Progetto parole ci presenta il suo ultimo lavoro “Un’insignificante borghese” di Emanuel D’Avalos. Per tutti gli amanti del genere e non!

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Sinossi

A volte le persone sono quello che sembrano, altre volte invece sono diverse da come appaiono. Ma accade anche che alcune assumano diverse sfaccettature e peculiarità a seconda dello stato d’animo in cui si trovano e della realtà nella quale sono di volta in volta calate.Se ne accorgeranno Elena, bellissima trentenne impiegata in una società di un gruppo di marketing, e il suo diretto superiore, Manilo, dispotico e scontroso eppure al tempo stesso affascinante quarantenne col quale trascina avanti un rapporto di lavoro problematico e controverso.

 

Dati libro

  • Formato: Formato Kindle
  • Dimensioni file: 311 KB
  • Lunghezza stampa: 40
  • Editore: Progetto Parole (4 maggio 2019)
  • Venduto da: Amazon Media EU S.à r.l.
  • Lingua: Italiano
  • Genere– Erotico
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Oggi il blog è lieto di segnalarvi il libro di Luca Murano “Pasta fatta in casa, sfoglie di racconti tirate a mano”. Un libro che non può mancare nelle vostre librerie!

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La dedizione e la fatica dello scrivere mi hanno sempre ricordato la pasta fatta in casa di mamma. Nel bene o nel male, infatti, niente può sorprendere di più di qualcosa di così semplice e genuino, qualcosa che non è ancora stato preconfezionato o reso disponibile nella corsia di un supermercato. Mimetizzati fra questi racconti non troverete i classici ‘protagonisti’ letterari: l’unica assoluta protagonista qui è la Vita, che macina storie di ordinaria quotidianità risucchiando tutto ciò che le ruota intorno. Fra queste pagine nemmeno incontrerete eroi morali o paladini della giustizia, piuttosto lo stridente contrasto fra persone normali che fanno cose semplici (o non fanno proprio niente!), e il mondo attuale, un mondo accelerato e decadente che di normale, ormai, ha ben poco.
Diciotto ricette che raccontano la quotidianità in modo sobrio e indolente, diciotto racconti che vi parlano schiettamente, senza inutili fronzoli, come se a farlo fosse il vicino, il fornaio o un caro amico.

 

L’autore

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Luca Murano nasce al nord (Lodi) da genitori del sud (Salerno) e attualmente vive al centro (Firenze). Dopo aver conseguito la laurea in Lettere Moderne a Pavia, ha lavorato per due anni con la casa editrice Mondadori come redattore e correttore di bozze. Dal 2009 vive in Toscana dove mangia tanto, si occupa di logistica, suona il basso, legge e scrive con fortune alterne ma ben compensate da passione e dedizione

 

“Oltre la Barriera” di Filippo Mammoli, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

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Cercare un senso alla vita che trascenda la sua dimensione spazio-temporale la sminuisce, perché pone l’obiettivo al di fuori dei suoi confini, impedendo di apprezzare appieno il qui e ora, che è l’unica certezza che abbiamo.

Raramente ho avuto difficoltà a scrivere una recensione.

Mi capita quando non so cosa raccontare, proprio perché il libro è muto. Ma stavolta troppe sono invece, le voci che si rincorrono nella mente.

E cosi, rassegnata a non trovare un’introduzione degna del romanzo, metto le mie cuffie e ascolto lui il maestro Vecchioni, in cerca di un significato, o di uno stimolo.

E sentendo la sua voce che racconta del passato, ho visualizzato quegli anni, anni in cui si lottava per la libertà, quel sessantotto tanto celebrato ma poco onorato, oggi, con la nostra incapacità di difenderle quelle libertà.

Incapaci di mettere dei fiori nei nostri cannoni.

Di creare una Woodstock dentro di noi per portarla ovunque, in ogni società da quella più civile a quella più ombrosa.

E cosi le parole volano e si intrecciano coni miei sogni.

Come far convivere le due anime del libro?

Quella che ama e venera la scienza e rifugge schifata dal fanatismo religioso, che pone la vita oltre alla nostra mente.

