“L’altra faccia della luna. Pensieri disconnessi di un recensore”. A cura di Alessandra Micheli

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Mentre alle fiere impazza il politicamente corretto, vanno in scena le sfilate di colti soggetti, molto radical chic con in mano libri e libri, che non leggeranno mai, che non capiranno mai ma cosi è trendy postare su instangram, io sono qua, abbattuta eppure piena di adrenalina a chiedermi il senso di essere una “blogger”.

Blogger, sembra quasi un insulto, una di quelle parole ricche di veleno che sputiamo per sentenziare.

Per altri è uno stemma da appendere sul camino e se non si ha un camino si ha la zona comfort, dove spicca il quadro con la targhetta: io sono blogger.

E lo stesso fanno gli autori, gli editori tutti, una trita e stantia commedia dell’arte fatta di lustrini cottilion e paillette.

E poi ci sono io, che non mi sento né popolare né di successo, a volte inasprita, quando l’assurda danza dell’apparenza tenta di trascinarmi con se.

La sensazione è la stessa delle orrende feste di capodanno.

Tutti felici brilli a fare trenini sulle note assurdamente cacofoniche del ritmo latino, a cui manca quella sorta di terrena passione che le rene speciali e io li a fissarli, chiedendomi ma che cazzo ballate, cosa festeggiate, se domani sarete sempre uguali, immensi non nel solito tram tram, ma nella solita ostentata percezione del reale.

Ecco come mi sento a essere, a mio malgrado, protagonista del favoloso mondo del lit blog, del lit web o semplicemente del business del io ci sono a ogni costo.

E ci sono non perché scrivo ma perché appaio.

Io mi sento di essere a prescindere dalla foto e dal finto titolo.

Mi sento di esserci perché ho ancora sogni e passioni giovanili o fanciullesche.

Perché leggo un libro e mi emoziono, mi indigno e non guardo null’altro oltre al libro..

Oh Casa editrice sarà!!!

Ah no quella mai, per carità…

Ohhh che autore!

Ah no è antipatico/spocchioso/timido/ha troppi difetti….

Scusa devi leggerlo o cerchi marito?

E la cover e i refusi e il cazzo che vi si frega impacchettato.

Io vivo e esisto perché penso, perché piango perché rido.

Oggi l’esistenza è valida solo se provata tramite il tubo catodico. Oggi si esiste solo se la web ti illumina.

E ti deve illuminare in un preciso istante, congelato affinché in realtà tu sia immobilizzato in un atteggiamento cool.

Prima la fotografia racchiudeva un momento unico.

Un sorriso, un capello fuori posto, le occhiaie di mamme felici e soddisfatte, o del laureando che esibiva stanco ma orgoglioso il frutto delle sue notti di ricerca.

La foto rubava l’anima, cosi come molte tribù aborigene o indigene, temevano.

E un pezzo di anima a colorare un esistenza che a sua volta parlava al mondo, un mondo di cui si faceva parte a cui regalava istanti irripetibili.

Un po’ come la canzone le rose blu di Vecchioni.

Io ti darò ogni attimo vissuto, ogni sogno e ogni sorriso perché è il miglior dono che si possa fare a un dio invisibile e lontano.

Oggi la foto è perfetta, di una perfezione di plastica che ci rende tutti perfetti modelli di una fabbrica di plastica, in cui tutto è possibile ma irreale.

Perfette foto del libro ma che non parlano del libro ma della nostra egoistica voglia di sopraffarlo, oscurarlo e annientarlo.

Nei lit blog, sta sigla blasfema, non trovate mai il libro, trovate il narcisismo di autorevoli fai da te, critici letterari.

Quando vi va bene.

In altri casi trovate influencer, gruppi di pressione, interessi, volontà di emergere a ogni costo.

E vai con le sgomitate, con gli sgambetti con l’esaltazione sfrenata e discutibile della civiltà del dominio.

Io domino e tu sei dominato.

Salvo poi ribaltarsi dei ruoli: del resto la regina che taglia la testa, presto verrà sopraffatta da quel popolo minacciato, fino a far nascere chi decide di ricambiare il sanguinoso favore.

E’ cosi che nascono le regine rosse.

Alcune, addirittura, emergono dal popolo che essa stessa ha vessato.

E il ciclo si ripeterà all’infinito.

