“Un dolore oscuro” di Giuseppe Calzi, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

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Giuseppe Calzi non è un autore comune.

Cerco di spiegarmi.

Ogni libro ha un significato nascosto dietro la trama, le scene descritte e le azioni dei personaggi.

Occhieggia silente e aspetta di essere chiamato in causa dal lettore o, nel mio caso, dal recensore.

Il senso, quindi è nascosto tra l’universo a stringhe chiamato libro, e o si cerca o ci si cade quasi per distrazione.

In rari, rarissimi casi, è il significato a fare da burattinaio lasciando che il resto (stile, genere,tecnica narrativa) non siano altro che i fili che lui stesso muove.

E’ il senso il perno attorno a cui tutto il contorno ruota.

E non bisogna cercarlo, piuttosto bisogna comprendere come, gli elementi narrativi si incastrino attorno a esso.

Nei libri di Calzi avviene proprio questo.

E’ il senso che dà origine al libro: tutto parte dall’esperienza e dall’interpretazione dell’esperienza, che Calzi immette nelle sua artistiche performance.

Se il primo libro raccontava di un tema a me caro, la depressione, nel dolore oscuro ancora una volta l’autore legge dentro di me e decide di indagare il più terribile dei demoni.

Eccolo che si presenta a noi, con i suoi acuminati denti, quel sospiro mozzato, quel grigio che tutto ingloba: il dolore.

Per me è difficile parlarne, perché quel mostro ramificato, io l’ho conosciuto, affrontato, sfidato e alla fine abbracciato.

Guardato negli occhi, ne ho sopportato il fetore, e nonostante la sua presenza mi sono rei-inventata un altra vita.

L’ho visto in occhi che si spegnevano e in lutti che demolivano, pezzo per pezzo l’anima.

L’ho temuto, e sono stata in procinto di soccombere.

Pertanto, perdonatemi, se non riuscirò a parlarvi di questo libro in maniera asettica.

La colonna sonora di questo viaggio allucinante eppure salvifico, sarà il mio solito Vecchioni, ma un Vecchioni molto diverso. Non un cantato ma un raccontato, che con passo lieve intesse una danza con il ritmo delle parole scaturite dalla penna di Calzi.

Ho conosciuto il dolore è la canzone, il sottofondo ideale per questo testo. Tutti noi abbiamo incontrato questa nube nera.

L’autore la descrive come una nebbia calda, troppo calda, capace di lasciare vesciche sul nostro corpo interiore.

Si piazza sullo stomaco e ci mozza il respiro.

Il dolore ti guarda, con occhi rossi come il sangue che il cuore, intaccato dalla sua lama, versa.

E quando la morte devasta ogni certezza, distrugge la vita emotiva e reale del protagonista, il dolore esulta.

L’ho sentito, con la stessa voce di quando esultava pensando di vincere me.

Calzi identifica una delle cause più devastanti, che troppo spesso fanno la conoscenza con la nostra resilienza, il maledetto tumore, quell’incepparsi della perfetta macchina chiamata organismo, che cede sotto i colpi funesti dell’informazione impazzita, che si propaga e distrugge ogni energia vitale. Quel male oscuro, uccide l’amore della vita di Dave, distrugge certezze e progetti, distrugge presente e futuro, lasciandogli solo un passato che punge acuminato come uno spillo.

Non è un ricordo piacevole, ma la rimembranza di ciò che non sarà più.

Che non potrà più essere.

Ecco che la rabbia, per quello scellerato destino senza senso, intervenuto come una nota stonata a rovinare la perfetta melodia, si espande iniziando a corrodere ogni anfratto segreto di quell’io solo, sconvolto e fragile.

Senza più muri a proteggerlo.

E’ cosi che ci riduce il dolore.

Embrioni senza più la possibilità di essere.

Sospesi in un limbo eterno.

E di quell’embrione il dolore si appropria, stuzzicando con le sue dita da ragno ( non è una frase mia ma di Vecchioni) quelle ferite ancora aperte. E sapete cosa succede se le ferite non si curano con l’amore e la compassione?

Si infettano.

E producono oddio, vendetta, rabbia.

E la nube nera se ne nutre, ridente.

Allora invade ogni nostro pensiero, e il pensiero diviene azione e realtà: il paesaggio è di un’orrore allucinante, gelido, immobile, oscuro tenebroso, decadente.