Che pone la ricompensa nelle mani di un dio arrogante e dispettoso. Mentre per secoli, tutti i racconti hanno evidenziato la nostra ribelle volontà di osare, sfiorare il tabù e andare oltre la barriera posta da queste insensate forme divine.

Penso a Prometeo, che rubò il segreto del fuoco a un dio irascibile per donarlo all’uomo.

Mi sono sempre chiesta di che fuoco si parlasse nel mito, se quello reale ottenuto dalla combustione e quindi creato tramite la scienza fisica o quello dell’intelletto, capace di sconfiggere quella notte piena di sussurri e scricchiolii inquietanti.

Penso al mito dei Nephilin, esseri straordinari che donarono alle donne i segreti della scienza metallurgica, architettonica e persino biologica.

E non per qualche volontà ultraterrena, ma perché si erano innamorati e magari durante le notti infuocate parlavano alle compagne, perché quando l’amore rompe le barriere, si raccontano i segreti.

Penso a Caino, tanto odiato che decise di non accettare la logica brutale del sacrifico.

Penso alla Povera Eva, vittima di un coglione senza palle, che decise di scoprire o ri -riscorpire che non era solo un servo intento a lodare una divinità che li trattava come simpatici animaletti domestici, ma lei la coscienza la voleva, anche a costo di sentire il dolore.

Perché chi vive nell’attimo lo sente quel malessere.

E mentre ripercorrevo le gesta dei miei eroi, mi chiedevo cosa poi c’entrasse il discorso sulla pena di morte.

Eppure sapevo che ogni argomento usato dall’autore era un discorso lineare, disturbante ma coerente.

Ed è tutto li, mentre le note di Vecchioni si facevano più acute e la sua voce più nostalgica e quasi disperata, ho capito.

Noi esseri particolari, vittime di tante troppe pastoie dateci da una società che ci costringe a essere ciechi. Che sia con la religione, o con la convezioni della necessità di uno stato che punisce i suoi figli per evitargli di contaminare una società immacolata.

E’ questo il segreto, mi sono detta.

Mammoli lo ha capito meglio di me: noi abbiamo bisogno costantemente di vinti e vincitori, di buoni e cattivi, di perdenti e di criminali.

Proprio perché incapaci di guardarci allo specchio e accettare quel miracoloso, meraviglioso incanto, di essere un uomo.

Dobbiamo rendere conto del nostro cammino, della perfezione di ogni processo biologico a qualcuno fuori di noi.

Come se vivere, esistere sia una colpa tremenda da scontare.

La scienza è quello che era lo gnosticismo un tempo, volersi affrancare dal pregiudizio, e della de- responsabilizzazione di ogni nostra azione. Si fa presto a dire è fede, è volontà di dio.

Come se fossimo bambini da punire se sbagliamo, o che seguono come in un imprinting il primo essere che cammina, perché da soli non riusciamo a orizzontarci.

La Religione, che in realtà dovrebbe farci indagare sulla natura dei legami che tengono assieme il mondo, che dovrebbe solo farci conoscere noi stessi per conoscere il vero dio, è solo una barriera.

Che ci pone in un settore preciso di una società precisa: chi è il paladino della fede appoggia un sistema di sottomissione.

Chi invece lo contrasta, vuole la libertà assoluta dell’uomo.

E con assoluta non intendo ognuno fa cosa gli pare.

E’ la consapevolezza costante e quotidiana di possibilità e di limiti e della possibilità stessa di sorpassarli quei limiti.

La vera religione è semplicemente una presa di coscienza, delle nostre capacità .e tra le capacità straordinarie, esiste quella biologica, quella neurologica e quella di scelta.

Ma come si può scegliere se un dio ha deciso e decide per noi?

Come possiamo davvero vivere, se la nostra vita è proiettata verso un paradiso o una ricompensa o una punizione?

Noi finché sogneremo un mondo migliore, un universo idilliaco, non saremmo mai qua e ora.

Ho sempre sostenuto che la spiritualità e il sacro, fossero cose molto pratiche.

Fossero scienza.

