“The hematophages” di Stephen Kozeniewsky, Dunwich editore. A cura di Alessandra Micheli

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Come ben saprete, sono un’appassionata di letteratura horror.

Credo di aver letto quasi tutti i padri del genere, da Poe a Meyrink fino a inchinarmi davanti alla maestria del grande Lovencraft.

Poi, grazie a quel soggetto che chiamano fratello (io ho i miei dubbi), ho incontrato Stephen King.

A dire il vero, il primo libro che ho letto del maestro è stato un fantasy, uno dei migliori tra l’altro, ossia gli Occhi del Drago.

Da li in poi mi sono innamorata del suo stile, crudo e capace di indagare nell’anima oscura dell’America.

E poi sono andata in cerca di talenti, affamata come uno zombie a Montecitorio, (sottile e sagace battuta politica).

Fino a imbattermi nella casa editrice Dunwich.

E fidatevi, di incubi la sua produzione me ne ha regalati.

Libri bellissimi, corrosivi ma sempre poetici.

In fondo anche l’abisso e le tenebre hanno una particolare magia.

Anche se la morte li accompagna e una morte spesso terribile, ( ma del resto i protagonisti sono dei cretini, sempre pronti a scendere in cantine buie e a passeggiare finferli tra vicoli bui proprio a mezzanotte o peggio, a campeggiare allegri e giubilanti nei boschi) ha il suo lato poetico. Persino il terrificante Nightcrawler alla fine, ha una sua dolcezza di fondo.

Fidatevi, non sono pazza.

La paura è elegante, raffinata, anche quando zampetta come un ragno. Avete mai visto lo spettacolo che quegli esseri tanti odiati producono con la loro azione?

Le ragnatele sono opere d’arte, e i ragni le intessono con una grazia che pochi possono comprendere.

Diciamocelo.

Noi amanti del generi, in fondo, siamo dandy che osservano gli scenari lugubri con un bel bourbon in mano.

Io una coca cola ma dettagli.

O un vino bianco odoroso di fiori e frutti.

E seduti in poltrona, mentre fuori nuvole nere e minacciose oscurano la beltà del cielo.

Si lo so.

Sono in fondo un’inguaribile romantica, che trova la sua completezza nelle immagini gotiche, laddove amore e terrore si mescolano in un connubio magico.

Del resto chi può negare che i sepolcri di Foscolo non abbiano indubbia meraviglia con le bianche lapidi, i suoi sussurii e un upupa che rompe un incantato silenzio con i suoi stridii?

Nessuno credo.

Tutti noi abbiamo questo lato oscuro.

Solo che in fondo è un lato che sa di eternità e di aria pulita.

L’orrore libera, e fa respirare nonostante i brividi.

O forse è proprio per i brividi che ci fanno sentire quasi…vivi.

Ecco credo che la letteratura horror possa essere quasi sempre definita di notevole poetica classe.

Quasi appunto.

Perché stavolta il libro di cui vi parlo ha sconfitto anche me.

Tutt’ora mentre ne scrivo, il respiro si mozza e non posso fare a meno di sentirmi disturbata.

La mia antica anima ottocentesca di fronte all’arte di Stephen (perché “disgustare è anch’essa un arte) si rannicchia in un angolo cercando di evitare i ricordi claustrofobici causati dalla sua penna.

Una penna che è come uno stridio di unghie sulla lavagna.

Conoscete la sensazione?

E’ molesto quel rumore, osceno e quasi perverso.

Cosi com’è leggere the hemathopages.

Prima di tutto l’ambientazione.

E’ soffocante, calda e innaturale.

Si tratta di un futuro senza passato né presente.

E’ un mondo quasi morto, senza lo stimolo della curiosità, del mistero e della brama di conoscenza.

E’ tutto completamente anonimo.

E già la prima sensazione che ti dice scappa Ale, qua la lettura si mette male.

Ma non è nulla.

In una società senza regole e senza persino collettività, il viaggio si presenta completamente avulso da ogni legge che io conosca.

Ogni percorso che porta nelle tenebre, infatti è redentivo.

La scoperta del mostro, dell’impulso oscuro è come ho detto prima, liberatoria.

Purifica la nostra anima.

Qua non troverete liberazione.

Troverete perversa oscenità di una forma di vita, la nostra, totalmente in balia di organismi diversi, alieni e se mi si permette il termine “incazzati” con noi.

In fondo abbiamo perduto tutto.

Morale, etica, speranza.

L’unica legge è recuperare o tentare di recuperare il passato per trarne profitto.

Nessuna senilizzazione oltre quello del denaro contante: crediti li chiamano.

Crediti, come se noi fossimo in una sorta di debito costante con un universo, un mondo che abbiamo distrutto forzando i cicli della biosfera.

Ah si lo siamo.

Lo abbiamo fatto e lo stiamo facendo.

Alla fine l’alieno ermatofago sembra più vivace di noi.

E in fondo una parte di noi tifa per quell’invasione.

Per quella fine meritata di una creatura capace di brillare, che un giorno scelse di non brillare più.

Senza motivi, solo perché farlo costava fatica.

Ogni scena descritta, seppur non propriamente splatter, sconvolge.

Non esiste rispetto, solo disprezzo.

Non esiste neanche un cerimoniale, solo una atroce considerazione di noi come carne.

Da macello ovviamente.

Anche il vampiro, il demone, lo zombie, la strega avevano, un tempo, la loro ritualità che rendeva il pasto un atto sacrale.

In fondo, noi con il sangue nutrivamo si morti viventi, ma cosi coraggiosi da sfidare dio e la morte.

Persino lo zombie si ergeva contro le leggi fisiche.

La strega poi, la donna che capovolgeva l’assioma in cui voleva il maschio vincitore.

Si vincitore dentro una bella pentola forse.

Qua non c’è onore nella morte.

C’è come scrive la quarta di copertina:

non ci sono limiti alla depravazione e alla violenza dei grotteschi incubi noti come… ematofagi.

Ed è quello che vi aspetta.

Sensazioni dure da scordare, che solo un grande artista può creare. Perchè Stephen Kozeniewski, ha la capacità di unire la capacità descrittiva con una capacità scenografica degna del cinema.

Scorrono quindi fotogrammi, ma saranno fotogrammi del codice chiamato linguaggio scritto.

E diventeranno vivi, quelle bocche voi le sentirete davvero sul corpo.

E se siete davvero in grado di reggere quest’arte perversa…accomodatevi.

Leggetelo.

Il viaggio allucinante sarà…senza ritorno.

E senza salvezza.

Ma ne vale la pena.

Ora scusatemi.

Devo per forza riprendermi, con una dannato libro su unicorni e arcobaleni.

E mi inchino a questo meraviglioso, cattivo, autore.

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