Intervista di Alessia Mocci a Silvano Trevisani: vi presentiamo Alda Merini tarantina. (Fonte http://oubliettemagazine.com/2019/05/14/intervista-di-alessia-mocci-a-silvano-trevisani-vi-presentiamo-alda-merini-tarantina/)

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“L’assillo della contemporaneità è il successo. Tutte le arti vengono esercitate più che come espressione dello spirito e come esperienza di innalzamento culturale, esclusivamente come affermazione della propria personalità.” –

Silvano Trevisani

Silvano Trevisani, giornalista professionista, è nato e vive a Grottaglie. Attualmente è redattore capo del settimanale “Nuovo Dialogo” e direttore della rivista “l’Officina – Laboratorio delle culture e delle storie” (Edit@ dal 2014). È stato per molti anni responsabile dei servizi culturali del “Corriere del giorno di Puglia e Lucania”, ha lavorato per la redazione di Bari di “Repubblica”, ha collaborato con “l’Osservatore Romano” e collabora con giornali e riviste.

 

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Saggista, poeta, scrittore e critico d’arte, ha pubblicato numerosi volumi e saggi di storia, economia, arte, letteratura, oltre a opere di poesia e narrativa. Ha ideato le celebrazioni ufficiali per il ventennale di Giorgio de Chirico, nel 1998, per conto della Fondazione de Chirico, realizzato un saggio per il catalogo De Chirico e la Metafisica del Mediterraneo (Rizzoli, 1998); ha curato il diario inedito di Carlo Belli, teorico dell’astrattismo geometrico (AltaMarea, 1997).

Per la narrativa: il romanzo umoristico Lo norevole (Manni, 1997), con prefazione di Vincenzo Mollica, Storie di terre di sole (riedita da Capone, 2007), prefazione di Donato Valli e Ombre sulla città perduta (Radici Future, 2017).

Tra i suoi numerosi saggi: Creatività e inclusione (Rubbettino, 2013); Alda Merini e Michele Pierri, cronaca di un amore sconosciuto, (Edit@ 2016).

Per la poesia ha pubblicato le sillogi Poesie (Nuova Amadeus, 1995), prefata da Giacinto Spagnoletti, vincitrice del Premio Saturo d’argento e del Premio Vanvitelli-Caserta, 5 poesie d’amore, in Amore, amore… nei versi di dieci poeti pugliesi” (Edizioni AltaMarea, 1998, con prefazione di Donato Valli), L’altra vita delle parole (Nemapress, 2012), con prefazione di Plinio Perilli e postfazione di Cristanziano Serricchio, Geometrie del desiderio, con le illustrazioni di dieci grandi artisti (Edizioni Galleria Margherita, Taranto 2012), Terra Madre, con le illustrazioni della scultrice Lucia Rotunno (Print Me, 2017).

Ha collaborato con Macabor Editore per alcuni numeri della collana “Sud – I poeti” ed ha curato nel 2019 il volume “Alda Merini tarantina” di cui tratterà la seguente intervista.

L’antologia, disponibile in libreria da maggio, tratteggia la poetessa dei Navigli nella bella città di Taranto proponendo un’interpretazione dei fatti che portarono al matrimonio con il poeta e medico Michele Pierri da parte di intellettuali ed amici che hanno conosciuto la coppia e le due identità.

Alda Merini tarantina” è anche un viaggio nella Puglia poetica grazie alla presenza della sezione “Voci dal silenzio – Poeti pugliesi contemporanei e da non dimenticare” e da una interessantissima “Antologia dei poeti pugliesi”.

 

 

A.M.: Buongiorno Silvano, sono lieta di poter dialogare con lei a proposito della nuova pubblicazione di Macabor Editore “Alda Merini tarantina” che vuole sì ricordare il decennale della morte della poetessa ma anche proporre una riflessione sulla poesia pugliese. Quando nasce l’idea di collaborare all’antologia poetica?