E non solo io lo sostenevo ma anche studiosi del Calibro di Gregory Bateson e persino del buon vecchio pazzo Einstein.

Ed è la fisica quantistica che scopre la vera fonte di una religione molto diversa da quella conosciuta: quella della responsabilità.

Solo chi conosce davvero il mondo, lo scopre e lo ama, può sentirsi cosi connesso ai suoi cicli, alle sue ingegneristiche meraviglie, a quelle strabilianti unioni di causa e effetto, alla capacità di ogni processo di utilizzare il rumore e da esso trarne energia, lo rispetta.

Gli altri sono semplicemente costretti da un finto padre benevolo.

Non rubare, non uccidere, non mangiare dalla mela, sono solo imposizioni.

Che hanno l’assurdo potere di incentivare la trasgressione.

E se trasgredisci, in fondo a quelle regole credi ciecamente, cosi tanto da volerle stuzzicare.

Chi non le considera valide, semplicemente non le interiorizza, né le legittima.

E quindi non ha bisogno di trasgredire, ciò che non esiste.

Ma solo la conoscenza può davvero metterci in condizioni di fare delle scelte.

Il libero arbitrio è in fondo questo: sapere che possiamo tutto e decidere di non farlo.

Sapere che siamo noi dei di questo mondo e scegliere di proteggerlo.

E il mondo, quello dell’universo non è che immagine del nostro mondo interiore.

Cosi in cielo cosi in terra.

Macrocosmo e microcosmo divengono termini scientifici.

Anche una fans della teosofia aveva capito l’importanza del quanto come di un modello conoscitivo del mondo: sto parlando di come Alice Bailey ( vi invito a leggere la coscienza dell’atomo).

Tutti i grandi scienziati sono stati migliori di tanti guru ammantati di finto mistero e di finto folclore magico.

In fondo, la magia è e resta scienza, con un suo linguaggio codificato in termini poetici.

Persino la bibbia è stata decifrata riportando le sue idee come un antico manuale di scienza.

Addirittura ogni libro sacro in fondo non è altro che…un manuale di fisica quantistica.

La perfezione dei numeri che hanno più coscienza di quel dio che decise di uccidere un figlio di un suo devoto seguace.

Nella bibbia è riportata a volte in chiave allegorica, tutta l’esperienza di uomini che si sono scontrati con la logica del dominio e quella della cooperazione.

Tanto che appaiono due diverse energie: la distruttiva e l’evolutiva.

E noi con la pena di morte, veneriamo la distruttiva.

Perché solo uno stato distrutto, uno stato che ammette la propria incapacità a gestire la collettività, propone non di curare le cause ma di tamponare le rotture.

Ecco che la pena di morte non è che il risultato di disfacimento e di resa di uno stato, ma anche dell’uomo che lo propone.

Non siamo in grado e non vogliamo, perché il business è più importante, eliminare quelle discese che portano a delinquere.

Quindi ogni elemento che le percorrerà verrà distrutto.

Sacrificato in un maestoso e scenico olocausto.

Eppure, le percorre perché servono al dominio.

Eh si miei cari lettori.

Il criminale, il mostro, il reo, il ribelle, il trasgressivo ci serve.

L’ho detto e lo ripeto: senza la parte oscura noi non riusciamo proprio a vederci.

Se non abbiamo la notte tenebrosa fin dentro le ossa proprio non riusciamo a vedere il sole.

Senza perdere, senza rinunciare, senza infilarci un una fossa, non riuscimmo a vedere la luna.

Vediamo solo il dito.

E cosi è lo stato.

Sa benissimo che le diseguaglianze portano alla rabbia e alla frustrazione.

Sa benissimo che disunire una comunità significa si controllarla ma renderla facile preda degli impulsi più oscuri.

Perché ci si sente terribilmente soli, senza avere tra le mani la propria vera identità.

Ci hanno ucciso gli ideali, e uccidono la compassione.

Quando ascoltiamo le notizie del crimine iniziamo a gridare a morte!

Ma non ho sentito mai qualcuno urlare perché?

Non ho mai ascoltato voci che proponessero di curarla la ferita.

