“Le ossa dei morti” di Miriam Palombi, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

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Ho sempre sostenuto e sempre sosterrò che l’horror come genere letterario, ha in se una armonica bellezza.

So che vi sconvolgerò, perché per molti si tratta di libri che raccontano di squartamenti vari e di infernali punizioni.

Ma non è cosi.

L’orrore si incentra sul tema del male è vero, ma si contorna di atmosfere soffuse, tenebrose si ma di una loro lucentezza.

E’ un genere che ha origini nelle suggestioni gotiche, e ancora più lontano nelle immagini quasi oscure dei racconti graaliani, laddove il nero era, in fondo, radioso, dove le differenti sfumature di colore si susseguono in un caleidoscopio di bianco, rosso vermiglio e nero, come le ali del corvo.

Ed è in questo modo di interpretare la bellezza che va ricercato e inquadrato la spettacolarità di quel genere che usa, appunti, questi colori.

Lo stesso libro della Palombi si nutre di queste gradazioni: il bianco delle ossa o dei volti cadaverici, il rosso del sangue e il nero dell’abisso da cui gli incubi tentano di uscire.

E nelle descrizioni la Palombi ci sa fare, donando a quel cupo splendore una classe e un’eleganza che non sfigura nei sepolcri di Foscolo e di Edgar Allan Poe.

Ha perfettamente inquadrato la nostra autrice Paolo di Orazio nella sua prefazione:

Questo romanzo esiste per chi ama e sa cosa aspettarsi dall’horror.  L’autrice ha le idee ben chiare e sa come dimostrarlo dalle primissime battute. Qualità sempre più rara.

In una non-epoca di caos cognitivo di generi, di supponenza creativa

Nelle ossa dei morti tutto è logico, consequenziale, ben incastrato e privo di quelle sceneggiate di apparenza che servono per colmare dei vuoti narrativi.

Horror non è solo lo splatter, è l’atmosfera claustrofobica ma soprattutto una sorta di strisciante fascinazione che inevitabilmente ti tiene incollata alle pagine e non può non suscitare una morbosa e seduttiva attrazione verso quegli inferi rigurgitanti demoni e creature contorte.

Il vero horror, non è repulsione ma direi amore.

E un amore forse contro coscienza, contro ogni nostra strutturata percezione del bello, influenzata da una certa propensione per il politicamente corretto e per il moralmente accettabile.

Ecco che la villa maledetta, prototipo e al tempo stesso innovazione nel panorama del ghost stories, non si nutre soltanto di male e di azioni eticamente indicibili, ma anche di una volontà di oltrepassare le barriere del consentito, del benessere societario, del limite che la collettività impone per una “civile” convivenza per poter esaltare una sorta di super io che trascenda ogni legge divina.

O umanamente corretta.

E cosi, i secoli si avvicendano stuzzicando la mente, sicuramente contorta, ma al tempo stesso eretica,di chi con la morte vuole avere un rapporto paritario.

Di chi vuole contrattare l’orrenda fine anche a costo di barattare…la propria anima.

E’ la volontà dei perdenti, dei vinti, che tentano di redimersi attraverso un ribaltamento dei ruoli che dipingono in modo inflessibile il dominato e il dominante.

In questo testo il cattivo, è affascinante perché tenta una sorta di rovesciamento della morale, seppur non cosi ribelle da azzardare un suo totale annientamento.

Ecco che la villa diviene tentazione vera, quella si di abbracciare una divinità oscura che, lungi dal rifuggire l’oscura dama con la falce, decide di nutrirsene e di alimentare, al posto dei sogni, gli incubi più atroci. Ecco che la perversione non si compie: diviene una sorta di atto disperato e tragico di chi vittima degli eventi non ci vuole essere.

Da un 500 vittima di malattie causate dall’ignoranza e dalla scarsa igiene, a una società che nasconde le prove della sua incapacità a essere protettore dei diritti e dei bisogni delle sue componenti minori, donne e bambini, sacrificandoli come basto del dio blasfemo.

Un dio che comunque essi , i potenti, servono, visto che una società dedita al buono, al bello e al giusto, non produce Maddalene da redimere, né bambini da abbandonare.

