“Il paese delle pazze risate” di Jonathan Carroll, La Corte editore. A cura di Alessandra Micheli

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Con un gesto trasformo la nuda realtà, poche stelle di carta

il tuo cielo ecco qua! Ed inventa te stesso la musica mia…

E dimentichi il mondo con la sua follia!

Tutto quello che c’è fuori rimane dov’è,

tu sorridi, tu piangi, tu canti con me…

Forse torni bambino e una lacrima va

sopra a questo costume che a pelle mi sta!

Dietro questa maschera c’è un uomo e tu lo sai!

Con le gioie, le amarezze ed i problemi suoi…

E mi trucco perché la vita mia, non mi riconosca e vada via…

Mentre leggevo assorta, rapita come una bimba, il libro di Carroll, risuonava nella mia testa questa canzone di Renato Zero, La favola mia.

E’ una di quelle fiabe che mi hanno emozionato da bambina, poi da adolescente e infine da adulta, quando ho bisogno che i sogni, che il mio essere menestrello di illusioni, non si spenga mai.

Io ho bisogno che quella parte di me, quel paese incantato brilli e diventi reale, perché se smetto di credere e di raccontarmelo ogni giorno, smetto io di esistere e smettono di esistere i personaggi che oggi siedono accanto a me, mentre vi narro il libro.

Ecco, un autore dovrebbe intrecciare arazzi bellissimi.

Quelli che ti distraggono dai commenti di esperti critici e ti seducono, rapendo le tue emozioni e dando vita alle scene.

Poco importa il tipo di lana impiegata nell’arazzo, se si è usata una certa tecnica.

Importa entrare di soppiatto nella scena immortalata, un po’ come fece Mary Poppins con i disegni del buon vecchio Bert.

Ed ecco perché spesso le mie recensioni non collimano con le vostre argute critiche, con le brillanti analisi colte, che riescono a sviscerarne la trama e il contesto narrativo, evidenziandone i punti di forza e quelli su cui impiantare un buon editing con tanto di world building, show dont’ tell e perfetta gestione dell’infodump.

Per me il libro diviene il quadro in cui balzare, per poter vivere un’avventura, una tragedia, un comico disguido.

Mi serve per ballare e per “rubare” un po’ di poesia e portarla con me in questo nefasto, rigido mondo reale che tanto mi sta stretto.

Per questo il paese delle pazze risate mi ha rapito.

Ero li con i protagonisti, con l’inquietante Anna portatrice di un sogno quasi diabolico, o Thomas con quella sua incapacità congenita di vivere….

Thomas è un insegnante.

Non uno qualunque, ma una persona che ha bisogno di sognare per vivere. Non soltanto di soldi, fama successo, ma di immaginazione.

Il suo lavoro con i libri, raccontando le grandi opere, ne è la dimostrazione. Ogni volta che insegna, Thomas, si veste di sogni, dai più brillanti ai più cupi e cerca un po’ di oblio, dalla sua facciata cosi ingombrante, cosi poco vera, adombrata da un grande peso, quello di un padre che, al contrario suo, viveva di scenografiche performance.

Ma lui è totalmente alieno a una vita fatta di lustrini e di immagini.

Lui al contrario, trasformava la nuda realtà con i sogni.

Stelle di carta che divenivano semplicemente vie.

E raccontavano storie.

Come ogni idealista, come ogni folle, Thomas ha il suo libro/porta.

Ossia uno di quelli che fungono da chiave per un regno magico, tutto personale.

Un regno fatto su misura per te, nel quale piombare e dal quale esserne rigenerato.

Un po’ il paese delle meraviglie personale.

E questo Carrol, si lega indissolubilmente al mio Carrol…. l’uomo a cui, tutt’oggi devo la mia compostezza.

Perché so che di sera, lontano da occhi discreti precipiterò in un modo di non sense e di bizzarrie.

E tornerò sempre uguale ma con facce sempre diverse, perché se uno viaggia nei sogni, i personaggi di carta divengono reali.

Ti appartengono, prendono a prestito il tuo corpo.

E allora quando cammini magari ti viene un sorriso che assomiglia al gatto del Cheshire.

O quando prendi un tè, borbotti sottovoce buon non compleanno.

O sei un po’ Regina rossa quando ti arrabbi.

Io a Thomas lo comprendo appieno.

Capisco la sia volontà di andare alla ricerca del suo autore non preferito, attenzione, ma salvifico

E sapete perché?

Perché diviene il porto sicuro da cui tornare, quando la maschera di ogni giorno viene posata. Scriverei anche io una biografia del mio amato se Carrol, perché magari scrivendone il mio Carrol tornerebbe vivo.

Ma adesso ho un altro Carrol da amare, con quell’amore sviscerale che solo noi sognatori possiamo provare.

Perché quando Thomas va in cerca del paese che tanto ha amato da bambino, sa che troverà un tesoro inestimabile: i personaggi, quelli che il resto del mondo, le persone normali, definiscono solo carta.

E invece sono reali.

Vivi.

Il bravo autore non descrive soltanto.

Da vita.

Crea come un demiurgo fantasie di carne.

Chi come me ama davvero un libro sa che può incontrare Dorian Grey dentro un bar.

Sa che nelle difficoltà David Copperfield gli starà accanto.

Che Edmond Dantes lo accompagnerà nelle sue azioni di rivalsa.

Sa che il mondo letterario, è vivo, perché l’autore/mago gli ha dato vita.

Se nessuno di voi vede davvero il Cappellaio, o Krang l’aquilone, o una regina dell’olio, beh forse non ha mai letto davvero.

Chi durante la lettura non sentirà un pizzico d’invidia per la meravigliosa opportunità di Thomas, beh non ha mai davvero amato un libro, una storia, un incanto.

E nonostante la favola divenga, strada facendo, oscura, cupa e forse inquietante, alla fine il sogno resta ad aleggiare su di te.

In fondo, ogni favola è al tempo stesso luce e tenebra.

E’ al tempo stesso minaccia e incanto.

Le favole vere minacciano e consolano.

Ma ti rapiscono un pezzetto di anima, cosi tanto che senza quel tuo paese magico ti senti vuoti e sperduto.

E’ uno dei motivi per cui tengo il libro di Alice sotto il cuscino.

Come una preziosa reliquia.

Oggi avrò un altro Carroll da venerare con ogni corda del mio essere, un altro libro sotto il cuscino.

Un altro modo per tornare bambina e lasciare che una lacrima cada dal mio volto, in terra.

E spero che da quella gocce di sale, fuoruscirà un cane apparentemente sciocco,pacato, come Petals e Nails, cosi comici e innocenti.

Ma io so cosa cela la loro vera natura e lo saprete voi, che vi siederete davanti a un fuoco, alla finestra, in una notte radiosa o cupa di pioggia e inizierete a lasciare che la carta vi racconti una storia, mentre le ombre getteranno il loro incanto di protezione, agli occhi indegni dei realisti…

Il paese delle pazze risate ti entra dentro, si fa strada piano piano, parola dopo parola.

E mette le sue radici.

Ed è una sensazione impagabile.

Una sensazione che fa tremare il cuore.

Cosi tanto che, anche passeggiando per una Roma affranta, sporca, muta, mi sembrerà di scorgere tra i vicoli oramai decadenti, una strada lastricata di luce, laddove occhieggia un paese irraggiungibile ma cosi vicino al tempo stesso.

E chissà che un giorno anche io posso sostare, almeno una manciata di secondi a Galen, in Missouri.

Il paese delle pazze risate, in cui i mondi si confondono e si abbracciano.