Certi libri graffiano l’anima, e la fanno sanguinare e da quel sangue si forma una coscienza. Il 20 Maggio vi consiglio questo testo “Il bambino che non poteva amare” di Federica D’Ascani, Triskell editore. Non perdete la nostra anteprima

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Trama:
Quando Teresa partorisce e sente per la prima volta il pianto di suo figlio pensa che non possa esserci gioia più grande di quella che sta vivendo: Libero, suo marito, è in una stanza a pochi passi e Paolo, il suo piccolo appena nato, a un soffio.
Ma il tempo passa e nessuno, in sala, la degna di uno sguardo. C’è qualcosa che non va. E poi la sentenza: suo figlio è morto, suo figlio è deforme, suo figlio non merita neanche di essere visto.
La vita di Teresa diventa il fulcro dell’Inferno in una manciata di secondi, e tutta l’allegria provata fino a quel momento scema per lasciare posto a un vuoto incolmabile.
Ma Teresa non sa la verità: Paolo è vivo, Paolo è in buona salute, Paolo ha la sindrome di Down ed è stato appena mandato in manicomio.
C’è stato un tempo in cui nascere diversi era un modo come un altro per non esistere, un tempo in cui bambini e adulti, se pazzi o anormali, venivano semplicemente dimenticati. 

 

Dati libro

Data di pubblicazione: 20 Maggio

COLLANA: RESERVE

Titolo: Il bambino che non poteva amare
Autrice: Federica D’Ascani

Genere: narrativa storica
Lunghezza: 272 pagine

ISBN EBOOK: 978-88-9312-515-4
ISBN CARTACEO (brossura con alette): 978-88-9312-517-8

Prezzo Ebook: € 4,99
Prezzo Cartaceo: 14,90


 

 

La Corsa dei Matti di Gubbio.A cura di Alfredo Betocchi

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Quando viene Maggio i mille paesi d’Italia si animano di palpiti e di fremiti antichi.

Stornellatori, sbandieratori, cavalieri e dame riprendono vita da un passato glorioso che affonda le sue radici nelle leggende e nei miti del Medioevo. Dal Piemonte alla Sicilia i popoli italici corrono, pregano, sudano e si battono con generosità e coraggio per onorare un santo o per ricordare battaglie vittoriose.

In un angolo dell’Umbria, quasi al confine con le Marche, lontano dalle grandi arterie che attraversano l’Italia da nord a sud, si trova il Comune di Gubbio, l’antico Ikuvium.

Gubbio città-stato, antica più di Roma, fu un centro d’importanza sacrale nella quale, una volta l’anno, confluivano genti provenienti da ogni villaggio dell’antica Umbria (che allora comprendeva anche parte del Lazio, l’Umbria attuale e le Marche) per la celebrazione dei riti attinenti alla primavera.

In questa ridente cittadina in provincia di Perugia, adagiata sulle falde del Monte Ingino, da qualche anno è tutto un andirivieni di camions pieni d’apparecchiature tecnologiche, di pulmans d’attori e di tecnici, di truccatori e di sceneggiatori…insomma c’è la RAI. Chi non ha visto la serie di “Don Matteo” (con Terence Hill e Nino Frassica e Flavio Insinna) non ha mai visto nulla di Gubbio.

I suoi vicoli stretti, le mura imponenti, il Palazzo dei Consoli già vecchio di settant’anni quando Arnolfo di Cambio poneva mano alla costruzione di Palazzo Vecchio a Firenze, ci fanno entrare nella storia.

Qui nacque, in una malandata torre che ancora svetta verso il cielo, quel Gabrielli che, da Podestà, esiliò per sempre da Firenze il Sommo Poeta Dante Alighieri.

Nel Palazzo Ducale, posto a mezza costa, ebbe i natali il famoso Federico, Duca di Montefeltro, che tanta parte ebbe nella storia del Rinascimento d’Italia.

Nella piana, si erge l’imponente Teatro Romano d’epoca imperiale (I secolo d. C.)

