La Quixote editore presenta “Beatitudine” di Kora Knight. Per tutti gli amanti del genere e non!

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Trama 
Con i segreti e le incertezze alle spalle, Tad si ritrova finalmente a essere se stesso, senza più dover analizzare ogni sentimento ed emozione che Scott provoca in lui. Perché ormai Tad è sicuro di sé e vuole stare con il ragazzo per cui ha perso la testa in ogni modo possibile e immaginabile; in pubblico; in privato; senza riserve. Godendo di una libertà interiore che non sapeva esistesse, fino a Scott.
Questo è l’epilogo della storia di Tad e Scott, ricco di giocosità, promesse, risate e amore. E sì, anche molto sexy.

L’autrice
Nata e cresciuta nella Virginia del Nord, Kora ha sempre amato leggere ma è stato solo prima dell’adolescenza che ha scoperto un amore profondo per la scrittura. Anche se, tra gli insegnati di letteratura e alcuni scrittori nel suo albero genealogico, la sua passione non avrebbe dovuto essere una sorpresa. Kora è stata coinvolta in parecchi forum letterari e, da lì, ha voluto provare in prima persona la strada della scrittura indipendente, con passione e tenacia. Da allora, ha fatto in modo di condividere con il mondo le sue storie d’amore, ricche di passione, sensualità ed erotismo. Il suo traguardo più grande, quello che la rende orgogliosa, è di essere diventata un’autrice di erotic MM romance.

 

Dati libro

TITOLO: Beatitudine
TITOLO ORIGINALE: Afterglow
AUTRICE: Kora Knight
TRADUZIONE: Nela Banti
AMBIENTAZIONE: Fairfax
COVER ARTIST: Angelice Graphics and Book cover Designer
SERIE: UpEnding Tad #6
GENERE: BDSM
FORMATO: E-book (Mobi, Epub, Pdf) e cartaceo
PAGINE: 95
PREZZO: €2,99 (e-book) su Amazon, Kobo, iTunes, Google Play, Store QE
DATA DI USCITA: 22 aprile 2019

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“Slow journalism” di Daniele Nalbone e Alberto Puliafito, Fandango libri. A cura di Alessandra Micheli

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Che il mondo va troppo di fretta è una critica che faccio sempre.

Io sono fondamentalmente una persona che ama assaporare le cose, che siano viaggi, percorsi emozioni o piaceri.

Sono una persona che cammina lenta, che preferisce i lungi tragitti alle corse folli, che ama recuperare il gusto di ogni gesto persino del cibo, o di un libro, piuttosto che nutrirmi di quantità.

E pertanto, anche nel mondo tecnologico di oggi, detesto la cacofonia di messaggi e informazioni, che viaggiano a un’accelerazione esagerata.

Troppi stimoli significano per me nessuno stimolo.

Troppi impulsi mi addormentano e mi fanno un effetto ipnotico, ma non quell’ipnotismo piacevole che equivale a una sorta di estasi.

Direi quasi un intorpidimento delle mie facoltà cerebrali.

Che non saranno eccelse ma neanche tanto da buttare.

E’ vero che secondo molti macino libri, ma in realtà accade perché io entro dentro la storia, viaggio e all’improvviso il tempo sparisce.

E torno improvvisamente sulla terra.

Non li divoro senza assorbirli.

Infatti, ogni testo, ogni mio scritto, rappresenta una sorta di trance sciamanica: entro in un altra dimensione indescrivibile e inspiegabile, per poi ritrovarmi attonita e stupefatta, nel mio mondo.

Che appare, dopo questo viaggio, completamente cambiato e mutato. Non so se molti capiranno questo discorso; ma anche se il mio scrivere è immediato , di getto e per nulla pensato, contiene dentro una sua logica coerente.

Semplicemente è un prestito che il mondo delle idee compie nei miei confronti.

Ecco perché secondo me, la scrittura, il giornalismo e ogni arte che presuppone la comunicazione, non è altro che un puro talento animato da passione.

E deve esulare la questione business.

E’ vero che scrivere per molti equivale a una sorta di auto glorificazione dell’autore.

Io invece non sono per nulla d’accordo: scrivere è semplicemente porsi a servizio della parola.

Che è viva e sa benissimo come compere il suo dovere trasmutatorio.

E come sempre vi chiederete, ma a noi che ce frega?

Ma possibile che non vi interessa null’altro del concetto pronto e immediato?

Del fast concept?

Fast food, fast writer, fast journalism…

Bulimici fruitori di tutto e subito, perché il tutto e subito cosciente di accumulare dati disordinati e non pensarli.

Ecco che il mio concetto eretico della scrittura, può sposarsi, anche se con le dovute differenziazioni, con il rivoluzionario progetto dello slow journalism.

E cos’è?

Secondo appunto la versione letteraria è un giornalismo lento.