Nessuno, però, contesta il sistema alla radice.

Nessuno dice, scusate, ma è davvero necessario tagliare via il capoccione?

E sopratutto che ce famo co sti feticci?

Il nostro è un mondo dominato proprio da questi trofei.

E i trofei parlano della violenza con cui sono stati acquistati, ci raccontano di un mondo in competizione, dove vige la legge del più forte.

Ed è questo il mondo che si riversa in tutto ciò che creiamo, dall’arte o dalla letteratura, fino a toccare le corde del cinema.

Ci angosciamo a cacciare nei meandri oscuri della mente, lo spettro fascismo, quando non ci accorgiamo che esso è un atteggiamento, un’interpretazione del mondo che non vogliamo lasciare.

Vogliamo essere antifascisti senza rinunciare agli occhiali fascisti.

Lo siamo quando minacciamo “ tu offendi il genere che amo, occhio perché nessuno ti leggerà mai più”.

Non è secondo voi un atteggiamento fascista?

Il voler imporre un costume, una moda o una cultura?

No perché è non violento direte voi.

Ma è manipolatorio, autoritario e sopratutto, vuole che a primeggiare sia solo un pensiero: si deve leggere quello che va di moda, senza contestare.

Se non quando decidiamo noi di ribaltare i ruoli.

Altre regine rosse.

E non è fascista uccidere i talenti, quelle predisposizioni che ci rendono tutti diversi, imponendo i canoni, desunti da chissà chi, in tema di tecnica narrativa?

Si procede in ordine, costruzione mondi, valutazione dell’importanza dei protagonisti, caratteristiche a punti, fine sviluppo, poche informazioni solo quelle indispensabili ( e chi decide cos’è indispensabile?) mostra ma non svelare ( che devo fa, do l’idea al lettore e poi se la racconta lui la storia?) e finale.

E se io volessi partire dal finale?

Non puoi.

Mica stai creando…stai vendendo un prodotto.

E nella vendita e nella pubblicità ci sono regole precise.

Ah non sto facendo arte?

E cosa c’entra l’arte con la scrittura?

Non so…forse tutto?

Forse è il modo con cui io esprimo qualcosa che rode, macera dentro, che è come un veleno da eliminare perché poi torni a far parte del tutto?

Come sei ingenua!

Ecco il mondo che state sostenendo.

Un mondo in cui non va avanti talento, innovazione, coraggio, un pizzico di sana follia, ma foto, visibilità, apparenza, luci della ribalta.

E ci sono io che oggi scrivo, perché l’amarezza cede il posto all’incazzatura.

Sapete perché io scrivo recensioni?

Non mi frega dei like (chiamateli mi piace, per la divinità) non mi frega del seguito ( non intendo proprio fare la fine della regina rossa, vedo dietro i sorrisi coltelli acuminati).

Perché tramite un libro io posso parlare di ideali.

Di politica, di società, di valori.

Un libro è il mezzo con cui dire la mia a un mondo che va di corsa, mentre io mi rifiuto di camminare al suo passo.

Dico la mia in un modo di urla e lo faccio con il silenzio delle parole soffuse, sentendomi felice quando mi evitano, quando mi definiscono la pecora nera, la scheggia vagante, la mina pronta a scoppiare.

E quando scoppia, mentre tutti sorridono dicendo ah sei mina, sei arma, anche tu contribuisci a far dilagare la violenza, essa semplicemente è un rigurgitare di fiori, di sogni e di creature magiche.

E allora la paura dilaga.

Dilaga quando aizzo i sogni tenuti troppo nascosti, quando li mando nel mondo a renderlo un po’ più folle e un po’ meno rigido, quando urlo ai miei adorati personaggi di carta e immaginazione: al mio grido scatenate…la fantasia.

Perché un mondo che sia editoriale, che sia reale, che sia artistico, senza fantasia è un mondo che si deteriora piano piano.

Allora il pericolo non è soltanto l’inquinamento atmosferico, ma quello che rende le vostre anime mute, vi rende bulimici di spettacolarizzazione, di critiche, perché lo scandalo rende un sacco in termini di visibilità.

E allora come dice il grande Renato; blogger è chi si trucca da re per una sera, e ti consegna speranzoso una favola, la favola mia:

e mi vesto da re perché tu sia

tu sia il re di una notte di magia.

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