Ci buttiamo un po’ di disinfettante, senza osservare da vicino l’infezione e darle il giusto antibiotico.

Cosi essa prospera fino a eruttare tutta la sua virulenza.

Il suo pus.

E ci serve, cosi possiamo manipolare le coscienze terrorizzarle, e impedirle di guarda il cielo e sentirsi…immensi come esso.

Ed è la scienza che ti dà quest’ottica di meraviglia.

Non è certo il dio che fa separare i mari o uccidere bambini perché prendono in giro un profeta pelato.

La scienza impiegherebbe le attenzioni di quei bambini a comprendere cosa accade attorno a loro, li renderebbe curiosi di ogni accadimento, dalla nascita di un fiore, alla composizione di un capello.

Sembra una stronzata?

Eppure è la verità.

La scienza ci libera, la religione ci lega.

La compassione ci libera, la vendetta ci lega.

E non credo che oggi si vogliano uomini nuovi e liberi.

Liberi di vivere qua e ora, perché se vivessimo davvero la vita cosi, non accetteremmo le ingiustizie né le discese create dal potere.

Non diremmo: dio ci ricompenserà di tanta sofferenza.

Prenderemmo in mano falce e martello e inizieremmo abbattere i muri e le barriere.

E forse è quello che spero farà Oltre la barriera.

Noi non siamo della razza

di chi frigna e si dispera

come zombie di un passato

che sembrava primavera

A fanculo ogni rimpianto

che non sono roba vera

la malinconia è uno sguardo

e la vita è roba seria

E se passi un solo giorno

senza farti una domanda

Senza un grido di stupore

l’hai mandata al creatore

non mi passi per la testa

che si celebri il terrore

noi siam quelli della festa

con il vino ed altre sole

non siamo quelli del rimorso

prima ancora del peccato

siamo i primi della classe

di un amore immaginato

e le libertà che avete

mica c’erano a quei tempi

noi ci siamo fatti il culo

tocca a voi mostrare i denti

incredibile sognare che non dormi

in un fiume straripante di parole

ammassati nelle aule delle scuole

ed è proprio aver vissuto

che ci fa vivere ancora

ed è proprio aver perduto

che ci fa credere ancora

ed è qui oggi stasera

che il riflesso fa memoria

e lo fa per chi non c’era

perché fu una bella storia

formidabili quegli anni

traversati come stelle senza cielo

fra le gocce ritrovate nel pensiero

come briciolo di pane sul sentiero

all’amore di ragazze travolgenti

cavalieri sopra nuvole incoscienti

Roberto Vecchioni

“The hematophages” di Stephen Kozeniewsky, Dunwich editore. A cura di Alessandra Micheli

the-hematophages-stephen-kozeniewski-copertina-dunwich.jpgCome ben saprete, sono un’appassionata di letteratura horror.

Credo di aver letto quasi tutti i padri del genere, da Poe a Meyrink fino a inchinarmi davanti alla maestria del grande Lovencraft.

Poi, grazie a quel soggetto che chiamano fratello (io ho i miei dubbi), ho incontrato Stephen King.

A dire il vero, il primo libro che ho letto del maestro è stato un fantasy, uno dei migliori tra l’altro, ossia gli Occhi del Drago.

Da li in poi mi sono innamorata del suo stile, crudo e capace di indagare nell’anima oscura dell’America.

E poi sono andata in cerca di talenti, affamata come uno zombie a Montecitorio, (sottile e sagace battuta politica).

Fino a imbattermi nella casa editrice Dunwich.

E fidatevi, di incubi la sua produzione me ne ha regalati.

Libri bellissimi, corrosivi ma sempre poetici.

In fondo anche l’abisso e le tenebre hanno una particolare magia.

Anche se la morte li accompagna e una morte spesso terribile, ( ma del resto i protagonisti sono dei cretini, sempre pronti a scendere in cantine buie e a passeggiare finferli tra vicoli bui proprio a mezzanotte o peggio, a campeggiare allegri e giubilanti nei boschi) ha il suo lato poetico.

Persino il terrificante Nightcrawler alla fine, ha una sua dolcezza di fondo.