Silvano Trevisani: Ho conosciuto Alda Merini, Michele Pierri, quasi tutti i figli di Michele, Giacinto Spagnoletti e molti degli amici che furono vicini alla coppia negli anni di Taranto. Ho avuto per le mani poesie e documenti inediti e ho per molti anni letto quello che si diceva su Alda, quando era ancora viva, e sul suo rapporto con Taranto, del quale mi sono occupato in alcuni libri molto documentati. Degli anni di Taranto, che sono fondamentali nella rinascita di Alda, si è scritto pochissimo e in maniera quasi sempre sbagliata. Soprattutto nei giornali che si sono occupati di lei in occasione della scomparsa, mi è capitato di leggere errori grossolani, datazioni erronee, giudizi superficiali. Ho cercato di raccontare la verità oggettiva, forse disturbando qualcuno di quelli che si ritenevano i soli biografi, ma ho voluto che si ricordasse che Alda è stata tarantina, che ha svolto un ruolo culturale negli anni di Taranto e dimostrare che gli anni di Taranto sono stati per lei fondamentali. Ricorrendo quest’anno il decimo anniversario della morte, ho pensato che sarebbe stato bello coinvolgere nella celebrazione i poeti pugliesi a me più cari (per molti anni ho curato le pagine culturali del quotidiano Il Corriere del giorno), ma allargando l’orizzonte anche ai poeti scomparsi, che hanno dato lustro alla Puglia poetica. È nata così l’idea di un’antologia che nascesse e si sviluppasse attorno al ricordo di Alda Merini “tarantina”.

A.M.: Nella sua introduzione tratteggia la casa editrice Macabor come impegnata per “la conoscenza e la diffusione della poesia, genere che incrocia il massimo della militanza con il minimo della diffusione, in un paese in cui tutti scrivono e nessuno legge”. Quali sono le cause di questa “impellente” necessità di scrittura senza alcun interesse verso la lettura?

Silvano Trevisani: L’assillo della contemporaneità è il successo. Tutte le arti vengono esercitate più che come espressione dello spirito e come esperienza di innalzamento culturale, esclusivamente come affermazione della propria personalità. In tempi di esasperazione dell’individualismo (leggansi i vari moniti di papa Francesco) quasi tutte le persone scolarizzare, oggi, sono indotte a credere che il possesso di strumenti comuni di espressione le renda potenziali artisti: scrittori, poeti, pittori, cantanti, ballerini, attori, registi, sceneggiatori, musicisti, e così via… Ma se per la maggior parte delle arti occorre acquisire abilità aggiuntive (ad esempio il musicista deve almeno saper leggere il pentagramma) per la scrittura l’accesso è molto più semplice, e la pubblicazione di propri testi è molto favorita dall’abbattimento del costo della stampa. Si sa che la poesia, poi, è un’attitudine quasi universale, soprattutto in età adolescenziale, solo che oggi quasi tutti coloro che hanno scritto poesie, non aggiornandosi, si convincono di aver scritto qualcosa d’importane e non ci pensano due volte a stampare. Detto questo, accade che la maggior parte dei poeti, che continua a scrivere secondo forme e linguaggi di livello scolastico, sia convinto che la vera poesia sia la sua, non avendo attrezzatura critica, e non ha mai l’interesse a leggere i libri degli altri, neppure per affinare il proprio stile. Perciò tutti scrivono ma pochissimi leggono. Ciò porta la poesia a essere un genere per niente commerciabile e gli editori come Macabor, che pubblicano poesia e anzi organizzano progetti di poesia, sono davvero degli eroi. Che meritano sostegno e collaborazione, anche perché non sono editori-stampatori e non favoriscono il proliferare delle pubblicazioni per trarne profitto.

A.M.: Si è scelto di dedicare un capitolo dell’antologia a Michele Pierri, punto di riferimento della cultura pugliese purtroppo, oggi, poco conosciuto. Qual è stato il suo rapporto con Pierri?