A Gubbio ogni anno in primavera, si tiene la “Corsa dei Ceri” in onore del Vescovo Ubaldo Baldassini (1085 – 1160) santo e patrono della città.

La manifestazione non è una ricostruzione storica ma un vero e proprio sentito omaggio del popolo verso il santo.

La festa si tiene, senza interruzione, dal XII secolo. Pensate che durante le due guerre mondiali, in mancanza degli uomini, tutti al fronte, la Corsa fu condotta egregiamente solo dalle donne.

Questa si svolge ogni 15 maggio, vigilia della morte di Sant’Ubaldo e non è, come potrebbe sembrare, una corsa per vincere; è una processione votiva, fatta un po’ di fretta, correndo, perché gli Eugubini sono tutti un po’ matti.

Un detto popolare, infatti, riferisce che: “Se n’enno matti, n’ce li volemo!” (1)

E’ una festa di tutti, giovani e anziani, che contribuiscono a portare sulle spalle gli alti “Ceri” di legno, pesanti ciascuno circa 280 chili.

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Sono tre colossali macchine formate da due prismi ottagonali di legno appuntiti alle estremità. Il termine “Ceri” pare sia derivato dall’offerta votiva di cera al Patrono, come accade per molte altre tradizioni italiane. Queste sono “incavicchiati”, in pratica sono conficcati al centro di una tavola, detta “barella” cui stanno fissate delle antenne trasversali a mo’ di un’acca maiuscola, che sono poggiate sulle spalle dei “ceraioli” che le trasportano.

In cima a ogni Cero sta incastrata una piccola statua in ceramica vestita con indumenti di stoffa, che raffigura rispettivamente Sant’Ubaldo protettore dei muratori, degli scalpellini e della città intera; San Giorgio a cavallo, guerriero romano, protettore degli artigiani e dei commercianti e Sant’Antonio Abate, protettore dei contadini e dei religiosi, che porta in una mano il fuoco della fede.

I Ceri portati a spalla da uomini forti, quasi invasati da umano e sacro furore, corrono sempre nello stesso ordine come in un volo agile e potente per le ampie strade e le piazze, per discese paurose e vicoli strettissimi.

Escono dalle mura urbiche e salgono sulla cima del Monte Ingino che sovrasta la città, attraverso un erto sentiero sbrecciato, detto ironicamente “il buchetto”, fino al Santuario di Sant’Ubaldo, dove infine sono riposti nell’attesa della corsa dell’anno successivo.

Perfino Dante Alighieri fu affascinato da questo misterioso evento e nella Divina Commedia dedicò alcuni versi al monte e al santo:

Intra Tupino e l’acqua che discende,

del colle eletto dal Beato Ubaldo,

fertile costa d’alto monte pende,

onde Perugia sente freddo e caldo,

da porta Sole e diretro le piange

per greve giogo Nòcera con Gualdo…” (2)

La corsa, per chi la vede, pare una misteriosa festa orgiastica con i ceraioli vestiti di camicie colorate secondo l’appartenenza al proprio santo: gialle per S.Ubaldo che porta la mantellina dorata dei vescovi, blu per S. Giorgio che indossa il mantello azzurro dei soldati romani sopra la corazza; nere dal saio corvino di S. Antonio Abate, detto anche del Porcellino.

Sulla camicia, la gente veste pantaloni bianchissimi con in vita fusciacche rosse; al collo un fazzoletto, con i colori del proprio Santo, annodato a un mazzolino di fiori di campo, in ricordo dei Ceraioli defunti.

Al mattino, Piazza Grande dinanzi al Palazzo dei Consoli è tutto un tripudio di colori. Tra mille teste svettano i Ceri che, dopo aver fatto tre giri in piazza, caracollano a velocità frenetica per la città.

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Verso le diciotto, inizia la Corsa vera e propria. I ceraioli corrono per la città per poi raggiungere la Basilica di Sant’Ubaldo, in cima al monte Ingino.

Dieci ceraioli entrano ed escono, alternativamente, da sotto le “barelle” per darsi il cambio nell’immane fatica. Sono le “mute” per le quali ogni eugubino è fiero di fare parte.