Fidatevi, non sono pazza.

La paura è elegante, raffinata, anche quando zampetta come un ragno. Avete mai visto lo spettacolo che quegli esseri tanti odiati producono con la loro azione?

Le ragnatele sono opere d’arte, e i ragni le intessono con una grazia che pochi possono comprendere.

Diciamocelo.

Noi amanti del generi, in fondo, siamo dandy che osservano gli scenari lugubri con un bel bourbon in mano.

Io una coca cola ma dettagli.

O un vino bianco odoroso di fiori e frutti.

E seduti in poltrona, mentre fuori nuvole nere e minacciose oscurano la beltà del cielo.

Si lo so.

Sono in fondo un’inguaribile romantica, che trova la sua completezza nelle immagini gotiche, laddove amore e terrore si mescolano in un connubio magico.

Del resto chi può negare che i sepolcri di Foscolo non abbiano indubbia meraviglia con le bianche lapidi, i suoi sussurii e un upupa che rompe un incantato silenzio con i suoi stridii?

Nessuno credo.

Tutti noi abbiamo questo lato oscuro.

Solo che in fondo è un lato che sa di eternità e di aria pulita.

L’orrore libera, e fa respirare nonostante i brividi.

O forse è proprio per i brividi che ci fanno sentire quasi…vivi.

Ecco credo che la letteratura horror possa essere quasi sempre definita di notevole poetica classe.

Quasi appunto.

Perché stavolta il libro di cui vi parlo ha sconfitto anche me.

Tutt’ora mentre ne scrivo, il respiro si mozza e non posso fare a meno di sentirmi disturbata.

La mia antica anima ottocentesca di fronte all’arte di Stephen (perché “disgustare è anch’essa un arte) si rannicchia in un angolo cercando di evitare i ricordi claustrofobici causati dalla sua penna.

Una penna che è come uno stridio di unghie sulla lavagna.

Conoscete la sensazione?

E’ molesto quel rumore, osceno e quasi perverso.

Cosi com’è leggere the hemathopages.

Prima di tutto l’ambientazione.

E’ soffocante, calda e innaturale.

Si tratta di un futuro senza passato né presente.

E’ un mondo quasi morto, senza lo stimolo della curiosità, del mistero e della brama di conoscenza.

E’ tutto completamente anonimo.

E già la prima sensazione che ti dice scappa Ale, qua la lettura si mette male.

Ma non è nulla.

In una società senza regole e senza persino collettività, il viaggio si presenta completamente avulso da ogni legge che io conosca.

Ogni percorso che porta nelle tenebre, infatti è redentivo.

La scoperta del mostro, dell’impulso oscuro è come ho detto prima, liberatoria.

Purifica la nostra anima.

Qua non troverete liberazione.

Troverete perversa oscenità di una forma di vita, la nostra, totalmente in balia di organismi diversi, alieni e se mi si permette il termine “incazzati” con noi.

In fondo abbiamo perduto tutto.

Morale, etica, speranza.

L’unica legge è recuperare o tentare di recuperare il passato per trarne profitto.

Nessuna senilizzazione oltre quello del denaro contante: crediti li chiamano.

Crediti, come se noi fossimo in una sorta di debito costante con un universo, un mondo che abbiamo distrutto forzando i cicli della biosfera.

Ah si lo siamo.

Lo abbiamo fatto e lo stiamo facendo.

Alla fine l’alieno ermatofago sembra più vivace di noi.

E in fondo una parte di noi tifa per quell’invasione.

Per quella fine meritata di una creatura capace di brillare, che un giorno scelse di non brillare più.

Senza motivi, solo perché farlo costava fatica.

Ogni scena descritta, seppur non propriamente splatter, sconvolge.

Non esiste rispetto, solo disprezzo.

Non esiste neanche un cerimoniale, solo una atroce considerazione di noi come carne.

Da macello ovviamente.

Anche il vampiro, il demone, lo zombie, la strega avevano, un tempo, la loro ritualità che rendeva il pasto un atto sacrale.

In fondo, noi con il sangue nutrivamo si morti viventi, ma cosi coraggiosi da sfidare dio e la morte.