Silvano Trevisani: Michele Pierri è stato, soprattutto per noi tarantini, ma non solo, un punto di riferimento. Persona straordinaria e umile dalla vita avventurosa e affascinante. Grandissimo poeta che ha scontato, come tutti coloro che scelgono di rimanere al Sud, la distanza dai centri di potere, nonostante fosse amato da Ungaretti, Betocchi, Pasolini, Maria Corti e moltissimi altri. Lo consideravo mio maestro e lo frequentavo soprattutto per conoscere il suo parere sulle mie poesie. Ho incrociato molte volte Alda, negli anni del loro matrimonio, che interveniva spesso con le sue osservazioni e i suoi apprezzamenti. Michele, che era molto umile e molto disponibile, mi disse di far leggere le mie poesie a Giacinto Spagnoletti, che era il critico letterario più autorevole, e anch’egli tarantino. Così feci: passai tutto a Giacinto, secondo il consiglio di Michele, che però ebbe vari problemi di salute e soprattutto per la vista, e mi portò via molto tempo. Alla fine, curò la pubblicazione della mia prima racconta di poesie. Purtroppo, però, Michele era già morto da qualche anno.

A.M.: Michele ed Alda si incontrano nel 1981 con “frequentazioni telefoniche ed epistolari”. Come fu affrontato il problema della “pazzia” della Merini?

Silvano Trevisani: Michele, rimasto vedovo da alcuni mesi della amatissima moglie Aminta, morta nel 1980, da cui aveva avuto dieci figli (un undicesimo era morto infante), fu sensibilizzato da Giacinto Spagnoletti alla vicenda di Alda, che era da poco uscita dal manicomio, chiuso per effetto della legge Basaglia ed era completamente smarrita. Michele ritrovò una lettera del ’52 in cui Giacinto, scopritore di Alda, parlava già della sua pazzia e della sua grande poesia e ne fu toccato. Cercò di esserle utile con le sue parole e la sua disponibilità e lei gli si attaccò morbosamente. Quando poi si sposeranno Michele, che era un grande medico ed era stato anche direttore sanitario dell’Ospedale di Taranto, la fece visitare da vari amici specialisti che riscontrarono come la bipolarità di Alda fosse effetto della sua smania di affermarsi come poetessa, frustrata già negli anni dell’adolescenza. In effetti, Alda che non risolverà mai i problemi mentali, troverà un certo equilibrio solo dopo il grande successo degli anni ’90.

A.M.: Alda Merini e la città di Taranto. Perché la poetessa dei Navigli anelava la Città dei due mari?

Silvano Trevisani: Alda era delusa da Milano. Una volta dimessa dal manicomio, dopo circa quindici anni d’internamento, si ritrovò sola: il marito, Ettore, un panettiere, brava persona che però era molto lontana dai suoi interessi letterari, era malato terminale e lei non si sentiva in grado di assisterlo. Era stata dimenticata da tutti. Le case editrici non le dettero credito e nemmeno Maria Corti riusciva a venirne a capo e lei stampò delle plaquette autoprodotte senza esito. Michele rappresentava una via di fuga da Milano, perché le dedicava grande attenzione, la sosteneva economicamente negli anni della malattia di Ettore. Insomma: voleva cominciare da capo con un grande poeta che potesse accompagnarla e sostenerla. E così cominciò ad assillare Michele, nel vero senso della parola. Arrivò a iniziative sconcertanti, come scrivere al Papa. Insomma: capiva che il suo futuro era nella città dei “due” mari. E lei di mari non ne aveva mai visto neanche uno!

A.M.: L’editore Bonifacio Vincenzi è il firmatario della presentazione in “Alcune considerazioni su Silvano Trevisani” e scrive: “[…] egli spesso con la memoria scavalca il suo tempo e, nell’inevitabile latenza, attraversa l’oblio per ritornare ai momenti fondamentali dove la parola poetica non era ancora accesa e se ne stava nella dimensione indeterminata del futuro.” Ritiene che queste parole siano rappresentative?

Silvano Trevisani: Se un critico letterario può, talvolta, valutare la qualità formale e letteraria delle poesie, solo un poeta può entrare nei meandri e cercare i luoghi spirituali, emozionali, letterari, nei quali una poesia ha preso corpo. E Bonifacio Vincenzi è un poeta.