Questa però sembra collocarlo in una sorta di sottocultura di genere, nata da una frustrazione per un’evidente e abbastanza allarmante, scarsa qualità del giornalismo.

Che il pensiero odierno è la morte, o l’omicidio della venerabile arte è un concetto abbastanza diffuso.

Complici le fake news, le bufale, complice una certa subordinazione o schiavitù nei confronti del dio mammona, si avverte un lacerante distacco tra la funzione di informazione e l’azione costante del giornalista.

Considerato più che altro venditore e spacciatore di illusioni e di immediatezza: notizia shock, notizia allarmante, oddio non sai che sta a succedere….superano in numeri le informazioni che fanno trasparire una onesta, intellettualmente parlando, interpretazione del fenomeno.

Il giornalista è il nuovo dio che non dà un suo contributo, ma sembra assecondare una tendenza societaria a mantenere se non costruire i valori portanti del millennio in corso.

Ecco che i giornalisti appaiono faziosi, poco informati, quando non terrificantemente ignoranti.

Non va più di moda la smentita, né l’inchiesta vera e propria, quella che cambiò spesso, le sorti di un paese e della politica.

Pensate al Water Gate.

O all’azione di Erin Brokovich.

Che non è il film con Julia Roberts ma è una vera attivista famosa per aver intentato una causa contro Pacific Gas & Electric nel 1993, per la contaminazione con cromo esavalente delle acque nella città di Hinkley in California.

Quello che emerge dalla lettura del testo è una sorta di rinato orgoglio di due grandi penne che, lungi dall’accettare una definizione di sottocultura, decidono di rinnovare il giornalismo puntando non sulla quantità, legge o diktat della tecnologia moderna, ma del servizio alle persone.

Al pari della scrittura il giornalismo deve recuperare non i contenuti buttati via come cibo allettante, ma piuttosto in grado di porre in essere delle relazioni tra i due soggetti, emittente e ricevente, giornalista lettore, in una sorta di gigantesco cerchio che recupera l’autentico senso del vivere: la cooperazione.

Non più come soggetti/oggetti bombardati di stimoli, ma come stimoli in grado di far nascere dei soggetti/ persone capaci di incidere sul loro mondo, di conoscerlo e persino di cambiarlo.

Questo senza porre in rilievo una sorta di nostalgico sogno di un ritorno al passato, ma usando il presente rappresentato da internet e adattarlo a una vera eticità.

Non è internet il problema, ma come viene usato.

Non è la notizia bufala il problema, (come dimostrano gli autori è sempre esistita) ma il fatto che essa venga percepita come mezzo di soddisfazione id un bisogno di giustizia, o di conoscenza.

E’ la notizia fake che dovrebbe stimolare la ricerca e l’intelligenza latente nell’uomo.

In un certo senso, il giornalismo lento è una sorta di reazione (esattamente come il movimento dello slow food reagisce come reazione al fast food e al junk food). Ma questo non basta: non si può definire un movimento o un modo di lavorare solamente per negazione. Bisogna definirlo anche in positivo

Ecco che le caratteristiche generali tracciate da Daniele Nalbone e Alberto Puliafito, sono veri e propri progetti, un manifesto di rinascita e di rinvigorimento che può, finalmente, liberare il giornalismo dalle pastoie delle sue ossessioni: il like, il click e il business.

E tra i tanti vorrei citarne due, che sono responsabili persino del mio disamore per quel lavoro tanto sognato da piccola: verifica delle fonti, scelta accurata e ragionata dei fatti e del materiale da pubblicare, indipendenza dall’agenda delle breking news e sopratutto l’approccio laico, senza pregiudizi.

Devo proprio spiegarli?

Sono chiarissimi e lampanti.

E da parte mia, propongo queste fondamentali tracce di azione ETICA anche peri romanzi e la scrittura. Che lo slow journalism possa diventare slow life, e persino slow writer.

“Micropolis” di Giuseppe Milisenda, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

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Ci sono periodi in cui i libri decidono di puntare la mia attenzione su alcuni temi.

Ve l’ho detto io, considero il libro un essere vivente, poiché nato da emozioni e lacrime di chi decide di riversare su carta la propria anima.

E’ cosi che il mondo inanimato ebbe la sua esistenza da un soffio divino che si fece parola.

Ecco il libro.

Basta poco perché la carta si animi e mi segua dicendomi: ora siediti e ascoltami.

E inizia a narrarmi la sua verità, una delle tante ma che è importante per me e per voi in questo istante, unico e irripetibile.

So che oggi le preoccupazioni ecologiche vanno di moda.

Si manifesta, si urla e ci si sente felici, perché solo io lo so ragazzi miei, quanto gli ideali ci aiutino a vivere.

Nessuno meglio di me conosce quella sensazione di incidere sulla pelle della storia, sperando che il suo balzo in avanti dipenda un po’ da noi. Lo so e nonostante gli anni e gli acciacchi, sono sempre la solita idealista di tanti anni fa (non chiedetemi quanti, è maleducazione).