E fino al moderno novecento con la sua atrocità razzista, convinta che il modo migliore di creare un vero eden fosse quello di distruggere quella componente malsana che ha decreato una società debole e inerme, atta quindi al contagio della degradazione morale.

Peccato che quell’anello debole, non sia affatto una razza precisa, ma un oscuro bisogno umano di dominio.

Ecco che i suoi cattivi, cattivi fino al midollo, sono anche oggetto di una pena infinita.

Pena per vita cosi disperata da dover cercare l’oscura magia pur di sopravvivere.

Di intelligenze buttate al vento in deliri di onnipotenza, di giovani vite uccise prima dell’atto reale, uccise nell’identità, uccise nei diritti, unisce per colpa della volontà di non vedere.

In tutto questo affresco che assume i contorni di una danza macabra, la mostra Dea Morrigan è la demiurga assoluta, ci seduce, ci compiace, ci allieta.

Ci rapisce e ci incanta tanto che le immagini terrificanti assumono una loro romantica bellezza: corvi volteggiano su noi noi, agonizzanti capaci di macchiare di vermiglio prati innevati, e upupe dallo stridere lugubre e al tempo stesso incantevole.

Lapidi come ossute mani bramose di abbracciarci fino a renderci semplici ombre, succhiando energia con un bacio letale.

Immagini che ammaliano, nonostante la nostra strenua resistenza e che ci lasciano attoniti e quasi esausti, perché il viaggio verso l’orrore è un viaggio al centro di noi stessi.

La demiurga terribile e bellissima sorride, e intesse la sua malia raccontato di riti pagani oscuri, dediti alla sconfitta finale della morte, e a riti oscuri in cui antichi alfabeti pervenuti direttamente dalla superstizione medievale ci ricordano che, questo grande uomo cosi perfetto è in fondo un fragile e pauroso essere preda dei deliri notturni.

Troveremo formule arcane, persino un accenno all’alfabeto tebano, usato dalle streghe per i loro impicci magici.

E un alfabeto runico mischiato con quello inventato da Cornelius Agrippa, il mago per eccellenza.

E la tentazione di usarlo per fissare sul foglio le parole sarà immensa: ma attenzione, sono antichi alfabeti pieni di quel potere della parola oggi esautorato dalla nostra frenesia post moderna.

E la parola antica si nutriva dell’anima di una persona, della sua parte più nascosta, creando golem nati direttamente da un calderone che raramente donava effluvi di fiori…

Siate accorti perché creare una nuova villa Biolcati è un attimo…

“Cinerama Holocaust” di L. Filippo Santaniello, Nero Press. A cura di Natascia Lucchetti

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L’horror è il mio genere e quando Alessandra mi ha parlato di questo racconto non ho resistito.

Doveva essere mio.

L’apocalisse zombie è un tema interessante e ricorrente nell’orrore. Ognuno di noi penso abbia visto almeno un film che parla di morti resuscitati da maledizioni o virus e abbia sentito addosso il senso di oppressione e terrore.

Essere mangiati è una delle paure primordiali dell’uomo, ancora più antica e persistente del timore del buio.

Se ci fate caso, anche le vecchie fiabe più famose parlano di streghe, stregoni, giganti, che si nutrono dei bambini. O anche il famigerato lupo nero che se fai troppo rumore ti mangia.

E i morti viventi sono un’iperbole orrenda di questi mostri.

Lo zombie che abbiamo conosciuto nei film è un ex umano, rinato dopo la morte, ma solo in parte. Il suo corpo marcisce mentre il cervello e tutti gli altri organi sono andati. Continua ad alimentarsi e preferisce carne umana. Ha percezione del movimento e del suono, nient’altro.

Nel racconto che sto recensendo, invece, i morti viventi sono una variante molto interessante del mito classico; c’è rimasto qualcosa di più di quello che erano. Le vecchie abitudini, i gesti automatici, sono sopravvissute alla trasformazione. Le descrizioni che l’autore ne fa sono molto ben fatte ed efficaci; riescono a metterci davanti a un’umanità avariata che vorrebbe tornare indietro.