E Calzi lo rappresenta con un tanfo di putrefazione che si avverte nelle narici.

Io l’avverto perché l’ho sentito più e più volte.

Perché il dolore può essere porta, ma anche prigione, una prigione dove non ci sono finestre a illuminare gli oggetti.

E questi proiettano ombre terrificanti, presenza costanti, in una lunga notte senza fine.

Il dolore non ci fa godere gli attimi.

Gli istanti magici, il calore di un cammino.

Non ci fa piangere, ricordando il tempo che fu.

Non ci fa ricordare un abbraccio, una carezza.

Distrugge i sogni.

E un uomo senza sogni non è nulla, solo un guscio vuoto preda ambita di golosi demoni.

Ecco diventa una sorte peggiore della morte, perché la morte è il contrario della vita, il suo opposto.

Diventa una non vita, una non esistenza.

Quando il dolore bussa è per farci assaporare quelle semplicità, quei gesti che diamo per scontati.

Esige il sacrificio per farci aprire gli occhi.

E’ la porta adornata di agrifogli da cui passare a un altra percezione del reale.

E’ la sfida di chi sa che la morte non esiste e se esiste è solo un altro modo di vivere.

E’ la prova che noi, all’anima, ci crediamo davvero.

Il dolore ci fa ascoltare il qui e ora.

Immersi in lacrime e devastazione, possiamo sentire la linguetta calda di un cane o di un gatto, darci quel sollievo che cerchiamo.

Perchè il dolore rende i sensi acuiti e più vigili.

In questa poetica, meravigliosa storia, il dolore è semplicemente la consapevolezza che, l’amore, è un emozione cosi grande, cosi immensa, cosi potente, che ci resta attaccata alla pelle, nonostante assuma altre forme.

Nel libro il dolore vero, quello vissuto fino in fondo, quello assaporato goccia per goccia, salva la nostra anima.

E sconfigge il male.

E’ nel dolore che noi ci sentiamo…uomini.

Ho conosciuto il dolore:

ed era il figlio malato,

la ragazza perduta all’orizzonte,

il sogno strozzato,

l’indifferenza del mondo alla fame,

alla povertà, alla vita…

il brigante nell’angolo

nascosto vigliacco battuto tumore

Dio, che non c’era

e giurava di esserci, ah se giurava, di esserci….e non c’era

ho conosciuto il dolore

l’ho preso a colpi di canzoni e parole

per farlo tremare,

per farlo impallidire,

per farlo tornare all’angolo,

cosi pieno di botte,

cosi massacrato stordito imballato…

cosi sputtanato che al segnale del gong

saltò fuori dal ring e non si fece mai più

mai più vedere

Poi l’ho fermato in un bar,

che neanche lo conosceva la gente;

l’ho fermato per dirgli:

“Con me non puoi niente!”

Ho conosciuto il dolore

e ho avuto pietà di lui,

della sua solitudine,

delle sue dita da ragno

di essere condannato al suo mestiere

condannato al suo dolore;

l’ho guardato negli occhi,

che sono voragini e strappi

di sogni infranti: respiri interrotti

ultime stelle di disperati amanti

-Ti vuoi fermare un momento?- gli ho chiesto –

insomma vuoi smetterla di nasconderti? Ti vuoi sedere?

Per una volta ascoltami!! Ascoltami

. e non fiatare!

Hai fatto di tutto

per disarmarmi la vita

e non sai, non puoi sapere

che mi passi come un’ombra sottile sfiorente,

appena-appena toccante,

e non hai vie d’uscita

perché, nel cuore appreso,

in questo attendere

anche in un solo attimo,

l’emozione di amici che partono,

figli che nascono,

sogni che corrono nel mio presente,

io sono vivo

e tu, mio dolore,

non conti un cazzo di niente

Ed è in questo libro, che risuonano le note di una speranza che può sbocciare soltanto solo in sentimenti cosi candidi, cosi puri.

E’ nel coraggio di affrontarlo il male, che il dolore diventa scudo. E invece che nemico, si trasforma nella nostra unica difesa.

Chi soffre, chi sente il dolore lacerargli la pelle, non resterà mai sordo e indifferente ad altri occhi spalancati nel buio

 

 

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