Riapro il baule della memoria, li dove è conservata una foto di un uomo dagli occhi di brace che mi sussurrava

senti sulla tua pelle ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo”

è quella sciarpa bianca e nera simbolo delle mie battaglie, dei miei sogni non di gloria ma di cambiamento.

Ho sognato per anni un uomo nuovo, uno risorto dalle ceneri di quello sapiens che di sapienza aveva poca.

Che distruggeva le foreste e l’ossigeno, che gettava le basi per la discesa, che uccideva ridendo i propri simili.

Una sciarpa che aveva l’odore del fumo, quello che usciva dal cammino di un lager, o dalle ceneri di un ragazzo praghese, datosi fuoco per la libertà.

(Vi ricorda nulla il nome Jan Palach? No? Molto male)

E oggi per noi la libertà è manifestare dietro lo slogan di turno, mentre i potenti ridono ancora.

V Io la sento quella risata voi no?

E allora se davvero vuoi sapere cosa sia un uomo vero, un uomo nuovo, siediti accanto a me ragazzo o ragazza, e anche tu signore che pensa di sapere tutto della vita.

C’è una storia che ha voglia di farsi udire.

Non raccontata da me ma da un uomo speciale, che conosce la sua responsabilità di educatore.

Io sono solo il ponte attraverso cui l’arcobaleno unisce le due sponde. Siediti e ascolta.

Immagina un mondo diverso, in cui tutte le tue certezze, vengono messe in discussione.

In cui persino la tua fede nell’uomo, se mai l’hai avuta, viene messa alla prova.

Un tempo lontano, quando qualcuno scommise su quella scimmia, convinta che avesse solo scordato la sua origine “stellare”.

Ma la scommessa la perse secolo dopo secolo.

Perdendo la fiducia nella perfettibilità umana.

E l’uomo, macchina meravigliosa, iniziò a scordare un’antica consapevolezza: il mondo non era affatto solo creazione ma creatura. Ognuno unito indissolubilmente con dei fili brillanti.

Un legame intessuto di relazioni, di azioni e controreazioni.

Voi sapienti conoscete la storia di Menenio Agrippa?

Era un politico romano (493 a. c. circa) che spiegò in modo semplice eppure efficace l’ordinamento politico con una metafora paragonandolo a un corpo umano:

Una volta, le membra dell’uomo, constatando che lo stomaco se ne stava ozioso [ad attendere cibo], ruppero con lui gli accordi e cospirarono tra loro, decidendo che le mani non portassero cibo alla bocca, né che, portatolo, la bocca lo accettasse, né che i denti lo confezionassero a dovere. Ma mentre intendevano domare lo stomaco, a indebolirsi furono anche loro stesse, e il corpo intero giunse a deperimento estremo. Di qui apparve che l’ufficio dello stomaco non è quello di un pigro, ma che, una volta accolti, distribuisce i cibi per tutte le membra. E quindi tornarono in amicizia con lui. Così senato e popolo, come fossero un unico corpo, con la discordia periscono, con la concordia rimangono in salute.»

Se una parte di un organismo intero decide di non collaborare, o si ammala, l’intero corpo viene meno.

Manca la relazione e la comunicazione tra parti.

E siamo solo isole, sole e tragicamente indifese.

Lo sapevo ieri e ne sono certa oggi.

E allora Micropolis non è solo la favola utopica di cosa sogniamo noi pazzi.

E’ la parabola più bella che qualcuno possa regalarvi: la consapevolezza.

E quando tutto crolla persino le rigidità che sono difese per il nuovo, allora il nuovo può germogliare.

Noi abbiamo perso fede nella redenzione, nella salvezza.

Nell’umanità.

Sostituiamo queste parola con potere, successo, dominio.

E ci scordiamo la vecchia leggende, le storia che volevano unire semplicemente cielo e terra, esseri divini che scelsero di vivere tra noi e donarci gli strumenti per intagliare il nostro destino.

Micropolis allora non è più solo una favola. Ma è il racconto di cosa per anni ho cercato di realizzare in me stessa.

E di quello in cui oggi, nonostante il fumo nero delle ciminiere, nonostante sangue e disperazione ancora credo:

L’universo non è altro che un’entità vivente all’interno della quale trovano ospitalità comunità di esseri intelligenti…la Terra abbia un compito preciso nell’organismo all’interno del quale si trova. Come il cuore pulsa il sangue negli esseri viventi, il nostro pianeta dà linfa vitale a ciò di cui siamo parte. Se un organo non funziona in modo corretto, tutto il corpo si ammala. »

Micropolis

Raccontate questa favola a voi stessi e ai vostri figli.

Io e l’uomo dagli occhi di brace abbiamo bisogno che questo sogno non muoia mai.