I morti viventi, infatti, si riuniscono al cinema Alhambra per vedere un film ignorante, continuando a morire piano piano.

Io ho amato questo racconto.

Iniziato e finito senza alzare praticamente gli occhi, sia perché il contesto mi piace molto, sia perché la scrittura di Filippo Santaniello è perfetta per il genere.

Cruda, dura, senza orpelli.

Le descrizioni sono efficaci e immediate.

Voglio leggere di più di questo autore, assolutamente.

Lo consiglio a tutti gli amanti dell’horror; è una storia breve ma completa.

“Review Party “Waterloo. I cento giorni leggendari” di Matteo Bruno, Leone editore. A cura di Alessandra Micheli

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sono Napoleone il vostro imperatore e sono tornato dall’esilio cui ero ingiustamente costretto. Oggi sono di nuovo al vostro fianco a chiedere l’apporto glorioso delle vostre armi…apri le braccia come un padre affettuoso che richiama i figli alla propria dimora e un boato di gioia percorse le file dei soldati di Nay che non seppero resistere, allo stesso modo di un infatuato alla vista della sua bella.

La forza evocativa di Matteo Bruno pervade ogni pagina di questo affresco straordinario sull’ultima grande impresa di Napoleone ( Nappi come amo chiamarlo tra me e me).

E non nego di essermi unita al coro perfettamente evocato dall’arte di questo meraviglioso scrittore urlando

Vive L’empereur!

Il carisma del grande condottiero emerge da queste pagine, emerge in tutta la sua forza e strabilia, emoziona e seduce.

Nonostante si tratti del periodo finale della sua avventura, è forse quello più importante, perché dalla caduta del grande piccolo uomo, nonostante i gretti tentativi degli stati europei di porre fine ai suo vaneggiamenti rivoluzionari tramite le rigidità emerse dal congresso di Vienna, il seme non poté fare altro, una volta apparentemente marcito, di germogliare.

E fu proprio la sconfitta di Waterloo quel seme imperituro, che poi porterà ai moti rivoluzionari degli anni 30 e del 48, fino alla conquista dell’indipendenza italiana.

Ideali portati dalla Francia forse colorati di quel tocco di armonia che mancò, inesorabilmente, alla rivoluzione francese.

Se il primo passo di libertà, uguaglianza e fraternità, non coinvolse del tutto, rea una eccessiva razionalizzazione dei concetti, con Napoleone alla logicità dell’evoluzione si affiancò quel necessario sentimento patriottico, sentimentale, che caratterizza i grandi ideali, o le verità eterne citate spesso da Sant’Agostino.

Non ideologie come siamo abituati a considerare i moti di ribaltamento del potere, ma con quella forza armoniosa che alcune idee, mutuate dall’iperuranio, portano purezza nelle nostre menti, e che sostituiscono il sangue da pompare al nostro cuore.

L’ideale è quel fluido necessario che ci fa sentire parte di un progetto più ampio.

E volenti o nolenti, nonostante la crudezza del suo sogno, per molti utopico e scellerato, non si può restare inermi di fronte a quell’enigmatica e oramai mitica figura.

Napoleone seppe infuocare gli animi e sostituire amori particolari e egoistici con impeti più universali, cosi come ci dimostra Boschi:

avrebbe dovuto trovare un’altra ragione di vivere per riempire un vuoto doloroso in cui si sentii sprofondare.

Perché seguire quindi un piano che aveva delle enormi falle?

Perché credere in una Francia diversa, libera più giusta, senza gli egoismi nobiliari che troppo spesso avevano portato lo stato nazionale a sprofondare?

Perché il mondo ha bisogno di sognatori.

E l’avventura rivoluzionaria non ha solo importanza per un mondo che grazie a quegli stimoli cambierà, anche se con sangue e sudore, ma su un ragazzo, che grazie a Waterloo diventerà un uomo:

solo dopo averli perduti si rese conto di quanto per lui fossero stati importanti quegli ideali

Non li hai mai perduti Boschi.

Sono giunti sfavillanti e meravigliosi nelle mie mani.

E li custodirò come un dono prezioso.