Pare che la vera origine della festa si perda nelle oscure e gaudenti manifestazioni pagane in onore delle numerose divinità, tra cui la più importante era Giove Grabovio (3), attestate dalle sette Tavole Eugubine, antichi reperti in bronzo che furono scoperti nel 1444 sepolti in un campo e che riportano, in lingua umbra e in latino, la descrizione di ceromonie antichissime.

I romani prima e i cristiani poi, indirizzarono verso le rispettive fedi l’orgiastica corsa, dandole nuovi stimoli per rinnovarsi. Prima Giove, poi Sant’Ubaldo.

Gli Eugubini felici corrono e faticano ogni anno da secoli, ebbri di entusiasmo e di fede, dando vita a uno spettacolo veramente unico e fantastico.

Note

(1) Cioè: “Se non sono matti, non ce li vogliamo!”

(2) Paradiso, Canto XI, versi 44-48.- L’acqua che discende è il torrente Chiascio che sgorga dal M.Ingino vale a dire il colle eletto, dove Sant’Ubaldo si ritirò in solitudine a pregare.

(3) “Grabovio” da “grabio” ossia quercia in antico umbro.

 

 

“La congiura dei fratelli Shakespeare” Di Bernard Cornwell, Longanesi editore. A cura di Alessandra Micheli

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Fata.

O non ravviso bene la tua forma, e il tuo sembiante,

o tu sei quel birbo malizioso folletto chiamato Robin Bravuomo!

Non sei tu forse

colui che ai villaggi

spaventa le ragazze; che screma il latte

e a volte frucchia nella zangola del burro

e la massaia invano s’affanna a rimestare;

e talora la birra non lascia lievitare,

e di notte fuorvia i pellegrini

ridendo della lor disavventura?

E se invece qualcuno ti chiama “follettino”,

e “caro Robertino”, i suoi lavori ti addossi

e gli porti fortuna. Non sei tu quello?

Puck.

Hai proprio indovinato.

Son io quel mattacchione che va in giro di notte.

Di Oberon, mio re, sono il buffone.

E lui sorride quando inganno lo stallone,

ben satollo di fave

col nitrito d’una bella puledrina.

Qualche volta mi rannicchio

nel boccale d’una vecchia ciancerona, sotto forma

di mela selvatica arrostita,

e quando beve, le salto sulle labbra

e giù sgorga la birra lungo la gorgia vizza.

La vecchia zitella saccentona cui piace

raccontar tragiche storie, a volte per sgabello

mi scambia, e io dal sedere le scappo,

e lei rotola a terra, e grida

Oh povero mio culo!”, e affoga nella tosse.

E allor gli astanti si tengono i fianchi dalle risa,

gongolan di gioia, starnutano, e giurano

di non aver mai trascorso ora più allegra.

Ma adesso fai largo, ché arriva il mio Re!

Voi non avete idea di quanto il mo cuore bramava e desiderava essere li, nascosta tra le felci a assaporare con un beato sorriso, lo scambio di battute tra la fata e il mio amato Puck.

Non sapete e non potrete mai capire quanto ho amato questa commedia, il sogno di mezza estate che ancor oggi fa capolino nei miei occhi socchiusi.

Rivedo le scene, borbotto tra me e me le parole, ogni parola gustandola come si gusta certa frutta matura dai colori sgargianti.

Shakespeare ha anch’esso, come fece Lewis Carroll, dato vita con i verbi ai sogni, alle emozioni che custodisco oggi, non più bambina, non più adolescente, ma venerando agli occhi degli altri membro di questa composta società.

Il mio amare Puck era un atto di ribellione, era venerare il caos creativo, quel soffio di sana follia che sono certa, lo sono nel profondo, ha investito e forse funestato la mente eccelsa di William.

Sono stata, come penso ogni adolescente che si rispetti, innamorata della sua remota figura.

Quale splendido essere umano aveva dato alla luce queste commedie, le tragedie cosi spettacolari, cosi poetiche pur, tuttavia, non lesinando un certo tono satirico?