A.M.: Lino Angiuli, Vittorino Curci, Dino De Mitri, Daniele Giancane, Giuseppe Goffredo, Giacomo Leronni, Anna Santoliquido, Gerardo Trisolino hanno omaggiato Alda con una lettera od una poesia. Compare anche una sua lirica intitolata “Per una storia d’amore (Alda e Michele)”. È stata composta in occasione della pubblicazione oppure in precedenza?

Silvano Trevisani: La mia poesia l’avevo già scritta ma non pubblicata, poi per l’occasione l’ho ritoccata. Nella mia silloge “L’altra vita delle parole” ne avevo dedicata un’altra ad Alda.

A.M.: È in programma una presentazione del volume “Alda Merini tarantina”?

Silvano Trevisani: Sì, è in programma una presentazione a Taranto il 30 maggio prossimo, nel salone degli specchi del Municipio.

A.M.: Salutiamoci con una citazione…

Silvano Trevisani: Poesia poesia/ sembra che non ci sia/ poi ti prende la mano/ e ti porta lontano” − Riccardo Cocciante

A.M.: Silvano la ringrazio per il tempo che mi ha voluto dedicare e la saluto con una citazione tratta dal volume “Alda Merini tarantina” scritta da Giuseppe Pierri nel paragrafo “Un profilo biografico di Michele Pierri”: Tutte le attese, le certezze, le paure che attraversano la mente del poeta atterrito dal dolore si riversano momento per momento nella sua poesia che diviene esigenza di conoscere Dio quale Egli è, di avere certezza dell’aldilà, anche immediata. La parola diviene violenta, esasperata, di provocazione, quasi torturante, per costringere Dio a manifestarsi, a dare un segno certo della sua esistenza, e non conta se si dovrà pagare il prezzo dell’inferno, perché l’inferno è già qualcosa, è certezza di Dio, “il suo ultimo scalino”.

Written by Alessia Mocci

 

 

Info

Sito Macabor Editore

http://www.macaboreditore.it/home/

Acquista “Alda Merini tarantina”

http://www.macaboreditore.it/home/index.php/libri/hikashop-menu-for-products-listing/product/76-alda-merini-tarantina

 

 

Fonte

Intervista di Alessia Mocci a Silvano Trevisani: vi presentiamo “Alda Merini tarantina”

Vi sveliamo oggi la cover del nuovo romanzo di Lia Carnevale ” Una nuova alba”. Da non perdere!

 

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Un Paradiso amaro, è questo quello che troverà Hana, dopo essere arrivata a Tel Aviv e aver sposato l’uomo che ama… da sempre. Hassan è un uomo che ha perso la donna che ama poco prima di sposarsi. Cosa ci si può aspettare da uno come lui? Può sperare Hana che Hassan possa innamorarsi di lei, quando il cuore dell’uomo sembra occupato da un’altra donna? Ben presto si accorgerà che la sua ingenuità le ha giocato un brutto scherzo. Segreti, intrighi e pericoli nascosti nell’ombra faranno da sfondo a una storia passionale e fuori dagli schemi che sarà per molti il risveglio di una nuova alba.

 
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Titolo: UNA NUOVA ALBA

Autore: LIA CARNEVALE

Editore: SELF EDITOR

Genere: ROMANCE CONTEMPORANEO

Data di pubblicazione: 3 GIUGNO 

Disponibile su Amazon e su kindle unlimited

“Il bambino che non poteva amare” di Federica D’ascani, Triskell editore. A cura di Francesca Giovannetti

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Il giorno in cui Teresa conosce suo figlio è lo stesso in cui ne piange la morte. Il suo angelo, il suo Paolo, è nato deforme e deceduto subito dopo la nascita. O almeno è ciò che le viene detto.

La realtà, se possibile, è ancora più atroce.

Paolo, nato con la sindrome di Down, viene disconosciuto dal padre e trasferito in una struttura pubblica che dovrebbe prendersene cura: un manicomio.

È possibile che il coraggio di pochi possa cambiare un destino ?

Ambientato nell’immediato dopoguerra, questo libro è un vero e proprio pugno nello stomaco. Erroneamente si tende a voler credere che, una volta spazzato via lo spettro del fascismo, la società sia tornata a una placida normalità scevra di preconcetti ed estremismi ideologici.