Persino lo zombie si ergeva contro le leggi fisiche.

La strega poi, la donna che capovolgeva l’assioma in cui voleva il maschio vincitore.

Si vincitore dentro una bella pentola forse.

Qua non c’è onore nella morte.

C’è come scrive la quarta di copertina:

non ci sono limiti alla depravazione e alla violenza dei grotteschi incubi noti come… ematofagi.

Ed è quello che vi aspetta.

Sensazioni dure da scordare, che solo un grande artista può creare. Perchè Stephen Kozeniewski, ha la capacità di unire la capacità descrittiva con una capacità scenografica degna del cinema.

Scorrono quindi fotogrammi, ma saranno fotogrammi del codice chiamato linguaggio scritto.

E diventeranno vivi, quelle bocche voi le sentirete davvero sul corpo.

E se siete davvero in grado di reggere quest’arte perversa…accomodatevi.

Leggetelo.

Il viaggio allucinante sarà…senza ritorno.

E senza salvezza.

Ma ne vale la pena.

Ora scusatemi.

Devo per forza riprendermi, con una dannato libro su unicorni e arcobaleni.

E mi inchino a questo meraviglioso, cattivo, autore.

Review Party: “Ogni tuo passo” di Alice Feeney, Editrice Nord. A cura di Francesca Giovannetti

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Il marito di Aimee Sinclair, Ben, sparisce nel nulla dopo aver prosciugato il loro conto in banca. Aimee ne è quasi sollevata, nonostante il furto subito, perché Ben è un uomo violento. Ma tutto inizia a complicarsi quando la polizia le rivela di avere un video dove si vede che lei stessa ha prelevato il denaro. Da bambina le è stata diagnosticata una amnesia selettiva a causa di un grosso trauma, ma in realtà Aimee ricorda tutto ciò che ha vissuto nell’infanzia. E adesso? Perché non rammenta di aver fatto ciò che vede nella registrazione? Tra incubi del passato e fantasmi del presente, una corsa contro se stessi e il mondo intero che cerca di incastrarla.

Angosciante, incalzante, inquietante.

Un thriller psicologico magistralmente costruito, tra passato e presente, in un incastro perfetto.

Una protagonista con più ombre che luci, che ha subito nell’infanzia un trauma atroce.

La ricerca dell’identità è la chiave di tutto il romanzo.

Un continuo perdersi e ritrovarsi, un attaccamento alla radice mentre si esplora il mondo.

Chi siamo, chi sembriamo; sostanza e apparenza; verità e mistificazione.

Un crescendo di dolore e presa di coscienza mentre la protagonista si cala in ciò che era, nel suo evolversi, nel suo essere attuale.

Poca luce, molto buio.

Su tutto la consapevolezza, atroce e imperfetta, di se stessi.

Una trama costruita alla perfezione, mattone su mattone, con flashback cadenzati che dipanano la matassa dell’intreccio.

E il lettore rimane lì, avido di sapere.

I contorni ben delineati dei personaggi si battono convulsamente contro l’intreccio che cattura e rimane sospeso, per giungere con maestrìa a un finale inatteso.

Un romanzo con uno stile fluido e scorrevole, con un ritmo costante e con personaggi ben costruiti.

L’autrice ci conduce negli abissi di incubi e lucide follie umane, con mano sicura e poco rassicurante.

Ogni tuo passo.

Sembra di udirlo scandito, questo titolo, ogni-tuo-passo : qualcuno ti vede, ti osserva, ti manipola.

Come trovare una via d’uscita?

E soprattutto: c’è il desiderio di una via di uscita?

Ciò che appare non è ciò che siamo, ma forse, potrebbe essere la migliore carta per vivere o sopravvivere. E il titolo originale è l’affermazione che più incute terrore a Aimee “I know who you are” – So chi sei .

Un sollievo?

Una maledizione?

Questo romanzo vi rimarrà scolpito nella memoria, con un profondo senso di inquietudine che vi sfiorerà ogni volta che vi poserete sopra gli occhi: So chi sei.

E noi…sappiamo chi sono le persone che ci circondano?