Era un nume, un genio o forse un po’ “disadattato” come me, troppo grande per dei tempi burrascosi e a volte lerci di sporcizia.

Era cosi la Londra di quegli anni.

E rivivono le suggestioni grazie alla penna elegante e potente di Cornwell, che ho imparato a conoscere grazie alla saga di Excalibur.

Ma come lui nessuno è capace di penetrare in quell’ethos dei secoli di cui vado blaterando da anni.

Non dati, non elementi colti e polverosi, ma quelle atmosfere, quelle culture anche subalterne, che adornarono gli aventi rendendoli veri e reali, cosi tangibili da poterli quasi toccare.

Lo ripeto.

Non è il fatto storico con le sue date e e i suoi eventi a darci l’idea del tempo che scorre.

Sono i residui logici di Pareto, le emozionalità, le sensazioni, i piccoli infimi dettagli che ci raccontano, davvero un epoca.

E anche l’interpretazione che l’autore fa scendere, come candida neve, negli interstizi di quel racconto mai omogeneo, mai perfettamente lineare.

La storia è una spirale di luci e di ombre, di bellezza e decadenza, di grandi conquiste e di burrascose cadute.

E nella Congiura si avverte tutto questo: non la melmosità della Londra elisabettiana ma il suo decadente fascino, quella volontà di godere dell’attimo che fugge, di fantasie e di finzioni, e l’inclinazione di operare la volontà di dio, quella di renderci probi e quasi tutti uguali, tutti incasellati in un perfetto disegno grigio e tiepido.

L’attore, invece, non ci sta.

Ha bisogno di voli pindarici, di immaginarsi altro dal ruolo che la società perbene ha cucito su di esso: un povero diviene un ricco mercante, l’uomo si trasforma in donna seducente, il giovane sciocco in un saggio o in un folletto irriverente.

Ecco che la vera rivalsa in quel secolo in cui aleggia il fetore delle fogne, sintomo di una povertà malata, sintomo di una società che mostrerà poi la sua incapacità a essere davvero un paese civile (cosi come denuncerà Dickens) è quella del sogno che allontana la realtà ingiusta.

E sullo sfondo di questi tentativi di riprendersi una vita mangiucchiata, anzi divorata dai privilegi dei signori, che si snodano congiure, ladrocini, contrapposizioni e lotte intestine: essere attore significava non solo vivere un ora di meraviglie, ma anche essere soggetto alla discriminazione dei puritani che quella fantasia salvifica la temevano, preferendo la predestinazione divina, ferrea e egoistica, e all’invidia di chi, il talento, lo confondeva con la vil pecunia.

Mastro Shakespeare fu vittima di questa volontà assoluta, portata all’acme di vendette: ognuno geloso di quel genio nato per caso, nel paese oscuro e povero di Stratford.

Oggi meta di chi come me, vuole rubare un tocco di genio, come se l’aria stessa respirata dal sommo, fosse intinta essa stessa di arte.

E nel libro è il fratello, l’alter ego del mio William, la parte più arrabbiata, il suo doppglanger, a salvare la situazione, con un moto di orgoglio, di rispetto di se raro, molto raro, in quei tempi oscuri.

Sullo sfondo spicca lei, la regina Vergine, eterea, senza tempo, con quella fronte alta e la massa infuocata di capelli.

Lei amata e odiata, osteggiata e contraddittoria, a cui io oggi mi inchino.

Perché pur se definita spietata, fredda, rigida, senza cuore è a lei che devo la salvezza di quel teatro, fucina di incanti e magie.

La congiura di Shakesperare è più di un thriller storico: è il racconto di un sogno, di stanti sogni, quelli che oggi ammiriamo affascinati seduti su comode poltrone di velluto.

Ma in questo libro, rivivono nella loro vera essenza, irriverenti, satirici, anticonformisti, a volte volgari, a volte oltre le linee del buongusto, ma cosi vicini a quella parte ribelle del nostro cuore.

Noi siamo gli attori del Lord Ciambellano. Raccontiamo storie. Mettiamo in scena la magia. Trasformiamo i sogni in realtà. Siamo commedianti.