Ma così non fu e queste pagine ce lo ricordano con brutalità.

Durante il fascismo, i bambini nati con la sindrome di Down, quelli che durante lo sviluppo manifestavano segnali di comportamento anomalo,( si cominciava allora a definire l’autismo), coloro che nascevano con deformità fisiche, venivano soppressi. Dopo la guerra la pratica non venne abbandonata; molti medici che avevano collaborato con il governo erano sostenitori convinti della purezza della razza e della necessità di eliminare tutto ciò che non rispettava i canoni della perfezione. Ma le prime voci di ribellione cominciavano ad alzarsi: coraggiose e ostacolate, voci di novelli Don Chisciotte, pronte a rischiare, pronte a sacrificarsi.

Il 1945 segnò la fine della guerra, non la fine della ideologia.

Federica d’Ascani sceglie di rendere le donne protagoniste e nelle note finali si comprende il perché :

“ …spiegando come dietro ogni storia d’autismo vi fosse una genitrice colpevole di anaffettività […]concetto frutto di elucubrazioni mentali derivanti da una società patriarcale e da convinzioni misogine, che volevano la donna inutile e prevalentemente stupida.”

Le donne di questo romanzo sono intelligenti, sensibili , coraggiose, pronte a sfidare il mondo.

Mara, medico presso il manicomio di Santa Maria della Pietà.

Sara, infermiera giovane e determinata.

Suor Germana, burbera ma con un cuore d’oro.

Teresa e il suo immenso amore materno che la porta a superare ostacoli insormontabili.

Donne forti e fragili, spaventate e temerarie, che metteranno il gioco la loro stessa vita per tentare di donarne una nuova al piccolo Paolo, vittima innocente di un sistema preverso.

Paolo non è il solo bambino che ha bisogno di essere salvato, ma è l’unico che abbia la possibilità di farcela.

È il tormento peggiore per Sara e Mara, infermiera e medico, inorridite dalla brutalità dei manicomi dove i maltrattamenti sono la cura; vorrebbero salvarli tutti, ma non possono. Le maglie del potere, delle vecchie protezioni politiche, i pregiudizi che camminano costantemente nella società consentono a queste donne fuori dal comune un raggio d’azione limitato. Ma loro sono tutto, sono luce, speranza, umanità e amore incondizionato per i più deboli.

Nelle attuali strategie di negoziazioni per il rilascio di ostaggi si parla della tecnica definita “goccia- fiotto-flusso”.

Si basa sulla gradualità dell’evolversi della situazione: si richiede il rilascio di un unico ostaggio, poi di un gruppo e infine di tutti quanti. Questo romanzo me lo ha ricordato. Questi bambini sono ostaggio di un potere e di una società malata e devono essere liberati. Ma non è possibile farlo in massa. Paolo è la prima goccia, Sara e Mara le mani che ostinatamente e ingannevolmente aprono un rubinetto arrugginito e chiuso da troppo tempo.

Il bambino che non sapeva amare : un titolo forte e devastante. Si scrive al singolare, ci si riferisce a una figura precisa della trama, ma in realtà tutti i piccoli internati erano visti in questo modo: essere inutili , incapaci di dare amore, gusci vuoti coi quali sperimentare le proprie teorie di pseudoscienza.

Un romanzo profondo e intenso, umano, doloroso e difficile.

Una scrittura che lascia poco all’immaginazione, essenziale ed efficace, un tunnel profondo immersi nel quale è possibile vedere un’uscita. Una denuncia della barbarie, dei pregiudizi, della lotta occorsa per smantellare un sistema malato.

In ultima battuta, non possiamo dimenticare le figure maschili del libro.

Gli spregevoli medici che portano avanti pratiche barbariche spacciandole per una cura, ma esistono anche uomini buoni, come l’ispettore Ascanio Tremigi, l’enigmatico padre Nereo, il debole ma umano Libero, marito di Teresa, e Bartolo, capofamiglia schietto e genuino.

Un romanzo da leggere e che abbiamo il dovere di non dimenticare.