che sa di sangue e mate. Di civili innocenti spariti nel niente. Di bambini fantasma.”


E a questi e a tutte le vittime dei regimi totalitari e dittatoriali non puoi che inchinarti e dedicare un pensiero e se potessi una vendetta, come vogliono fare insieme a qualche aiuto i nostri Gus e Susana.


Ma non vi dirò altro, non sarebbe giusto.


Non sarebbe giusto dirvi che le pagine vi porteranno in Sardegna, in Argentina e in Spagna, a Barcellona, dove con uno sguardo a Gaudi’, uno al sesso ed un altro alla cucina, sarete pronti ad affrontare le ultime furenti emozioni del libro.


Però ve l’ho detto lo stesso, sperando di aver fatto crescere la vostra curiosità per un autore ed un romanzo che sicuramente la meritano tutta.

“I forti uomini … con la gonna”. A cura di Alfredo Betocchi

 

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Una terra di aspre montagne, di valli verdeggianti e di laghi lunghissimi la conosciamo come Scozia, nome che ci proviene dalle fonti latine che lo derivavano a loro volta dall’antica popolazione degli Scoti, di origine irlandese.

Chi non ha mai visto un imponente scozzese nel suo splendido costume completo?

E’ uno spettacolo superbo e a volte divertente. A Firenze, le coppie scozzesi che vengono a sposarsi in Palazzo Vecchio si portano dietro amici e musicanti in perfetta tenuta pittoresca.

I gonnellini multicolori indossati dalla popolazione maschile della Scozia sono fatti di una stoffa di lana chiamata Tartan. Questa parola indica, in lingua gaelica, il modo di tessere i fili. Ogni filetto ordito viene passato sotto a due fili, saltandone ogni volta altre due. Lo stesso avviene per le trame. In questo modo i fili di diversi colori creano un disegno geometrico molto piacevole a vedersi.

Ogni regione, provincia o villaggio si vanta di tessere i fili in maniera originale, ma sempre con la stessa tecnica, ricavandone però un disegno dissimile per ogni luogo.

L’armatura del telaio usato per tessere il Tartan è detto “Saia”. Bisogna considerare anche il diverso tipo di lane e le molte tinte utilizzate.

I pezzi di stoffa così ottenuti vengono cuciti per ottenere il Kilt”, il tipico gonnellino scozzese. Non si conosce l’origine esatta dell’uso di tessere la lana di pecora in tale modo ma di sicuro ha origini molto antiche.

Il kilt originariamente era chiamato: “Feileadh Mor” ed era quello che le legioni romane che si avventuravano a nord del Vallo di Adriano, tra l’Inghilterra e la Scozia, vedevano indossare agli Scoti.

Questi barbari abitanti di una terra ancora più selvaggia, si dipingevano il corpo e il viso in maniera multicolore per terrorizzare i nemici e indossavano un tartan non cucito, lungo cinque metri, avvolto in vita, paludato su una spalla e stretto da una cintura di cuoio.

 

 

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Gli Scoti provenienti dall’Irlanda, avevano sottomesso la popolazione originaria dei Picti e ne avevano ereditato i costumi. Brandivano armi affilatissime e dovevano fare una grande impressione ai legionari romani quando attaccavano disordinatamente, urlando e agitando le lunghe lance e gli scudi di legno.

Il kilt, proprio a causa della sua lunghezza, poteva essere adattato per tutte le esigenze, garantendo agilità e mantenendo il calore, a seconda delle attività di cui si occupava la persona che lo indossava.

Di notte era usato come coperta; in italiano si usa il termine “plaid” che prende origine proprio da “feileadh”.

Dal medioevo sino alla metà del XIX secolo, i vari Tartan distinguevano aree geografiche diverse. Solo successivamente, al contrario di quello che si crede, i Tartan vennero a identificarsi con i Clan o tribù, ossia con le grandi famiglie nobili che abitavano i differenti Distretti.

Col passare dei secoli e il variare delle esigenze e delle attività, il kilt si trasformò, perdendo il drappeggio superiore per facilitare i movimenti di chi lo indossava.

La parte superiore, detta “plaid” o “sash”, fu utilizzata solo ai fini cerimoniali e aggiunta, non cucita, al kilt.

Gli scozzesi da sempre in competizione con le Contee settentrionali dell’Inghilterra e fieramente nazionalisti, entrarono in guerra contro la potente monarchia inglese.

 

Braveheart

 

Furono sottomessi alla corona britannica, dopo innumerevoli battaglie, nel 1707

tuttavia si ribellarono quasi subito e nel 1745, dopo la sanguinosa battaglia di Culloden, sconfitti di nuovo.

L’anno successivo, con “l’Act of Proscription” (che non traduco), il parlamento inglese vietò l’uso del tartan, per cercare di contrastare la rivolta dei clan.

Ovviamente, il decreto rimase lettera morta perciò, nel 1765, agli inglesi non rimase che adottarlo loro stessi per i Reggimenti delle Highlands (“le terre alte” ossia la Scozia).

Nel 1815, la Highland Society di Londra, sorta di ente governativo che si occupava della Scozia, chiese ai capiclan quale fosse il loro tartan. Da quell’anno, s’iniziò a stabilire un collegamento tra il clan e il suo tartan.

Furono registrati duecentocinquanta tartan diversi, poi il fenomeno si allargò e ogni provincia, villaggio, famiglia e capoclan adottò un disegno in numerose varianti.

Oggi si contano, secondo le diverse fonti, dai duemila ai settemila disegni ma solo sei/settecento sono quelli in commercio.

In Scozia si trovano delle bellissime carte del paese che riproducono le immagini dei tartan appartenenti alle principali famiglie scozzesi.

Oggi si fabbricano kilt scozzesi “moderni”, lunghi fino a otto metri, finemente cuciti in pieghe lasciate libere nel lato inferiore e unite insieme all’altezza della vita.

Vi sono tre principali categorie di kilt:

il “modern kilt”, in cui prevalgono i colori scuri di origine chimica

l’”ancient kilt”, che ha colori più delicati e chiari, per somigliare a quelli tradizionali

e il “muted kilt”, che è un misto tra i due precedenti stili.

Quello che non ho potuto appurare è, se sotto al kilt, gli scozzesi indossino alcunché!